Premi Hugo 2020 Arkady Martine

Arkady Martine

Arkady Martine esordisce con A Memory Called Empire, il suo primo romanzo e straordinariamente, vince il Premio Hugo 2020. Il libro esce per l’Editore Tor Books, che ha sempre proposto dei romanzi importanti.

Il motivo di questa vittoria è elegantemente semplice: erano anni che non si leggeva un romanzo così buono!

La storia è una sorta di thriller spionistico, di fantascienza solo perché si svolge in un altro pianeta.

La parte forte del romanzo rimane soprattutto la descrizione degli ambienti e dei personaggi, che è davvero superlativa. La trama è tuttavia avvincente quanto serve.

Partiamo in un ambiente che forse meriterebbe un prequel: c’è un Impero, che ha la sua Capitale su un pianeta. Questo centro del potere è semplicemente chiamato The City, (La Città), a volte descritta come the Jewel of the World (il Gioiello del Mondo).

Il suo impero si stende su spazi galattici che in questo libro non vengono ben sviluppati, perché la storia è solo una piccola storia, rispetto all’immensità di questo impero.

La protagonista è una semplice diplomatica, per lo meno all’apparenza, proveniente da una stazione mineraria artificiale, che orbita nella sfera di influenza dell’Impero. Un luogo quasi impronunciabile, come quasi tutti i nomi di questa saga e si chiama Stazione Lsel.

Anche per questa stazione non troviamo una vera descrizione nel romanzo, ma già sappiamo che l’Autrice si è riservata di tornare a questo universo con un libro successivo.

La protagonista, non manca di avere anche lei un nome improbabile: Mahit Dzmare. Fortunatamente il più delle volte sarà indirizzata semplicemente come Mahit!

La Stazione Lsel possiede uno specialissimo dispositivo. L’Autrice però ce ne parla subito: in quel luogo creano le cosiddette Macchine Imago, entità piuttosto segrete. Pochissimi, al di fuori dei lettori, sanno della loro esistenza. O perlomeno: pochissimi dovrebbero saperlo.

Si tratta di apparecchi grandi come la falange di un pollice, che contengono tutta la personalità di un essere umano. In genere defunto e soprattutto importante.

Inseriti alla base del cranio di un vivente, questi apparecchi permettono di condividere pensieri, esperienze e addirittura di colloquiare con il personaggio originale.

Questa tecnologia, in teoria, dovrebbe essere del tutto ignota nella Jewel of the World. Infatti, nel momento in cui Mahit sarà costretta a parlarne, gli imperiali ne saranno scandalizzati.

Il precedente ambasciatore della Stazione Lsel, un certo Yskandr Aghavn, è misteriosamente morto nella City e non si sa come.

I responsabili del Governo a un certo momento hanno semplicemente richiesto a Lsel un nuovo ambasciatore, perché quello vecchio era morto, senza spiegare nulla dell’incidente in questione.

Mahit è la nuova ambasciatrice e ha il compito, non solo di svolgere le sue funzioni diplomatiche, ma ovviamente di capire cosa possa essere accaduto all’ambasciatore Yskandr e perché le autorità non lo dicano.

Anzi, le autorità ne mascherano la morte, definendola un semplice e banale incidente non meglio specificato.

Mahit ha innestata alla base del cranio l’Imago Machine del precedente ambasciatore; in questo caso, estratta da lui quando era ancora vivo: il che è accaduto almeno quindici anni prima. Cioè poco dopo l’insediamento nella City dell’ambasciatore Yskandr.

Purtroppo, dunque, nulla si sa del periodo successivo: appunto di quei quindici anni, terminati con la morte misteriosa del diplomatico.

La lettura del romanzo è estremamente piacevole. Unico piccolo inceppo, sono i nomi impronunciabili sparsi per tutta la lunga lettura.

Il popolo imperiale, chiama se stesso Teixcalaan, termine ulteriormente complicato dal fatto che questo si declina come Teixcalaanale per dire ‘di Teixcalaan’ e la popolazione non come Teixcalaanisti, come sembrerebbe logico, ma Teixcalaanlislimi, per lo meno provando a interpretare l’espressione originale Teixcalaanlitzlim. “Le piazze erano piene di Teixcalaanlislimi.”

La società e la cultura di Teixcalaan è accuratamente descritta: il loro modo di parlare utilizza la poesia. Non parlare in versi viene considerato ‘barbaro’.

CI spiega CD Covington: “Martine è una arguta conoscitrice degli aspetti formali della linguistica, della morfologia e della fonologia, ma anche degli aspetti socioculturali della lingua. L’Autrice ha trascorso moltissimo tempo a studiare le varie lingue, il che si evidenzia nella sua capacità di costruire parole nuove.

In tutti i lunghi e piacevoli colloqui presenti nel libro, ogni frase non ha quasi mai il senso corrente, ma deve essere accuratamente interpretata per ricavarne il vero significato.

Se un grosso personaggio vi dicesse: “Sarai mio ospite,” molto probabilmente ha l’intenzione di dirvi elegantemente ‘da adesso sei prigioniero nei miei locali’.

Interessante è la formazione dei nomi propri di questa società.

Ecco un breve passaggio che descrive il momento in cui Mahit incontra la sua liason, la donna che le farà da segretaria e da accompagnatrice: la Asekreta Three Seagrass (Tre Posidonie).

“Tre Posidonie” era un nome Teixcalaanale vecchio stile: la prima parte era costituita da un numerale in questo caso volutamente basso e il nome era quello di un vegetale, anche se si trattava di una pianta che Mahit non aveva mai visto. Tutti i nomi Teixcalaanali erano piante, oggetti, o cose inanimate, ma la più parte delle piante erano quasi sempre dei fiori. “Posidonia” era memorabile.

Asekreta non significava solo che la ragazza faceva parte del Ministero dell’Informazione, cosa del resto evidente dall’abito che indossava, ma faceva capire che era anche un’agente addestrata di rango e che deteneva il titolo cortigiano di patrizia di seconda classe: un’aristocratica, non troppo importante e non troppo ricca.

Nel romanzo ci sono decine, centinaia di pennellate come questa, che alla fine descrivono in modo davvero singolare questa società e ben fanno intuire i problemi e le losche trame che si nascondono tra le bellissime stanze del Gioiello del Mondo.

Il libro si legge e si vive come se fosse un film: le descrizioni sono così eleganti e precise che ci obbligano a immergerci in questo ambiente politico e pericoloso come se fossimo in una sala cinematografica.

Molto spesso sentiamo anche profumi misteriosi, come quando Mahit provando a sfuggire un attimo alla stretta routine a cui è sottoposta, capita in una camera circolare, aperta al cielo, con le pareti completamente coperte di  fiori rossi profumati e abitata da migliaia di uccelli in volo, tutti identici, tutti simili ai colibrì, gli huitzahuitlim.

I personaggi restano nella memoria del lettore a lungo e non si vorrebbe mai finire di ascoltarli: Sei Direzioni, l’Imperatore di Tutta Teixcalaan, Dieci Perle, ministro della Scienza, Dodici Azalee misteriosa spia, Diciannove Asce, avvezza a ogni imbroglio politico…

Dunque finalmente un grande romanzo, che certamente ha meritato di essere premiato.

E francamente negli ultimi anni solo Mary Robinette Kowal aveva espresso a mio avviso della buona fantascienza.

Ma non così buona!

 

 

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