
Trad. Paolo Beretta
Ci incontrammo nuovamente col Capitano Grey alle 07:00 nella sala conferenze del ponte. La nostra situazione era passata da fastidiosa ad allarmante. Nessuno, a bordo dell’Elettra, riusciva più a dormire. Il Dottor Pacell, Flaherty del gruppo Analisi Dati, Leaman di manutenzione, Leadstrom di biologia e Kusama di Sala Macchine erano gli araldi di pace di Grey, e questa volta pure Pell era stato tirato dentro. Si era trattato di un piccolo raduno spontaneo e solenne, in cui tutti sembravano cercare nello sguardo altrui qualche buona notizia.
Grey era stanco. Il caratteristico sguardo d’acciaio stava cedendo e la sua uniforme di volo mostrava troppe grinze. Parlando, batteva il dito sul tavolo. “Quanto ci vuole per avere un livello di gravità decente, Sig. Leaman?”
“Abbiamo rimpiazzato ogni scheda madre nel sistema, capitano. Tutto il materiale a bordo ha problemi. Non è colpa delle nostre apparecchiature, è un’interferenza esterna. Non c’è altra spiegazione”
“Sig. Leaman, ci serve una gravità perfettamente funzionante!”
“Non posso cambiare le cose, capitano. Non siamo noi, ma un’interferenza esterna”
“Sig. Flaherty, l’Analisi Dati ha scoperto qualche radiazione esterna o altra anomalia che possa influenzarci in questo modo?”
“No capitano, nulla di nulla. Là fuori è praticamente zona morta, non c’è niente neppure da analizzare.”
Il capitano fece un respiro profondo e si rilassò.
“Signori, abbiamo o non abbiamo un virus che manda a puttane i nostri sistemi?”
Silenzio.
Il capitano si voltò verso Pell. “Pell, abbiamo malfunzionamenti informatici su tutta la nave, ma la rete è operativa. Cosa sta facendo lei che gli altri non fanno?”
Pell non pareva voler rispondere. Stava perfettamente immobile, come se avesse paura di muoversi.
“Pell, c’è un virus che passa per la rete o no?”
Pell non riuscì a trattenersi. “Non c’è nessun virus”
“Per cui? Vuol dire che ce lo siamo sognati?”
“Capitano, i nostri firewall funzionano alla perfezione. Abbiamo impostato punti di controllo in tutto il sistema, abbiamo persino creato un terminale esca nella zona di rilascio, camuffandolo come parte del sistema. Insomma, una trappola virtuale per il virus. Non ne è uscito niente, non c’è nessun virus. I malfunzionamenti non sono in rete ma solo nei computer coinvolti.
Flaherty schizzò in piedi, indignato. “Il che è ridicolo! Insinua forse che qualcuno ha deliberatamente manomesso i nostri computer?”
Pell reagì con assoluta indifferenza. “È l’unica spiegazione possibile”
Flaherty proseguì imperterrito, “Lei è pazzo! Brandon era al computer di navigazione e non in sala motori quando si è guastato. O vuol forse suggerire che più persone stiano sabotando i sistemi per tutta la nave?”
Pell si sedette calmo, giocherellando con una chiavetta USB e non disse niente, perché era proprio ciò che stava pensando.
Il capitano Grey si grattò la testa. “Signori, facciamo un passo indietro nella nostra ricerca di risposte e proviamo ad approcciare la cosa da un angolo diverso. Voglio che ogni capo dipartimento riveda le problematiche che gli competono, controllando se un sabotaggio sia in qualche modo possibile. Vista la situazione, non possiamo permetterci di scartare nessuna ipotesi.” Si rivolse a Leaman. “Non posso credere di dover considerare questa possibilità, ma i ricognitori sono pronti?” Leaman rispose. “Abbiamo installato speciali parabordi. Shops ha fatto un gran lavoro, su due turni che ci hanno lavorato tutta la notte a zero G. Sì, capitano, sono pronti.”
“Molto bene signori, questo è il programma. Faremo muovere questa nave alle 13:00. Alle 12:00 farete uscire i ricognitori, schierandoli lontani dalla Electra. Cercheremo di muovere con la propulsione manuale, ma se non funzionasse, i ricognitori ci spingeranno via. Ci allontaniamo il più possibile, manterremo la posizione e valuteremo il da farsi. Mr. Kusama, lei è pronto?”
“Sì, capitano”
“Dottore, l’equipaggio come se la cava?”
“Considerando quello che hanno appena passato, abbastanza bene, capitano. Una ventina di persone hanno ferite piccole o medie, a causa dell’assenza di gravità e del successivo ripristino, qualcuno ha problemi per la gravità attuale. A quanto pare, nei primi tre livelli ci sono zone in cui si passa, di colpo, da due G a mezzo G e si perde l’equilibrio, si cade. Poi è registrato almeno un caso d’amnesia con la signora Brandon, che per il resto sembra a posto. Ho intenzione lavorarci appena possibile per capire meglio la sua condizione. L’infermeria è piena da scoppiare e sarà così anche nei prossimi giorni, ma nulla di ingestibile. C’è un’altra cosa, però, che deve sapere: sta circolando voce secondo cui ci stia succedendo quello che è successo alla nave là fuori, qualsiasi cosa sia.
“E da dove diavolo sarebbe spuntata questa idiozia?”
“La tensione a bordo, al momento, è notevole. È la supposizione più logica. La miglior cura, per noi, è andarcene prima possibile”
“Riguardo a quella nave, Dott. Leadstrom, ha scoperto qualcos’altro dai suoi dati? Ci sono forme di vita laggiù o no?”
“Duecentottanta tracce biologiche individuali, al momento. Nessuna risposta dai tentativi di comunicare. Se pure fossero vivi, non ci sentirebbero a causa delle loro stesse grida. Ah, una cosa: il gruppo di analisi ha tradotto la directory del data base alieno”
“Bene, di che si tratta?”
“Porcheria. Riteniamo si tratti di un file spazzatura che non è stato eliminato”
Grey scrollò stancamente il capo, quindi si voltò verso di me. “Tolson?”
“La ricerca preliminare è stata completata. Come ho riferito, di lui non c’è traccia. Abbiamo iniziato una ricerca allargata, anche in zone in cui non ci si aspetta che possa essere. Ci vorrà del tempo.”
“Voglio che facciate tutti rapporto direttamente a me per qualsiasi sviluppo. L’obbiettivo principale è muoversi da qui. Non fatevi distrarre. Prepariamo tutto quanto e leviamoci dai piedi: al momento, non importa dove, qualsiasi altro posto è buono, tranne qui. Infilate i piloti nei ricognitori e che aprano con calma i portelloni degli hangar manualmente, se necessario. Ci rivediamo tra un’ora e niente scherzi: facciamolo e basta.
Marie Ann era tornata alla Sicurezza, stava parlava con R. J. e metteva in ordine tutto puntigliosamente. Era ancora un po’ pallida, ma sembrava decisa a darsi da fare sul serio.
R.J. era piegato su un terminale, con due tazze di caffè riscaldate a batteria. Me ne passò una mentre arrivavo. Gli andai al fianco, sorseggiando la bibita amara.
Si mise a ridere. “È solubile. Nelle caffettiere della mensa l’acqua non bolle. Credo si possano definire “caffettiere a un G”.
“Come ti va sottopeso?”
“Meglio che sovrappeso. Ho prestato servizio su una nave di ricerca nell’Atlantico per un anno, ricordi? I miei giorni col mal di mare sono finiti.”
R.J. aveva lo sguardo di chi ha qualcosa in testa e non vede l’ora di dirlo. In qualche modo, la sua curiosità era contagiosa, così quando Ann Marie se ne andò, mi disse a voce bassa “ho una teoria che voglio provare”
“Pensi di spiegarmela?”
“No, non ancora, è troppo sommaria. Ma piuttosto, come va la memoria?”
“Ho ancora quel buco, ma a parte quello non ci sono problemi.”
“Ricordi che andavi alla camera stagna, ma non di esserci entrato, giusto?”
“Già.”
“Diamo un’occhiata alle registrazioni video delle camere stagne e vediamo cosa salta fuori.”
Concordai con lui che era un’ottima idea. Seduti alla postazione di sicurezza richiamammo lo storico dalla camera d’equilibrio. Il numero del video che ci interessava era più o meno in cima. Inserimmo le coordinate, videocamera 1 del ponte B, quindi la data e l’ora. R.J. premette avanzamento e lo schermo si illuminò.
Effetto neve. Una schermata di rumore statico. Altro avanti, ma niente, per cui provammo la videocamera 2, quella di riserva. Effetto neve, stessa cosa.
R.J. suggerì di provare le videocamere esterne, quelle puntate sui portelloni della camera stagna. Sempre, rumore statico.
Alzai le spalle. “Quindi, il virus ha corrotto anche le librerie video.”
“Scendiamo a dare un’occhiata alle videocamere della camera di equilibrio.”
“Che vuoi fare R.J.? Ci vuole un ordine esplicito del capitano per aprire le porte interne. È una cosa tanto importante?”
“Ma sì, santo cielo! È molto importante!”
Trascinammo i nostri corpi appesantiti giù fino al secondo livello. A un certo punto, attraversammo un’area di un quarto di G, ma R.J. non fece mai una piega. Al portellone della camera stagna, premetti il tasto sul comunicatore da polso. “Tarn a Capitano Grey”
La risposta arrivò più in fretta di quel che mi aspettassi. “Qui Grey, mi dica”
“Capitano, chiediamo autorizzazione per apertura portelloni della camera stagna del ponte B”
“Siete autorizzati a rompere i sigilli d’ispezione, Sig. Tarn. Qualche novità?”
“No signore. Le squadre ci stanno ancora lavorando sopra.” “Grey chiudo”
R.J. disse, “Guarda!”. Il sigillo sulla maniglia di destra della porta era sparito. Ci voltammo verso quella di sinistra, solo per constatare che il sigillo mancava anche da quel lato. Premetti il grosso pulsante rosso a lato della porta e guardai la grossa ruota che iniziava a girare. Aprimmo il pesante portellone ed entrammo: la camera sembrava in ordine. Sulla destra, dieci tute spaziali, regolarmente appese alle rastrelliere e gonfiate alla pressione minima. A sinistra, accanto al portellone esterno, le bombole d’ossigeno. Cubicoli di emergenza per il personale in uscita, in caso di depressurizzazione rapida. Segnali rossi ovunque. Diedi un’occhiata alle telecamere di sorveglianza: a posto.
R.J. mi interruppe: “E quello che diavolo è?”
Era un sacco da spazio con copertura d’argento anti raggi, lì in un angolo come mucchio di plastica. Una cosa del genere non può stare in una camera stagna e infatti viene sempre fatto un controllo accurato. Pezzi di plastica abbandonati sono una gravissima violazione alla sicurezza. Ci misi un piede sopra e ne sollevai un lembo.
Quello che vidi dentro mi spaventò davvero, sobbalzai e lasciai andare il lembo. Era un corpo, ma in condizioni orrende, anche se ancora perfettamente riconoscibile. Tolson, rannicchiato in posizione fetale, nudo, coperto da uno strato gelatinoso spesso cinque centimetri. I tratti somatici parevano sciogliersi: le ciglia erano scomparse, così come le labbra, aperte in un bianco sorriso grottesco. I pochi capelli rimasti erano ridotti a fango. Le mani erano strette vicino alla bocca, come un se l’uomo fosse terrorizzato a morte. Le dita si erano ridotte alla prima falange e parevano quelle di un embrione umano. Sul volto un’espressione di orrore talmente intensa che non l’avrei più dimenticata.
Richiusi il sacco di plastica per nascondere la cosa e mi voltai verso R.J., che era lì a bocca aperta. Non c’era nulla da dire. Premetti il comunicatore: “Tarn a sicurezza”
La voce di Ann Marie rispose quasi subito. “Dimmi Adrian”
“Ann Marie, il Capitano mi ha chiesto un rapporto su una linea sicura. Puoi collegarci ?”
Un istante dopo il capitano rispose. “Grey”
“Capitano, R.J. Smith ed io siamo nella camera stagna del livello B. Meglio se viene di persona, signore, e le suggerisco di farlo con discrezione.”
Una lunga pausa senza risposta. Capii che il capitano avrebbe voluto sapere qualcosa di più, anche se quasi sicuramente sapeva già la risposta. “Arrivo subito. Grey chiudo”
“Questo è compatibile con la tua nuova teoria, R.J.?”
“Tutte le mie teorie sono appena andate a puttane. E quella più nuova non mi piace per niente.”
“Cioè che al resto dell’equipaggio sia successa la stessa cosa?”
“I virus esotici sono tra le cose più difficili da isolare e combattere nell’universo. Questo poi sembra proprio bello. Se non sapessi che è già troppo tardi starei già scappando a gambe levate.
Ci mettemmo di guardia davanti al portellone, aspettando il capitano che arrivò dopo venti minuti, con grande fatica. Aprii il portello e lui entrò senza parlare. Ci chiudemmo il portellone alle spalle.
Dopo aver esaminato quanto era rimasto di Tolson, ci fissò con sguardo perduto. “Lo avete trovato così?”
“Esatto. I sigilli sui portelloni erano rotti.”
“Come mai le squadre di ricerca non l’hanno visto?”
“È una struttura sorvegliata e non c’era motivo di cercare anche qui. Gli allarmi sono stati bloccati, poi hanno aperto il portello e nessuno ha notato i sigilli rotti.
“Fate venire il medico, subito. Che venga solo e porti il kit chirurgico.”
Quando il dottor Pacell arrivò era già fuori dalla grazia di Dio. Ci mettemmo di fianco al portellone mentre lui apriva il sacco d’argento. Ebbe un grido che fece sussultare R.J. “Santo Cielo, cos’è ‘sta roba?”
Grey era in piedi dietro di lui e guardava in basso.
“Dio santo, ma c’è la pulsazione.” sollevò gli occhi verso il capitano, scuotendo il capo. “È debole, ma c’è. È ancora vivo.”
Grey era incredulo. “Lo tiri fuori da lì, dottore, subito!”
Il medico esitò. “Non mi sembra una buona idea”
“Lo faccia!”
Pacell tolse un bisturi laser dalla valigetta, fece una prova, poi si chinò sul corpo.
“Porca puttana!” imprecò, sedendosi e scrollando il capo tristemente. “Non posso tirarlo fuori”.
“Perché no?”
“Sanguina”
“Con un bisturi laser, sanguina?”
“Guardi lei stesso. Dobbiamo portarlo in infermeria: lì potrò studiarlo e cercare di capire cosa succede.”
Grey sembrava spiazzato. “Va fatto tutto in assoluta segretezza, dottore. Come ci regoliamo?”
Il medico rimase a pensare per un po’. “C’è un corridoio usato a discarica dei rifiuti tossici giusto dietro l’angolo. Ce n’è sempre uno vicino ad un portello stagno, ed è condiviso con la piccosa sala operatoria d’emergenza. Possiamo spostarlo lì e tenerlo isolato. Se questa roba si propaga per via aerea, siamo comunque già tutti contagiati.”
Grey si voltò verso di me. “Lo possiamo fare?”
“Va bene la segretezza, capitano, ma credo che il Comandante Tolson pesi circa 95 chili. Qui stiamo circa ad un G e mezzo, il che lo fa pesare più o meno 143 chili. Per di più anche noi pesiamo una volta e mezza, non credo che potremo spostarlo.”
Il dottore intervenne. “Una barella pieghevole. Se riusciamo a mettercelo sopra, dovremo solo alzarlo oltre i supporti del portellone. Ne abbiamo una per i soccorsi proprio qui nella camera stagna, dietro quello scomparto. Se qualcuno ci vede, dovremo arruolarlo nel gruppo.”
Preparammo tutto molto rapidamente e, in qualche modo, riuscimmo a issare quella cosa che era Tolson, sulla barella. Si rivelò un lavoro schifoso. Usammo i guanti di lattice che il dottore aveva nel kit chirurgico, ma la gelatina che ricopriva Tolson si attaccava alle mani e colava attraverso le dita. Sembrava che pezzi di Tolson si staccassero per finirci addosso.
Sgambettammo come personaggi di un fumetto tragicomico. Un capitano, un ufficiale della sicurezza, un dottore e un ispettore, che cercavano disperatamente di trasportare senza farsi vedere, in alta gravità, il corpo di un mostro. A un certo punto, tre di noi ficcarono la testa fuori dal portellone assieme, per vedere se la via era libera. Una scenetta tipica da film dei Fratelli Marx. Con pazienza infinita e una fortuna incredibile, arrivammo alla saletta operatoria senza imprevisti.
Gray si levò i guanti e fece un cenno a Pacell.
“Che mi può dire, dottore? Qualche idea?”
“Direi che è abbastanza ovvio, no? Si sta verificando una metamorfosi. Il corpo del Comandante Tolson è chiaramente in uno stadio preliminare rispetto a quelli visti sull’altra nave. Da quando siamo qui abbiamo avuto perdite di memoria e incubi. Questa mattina è venuta in infermeria una donna che si nascondeva, perché si è svegliata con al suo fianco un vecchietto che la molestava. Ha detto che si è messa a strillare e l’omino è sparito. Tolson, probabilmente, è il primo ad arrivare ad uno stadio così avanzato. Quando sono iniziati i cambiamenti è diventato schizofrenico e irrazionale, per cui si è nascosto nel posto migliore che potesse immaginare: la camera di equilibrio. Si nascosto dentro un sacco a tenuta stagna poi la fine. La stessa cosa dev’essere successa all’equipaggio dell’altra nave. Sono andati nel livello inferiore a nascondersi, dove li abbiamo trovati. Se Tolson è ancora vivo, è probabile che lo siano anche loro!”
Grey non era convinto. “Perché nascondersi tutti nello medesimo posto?”
“Non ragionavano in modo razionale. Sapevano solo che per loro era il posto migliore, quindi sono andati lì. Ha senso.”
Grey fissò il grumo opaco di carne sul tavolo operatorio. Tolson cominciava a somigliare più a una medusa che ad un essere umano.
“Dottore, a partire da ora, questo è il suo unico incarico. Trovi delle rispose e il modo di fermare questa cosa.”
“Non c’è bisogno di dirlo, capitano”
Grey ci fissò. “Voi due, datevi una pulita e presentatevi direttamente ai miei alloggi.”