Ambrose cyberpunk italiano

Esiste una guerra combattuta sulla Terra attraverso macchine terribili e spaventose: in particolare una corazza gigantesca in cui “abita” un soldato. Costui è collegato ai movimenti della corazza attraverso aghi che gli entrano nel corpo, per altro piagato da immonde malattie dovute all’uso della corazza e dall’ambiente malsano in cui opera. Il soldato e la sua armatura vengono affittati da bande di giocatori, i quali vogliono sperimentare il brivido della battaglia pagando, ma senza subirne i possibili danni. Una umanità in mano ai pubblicitari, ai venditori di emozioni, esseri umani che abitano in estesi condomini spaziali rotanti al di là di Urano. Ormai della Terra queste persone non sanno quasi più nulla. Per questo il nostro soldato è veramente solo e si crea una specie di “alter ego,” il cui nome è Ambrose e con lui riesce a dialogare.

Oggi ci interesseremo di “Ambrose,” il nuovo romanzo scritto da Fabio Carta

Fabio, devo subito dirti che questo romanzo mi pare meno bello del tuo primo, “Arma Infero – Il Mastro di Forgia” e del successivo. Ritengo che il tuo, per altro meraviglioso, modo di scrivere sia in certi lunghi passaggi del tutto incomprensibile per un lettore normale, quale io so di essere. Lo stile che ami e che utilizzi, sia qui che nel libro precedente, è stravagante al punto da risultare per certi versi alieno, il che forse non è un difetto in un romanzo di fantascienza, ma è certamente indigesto per il lettore che cerca svago.

Ti ripeto come altre volte il mio pensiero relativamente a quella che è la letteratura fantascientifica, ovvero che non è detto che tutta la sci-fi debba per forza essere avventurosa e di facile fruizione, non tutta la fantascienza deve essere ready-up pronta alla trasposizione cinematografica, non tutta la fantascienza deve avere come target un pubblico trasversale sia per estrazione culturale che generazionale. Il “lettore che cerca svago”, così come lo chiami tu non deve, semplicemente, comprare un mio libro. E di questa cosa, fidati, ne vado realmente fiero.

Rispetto qualsiasi idea, naturalmente. Ma come ho detto la tua scrittura è molto complessa. Più che un romanzo è una specie di poema in prosa.

A differenza di Arma Infero, il cui linguaggio arcaico era in qualche modo imposto dal POV (punto di visualizzazione  n.d.r) focalizzazione da me scelta (la prima persona di un cavaliere), qui il linguaggio forbito (ma neanche tanto) è stato un tentativo di stemperare nella narrazione la crudezza, la vuotezza gergale e la spersonalizzazione delle conversazioni tra uomini, quest’ultime da me così illustrate sia in polemica alla reale situazione interlocutoria del nostro mondo “vero”, sia per meglio far risaltare nei passi dedicatigli l’acume lessicale, per quanto anacronistico, del personaggio Ambrose. Ambrose è la speranza. Ambrose è l’ipostasi della virtù perduta, stereotipo del gentiluomo filantropo pacato e brillante, flâneur elegante e sfaccendato che però, paternamente, è disposto ad aiutare gli sprovveduti, i meno fortunati. Che c’entra un simile personaggio in un romanzo di military sci-fi mecha-post-cyberpunk? Ambrose, spettro di virtù perdute, è la guida, è il mistero afferente a coscienze aliene e misteriose, è quello che ci auguriamo di trovare quando veramente sonderemo l’insondabile, un’entità sardonica, che scimmiotta i nostri costumi, evidentemente, eppure risultando assurdamente amichevole e rassicurante. Per questo Ambrose è la speranza: la speranza che nello spazio e nel nostro futuro non ci sarà solo male e desolazione. 

Il linguaggio tecnico da me usato – o meglio l’onda impetuosa di technobabble che va e viene in ogni capitolo – ha, inoltre, uno scopo ben preciso, ovvero confondere e scardinare il lettore dalle certezze che gli vengono prima di tutto dalla familiarità con ambiente e linguaggio. Ambienti, storie e rapporti umani diversi sono in Ambrose raccontati con termini diversi. Il risultato è sicuramente alienante, ma è una tecnica strumentale – da me mutuata dai capolavori del cyberpunk come Neuromante – necessaria a creare nel lettore il dovuto spaesamento, quasi una paura, una repulsione o una comprensione frammentaria dove alla fine piomba il messaggio. Un messaggio nobile, edificante: fratellanza.

Raccontando questa storia non pensavo che avrei toccato il nervo scoperto di qualche vetero-fanta-guerrafondaio (bibliomaniaco fan nostalgico della sci-fi di Van Vogt ed Heinlein, per intenderci); ma se ci sono riuscito, vale lo stesso discorso del lettore per svago: ben venga! 

Ah, be’, quello non sono di certo io! Sappiamo di non amare la medesima fantascienza. Comunque, al di là delle mie preferenze, sei sicuro che il tuo romanzo sia davvero Cyberpunk? Il libro si concentra su un episodio di una guerra per cui non sono mai del tutto spiegati i prodromi e la parte “Cyber” non mi sembra predominante.

Ambrose è cyberpunk al 100%. Il vero cyberpunk non racconta storie dal punto di vista della “sala dei bottoni”, non esiste il POV onnisciente che tutto sa e che tutto spiega, non ci sono le sorti dell’umanità messe nelle mani di pochi personaggi, buoni o malvagi. Il cyberpunk non è così anti-democratico, non crede nel super-uomo di massa, e se lo fa lo impiega come metafora di tutto quanto non dovrebbe essere fatto, oppure per demolirne l’immagine evidenziandone ogni singolo difetto. E quando questo super-uomo riesce in qualcosa è sicuramente frutto di un caso fortuito, non certo di un degno coronamento di innegabili virtù (o vizi) del personaggio in questione. La narrazione non è quindi discendente dalle vette inarrivabili degli eroi epici, eletti, predestinati et similia, ma sgorga, erutta spontaneamente dall’humus degli strati inferiori, ascendendo a lambire, quando capita, le trame più importanti delle vicende umane. E se succede, nessuno, nel caleidoscopico caos del mondo post-post-moderno transumanista, potrà mai dire come sia avvenuto. È un’anarchia da ammirare, da gustare, non da capire. Perché è impossibile, proprio come nella realtà. Dico tutto questo per rispondere alla domanda: perché un romanzo “senza trama” che si regge solo sulla figura di un’allucinazione dal nome Ambrose? Perché è cyberpunk. E il cyberpunk è una maniera, se non l’unica, di leggere fantascienza matura, finalmente libera dagli stereotipi ingenui che ci trasciniamo dalle rappresentazioni stucchevoli della Golden Age (vedi sopra, alla voce “bibliomaniaco fan nostalgico della sci-fi di Van Vogt ed Heinlein”), diffuse poi al grande pubblico con Star Wars e Star Trek. Non che non mi piacciano. Ma il cyberpunk è un’altra cosa.

Non voglio discutere, anche se non è quello che ho detto: l’eroe c’è anche nei “Promessi Sposi,” che c’entra? C’è anche nel tuo libro. Insomma sono poco d’accordo sulla “fantascienza matura”! Ad ogni modo sono sempre stato favorevole a chi cerca innovazione, anche se i miei gusti fossero diversi. Ho come l’impressione è che tu abbia voluto fare un trattatello filosofico: il tuo odio per la guerra, l’Uomo è prima di tutto colpevole…

Mi viene in mente una battuta che per diverso tempo mi sono sentito rivolgere dai miei colleghi: La filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale tutto rimane uguale.”

E sebbene non ritenga che ci sia un solo grammo di filosofia in Ambrose (semmai tanta polemica di costume e sarcasmo) rispondo a te, alla tua sagace e pungente definizione di “trattatello filosofico”, come ho sempre fatto con loro. Con un sorriso accondiscendente. Nulla più.

Ciò nonostante mi riservo di continuare a “filosofeggiare,” finché qualcuno vorrà continuare a pubblicarmi.

Detto questo ci terrei che ogni singola parola di questa conversazione venisse pubblicata.

Pubblichiamo volentieri questa convinta presentazione: il pensiero di Fabio, dove si sente tantissima passione nella “difesa” di qualcosa in cui evidentemente lui crede profondamente. Mi piacciono gli scrittori “convinti,” e auguro loro di ottenere sempre un grande successo. Vedremo. Chiaro che non la penso allo stesso modo, ma questo non c’entra.

Non vorrei aggiungere altro, anzi chiedo ai lettori di acquistare il libro di Fabio Carta per discuterne con lui, magari su questa stessa pagina. Se poi qualcuno volesse criticare le mie impressioni, ben venga: qui lo può fare. Con stile, vi prego.

Vi aspetto nei commenti!

F.G.

Articolo scritto da