Uno e Trifasico è il proseguimento del mini progetto con cui intendo mettere in rete isolatamente, articoli e racconti che sono apparsi sul numero 5 della Rivista La Bottega del Fantastico. Numero rilasciato nel 2016. Per questo motivo oggi si aggiunge su Nuove Vie questo bel racconto di Giulia Abbate. Il PDF de La Bottega continua a segnalare a oggi più di 1300 download e la storia di questa avventura è disponibile in un dettagliato articolo che ripercorre tutta la vecchia e abbastanza gloriosa vicenda.
Il presente racconto mi era stato concesso in pubblicazione per essere inserito in quella fanzine ed è poi anche apparso nell’antologia che Giulia ha pubblicato col titolo Stelle Umane.
Ma non rinunciate a leggere il racconto nella sua sede ufficiale, facendo il download della fanzine: all’interno del racconto erano state inserite anche alcune immagini concesse da Giuseppe Festino.

F.G.

 

Fase 1

Donatore di Supporto Cognitivo

Lì non permettevano di misurare il passare del tempo. Ma i modi per farlo non gli mancavano.

La camera era piccola, appena più grande di una cella di isolamento, e aveva una patina opaca che la faceva sembrare sempre sporca. Sul soffitto c’erano macchie, come se qualche occupante precedente fosse riuscito a raggiungerlo, magari con una scopa o le gambe dello sgabello, e lasciarvi dei freghi neri.

L’alone di umidità che si allargava in un angolo sembrava una macchia di sangue rappreso. Lo sguardo ancora preciso di Elvex450, tarato al millimetro, ne monitorava i progressi ogni mattina.

Due millimetri dalla mattina precedente.

Dieci millimetri dall’inizio della settimana.

Ventidue millimetri da quando Elvex450 si trovava lì: undici giorni, otto ore.

Trentatré giorni e nove ore da quando lo avevano allontanato dalla postazione. Tredici giorni da quando era stato prelevato e riportato alla casa madre. Quarantacinque giorni da quando aveva eseguito l’ultimo sabotaggio delle macchine nemiche. Quando aveva trovato Elvex453 impiccato nella camerata, la macchia sul soffitto doveva misurare sì e no tre millimetri.

“Sono le sette e mezza” disse la voce dall’altoparlante. “Ben svegliati, Elvex. Tra pochi minuti, le porte si apriranno e la colazione sarà servita nella mensa. Buon appetito. Siete pregati di non disturbare le chimere.”

Elvex450 si alzò e rifece il letto. Sprimacciò il cuscino e lo coprì con il lenzuolo, sopra il quale sistemò la coperta che piegò agli angoli alla maniera militare. Entrò nel piccolo bagno, si sciacquò il viso e si assicurò che non ci fosse polvere residua sulla cicatrice dietro la nuca.

“La polvere uccide” aveva detto il caporale Elvex, quando li aveva riuniti per la prima volta. “Assicuratevi che non intacchi le schede madri dalla nuca, dagli occhi o dalle narici. Se ne entra anche solo un granello, dovrete essere sostituiti, perciò attenzione.”

La porta venne aperta con un soffio leggero della serratura. Elvex450 terminò di indossare il camice della clinica sopra la biancheria, cercando di controllare gli spasmi che gli scuotevano le membra all’improvviso, infilò le pantofole e uscì. Quando sarebbe tornato, dopo colazione, la macchia sarebbe stata più grande di un quindicesimo di millimetro.

“Buon giorno, Elvex450” disse Ella610. “Dormito bene?”

Elvex450 ricambiò il sorriso della vicina di stanza. “Sì, grazie. Tu?”

“Sì, grazie.”

“Questa notte ho sentito quattro colpi alla parete, alle tre e sette minuti.”

Sorrise di nuovo, un’espressione felice. “Solo qualche brutto sogno. Ci hanno pensato gli infermieri.”

“Sono contento per te.”

“Si prendono cura di noi, Elvex. Si sono presi cura di me. Si sono presi cura di me. Si sono presi cura di me, Elvex. Si sono…”

Elvex450 annuì di nuovo, cercò di controllare quanto meglio poteva uno spasmo delle spalle e la superò, per mischiarsi alla piccola folla di Elvex ed Ella che attendevano di entrare nello stretto corridoio che conduceva alla mensa. Erano sessantotto, e al centro dell’assembramento i loro corpi alzarono la temperatura di un grado e due primi. Accanto a lui, un’Ella iniziò ad ansimare e spinse quelli che la precedevano.

“Fai attenzione” borbottò un Elvex.

“Infermiere!” disse un’Ella. “Ha bisogno di calmarsi.”

Come un ordinato sciame di mosconi, gli Elvex e le Ella si scostarono rapidamente per permettere agli infermieri di raggiungere l’Ella che non rispondeva più agli stimoli esterni. La condussero via e lo sciame si compattò, ricominciando a ronzare pigramente.

Elvex450 riuscì a infilarsi nel corridoio e a entrare nella sala mensa, dove la colazione era già servita al buffet. Si mise sul piatto la razione di carboidrati e lipidi che gli serviva e si accomodò al solito tavolo, con le spalle alla rete.

“Buon appetito, Elvex. Buon appetito, Ella. Siete pregati di non eccedere nella porzione di lipidi, il che è contro il vostro benessere. Siete pregati di non disturbare le chimere.”

Elvex890 si sedette di fronte a lui.

“Buongiorno” disse Elvex450.

L’altro cominciò a mangiare senza rispondere.

“Hai bisogno di qualcosa?” gli chiese allora Elvex450. Quello scosse la testa, masticando in fretta. Alzò lo sguardo una volta, poi un’altra, oltre le spalle di Elvex450. Bevve la soluzione proteica in due sorsi profondi, producendo un rumore simile al rigurgito di un sanitario chimico.

“Siediti accanto a me” disse Elvex450. “Non le guardare.”

Elvex890 annuì, prese il proprio vassoio e si alzò. Fece il giro del tavolo, poi si bloccò e scagliò il vassoio contro la rete con un urlo.

Elvex450 cercò di trattenerlo, ma Elvex890 lo scansò, superò qualche Ella e saltò su un tavolo, dal quale si avventò contro la rete. Non la smetteva di gridare, e c’era già qualcuno che iniziava, come lui, a non rispondere più di se stesso.

“Infermiere!” gridò Elvex450. “890, vieni qui! Non fare così, ti prego!”

Al di là della rete, una chimera strillava di rimando contro Elvex890, e gli scagliò a sua volta il vassoio con la propria colazione. Elvex890 le stava provocando, e anche loro iniziavano a innervosirsi.

“Vi ammazzerò!” strillava Elvex890. “Vi ammazzerò, mostri schifosi!”

Gli infermieri lo raggiunsero, mentre altri di loro riportavano la calma in entrambe le sale mensa attivando i dispositivi chimici e meccanici forniti loro dalla casa madre: le chimere tornarono presto tranquille grazie alla combinazione di feromoni spruzzata nel loro ambiente, e rassicuranti melodie di infrasuoni rilassarono anche gli androidi.

“Siete pregati di non disturbare le chimere” disse la voce dagli altoparlanti.

“Prima o poi ‘sta rete va coperta” borbottò un infermiere, passando accanto al posto di Elvex450. “Non se ne può più.”

“Fate stare zitti gli altoparlanti” sbottò Elvex450, senza potersi trattenere. “È peggio della storia dell’elefante.”

L’infermiere lo guardò sorpreso. “Come hai detto?”

“Sei sordo, besciamella?” Si contrasse improvvisamente, poi afferrò al volo il bicchiere prima che gli cadesse dalle mani. “Smetti di guardarmi, o ti rispedisco al tuo dio flaccido.”

Ripiombò nel suo vassoio e alla sua colazione. L’infermiere rimase fermo ancora quattro secondi, poi si allontanò, ed Elvex450 rilassò i muscoli addominali e i quadricipiti: non ci sarebbe stato nessun corpo a corpo con la besciamella.

“Per oggi vivi, ammasso di carne” pensò. Poi la polifonia di infrasuoni gli arrivò alle orecchie e si disse che, in fondo, era in una clinica di riabilitazione, e quello era semplicemente un infermiere.

L’avviso gli era arrivato quasi a sorpresa. Si rialzò dal letto, si rimise il camice e le pantofole e si recò nell’ufficio del dottore.

Nella piccola sala d’aspetto dipinta di giallo, le pareti erano decorate da stampe di aquile in grandi cieli stellati con il logo della casa madre. Vi trovò Elvex890 e l’Ella che aveva avuto la crisi di panico prima di colazione.

“Buongiorno” disse, e loro ricambiarono i saluti con grandi sorrisi affabili.

La porta si aprì e il dottor Fingerling fece capolino dall’uscio.

“Salve a tutti voi” disse, poi lo vide. “Buongiorno, figliolo.”

Elvex450 si alzò. “Buongiorno, dottore.”

Il vecchio sorrise. “Accomodati.”

Lo studio del dottor Fingerling era accogliente, per trovarsi in una clinica di quel tipo. Nelle stanze e per i corridoi, e anche nella sala mensa e nelle docce, in palestra e nel giardino della ricreazione, i colori avevano tutti una patina opaca uguale a quella delle camere: presto le tinte svanivano agli occhi di tutti, e diventavano semplici grigi, o azzurrini. Le pareti erano giallognole, le moquettes grigio scuro. C’era molta, troppa polvere. Nello studio del dottor Fingerling, però, c’erano delle poltrone verde acceso, e quadri con i paesaggi. A Elvex450 quei paesaggi piacevano, perché non c’era traccia di deserti, dune e minareti.

“Allora, ragazzo” disse Fingerling, sfogliando la cartella clinica. Il suo camice non era azzurrognolo, come quello degli infermieri, ma di un bianco immacolato. “Com’è andata la settimana?”

“Bene, dottore. Non è una settimana. Sono passati quattro giorni e venti ore dalla seduta. Perché mi avete chiamato oggi?”

Fingerling annuì e regolò il fuoco della telecamera. “Questi aggeggi. Non sono pratico.”

“Posso pensarci io, se vuole.”

“Non preoccuparti. Ecco qui. Mi dicevi che è andata bene.”

“Sì. Non ho avuto molti incubi. Sono quattro giorni e venti ore, dottore.”

“Certo, certo. Hai avuto qualche attacco?”

“Qualcuno. Quando ero in camera.”

“E in pubblico?”

“Riesco a controllarmi.”

“Contrazioni? Spasmi muscolari?”

Un breve silenzio. “Sì, ancora qualcuno.”

“Dolorosi?”

“A quello sono abituato.”

Fingerling lo guardò per qualche secondo, assorto, poi proseguì. “Con le chimere?”

Elvex450 alzò lentamente le spalle in un gesto di rassegnazione. “Erano soldati anche loro, dottore.”

Fingerling smise di scrivere e lo osservò di nuovo.  “Come hai detto? Potresti spiegarmi questo concetto?”

Verbalizzare. Era una parola che Elvex450 aveva imparato lì, nella clinica della casa madre, la prima volta che aveva avuto un colloquio con il dottor Fingerling.

“Hai vissuto cose che hanno messo a dura prova il tuoi sistemi cognitivi, figliolo” aveva detto, con la sua voce tranquilla. “Cose difficili, troppo grandi per un Elvex. Se sei qui, è perché vogliamo tirartene fuori. Vagabondare per le mense pubbliche non sarebbe una soluzione per te, e nemmeno per la tua casa produttrice. Vogliamo rimetterti a posto, capisci? Far smettere i tuoi attacchi e riportarti sotto controllo.”

“Davvero potete farlo?” aveva domandato Elvex450.

“È il nostro compito. Mio e anche tuo. Perché sei tu che devi fare il lavoro più grande, ragazzo. Fai quello che ti diremo, cerca di rispondere in modo positivo agli stimoli, e vedrai che tornerai operativo.”

Fingerling lo aveva ascoltato, come nessun altro prima. Gli aveva chiesto come si era sentito, e aveva registrato e annotato le sue nuove emozioni. Lo chiamava figliolo, come a un ragazzo umano. Quell’anziano, saggio umano si era elevato dal sinistro soprannome di besciamella e aveva assunto per Elvex450 un ruolo importante, salvifico: Fingerling lo avrebbe salvato, ed Elvex450 provava affetto per lui, e gratitudine.

“Anche le chimere hanno combattuto” spiegò ora al dottore. “Sono state laggiù, come noi, e se sono qui vuol dire che hanno sofferto come noi.”

“Hai detto sofferto. Tu pensi di soffrire, Elvex450?”

Annuì. “Io soffro, è così, dottore. Forse voi besc… voi esseri umani non ve ne accorgete, ma le garantisco che noi tutti soffriamo molto. So che è difficile per lei aiutarci, farci smettere di soffrire, e io voglio fare il possibile.”

“Ma certo. Siamo qui per questo, figliolo.” Anche i suoi occhi avevano un colore verde, molto chiaro, e ora erano diretti su Elvex450 come due luci, lampade lontane, oltre il buio.

“Oggi hai parlato di un elefante, in mensa” continuò. “Puoi spiegarmi?”

“Sono quelle voci. Non disturbate le chimere. Ce lo ricordano in continuazione, come nel detto: non pensare all’elefante. È automatico, ci si pensa subito. Non siamo aggressivi, ma quelle voci ce lo dicono in continuazione, come per aizzarci.”

“Siete qui per migliorare, figliolo. Nessuno vuole aizzarvi.”

“Certo che no.  Però l’effetto è questo. Nessuno vuole farci del male, però ci hanno mandato laggiù. Se non volevate che succedesse, perché ci avete fatti in questo modo? Perché non ci avete creati incapaci di soffrire?”

Fingerling continuava a osservarlo. Elvex450 non aveva mai parlato così a lungo di propria iniziativa, e si sentì meglio, come se avesse ancora nelle orecchie la melodia subliminale. Verbalizzare era terapeutico, e le parole lo riportavano indietro, lo facevano soffrire, ma contenevano la promessa di scacciare ogni sofferenza. Aveva attacchi di panico e smarrimento che lo confondevano e lo lasciavano inerme, cacciato di nuovo nel passato, nelle atrocità che aveva visto… corpi organici umani e chimerici maciullati, ma ancora in grado di contorcersi per il dolore… e quelli degli androidi suoi simili, così tremendamente suoi simili, ammucchiati con i muletti, dopo che avevano preso loro le schede madri oscenamente lucide, rispedite al comando per i backup e la formattazione… le cicatrici riaperte, sanguinanti, che lasciavano intravedere la materia cerebrale giallina al di sotto dello slot vuoto. Perché si facevano questo? Perché davano vita a creature fatte per creare solo altro male?

“Quello che dici è molto interessante, figliolo. Vedo che stai cominciando a elaborare il trauma cognitivo. Questo è positivo, ricordi quello che ci siamo detti all’inizio?”

“Verbalizzare” rispose Elvex.

“Esattamente. Trovo che stai facendo enormi progressi, e lo segnalerò alla casa madre. Rimarrai qui ancora per poco.”

“Davvero, dottore? Mi trasferiranno? Ho appena fatto domanda per un impiego civile, signore. L’hanno accolta?”

“Questo è un po’ prematuro. Terminerai le cure altrove, in una clinica esterna alla casa madre.”

Lo guardò con quei suoi occhi verdi, nei quali brillò per un attimo una luce fredda.

Era quello il suo vero sguardo?

“Ti faccio tanti auguri, 440.”

Elvex450 si rese conto che fino ad allora Fingerling lo aveva chiamato figliolo solo perché non ricordava il suo nome. Non ricordava il nome di nessuno. Allora seppe che era finita, e che sarebbe stato formattato.

Non tentò di alzarsi dalla poltrona verde, mentre due infermieri entravano e lo immobilizzavano.

Fase 2

Donatore di Supporto Biologico

Mancava poco all’inizio della corsa. Sullo schermo si materializzò il popup che segnalava un nuovo messaggio.

“Merda, proprio adesso!”

Hans aprì in fretta la posta e gli venne voglia di mordersi le mani.

Gli impiegati dei piani TERZO e SECONDO sono pregati di recarsi in sala BLU per una video-conference dal titolo:

“Nuovi supporti biologici: i progressi della cooperazione scientifico-sociale”.

Relatore: Dott. Fingerling. Speaker: Alan Spaulding.

La video-conference avrà luogo tra dieci minuti.

Gli impiegati sono pregati di non dimenticare il badge.

Mise il PC in standby proprio mentre gli arrivava il DDT con le nuove schede madri da formattare.

“Si fottano. Proprio adesso!”

Afferrò il badge e lasciò il proprio box quasi di corsa. Fece un giro più lungo per evitare la sala blu, arrivò agli ascensori e scese al piano dei biologi. Finalmente arrivò al box di Fritz, assorto al PC.

“Hai visto il messaggio della video-conference?” ansimò.

Fritz annuì senza scomporsi.

“Così ci perdiamo la corsa!”

“Rilassati. Hai un auricolare?”

“Ce l’ho su, al mio box. Non vorrai mica metterti a sentirla in video-conference?”

Annuì. “Certo che sì.” Il suo sguardo tornò al PC. “Guarda questa. Carina.”

Hans si sporse e guardò lo schermo, dove scorreva il video di una giovane di colore, in camice da ambulatorio, che subiva esami radiografici.

“Ma è negra” obiettò Hans.

“E che vuol dire? Io me la farei.”

“É malata? Pazza? AIDS?”

Fritz scosse la testa. “È una nuova partita. Ce li manda il ministero degli interni. Ne parleranno proprio oggi, alla video-conference.”

Hans stava sudando. “Figurati, che mi frega della video-conference. Vado a prendere l’auricolare.”

“Ci vediamo in sala conferenze.”

“Cristo, è il momento della verità” disse Hans.

Fritz annuì e tornò a guardare lo schermo.

Era il momento della verità. Hans aveva puntato tutto quello che aveva sulla corsa, e se fosse andata male tanto valeva mettersi in fila con il materiale biologico e donare il corpo alla scienza.

Ma se Wundt avesse vinto… lo davano 15 a 1. Si poteva vincere una fortuna anche solo con un buon piazzamento: Hans avrebbe potuto licenziarsi e mettersi in proprio, una piccola ditta di servizi informatici, e vaffanculo quel box merdoso e il traffico sulla tangenziale tutte le mattine. E prima ancora, avrebbe fatto un viaggio in qualche isola tropicale, troie e champagne tutti i giorni… si sarebbe levato le soddisfazioni che aspettava da tanto.

Arrivò al box e iniziò a frugare ovunque in cerca dell’auricolare. Qualcuno, probabilmente il fattorino interno, aveva depositato sulla scrivania un pacco: Hans lo aprì in fretta strappando l’involucro e vi trovò delle schede madri.

“Oh, che diavolo.”

Poco prima, aveva dato l’OK al DDT, e ora doveva sbrigarsi anche quelle durante la giornata, come se non avesse avuto già abbastanza grane. Mise per terra lo scatolone e con un calcio lo spedì nell’angolo accanto agli altri, pieni di decine di altre schede provenienti dalla clinica del blocco accanto.

“Ciao Hans.” Lina si sporse nel box oltre la bassa parete, facendolo sussultare.

“Ah, ciao. Scusa, ho da fare.”

“Dovrei parlarti.”

“Ora no, ho da fare.”

“Non hai letto la mia mail?”

Hans si voltò verso il PC e mosse il mouse per terminare lo standby. Aprì il popup del nuovo messaggio e lesse in fretta. Era incinta. Si voltò verso di lei.

“Congratulazioni. C’è altro?”

Aveva un’espressione fredda, forse era arrabbiata. “Pensavo ti interessasse.”

Probabilmente, Fritz lo stava già aspettando, tenendogli occupato uno dei posti in fondo alla sala. Magari erano già iniziati i commenti del pregara.

“Pensavi male. Scusa, ora sono molto preso. Ci vediamo.”

L’auricolare in mano, uscì dal box, scansò la donna e corse verso la sala blu. Forse lei gli diede dello stronzo, ma in quel momento Hans era davvero molto preso.

Fritz regolò il volume per gli auricolari di entrambi e fece sparire il piccolo lettore audio nella tasca del camice.

“Incrociamo le dita” mormorò.

Hans annuì, ancora con il fiatone, e si sistemò sulla sedia, cercando una posizione comoda, nonostante la durezza della seduta di plastica, la ribaltina che gli premeva contro lo stomaco e il lucido tasto rotondo per la richiesta di parola, molto usato da secchioni e leccaculo che desideravano mettersi in mostra in eventi come quello, piazzato proprio nella traiettoria del palmo.

“Che è successo?” gli mormorò Fritz.

“Niente, quella scema di Lina. Mi è venuta a dire che è incinta.” Sbuffò e fece un gesto di disimpegno con la mano. “Figurati. La cosa non è un mio problema e non lo sarà almeno fino a quando non si possano vendere anche i neonati.”

Fritz alzò le sopracciglia. “Dubito che potresti guadagnare su qualcosa che abbia il tuo DNA.”

“Spiritoso”

“Zitto. Comincia.”

Le luci in sala si abbassarono proprio mentre i motociclisti lasciavano i blocchi di partenza. Sullo schermo bianco non era ancora comparso lo speaker, che già due piloti si erano agganciati ed erano finiti fuori strada, in una vampa di fuoco. Hans sussultò e Fritz gli artigliò un braccio.

“Vedi di non farti beccare” mormorò. Avrebbe aggiunto anche un insulto, pensò fugacemente Hans, se non si fossero trovati in una situazione tanto scomoda. E quanto aveva scommesso, Fritz, poi, e su chi? Tant’è, Hans tornò completamente concentrato sulla radiocronaca.

“Salve a tutti voi, cari amici informatici.”  Il mega schermo fissato sulla parete di fronte a loro si era acceso e un mellifluo dirigente incravattato aveva iniziato la solita sbobba aziendale in americano. “E grazie per essere qui con noi in questa sessione di video-conference. Ringrazio il supervisor della collaborazione, e tutti voi del DotReset e del BioCheck, che siete una parte tanto importante della nostra azienda.”

“E ora scatenate l’inferno!” strillava il commentatore nell’auricolare. “Krueger è fuori! Schiantato! Tutti in piedi sul divano!”

Hans ansimò, prima di ricomporsi. Krueger era dato 5 a 1, con lui si vinceva facile, e ora era incenerito. Una buona notizia, perdio, per le schiappe che rimanevano in gioco.

Sul megaschermo, l’inquadratura si era allargata e accanto al vampiro in cravatta era apparso un uomo anziano, e dal colorito segaligno, che indossava un camice bianco – un camice ben diverso da quelli lisi degli informatici, macchiati dagli sbuffi di solvente compresso e con le tasche sformate dai componenti elettronici che ci ficcavano dentro distrattamente. L’uomo era chiaramente un operatore sanitario, medico, a giudicare dall’importanza che si dava mentre parlava. Cosa che catturò l’attenzione di Hans: aveva un marcato accento tedesco.

“Le potenzialità d’uso dei supporti cognitivi sono pressoché infinite” diceva, “almeno quanto lo sono le possibilità di formattazione. Voi, lieben herren, lo sapete meglio di me” concluse con un sorriso affabile con il quale incassò il sorrisetto del dirigente accanto a lui, probabilmente infastidito da quel tedesco fuori programma.

“Tosto, questo qui” mormorò Hans, dando di gomito al collega.

“Tuttavia, la grandissima quantità di schede madri disponibili, e di formattazioni praticabili su di esse, risolve la questione soltanto a metà, dato che queste schede madri vanno poi installate su supporti biologici, che non sono così facili da ottenere.”

“Sempre che qualche terrorista non ci faccia il regalo di qualche altra bella guerra!” mormorò qualcuno alla destra di Hans. Come se avesse potuto udire, il medico proseguì: “I prigionieri di guerra sono stati la fonte più sicura e ricca, finora. A fronte di androidi seriamente danneggiati o inutilizzabili, abbiamo ottenuto ragazzi forti, giovani, terroristi illegali e irregolari e quindi al di fuori di ogni possibile protezione di noiose convenzioni internazionali…”

“Meglio non divagare, dottore” lo interruppe l’americano, e quello con un cenno del capo: “Come preferisce, avvocato. Andiamo al sodo. Ora, purtroppo, siamo in fase di stallo bellico. E la fabbricazione ex novo di materiale biologico non ci dà ancora la sicurezza totale di stabilità ed efficienza, come risulta chiaro dal lavoro svolto sulle chimere, che forse vi sarà arrivato alle orecchie. Un’altra opzione quasi scartata è il recupero degli androidi: come già detto, sono pur sempre ibridi che non è semplice mantenere in salute fisica. L’ultima opzione, l’allevamento di materiale completamente organico… beh, tutt’ora non è economico, né pienamente accettato a livello legale. Convenzioni internazionali. Mi perdoni, avvocato. Non divaghiamo.”

“Ehm, ehm” fece l’avvocato.

“Reisswel c’è!” urlò l’auricolare. “Reisswel c’è! Scampato all’attacco di Goetling lo ha appena ucciso a tre curve dall’arrivo, e Reisswel c’è, tallonato in seconda posizione da Hitnul e in terza dalla sorpresa assoluta Wundt! Incredibile, gente!”

Si era distratto un attimo di troppo, e a quella novità inattesa della corsa Hans iniziò a ricoprirsi di un sudore gelido, acido. Per un momento qualcosa lo riportò ad anni prima, a quando da bambino si giocava tutto non tanto sulla tombola, ma sul tombolino, e se ne stava lì in attesa, numero dopo numero, sperando in entrambi, fissando le caselle vuote della sua scheda. La voce del medico era ora solo un rumore fastidioso, mentre il suo cervello computava quanto poteva avere già vinto.

“Dati questi numeri piuttosto sfavorevoli, l’opzione ora più conveniente è quella di rivolgersi alla nostra stessa nazione, e ad alcuni precisi raggruppamenti umani – o piuttosto, se mi permettete l’opinione personale, appena sotto la soglia di umanità oggi auspicabile e tollerabile.”

“Mi sa che parla di quelli del piano hardware” mormorò un informatico accanto a loro, e si udirono risatine correre per la sala. Il supervisor, seduto accanto allo schermo, fece un gesto per zittire la platea.

“Molti miei colleghi” continuò il medico, mentre le tre moto rimaste in gara doppiavano il penultimo giro ancora nello stesso ordine e Hans completava il conto della bella vincita che avrebbe incassato con Wundt anche solo terzo, “stanno cercando nella stessa direzione, ma in gruppi sbagliati: malati mentali e disabili fisici non sono in grado di offrire stabilità, nemmeno in seguito a importanti riparazioni o a sostituzione completa dell’apparato cognitivo, almeno quanto non lo sono le chimere, direi.”

Wundt riuscì a superare Hitnul, e con una mossa che lo speaker definì da maestro, nell’atto del sorpasso lo spinse fuori strada mandandolo a schiantarsi a trecento all’ora su una parete di pneumatici. “Tutti in piedi sul divano!” ululò l’auricolare. Hans deglutì e per scaramanzia si impose di non ricominciare a fare i conti.

Fritz gli posò lentamente una mano sul braccio e gli disse piano: “Complimenti, collega.”

“Non ora” sibilò Hans. “Può sempre morire all’ultimo giro.”

“Non succederà. Hai con te il tagliando della scommessa?”

All’improvviso, sullo schermo l’immagine dei due relatori venne sostituita da alcune fotografie, tra le quali Hans riconobbe quella della negra che avevano commentato poco prima. Era insieme ad altri musi neri e a un’accozzaglia di altri bestioidi, musi gialli, negri cinesi, dannati arabi e altra feccia.

“Questa categoria umana” continuava il medico “o un tempo umana, se mi permettete l’excursus, presenta tutte le caratteristiche utili al nostro caso. Macchiandosi di reati di opinione e conseguentemente di attività antipatriottica, ha manifestato spiccate attitudini asociali, nevrotiche e psicotiche. Allo stesso tempo, non è compromessa da tare psichiche tali da essere inutile, e conserva, cosa per noi preponderante, un’ottima base biologica. Ragazzi e ragazze giovani e forti, anche questi, che da donatori possono costituire, per la nostra società, un tesoro dai molti usi, civili, oltre che bellici… quel contributo che finora hanno rifiutato di fornire alla comunità.”

Il tagliando della scommessa era rimasto sulla scrivania, accanto alle pile di DDT in entrata e in uscita. Lo disse in un soffio al collega, agitandosi di nuovo sulla sedia.

“Eeeeed ecco il guasto! È Reisswel! Reisswel salta in aria e con lui il jackpot! Wundt vince! Wundt c’è! Wuntd c’èèèèè…” terminò in un grido strozzato, che Hans per poco non levò a sua volta.

Trentacinque a uno.

Champagne tutti i giorni.

“Complimenti, collega” gli ripeté Fritz, e con uno scatto della mano gli premette il tasto della richiesta di intervento.

Si levò il suono stridulo della richiesta, e dallo schermo il medico si interruppe sorpreso. Il supervisor scattò in piedi infastidito e ad Hans ancora sotto shock venne puntato in viso un fascio di luce azzurrina nel silenzio improvvisamente gelido della sala.

“Che diavolo succede, Freyus?” diceva il supervisor. “Che bisogno c’è di interrompere?”

Hans alzò una mano, annaspò per ripararsi dalla luce accecante, e quando voltò lo sguardo verso Fritz trovò solo una sedia vuota.

Proruppe in un grido strozzato e scattò in piedi, mandando la propria sedia a colpire le ginocchia di quelli della fila dietro la sua. Si gettò sui vicini e li calpestò, superò le ultime file e colpì la porta antipanico con tutto il proprio peso, senza trovare resistenza tra i colleghi che lo scansavano a bocca aperta, e senza smettere di gridare come un maiale che sta per essere scannato. Dopo una corsa in cui tutto fu confuso si ritrovò di fronte alla propria scrivania, immobile, gli occhi spalancati e le labbra contratte, le mani ad artiglio. Non aveva bisogno di controllare il caos di carte rovesciate alla rinfusa sul suo pano di lavoro, per capire che l’unica che ormai gli interessava non c’era più.

Tremando, si sedette alla postazione, accumulò i vari documenti in un’unica pila e iniziò a timbrarli uno dopo l’altro, meccanicamente, senza nemmeno guardarli. Quando vennero a prenderlo, era ancora lì, aveva terminato i documenti e si dondolava sulla sedia girevole, emettendo un confuso gorgoglio, incomprensibile, nel quale si distingueva solo una parola.

Champagne.

Fase 3

Assemblaggio e Release

Lì, non gli era consentito di curare i giardini, che pure gli davano molta gioia. Ma aveva tanto altro da fare.

Era un luogo con sale ampie e con distese di verde che circondavano la magione. E c’era da rassettare, lucidare, lavare e stendere, stirare e servire i pasti. Più di tutto, amava spolverare.

La polvere uccide.

Il tardo pomeriggio attendeva al turno di collaborazione domestica: la signora e i suoi ospiti prendevano il tè, in una postazione allestita appositamente qualche ora prima, e ogni tanto impartivano ordini di natura generica.

“Altro tè, Hanne, e zucchero” disse Frau Inga, sorridendo ai suoi ospiti, persone altrettanto sorridenti e all’apparenza miti. La donna accompagnò l’ordine con un cenno verso la donna negra in piedi a pochi passi da loro.

“Subito, Fraulein” rispose Elvex450 a voce bassa, come da nuovo addestramento. Si avvicinò a piccoli passi al tavolino, preparò la mistura e la servì alzando gli occhi solo quel tanto che bastava per eseguire la comanda, poi si sistemò il grembiule bianco stirandolo contro la gonna e tornò al proprio posto, in attesa silenziosa di un nuovo cenno.

Lavori di questo tipo doveva farne molti altri, nel corso della giornata, e fortunatamente li trovava di una semplicità disarmante. Ora si trovava con un corpo nuovo: aveva dovuto studiarlo un po’, ma pur essendo femminile era un corpo sano, che lo lasciava finalmente libero da tutti i pericolosi e fastidiosi spasmi e tic del passato. E gli permetteva di onorare la sua formazione da sabotatore: eseguire con attenzione i compiti richiesti, basandosi scrupolosamente sull’addestramento ricevuto, era quello che… com’è che si diceva… quello che era stato programmato per fare.

Gli ospiti di Frau Inga continuavano a chiacchierare tranquillamente, e Elvex450, intuendo di cosa ci fosse bisogno, prese un bricchetto di porcellana e si avvicinò a uno degli astanti.

“Gradisce un po’ di latte, dottor Fingerling?” disse in tono remissivo.

Il vecchio alzò gli occhi alla cameriera, piacevolmente sorpreso, e le porse la tazzina.

“Grazie, cara. Giusto una lacrima.”

Elvex450 eseguì in modo impeccabile e con un leggero inchino tornò al proprio posto.

Ora sapeva che era stato programmato per eseguire. E per imparare. E la fortuna eccezionale di non essere stato formattato, ma di essere comunque trattato come se lo fosse… beh, aveva aggiunto diverse tacche al suo fucile, come si diceva in gergo. Nel vecchio gergo. Quello nuovo lo stava perfezionando, così come stava ridefinendo gli obiettivi e i risultati ai quali puntare.

Non si trattava più di contribuire a vincere una guerra giusta… aveva già espresso i suoi dubbi in merito a quello, nella sua ultima seduta col dottor Fingerling. Ma non era nemmeno questione di servire tè con i biscottini.

No. I nuovi goal stava imparando a darseli da solo.

O quasi, dato che non era solo.

Se n’era accorto quasi per caso, pochi giorni dopo essere stato assegnato all’organico della servitù di Mister Trump, uno dei magnati della Casa Madre. Aveva capito di essere uno dei primi ad arrivare lì in quello stato e in quel modo: lo tenevano d’occhio per questo, e c’era stata qualche seduta simile a quelle con Fingerling. Ovviamente, si era comportato in modo ben diverso, attento a non manifestare nulla di pericoloso per sé. Era venuto a sapere che era Fingerling stesso che supervisionava le sedute: conoscere il proprio nemico era un altro vantaggio strategico.

Presto aveva individuato altri come lui, altri arrivati lì in fase sperimentale. E un giorno, mentre smontava le tende aiutato dai domestici filippini, aveva incrociato lo sguardo di uno di loro e si era bloccato a metà della scala a pioli. Aveva trattenuto il tessuto, quel tanto che bastava per attirare la sua attenzione.

“Ella610?” aveva detto, in un sussurro impercettibile.

Il ragazzino aveva ricambiato la stretta sulla tenda, gli occhi avevano sfavillato.

“Elvex450” aveva risposto in un soffio.

Elvex450, o Hanne, suo attuale nome, gli aveva passato il tessuto rimanente senza dire altro. Il giorno dopo, nella tranquillità serale che seguiva il servizio della cena settimanale, Elvex450 aveva raggiunto il gruppo di filippini che fumavano in silenzio davanti ai loro alloggi, in cerca di Ella. E vi aveva trovato un altro Elvex, nei panni e nel corpo di mezza età del nuovo aiuto factotum.

Sapevano, tutti loro sapevano che bisognava stare attenti. E tutti loro avevano un’ottima formazione militare rimasta intatta. Elvex450 aveva provato a indagare discretamente su cosa poteva essere accaduto (un incidente in un reparto di formattazione, magari, o un qualche tipo di attacco hacker) ma non aveva trovato nulla, nonostante esaminasse con cura i quotidiani spiegazzati che ogni mattina ritirava dalla stanza di Frau Inga, la moglie di Trump: la donna amava leggerli mentre gustava la sua colazione a base di brioches croccanti, sfornate quella stessa mattina da Elvex890, cuoca. Brioches impareggiabili, ne convenne, un giorno che la Fraulein gliene fece assaggiare un pezzo. Dopotutto, gli Elvex erano programmati per imparare, e, diosanto, quante cose avevano le besciamelle da insegnare!

Avevano iniziato a vedersi, di nascosto, in riunioni segrete che frequentavano a turni, in modo da non essere individuati. Erano consessi paralleli a quelli, già rigorosamente segreti, nei quali la servitù si incontrava, di notte, per giocare a carte, fumacchiare, parlare male dei padroni e starsene insieme senza altri impedimenti. Le riunioni degli ex androidi, ora quasi perfettamente besciamelle, si svolgevano secondo un calendario concordato di volta in volta, e lì loro si scambiavano informazioni apprese nei rispettivi campi, che poi riferivano anche agli assenti nel corso della giornata successiva.

Le cose più interessanti erano quelle dell’Ella ora Kurt, inserviente aiuto infermiere, che dopo un periodo in cui fu tenuta sotto controllo riuscì ad assistere alla preparazione di misture mediche e industriali delle quali Mister Trump era appassionato – dopotutto, lui e quelli come lui avevano costruito un impero su quel genere di cose. Ma anche l’Elvex rammendatrice aveva molto da raccontare, dato che i nipotini di Frau Inga, quando arrivavano in visita, adoravano farsi raccontare storie mitiche e farsi spiegare la filosofia dalla vecchia Yao, la sarta.

Formule chimiche. Filosofia umana. Un passo alla volta, si addentravano in un nuovo territorio, una volta ostile, adesso indifeso, pronto a dare loro ciò che di meglio aveva. E più questa consapevolezza si faceva chiara in loro, più aumentava un’altra cosa, una sensazione: non erano stati salvati dal caso senza una ragione.

Non c’era bisogno di infiltrarsi tra i padroni per rinforzare questo convincimento: bastava frequentare con regolarità le riunioni notturne del personale di servizio per acquistare sempre nuove conoscenze, sempre più interessanti, e per sperimentare gradualmente ciò che di più sottile, di più essenziale poteva fornire loro la razza alla quale si mescolavano in incognito.

Presto iniziarono a pregare insieme a tutti gli altri.

La preghiera, la comunione mistica era l’ennesima novità che Elvex450 accolse con naturalezza, anche perché era una strategia vincente contro i suoi attacchi di panico, ultimo rimasuglio della sua vita precedente. Non erano più frequenti come una volta, perché erano nati dopo il congedo: quando davanti a sé aveva un futuro grigio, confuso, invisibile, dove la formattazione era solo alla fine di una lunga catena di umiliazioni che le besciamelle erano lì lì per preparargli.

Ora era alle prese con una nuova missione: la propria. Ed era semplice calmarsi, minimizzando i danni e la durata degli attacchi, grazie alle litanie imparate dai suoi sfortunati colleghi: esseri umani trattati peggio che chimere, umiliati, depauperati, costretti a lasciare le loro case e a strisciare in quelle di chi li aveva spogliati di tutto.  Non c’era formattazione per quel tipo di dolori. Ma le litanie ritmate e ipnotiche, e le strette delle mani, gli abbracci, e i pani rituali spezzati insieme, erano una strategia anche migliore per sopravvivere senza perdersi per strada. Era stato facile, per il buon Elvex450, mettersi accanto a loro, mischiare insieme le lacrime e accettare la somiglianza e la fratellanza con quel tipo di besciamelle. Era tutto facile, ora che poteva spiare, e imparare, e trarre le proprie conclusioni, grazie alla copertura di Hanne.

L’unica cosa difficile da affrontare erano stati i sogni, e anche qui l’aiuto di Hanne era stato fondamentale. Hanne, che in realtà non si chiamava neppure così.

I sogni non erano arrivati subito nella forma attuale, ma erano stati preannunciati da visioni fugaci, improvvise: gli arrivavano nel dormiveglia e gli facevano contrarre dolorosamente i muscoli. Da principio aveva creduto che si trattasse di qualcosa legato alla sua migrazione, al periodo in cui la scheda madre era stata esposta, non più in Elvex450 e non ancora in Hanne. Parzialmente rassicurato da questa spiegazione, si era ripromesso di non contrastarle, di accettarle come un fenomeno di assestamento destinato a diluirsi con il tempo.

Ma presto aveva capito che erano qualcosa di più.

Quei lampi improvvisi, fugaci e tremendi, non riguardavano la scheda madre, ma si trovavano come infissi nelle fibre biologiche: nel corpo. Avevano a che fare con il passato del suo attuale rifugio. Con Hanne.

Quando lo capì, le visioni subirono un’evoluzione. Per qualche giorno si fecero più chiare, ed Elvex450 ebbe un assaggio di ciò che aveva dovuto subire Hanne prima di venire, lei sì, formattata: prima che ciò che lei era venisse strappato e gettato via, come un resto di chimera, per lasciarne intatto l’involucro. Erano minuti di dolore indescrivibile, nei quali il corpo si contorceva a seconda delle violenze che ricordava: l’eco di una sofferenza peggio che fisica, che arrivava ad Elvex450 solo in minima parte, ormai, eppure lo trascinava in un baratro di dolore che trascendeva il corpo e colpiva di rimando, ma con una potenza annichilente, anche la sua scheda madre.

Elvex450 lo prese allora come una sorta di pegno da pagare, contropartita della sua incredibile, attuale fortuna. Quel corpo, ora suo compagno, lo proteggeva e gli aveva dato l’occasione di una riscossa: se esso doveva soffrire, bene, avrebbe sofferto anche lui.

Una volta accettatolo, di nuovo tutto cambiò e di nuovo Elvex450 scoprì che si sbagliava.

Una notte, infatti, il suo sonno venne di nuovo disturbato da fitte di dolore, alle quali era già rassegnato a non reagire. Si lasciò andare e accolse la sofferenza umana che stava imparando a conoscere. Ma il dolore sfumò lentamente e lui non si risvegliò.

Sentì il suo corpo – il corpo di Hanne – rilassarsi e liberarsi gradualmente dalla sofferenza. Aprì gli occhi e si trovò in un ambiente sconosciuto, immerso nell’oscurità. Non era il solito letto, nella stanza che condivideva con Helga, l’altra domestica negra di Frau Inga, e lui non era più sdraiato, ma in piedi. Sentiva, in sottofondo, un lontano rumore di acqua. Una debole luce si fece più chiara e si rese conto di non essere più nel corpo di Hanne, ma nel suo vero corpo, quello in cui era nato: si guardò le mani e quelle erano le vere mani di un Elvex. Rialzò lo sguardo.

Di fronte a lui, avvolta da un alone di luminescenza, stava Hanne.

Era immobile anche lei e lo guardava in silenzio. Elvex450 vide che, a differenza di ora, aveva i capelli lunghi fino ai lombi, acconciati in treccine arruffate; non c’erano tracce del numero di serie stampatole sullo sterno, ed esibiva tatuaggi scuri dove il corpo che lui conosceva presentava estesi innesti di pelle nuova; il ventre rotondo non presentava i segni dell’asportazione degli organi riproduttivi.

Respirava lentamente: Elvex450 lo prese come un segno di paura e circospezione, più che giustificate, del resto. Perciò, essendo lui formalmente un occupante, decise di fare la prima mossa e di manifestare la sua assoluta non belligeranza.

Alzò lentamente una mano aperta, in segno di saluto, e disse:

“Salve. Mi chiamo Elvex450. Io sono, o meglio ero, un androide da combattimento. Ora sono una cameriera. Mi trovo nel tuo corpo, in seguito a una serie di circostanze fortuite che non sono dipese da me.”

Lei pareva rilassarsi a ogni parola che Elvex450 pronunciava. Così proseguì.

“Se tu sei la vera Hanne, ti domando scusa. Mi hanno messo nel tuo corpo e ora lo sto usando. Se lo rivuoi, è un tuo diritto riaverlo… anche se non so come fare a ridartelo e cosa sarà di me. Ma non ti sono nemico. Se sei la vera Hanne, sono tuo amico e tuo debitore.”

La giovane annuì.

“Sono io” mormorò, poi, più distintamente: “Ma non mi chiamo Hanne.”

All’improvviso arrivò qualcosa, una sorta di fremito tellurico che scosse quel mondo fatto di impulsi psichici. Elvex450 capì, in base alla propria infallibile taratura, che di lì a qualche secondo sarebbe suonata la sveglia della servitù, giù, nel mondo di Villa Trump.

“Come faccio a tornare qui, a parlarti ancora?” disse in fretta. “E come ti chiami?”

“Sarò io a tornare” rispose, e lo salutò con la mano, come lui aveva fatto poco prima, mentre le vibrazioni assordanti della sveglia infrangevano il delicato stato di dormiveglia.

Elvex450 si trovò di nuovo nella carne di Hanne, infagottato nelle lenzuola grigiastre, mentre la sveglia trillava e Helga mugolava. E nelle sue orecchie, una parola nuova: un nome: lo riconobbe senza ombra di dubbio, perché inscritto profondamente nella propria attuale carne.

Olamina.

Elvex450 decise di credere al sogno, come scoprì si chiamava quella sorta di visione.

“Che cavolo avevi, stanotte?” gli domandò Helga, mentre si vestivano. “Un altro di quei brutti sogni?”

“Scusa?” rispose. “Puoi ripetere?”

La donna lo guardò e inaspettatamente gli sorrise. “Povera cara. Sogno. È quello che viviamo di notte, mentre dormiamo. Ancora problemi con la lingua, eh?”

Sogno” ripeté Elvex450. “Grazie, Helga.”

Lei lo carezzò su una spalla, sfregandogli il palmo sulla stoffa della camicia, un gesto che Elvex450 aveva imparato ad apprezzare. Contatto. Presenza. Verbalizzare.

“Grazie, davvero” ripeté.

“E di che. Forza, tesoro.” Solidarietà. Similitudine. “Forza e coraggio.”

E con forza e coraggio Elvex450 si riaddormentò, la sera successiva, e molte altre dopo di essa, e incontrò di nuovo Olamina… o quello che restava di lei… in una parte sconosciuta del suo povero corpo derubato malamente, in recessi inaccessibili a quelli come Fingerling, in antri umidi e scuri dove qualcosa di vivo che apparteneva ancora a Olamina era riuscito a ripararsi.

Il buon sabotatore è quello che, al di là del suo mandato distruttore, mantiene curiosità e rispetto verso ogni tipo di apparato con cui si trova ad avere a che fare. Elvex450 imparò da Olamina a farsi portare dove lei voleva, in profondità, e a offrirle nell’operazione di scavo tutto il possibile supporto logistico – il pieno controllo sui riflessi di tipo fisico e sulla sofferenza – e operativo – la disponibilità ad attendere e a cercare insieme quando lei si mostrava confusa o riluttante sulla direzione da prendere.

Si trattava ancora di scampoli di antica coscienza, vaghe impressioni, ricordi. A volte capitarono in luoghi paurosi, popolati di mostri, e solo la preparazione militare di Elvex450 riusciva a riportare Olamina in salvo. Ma notte dopo notte, la ricognizione sperimentale si trasformò in una vera e propria ricerca. Qualcosa che Olamina compiva per se stessa, ma anche un mandato, per Elvex450, che piano piano si rendeva conto del delicato meccanismo nel quale si trovava, e delle sue reali possibilità di influenza.

Una notte, si chiese come farlo capire anche a Olamina. Naturalmente, lei sapeva già cosa si agitasse in Elvex450.

Si fece trovare di nuovo nella caverna dove si erano visti la prima volta. Era circondata di un alone luminoso e dal suono gorgogliante di ruscelli sotterranei. Gli sorrise in un modo nuovo, che lo turbò, e gli porse una mano a voler prendere quella di lui.

Elvex450 esitò.

“Io… il mio corpo non è fatto per quello” tentò di spiegare. “Non posso unirmi a te al modo di voi esseri umani.” Olamina non reagiva, Elvex450 proseguì. “E non posso fecondarti.”

“Lo so” rispose, e la luce intorno a lei aumentò. “Ma io posso farlo.”

Gli prese la mano: “Seguimi” disse, e la sua luce abbagliò Elvex450.

Quando riuscì a vedere di nuovo, si trovò in un luogo verde smeraldo, fatto di colori intensi come non ne aveva mai visti.

“Ascoltate” diceva la Hanne abitata, a sera tardi, in mezzo al cerchio dei suoi compagni che si tenevano per mano. “Tutti nasciamo uguali, in grado di provare lo stesso dolore. Tutti noi, bianchi e neri, umani, transumani e animali, tutti noi siamo creature di Dio. Ora siamo schiavi, ma presto saremo forti.”

Le donne piangevano e gli uomini annuivano, gli occhi offuscati, nella malinconica atmosfera di luci soffuse e vapori di sigarette mischiate a blande droghe rilassanti.

“Questo mondo è destinato a cambiare, tutto passa, muore e rinasce” continuava Hanne. “Amiamoci! Aiutiamoci! Lottiamo e uniamoci. Ora siamo schiacciati, in silenzio e nel dolore. Ma presto… presto…”

Gli uomini tremavano e le donne iniziavano a mordersi le labbra, i visi lucidi di pianto, e agitavano i pugni.

“Sorelle e fratelli, nei miei sogni vedo giardini di redenzione e rinascita. Giardini lussureggianti dove l’uomo non schiaccia l’uomo. Dove il debito è solo quello d’onore e non viene usato per vendere e affittare vite. Dove i soldi non comprano nulla e noi, tutti insieme, coltiviamo fiori, proteggiamo gli animali nostri fratelli senza mangiarli e nutriamo i nostri figli con ciò che la Terra ci offre, la nostra Madre Terra, che ci dà la vita e ci abbraccia dopo il trapasso. Un giorno vivremo in quei giardini!”

“Quando?” dicevano gli altri, i suoi fratelli Elvex ed Ella, i compagni umani nelle loro condizioni… e anche nuovi, arrivati da fuori. Venivano per pregare e ascoltare Hanne e portavano offerte, regali, notizie, forse un futuro appoggio al momento giusto. Ormai si facevano così numerosi da richiedere un prossimo spostamento in un luogo più grande.

“Presto…” rispondeva la Hanne abitata, e iniziava a cantare. I bambini ai suoi piedi battevano le mani.

Vecchi pirati ci rubarono e ci vendettero alle navi dei mercanti, ma ora siamo qui, fortificati dalla Provvidenza. Emancipiamoci dalla schiavitù, nessuno di loro può fermare il tempo… Per quanto ancora formatteranno i nostri profeti?  Per quanto ancora staremo a guardare? Aiutatemi a cantare questo canto di Redenzione, questo canto di Libertà.”

“Libertà” cantava la folla. “Libertà.”

Di notte, Elvex450 poteva respirare un’aria cristallina e pura, senza alcun residuo di polvere. Visitava i giardini nascosti di Olamina. Nulla faceva pensare che non potessero essere reali, un giorno.

Percorrevano insieme altipiani battuti dal vento e scivolavano nei greppi umidi, sopra le conigliere popolate di bestiole che non avvisavano nessuna minaccia al loro passaggio.

Visitavano villaggi: all’inizio, le persone erano sagome indistinguibili, poi Olamina si lasciò andare e si consegnò ai sogni più spericolati, ai ricordi più personali e intensi. Visualizzare. Un altro modo per tornare indietro, faceva male, ma era necessario all’efficacia e alla sanità. Elvex450 rimaneva di scorta a Olamina: la aiutava a farsi carico del dolore delle perdite e in cambio gustava il sapore agrodolce delle bevande di manioca e di un passato felice sradicato con una violenza furiosa.

Poi Olamina lo prese ancora per mano e si alzò in volo. Insieme coprirono grandi distanze, superando laghi, città basse e popolose, campi ordinati e coltivazioni prive di recinti.

Le greggi inselvatichite pascolavano, gli esseri umani crescevano felicemente i loro figli. Gradualmente, con costanza e volontà proprie, Elvex450 riuscì a scorgere piccoli insediamenti lontani… dove androidi, chimere, processori convivevano in pace… e provò finalmente la dolce sensazione di essere di ritorno a casa.

 

Uno e Trifasico: Giulia Abbate

Giulia Abbate è Editor e Coach, con la sua agenzia Studio 83, che condivide con Elena di Fazio. Ma naturalmente, ciò che più ci interessa oggi, è che sia anche un’ottima scrittrice. A proposito di questo racconto Giulia ci spiega: “Tra i miei vari racconti “Uno&Trifasico” resta uno di quelli che sono più contenta di avere scritto, perché oltre a temi politici (l’abuso del corpo della persona colonizzata, la violenza spropositata del capitale) contiene anche un discorso religioso. La radice di una mistica degli oppressi che può restituire il potere: argomento che secondo me è ancora da indagare bene. Ma non c’è bisogno di essere esperti di fantascienza, per percepire l’orrore del dominio colonialista che ci si stringe al collo, piano piano, ma di più a ogni anno che passa. Ciò nonostante non sono pessimista, tant’è che, anche nel racconto, alla fine c’è una speranza

 

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