giovanni-domaschioLe donne rappresentano un esercito che le invasioni aliene non possono superare, come si accorge a sue spese l’alieno di questo scherzoso racconto del giovanissimo Giovanni Domaschio: nato nel 1995, è al secondo anno di Cooperazione e Sviluppo internazionale, all’università di Bologna. Da sempre è appassionato di immersioni subacquee e di fantascienza. Come sub vanta anche due brevetti e tre specializzazioni, fra cui fotografia subacquea. Chissà se i pesci considerano i subacquei degli esseri alieni?

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L’immagine della nostra copertina è tratta da un quadro di Giuseppe Festino

“Comando Missione ad agente Lubik! Lubik, risponda!” Il comunicatore interstellare, appoggiato sul comodino di quell’umile appartamento, così squarciò il silenzio notturno. L’impacciato Lubik si destò di soprassalto e affannosamente rispose: “Qui agente Lubik a rapporto!”

“Abbiamo esaminato il suo studio dettagliato delle dinamiche sociali terrestri e lo dobbiamo ammettere, agente: ha superato le nostre aspettative! La sua capacità analitica si è dimostrata più che all’altezza. Tuttavia…”

“Tuttavia?”

“Tuttavia sono ormai passati tre mesi terrestri dall’inizio della sua missione. Lei sa cosa significa, vero? È il momento di passare alla successiva fase di ricerca.”

“La fase successiva?”

“Esatto, non ricorda? Ne parlammo poco prima che partisse: la prima fase sarebbe consistita nella sua integrazione ambientale e nell’osservazione delle interazioni umane di base, la seconda prevede la creazione di un approccio più… intimo!”

“U… una relazione sentimentale, signore? Non so se sono ancora pronto, questi umani sono complicati, ritualisti e spesso criptici!”

“Ormai riteniamo abbia le conoscenze adatte per farcela! È la sua missione, se lo ricordi!”

Lubik sapeva che quel momento sarebbe arrivato prima o poi, chiuse dunque gli occhi e, con molta preoccupazione sul volto replicò: “Affermativo, procederò alla fase due.”

“Eccellente! Ah, un’ultima cosa, stia particolarmente attento alle donne terrestri, hanno già messo in difficoltà diversi nostri agenti… Sono particolarmente perspicaci!”

A quel punto la trasmissione cessò e il comunicatore tornò in stand-by.

Lubik era scosso, la sua missione lo preoccupava non poco. L’alto consiglio della confederazione galattica aveva a suo tempo deliberato di inviare decine di agenti sulla terra, per meglio comprendere pregi, difetti e potenzialità dell’essere umano, infiltrandoli con false identità sapientemente costruite in ogni settore culturale e sociale esistente, e l’agente Lubik, per i suoi modi un po’ goffi, compensati tuttavia da una mente duttile e brillante, era stato destinato all’integrazione nel settore impiegatizio.

Così in una banca della caotica New York lavorava Henry, questo ragazzo paffutello e con uno spesso paio di occhiali, gradevole, nonostante tutto, ma dai modi talvolta eccentrici. Nessuno si sarebbe mai immaginato che quel giovane fosse in realtà il risultato di innumerevoli interventi di sofisticatissima chirurgia estetica su di un alieno specializzato in missioni di spionaggio e di primo contatto, e nessuno avrebbe immaginato che quegli spessi occhiali in realtà fungessero da strumento atto all’analisi dell’ambiente circostante nei minimi dettagli. Lubik aveva compiuto innumerevoli missioni ben più lunghe e impegnative, eppure nutriva molto timore di iniziare la delicatissima seconda fase, proprio a causa della difficoltà da parte sua di comprendere l’equazione umana nella sua interezza, ma soprattutto le donne!

Per non complicare ulteriormente la sua missione, Lubik decise di invitare a cena una sua collega, Laura, una donna dal sorriso solare e dai lunghi riccioli d’un rosso acceso, lungi dall’essere perfettamente in linea coi canoni di bellezza umani, che l’acuto agente ormai aveva compreso e assimilato. Tuttavia convenne che faceva proprio al caso suo, e soprattutto allo sveglio alieno non erano sfuggite le molteplici occhiate che quella sua dirimpettaia d’ufficio sovente gli lanciava e il sorriso che la giovane donna sfoggiava costantemente durante le loro conversazioni.

Così, la mattina seguente Lubik si presentò alla porta dell’ufficio della collega, bussò e una volta entrato iniziò una delle loro solite conversazioni, ricca di battute e leggerezze, che l’agente stellare aveva agevolmente imparato a costruire in stile terrestre, fino a che non arrivò l’ora di farsi avanti: “Mi diverto sempre un sacco a parlare con te, Laura – affermò sorridendo Lubik-. Non credi sarebbe carino trovarci anche fuori dal lavoro, qualche volta?”.

Laura aspettò forse un secondo a rispondere, ma al povero alieno sembrarono 10 secoli del suo pianeta, un pianeta col doppio delle ore giornaliere terrestri per inciso. Poi, senza perdere il sorriso che la contraddistingueva, rispose: “Ma certo! Mi farebbe molto piacere! Questa sera hai impegni? Se sei libero possiamo trovarci a casa mia per cena! Sai, non sono affatto male in cucina e mi piace sperimentare!”,

A questa affermazione seguì un occhiolino d’intesa che sconvolse Lubik mille volte di più di un rifiuto. Mesi passati a sentir parlare di prima mossa, di cavalleria, di donne difficili e preziose, per poi sentirsi invitati in casa con tanto di frase ammiccante e ambigua. Dopo qualche secondo passato a riflettere su tutti questi stereotipi andati in frantumi, l’agente replicò “Perfetto, ci vediamo stasera allora!”

Così alle settepuntozerozero, come dicono i terrestri di New York, Lubik si presentò a casa della collega, vestito di tutto punto e con una bottiglia di buon vino italiano in mano. Appena entrato, si sedette a tavola, impegnandosi al massimo, così da risultare spontaneo e naturale, come ogni umano. Eppure non era affatto tranquillo, sono talmente tanti gli errori da poter fare in queste situazioni, non sono sereni nemmeno gli umani in circostanze simili. Come potrebbe esserlo un alieno? La cena ad ogni modo andò a gonfie vele, a quel punto Lubik si alzò e si offrì di aiutare Laura a sparecchiare, e lei, alzatasi a sua volta, appoggiò una mano al viso di lui e si avvicinò. Lubik aveva capito cosa stava per succedere, ma poco prima che si realizzasse ciò per cui aveva lavorato tanto, la donna si arrestò e sussurrò: “Ammettilo, tu sei un extraterrestre!”.

Lubik dentro di sé trasalì, ma, mantenendo esteriormente la calma, rispose ironicamente: ”Certo, come ogni uomo che sa sparecchiare una tavola!”

“Dico sul serio, non serve tu continui a fingere”

Lubik era sconvolto, così pensò a ogni errore che lo avesse potuto smascherare.

“D’accordo, sono un alieno in missione segreta. Dato che la mia copertura è saltata, dovrò cancellarti la memoria! Ma prima che lo faccia devi dirmelo: cosa mi ha tradito? Sono forse stati gli strani modi che ho talvolta in ufficio?”

“No!”

“È per come cammino e come mi muovo?”

“No!”

“È perché non ho insistito affinché tu venissi a casa mia e non il contrario?”

“No no no! Queste sono caratteristiche che hai in comune con migliaia di altri uomini eccentrici!”

“E allora cosa? Cosa ho fatto che nessun uomo potrebbe fare?”

“Hai presente quando prima mi mancava il burro e ti ho chiesto di prenderlo dal frigo?”

“Si, e quindi?”

“Beh… Tu l’hai trovato!”

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