C’è chi dice che ogni re è il Dio della sua terra, che il potere di un re è sopra il volere dell’Altissimo.
Questa storia, racconta di un tempo lontano, di quando il mondo era giovane e di come i signori della terra tremarono sopra i loro troni. Non ci sono testimoni attendibili di ciò che accadde a quel tempo, eppure qualcosa è giunta fino a noi grazie alla tenacia di pochi uomini straordinari, bramosi di conoscenza.
Da alcuni scritti antichissimi, che il nobile Sir Charles Leonard Woolley rinvenne presso le rovine di Alamut, ho tratto e tradotto alcuni scorci di quel che fu la leggenda del principe Got.
Vi mostrerò i quattro atti che, secondo il mio umile parere, sono i più significativi. E non lo farò inquinando la narrazione. Non ne appesterò le vicende, in modo da infangarne la genuinità. Riporterò il tutto così come mi è stato riportato.

 

Settima tavola

“La conosci la storiella dell’alce e del bue?”

L’uomo legato al palo agitò la testa. L’orrore era dipinto nei suoi occhi di giada.

“Allora” proseguì l’altro, passeggiando beffardamente avanti e indietro, “L’alce viveva nella sua taiga, bella spensierata, mentre il bue si sollazzava a meridione, pascendosi tra i prati della sua fertile terra”.

“Muoviti Parkal!” tuonò una voce di gigante alle sue spalle.

“Non abbiamo tutto il giorno per i tuoi giochetti!”

L’uomo appena sopraggiunto era d’aspetto possente, armato fino alle ossa: un blocco d’acciaio costellato di speroni su due gambe che sembravano le colonne di un tempio antico. Non c’era un lembo della sua pelle che non fosse rilucente.

“Capo, ma…”

Parkal non fece in tempo a replicare che la testa del tizio legato al palo già gli stava rotolando tra i piedi.

Si asciugò gli schizzi di sangue dalla faccia.

“Principe Got, agli ordini!” si limitò a dire, compostamente.

“E voi che state aspettando?” inveì il colosso verso la frotta accalcata presso il ceppo.

“Datevi da fare.”

Il gigante indicò le stamberghe del villaggio in rovina, mentre ripuliva la lama sulle vesti logore del decollato.

“Date tutto alle fiamme.”

Decima tavola

La donna, vestita da una striscia di seta che le cadeva dal collo alle anche in un intreccio finemente ricamato, era bellissima.

Aveva occhi grandi e verdi, capelli lunghi e lisci.

Versò il bacile colmo d’acqua sulla testa dell’uomo che gli era seduto di spalle, gli carezzò i canuti capelli e iniziò a massaggiargli la testa.

L’uomo restava con gli occhi chiusi, il suo corpo era come la roccia plasmata dal vento.

“Piccolo Got” sussurrò la donna, “sei splendido!”

I movimenti delle sue mani erano leggiadri, la voce ammaliante.

“Ormai gli uomini sono pronti a seguirti ovunque, ti adorano.”

La donna cercò di trovare le parole adatte.

“Conquisterai il mondo, figlio mio.”

L’uomo aprì le palpebre di scatto, sfoggiando due occhi nerissimi: iride, pupilla e sclera erano tutt’uno.

Occhi insondabili, come palle di pece incastonate sulla faccia.

I suoi muscoli s’irrigidirono. La donna si ammutolì e rimase immobile.

Le sue unghie dorate esitarono.

“Taci madre” la voce di Got era come il tuono che fa tremare le montagne.

Dopo qualche attimo d’esitazione, le dita della donna ripresero a carezzare la folta zazzera del gigante.

Le palpebre di Got si richiusero sopra la tremenda assenza del suo sguardo, mentre l’afflato del vento iniziava a enfiare sulle pareti di feltro, facendole schioccare come un mantice.

Era un vento freddo e tagliente, quello del nord. Un vento così impetuoso da spazzare via tutto ciò che trovava sul suo cammino.

Sedicesima tavola

“… e il bue finì divorato dai lupi, mentre l’alce veniva rosicchiato dai topi.”

“E questa sarebbe una storia?” chiese l’omaccione assiso sull’altro lato del bivacco.

Parkal sorrise e sgranocchiò la grossa pannocchia che aveva tra le mani.

“È una storia di merda!”

Asserì l’armigero che gli era accanto. I sette uomini all’addiaccio risero di gusto e Parkal li imitò, quasi contrariato.

“Mai sentita una storia così stupida in vita mia”, bofonchiò un tizio dai capelli rossi mentre si slacciava la gorgiera.

“Avete il cervello di una talpa!” ribatté Parkal, scuotendo la testa e ritornando al suo pasto. Le risate andarono scemando.

Nel silenzio che ne scaturì, si udì un corvo gracidare sulle loro teste, poi un frusciare di foglie. Il fulvo assiso accanto a Parkal raccolse un ciottolo e lo scagliò nell’oscurità.

“Vattene via, uccellaccio della malora!” gridò.

Gli altri non gli diedero adito.

L’uomo corpulento si allungò ad afferrare uno dei ceppi ammucchiati poco distante e lo gettò tra le fiamme. La luce, in breve, si fece più intensa, le ombre si contrassero verso la macchia alle loro spalle.

“Avete visto la faccia di Re Durban, sulle Forlen? Non la dimenticherò mai.”

Stavolta era stato un altro dei sette a parlare: un soldato con la barba e i capelli arruffati sulla faccia.

“Credeva che il principe Got potesse impietosirsi e graziarlo.”

“Già” lo interruppe Parkal, ”s’illudeva che potesse muoverlo a pietà, ma il nostro signore non sa nemmeno cosa sia la compassione.”

Gli altri annuirono, compiaciuti.

“Spietato come un branco di lupi sulla carcassa di un bue” aggiunse soddisfatto.

L’uomo barbuto si alzò a simulare la vicenda.

“Lo ha preso per i capelli” disse, “Non gli arrivava nemmeno alla pancia. Lo ha sollevato!”

Fece il gesto col pugno chiuso a sollevare l’aria, mentre gli altri lo osservavano, rievocando la vicenda.

“Poi l’ha trascinato fino alla finestra, mentre quello urlava come un cane, e l’ha buttato di sotto senza la minima esitazione.”

I guerrieri attorno al fuoco annuirono, un po’ compiaciuti, un po’ ancora sconcertati da tanta spietatezza.

Il barbuto si rimise a sedere, mentre il silenzio avvolgeva ancora il bivacco come a ostentare la crudeltà del loro signore.

Quand’ecco che lo stropiccio di foglie tra i rami li destò nuovamente.

Il corvo stavolta era sceso sul ramo più basso della grande quercia che li separava dalla foresta.

“Ancora quel bastardo!” ringhiò lo smilzo dai capelli rossi.

“Ora gli faccio vedere io…”

Prese una pietra, stavolta grossa e appuntita, e gliela scagliò rabbiosamente. La pietra colpì l’arbusto dov’era appollaiato l’uccello, che volò via immantinente.

Non soddisfatto, l’uomo fece per dirigersi verso l’ombra del sottobosco, intenzionato a finire ciò che aveva cominciato, ma si arrestò a metà strada.

Da dietro il grosso tronco si affacciarono due sfere lucenti, due lumi oscenamente accesi nella notte.

Il fulvo armigero indietreggiò. I due occhi avanzarono, destando il cipiglio degli astanti, che si alzarono freneticamente.

Quando la luce della fiamma illuminò l’alta figura del principe Got, i soldati arretrarono, tremanti.

Ora la sua possente mole aveva sovrastato la piccola e spaurita sagoma dell’ometto dai capelli rossi.

Era quasi completamente nudo: le nervature delle sue braccia parevano corde tese sul telaio dei giunchi.

Era terribilmente minaccioso.

L’uomo iniziò a tremare spasmodicamente.

“Signore” balbettò, “io… io non volevo…”

Non riuscì a finire la sua supplica che la mano del principe già lo stava afferrando per il collo e lo aveva sollevato.

La sua testa si contorse, le gambe si agitarono freneticamente.

Lo spasmo durò alcuni scricchiolii della brace.

Gli uomini ne erano rimasti sbigottiti e prendevano a stringersi l’un l’altro.

Got scaraventò il pupazzo esanime sul tappeto di foglie aduste alle sue spalle. I suoi occhi brillarono ancor più intensamente, poi si spensero, lasciando il posto a due perle nere d’insondabile e raccapricciante freddezza.

Parkal si accinse a prostrarsi, mentre gli altri lo stavano emulando, ma il principe Got già si era voltato e stava svanendo nell’oscurità.

Ventesima e ultima tavola

I contrafforti stavano crollando sotto le sferze degli onagri e delle catapulte, le caditoie delle bertesche vomitavano olio bollente, e i pochi rimasti sopra le mura, genieri e arcieri improvvisati, accorrevano sui lati scoperti a ogni sortita.

In mezzo al furore delle fiamme e alle urla degli uomini, si udiva il cozzo incessante del lupo di ferro che scuoteva i cardini del gran portale.

Le mura del castello tremavano sotto la sua sferza poderosa.

L’assedio era ormai compiuto.

Il principe Got osservava tutto questo dall’alto di una collina rocciosa.

Accanto a lui c’erano i suoi sottoposti.

“Tutti i regnanti del mondo sono prostrati ai tuoi piedi, signore“ annunciò fieramente Parkal.

“Re Ardan di Locrengin è l’ultimo passo verso la conquista totale.”

Got rimaneva impassibile.

Il lupo di ferro sferrò il suo ultimo affondo.

I gangheri si fransero e il gran portone si spalancò, eruttando l’ultima, strenua difesa.

Il principe si tolse il mantello e lo lasciò cadere tra i ciottoli.

I pungiglioni del suo elmo si stagliavano verso il cielo come la metallica chioma di un Dio

Parkal, al suo fianco, corrucciò la fronte.

Got strinse i pugni, poi saltò giù dal dirupo. L’altezza era spaventevole.

Al contatto con i suoi schinieri, la terra crepò, lesionandosi in piccole voragini.

I pezzi laterali del cosciale, sotto la poderosa flessione, schizzarono via come dardi impazziti.

Ormai quasi tutti, sul campo di battaglia, avevano ravvisato la sua presenza. Alcuni dei suoi stessi combattenti lo fissavano terrorizzati, altri rafforzavano l’isteria dei loro affondi.

La bolgia presso le porte del castello si era fatta fervida e pulsante. Quand’ecco che il gigante caricò.

Durante la furiosa corsa, dalla sottile fessura della visiera, affiorò la luce accecante della sua ira; tantoché persino i suoi soldati si scansarono al suo passaggio.

Abbatté tutto ciò che si pose sul suo cammino, senza neppure estrarre le spade. In pochi attimi fu al centro della calca.

Si piantò sotto la testa del lupo di ferro e là iniziò a turbinare le sue lame urlanti. La luce dei suoi occhi si fece così intensa che l’elmo si spaccò in tre parti, rivelandone la tremenda mutazione.

Le vene sul collo e sulla fronte erano due fiumi in piena, bianchi capelli ondulavano come serpenti, gli zigomi e il mento erano così pronunciati da sembrare taglienti: tre spigoli di un triangolo capovolto al cui centro ruggiva la bocca dell’abisso.

I fasci luminosi che gli uscivano dalla testa accecavano chiunque osasse avvicinarlo, finendo tranciato dai suoi fendenti e dalle sue bordate.

Molti si diedero alla fuga, altri, vedendosi alle strette, cercavano di affrontarlo, caricandolo in folti manipoli, ma nulla poterono davanti alla furia di quello sterminatore.

I corpi straziati di centinaia di guerrieri, compresi quelli dei suoi miliziani, si ammucchiavano, ormai, presso le ruote del lupo di ferro.

Fango e sangue si mischiavano sull’uscio del gran portone.

Ormai le due opposte fazioni non si combattevano più.

L’unico intento di quei soldati era di cercare una via di fuga, di ritrarsi da quella furibonda abominazione.

Persino gli arcieri avevano smesso di scoccare le loro inutili frecce e si erano dileguati.

Il principe Got rimase solo sopra quella distesa di carne e ossa, ma la sua ira non pareva per nulla placata. Si erse in tutta la superba mole, gettò le spade e varcò la soglia dell’ultimo assedio.

Gli uomini fuggivano. Le donne rimanevano impedite: alcune urlavano, altre proteggevano i pargoli, stretti sui loro petti amorevoli; ma il gigante non le degnò di uno sguardo.

Giunse dinanzi alle porte spalancate del mastio e ne salì i gradoni.

All’interno, tra le possenti colonne delle navate, drappeggiavano le insegne della grande casata di Locrengin: tre teste di coguaro che spaziavano su sfondo cremisi.

Arrivò a lenti passi presso l’abside, dove i due seggi regali erano occupati da re Ardan e dalla sua consorte.

Lui, uomo dall’aspetto fiero e nobile, riuscì a mantenere una certa dignità. Eppure si alzò, si accarezzò la lunga barba nera, si tolse la splendida corona costellata di lapislazzuli, e si prostrò ai suoi piedi.

La moglie, tremando davanti all’anomalia di quell’essere, lo imitò.

Gli occhi del principe Got ancora rilucevano di un barbaglio minaccioso, non del tutto sopito.

“Ci affidiamo alla Vostra benevolenza, sire Got” annunciò Ardan, senza osare alzare lo sguardo.

Gli occhi del principe brillarono della stessa luce abbacinante di poco prima, tanto da illuminare l’intera volta della sala.

Ardan, d’istinto, alzò lo sguardo e raggelò.

La sua testa divenne poltiglia sul marmo nero. Got aveva calato il suo piede e lo aveva schiacciato come un insetto.

La regina rimase in ginocchio a fissarlo. Tremava come se una febbre mortale l’avesse colta in un istante.

“Pietà, pietà!” bisbigliò, prima di stramazzare al suolo, stroncata da una fitta al petto.

Got le si avvicinò, l’afferrò per i capelli e scrutò gli occhi vacui della morte sul suo delicato viso di donna.

D’un tratto ci fu qualcosa che lo destò, proveniva da dietro l’ultimo pilastro. Girò intorno alla grossa base della colonna e, di colpo, i suoi occhi si spensero, tornando a essere due imperscrutabili perle nere.

Ai suoi piedi c’era una bambina e in braccio aveva un cucciolo di cane nero. La bimba lacrimava e singhiozzava, mentre il cagnolino ringhiava buffamente. Per un momento la risolutezza del principe parve vacillare.

Si arrestò, poi volse il passo verso il centro della sala.

Gli unici rumori erano un gemito di fanciulla e lo scricchiolio della sua armatura. Si sfilò le manopole e le gettò via. Portò le mani al collo e slacciò la gorgiera, la lasciò cadere sul lastricato. Si tolse le cubitiere ammaccate e lorde di sangue, gli spallacci irti di aculei affilati, le coppiglie, i ginocchielli, e lasciò cadere il tutto in un mucchio di ferraglie, tra i corpi dei due sovrani estinti. Poi si privò della falda a tre lame e dei pettorali. Infine sbrindellò gli schinieri, restando quasi completamente nudo.

Era rimasta solo una fasciatura attillata a ricoprirgli il corpo nodoso. Strappò via anche quella in un gesto di liberazione.

Soddisfatto, si avviò verso il trono dell’ultimo re e lo occupò.

Era talmente grosso che vi entrò a stento.

Dopo un lungo silenzio, la bambina e il cucciolo si affacciarono da dietro la colonna. Gli occhi di lei erano ancora lucidi, seppure la paura pareva averla abbandonata.

Il cucciolo si avvicinò al trono e si accucciò, scodinzolante, ai piedi del re del mondo. Nel frattempo un’ombra si era stagliata nella luce che proveniva dall’ingresso: un’alta e sottile figura di donna.

L’ombra entrò e si fece concreta.

“Figlio mio!” miagolò la donna, “Che ti succede?”

Got non rispose. Si limitò a fissarla intensamente.

Lei si avvicinò ancora, era a cinque passi dal trono.

“Piccolo Got!” sospirò, commossa.

“Sai, non ti ho mai detto di quando nascesti.”

Fece una pausa, cercando di trovare le parole giuste.

“Tuo padre venne dal cuore della foresta. Era un uomo magnifico, un Dio, oserei dire. Non avevo mai visto un essere così bello. Mi ammaliò con i suoi occhi, tanto simili ai tuoi, e mi fece sua. Il giorno stesso se ne andò così com’era venuto, senza nemmeno una parola.”

Gli occhi della donna si richiusero, ribadendo la sua mestizia.

“Ti tenni in grembo per poco più di una lunazione, come se la tua volontà di venire al mondo fosse avulsa dalla natura stessa dell’uomo.”

La donna fece una pausa, mentre Got guardava fisso davanti a sé, verso la luce.

“Nascesti nel tempo di una luna e là capii che tu non eri un bambino come gli altri.”

Il principe Got non mosse un ciglio, nemmeno davanti a quelle rivelazioni. La donna proseguì, senza farsi scoraggiare da quell’apparente indifferenza.

“Io sono rimasta giovane. Sono uguale e identica a quando ti ho messo al mondo, figlio mio. La tua forza ha reso speciale anche me. Eppure so che quando tu morirai la vecchiaia si risveglierà in me con tutta l’energia con cui nascesti.”

“Io non morirò mai, madre” l’ammonì Got con voce imperiosa.

“Già, tu sei imbattibile” rispose lei, “Sei una forza inarrestabile, Got, ma qualsiasi potenza è nulla senza uno scopo. La spada è inutile senza un nemico che ti fronteggi. Non puoi spazzare via tutto ciò che ti si pone davanti, piccolo mio. La distruzione degli altri sarà la nostra rovina.”

La madre agitava le braccia in segno di supplica.

“Non avrai mai un regno senza un popolo, perché un re deve avere un sottoposto, altrimenti non sarà mai un re.”

“Madre“ la interruppe, “Io non ho mai voluto essere un re. Il mondo è stanco dei re. L’uomo imparerà tutto dall’inizio e tornerà al suo legame naturale“.

Detto ciò, il principe Got si erse. Lei, nonostante fosse una donna altissima, le arrivava a una spanna dal petto. Scrutò nell’oscurità dei suoi occhi, ma non ebbe riscontro.

“Però ti sei fermato davanti a lei. Qualcosa si è mosso in te” insistette la donna, indicando la bambina.

“Non è stata lei a placare la mia ira” tuonò Got.

La donna osservò il cucciolo dagli occhi vispi, poi si fece da parte, rassegnata. Il gigante s’incamminò e il piccolo cane nero lo seguì.

La donna e la bambina rimasero attonite.

Giunto sui gradini esterni, alcuni dei suoi uomini, tra i quali Parkal, indietreggiarono.

Got non esitò e proseguì verso il portale esterno.

La donna e la bambina, adesso, lo osservavano dall’uscio del mastio, mano nella mano. I reduci dei due eserciti erano immobili e lo fissavano, in muta contemplazione.

Il principe Got, seguito dal piccolo cane nero, oltrepassò il portale e svanì nella macchia sempreverde, sulle pendici delle montagne meridionali.

 

Il finale dell’ultimo atto è eloquente. Allude, infatti, alla misteriosa dipartita del principe; come a dire che nessuno lo rivide più, se non in sogno. Nessuno ne sentì più parlare, tranne nelle leggende a venire, che svanirono anch’esse come gocce in uno stagno.
Le vicende appena narrate sono solamente un’esigua parte di ciò che si è detto di lui: sporadiche testimonianze sulle verità di un passato dimenticato. Si raccontarono molte cose sul suo conto, stando agli antichi manoscritti.
Alcuni dissero che egli sia stato il figlio stesso della natura, che si era risvegliata per vendicarsi dalle malvagità degli uomini, altri asserirono che era egli stesso l’antica forza del mondo, che ogni diecimila inverni si risvegliava per dimostrare ai re della terra che non esiste sovrano che non sia soggetto alla morte.
Nessuno saprà mai la verità, ma una cosa è certa, come dice il vecchio Lai: c’è sempre la scure di un re sopra al collo di un uomo, come c’è sempre la spada di un Dio sopra al collo di un re.

 

Sergio Mastrillo

Sergio Mastrillo, nato a Minturno (LT) il 26/04/76, è uno dei quattro Autori che hanno contribuito alla distopia calcistica True Legends Reclutamento, romanzo che ha avuto un’ottima accoglienza nel 2019.

Appassionato da sempre di letteratura fantastica, questo racconto lo qualifica come seguace dello stile fantasy.

In una sua “confessione” ci ha rivelato: “Ufficialmente, sono guardia giurata presso un istituto di vigilanza, ufficiosamente, invece, sono uno scrittore e mi sono sempre reputato tale.”

Grazie Sergio e in bocca al lupo!

 

I Racconti per Nuove Vie