Non sono scale a chiocciola, e non sono né di ferro né di marmo. Sono semplicemente scale di legno a pioli. Sul soffitto di ogni stanza, salvo l'ultima, si apre un passaggio quadrato al quale è appoggiata una scala che permette di passare da un vano all'altro. Non ci sono mobili, attrezzi o altri oggetti di uso comune. Niente. Nemmeno una sedia.
Non capisco ancora per quale ragione questa torre è stata costruita. Non ha nessuna logica dal punto di vista abitativo né da quello civile o bellico o scientifico, non ha impianto idrico, di illuminazione o di riscaldamento, non ci sono tracce di un sistema qualsiasi di comunicazione. Le uniche aperture sul mondo esterno sono queste finestre che ho già viste dal camminamento, una per ciascuna stanza, tutte sulla parete di fronte al mare. L'entrata è sul lato opposto. Ci si arriva facendo un largo giro tra vegetazione e canali per evitare la piccola laguna melmosa dalla quale sorge la torre. Un'asse fa da ponte per collegare l'ultimo lembo di terreno sodo all'entrata.
Adesso mi rimane da salire un'altra scala per arrivare all'ultima stanza, la sesta. Con me ci sono Ianù e Fosca. Se non ci fossero loro non potrei essere qui. Sono loro ad avere le chiavi della torre.
Gli unici rumori sono quelli che provochiamo noi nel passare da una stanza all'altra. Ma è come se noi tre fossimo un'entità unica, c'è un sentimento nuovo che adesso mi unisce a queste due donne, un più profondo senso della famiglia.
A mano a mano che proseguo nel mio viaggio verticale si consolida la sensazione di avvicinarmi a un accadimento per il quale tutti i miei anni sono stati una vigilia. C'è un'epifania nell'aria, mi sento proteso, ansioso di conoscere, di sbloccare un'attesa rimasta per tanti anni nascosta, mascherata da tempo di
routine. E allora, nell'immanenza che mi pervade, ogni altra cosa perde valore, la mia attenzione non si attarda per esaminare, per porre domande o anche per meravigliarsi, o indagare ad esempio da dove proviene la luce che riempie ogni stanza con intensità sempre uguale malgrado le finestre siano serrate da pesanti imposte. Anche le domande sulla natura di questa costruzione mi sfiorano appena, incapaci di modificare un solo mio movimento. E la morte di Pauli, alla fine, mi appare un avvenimento secondario.
Ha dato il suo contributo. Sono state queste le parole di Ianù quando sono arrivato alla villa a notte inoltrata. E Fosca e Elvy sono rimaste silenziose a guardarmi. Sì, se Pauli è morto significa che così doveva essere. Non ho approfondito la cosa poiché tutto mi sarebbe stato chiaro a tempo debito, anch'io sono un piccolo ingranaggio del grande meccanismo. Nessuno me l'ha detto esplicitamente ma non è necessario, lo so.
E così, dopo aver dato la notizia, mi sono ritirato nella mia camera di pietra, esaurito per lo sforzo fisico al quale non sono avvezzo. Quando mi sono svegliato da un sonno ininterrotto e senza sogni, la luce del sole entrava attraverso la finestra. Ianù, Elvy e Fosca erano già a tavola e mi aspettavano per la colazione.
- Oggi è il compleanno di Anzio. - Ha detto Elvy versando il tè. Ianù mi ha passato la mano sulla nuca. - Questo è un giorno importante per te. - Ha aggiunto. Stamane Ianù era particolarmente bella, i suoi occhi avevano una luce insolita. I capelli non erano più raccolti in un'unica treccia ma lasciati liberi a incorniciare il volto e solo all’altezza delle spalle erano raccolti e stretti da un nastro. Fosca non diceva nulla ma anche in lei stamane c'era qualcosa di diverso, mi eccitava la fusione tra la sua forza, che ben conosco, e la femminilità sconvolgente che traspariva da ogni suo gesto, dal modo di guardare. Osservavo con occhi nuovi le sue mani mentre spalmava il miele sui crostini, le sue labbra mentre sorseggiava il tè.
Di fronte avevo Elvy. Lei indossava una larga vestaglia tenuta chiusa alla vita da una cintura. Il grigio damascato del tessuto metteva in risalto il colore degli occhi. Nel servire il tè la vestaglia si era allentata, il collo sciallato aveva scoperto parte della spalla e il turgore del seno fin quasi all'alone bruno del capezzolo. Elvy era nuda sotto la vestaglia. La sua altera matura noncuranza la rendeva desiderabile in modo quasi doloroso. C'è stato un attimo in cui i nostri sguardi si sono incrociati e siamo rimasti così, immobili, a fissarci per un tempo che, prima, mi avrebbe imbarazzato. Ma ho continuato a fissarla per il semplice motivo che
non potevo spostare lo sguardo. Allora il disegno perfetto delle sue labbra si è modificato in un sorriso. - I tuoi diciott'anni. - Ha detto.
Finita la colazione, Ianù si è alzata per prima. - Adesso dobbiamo andare. - E anch'io e Fosca ci siamo alzati. Elvy è rimasta al suo posto, guardava solo me e continuava a sorridere.
Sto per entrare nella sesta stanza. Dietro a me viene Fosca, poi Ianù. Quest'ultima stanza potrebbe essere una qualsiasi delle altre cinque sottostanti se non fosse per il soffitto che si presenta integro e per l'assenza di scala a pioli. Ianù si avvicina alla finestra, apre i vetri, quindi toglie il paletto, spalanca le imposte. Poi si mette di lato per permettere che mi affacci. In un unico colpo d'occhio abbraccio l'intera barriera dei murazzi da Lido fino ad Alberoni. Riconosco perfettamente tutti i luoghi e i particolari. I bunker si distinguono agevolmente tra la vegetazione. Lontano sulla sinistra vedo una figura blu elettrico a strisce gialle che percorre a passo di corsa un tratto di camminamento, si ferma, torna indietro. Nient'altro si muove se non i gabbiani nei loro instancabili giochi con il vento, e le onde che da quassù appaiono come un orlo bianco del mare. Spingo lo sguardo in direzione di Alberoni. Proprio all'estremità del campo visivo scorgo le ultime case di Metamauco, la piccola chiesa e un lato del campanile. Mi sporgo per vedere meglio. È il campanile che mi incuriosisce. La sua mole è inconsueta, possente. Riesco a identificare anche i minimi particolari della struttura, le pietre antiche, gli anfratti creati dal tempo, quasi un teleobiettivo avesse portato la sua immagine a pochi metri di distanza. La cima del campanile è sovrastata da una massiccia croce di ferro. La croce sembra animata, una sorta di brulichio la pervade. Poi mi accorgo che i due bracci sono affollati di gente, chi sta seduto, chi in piedi, tutti accalcati gli uni sugli altri. Ci sono famiglie intere, bambini tenuti per mano o stretti in braccio o alzati sulle spalle. Altra gente, uscita dalla cella campanaria, sta arrampicandosi lungo la cuspide per raggiungere la croce. Uomini aiutano le loro donne, bambini vengono passati di mano in mano. Non capisco la loro insistenza nel voler salire dal momento che sulla croce non c'è più spazio. Penso anche al pericolo che quella gente corre nell'affollarsi in luogo così precario, ma è un pensiero distaccato. Strano che non sia già crollato tutto. E mentre questa possibilità mi attraversa la mente, vedo un uomo in piedi all'estremità della croce agitare le braccia e quindi cadere, sùbito seguìto da altre quattro o cinque persone. Le figure precipitano sgranandosi contro il chiaro del cielo, vedo nitidamente bambini che caprioleggiano nel vuoto, gonne svolazzanti, braccia e gambe che si muovono, ma non è un vero precipitare, è piuttosto uno scendere veleggiando, tanto che i movimenti possono essere prima pensati e poi realizzati apparendo così del tutto privi di quell'agitazione caotica che deriva dalla consapevolezza di vivere gli ultimi istanti di vita, non c'è quindi difficoltà nel passare con naturalezza un bambino dalle mani della madre a quelle di chi sta cadendo a pochi metri sopra di lei.
Come i primi corpi si avvicinano al suolo, altra gente cade dai bracci della croce, e lo spazio lasciato libero viene subito occupato da altri che provengono dalla cella campanaria.
Durante il volo i corpi modificano la traiettoria lasciandosi comandare dal vento. Alcuni toccano terra in Piazza della Chiesa, altri in Piazza Maggiore, altri scompaiono al di là delle case. Qualcuno viene addirittura trasportato sopra la macchia e, per evitare di scendere proprio in mezzo ai rovi, agita le braccia per portarsi più lontano, sopra i murazzi o sul camminamento. Il vento dissemina i corpi un po' ovunque nel raggio di qualche centinaio di metri. Una volta a terra, ognuno riprende l'attività che sembra essere stata interrotta. In pochi minuti il paesaggio è animato. Per la prima volta vedo i murazzi come avevo immaginato di trovarli; adesso lungo il camminamento c'è gente che passeggia o sta seduta sul muretto a guardare il mare, molti si sono messi a pescare. Lontano, il vecchio in tuta blu elettrico a strisce gialle continua a percorrere di corsa sempre lo stesso tratto.
Rivedo il blocco di pietra con il cerchio nero. Più in là, in direzione di Lido, rintraccio anche la pietra con la barra verticale. Altri segni neri appaiono tra l'uno e l'altro, altri sono proprio sotto di me e altri ancora in direzione di Alberoni. Mi risulta facile adesso collegarli tra loro e leggere la frase che compongono: CI SONO SEGNALI.
È stato il matto a dire quella frase. Mi giro. Fosca e Ianù sembrano in attesa delle mie domande.
- Quali sono i segnali? - Chiedo.
È Ianù a rispondere: - Basta guardarsi intorno, essere informati. Grandi eventi e particolari minimi, da sbadigliare senza mettere la mano davanti alla bocca o pulirsi il naso in pubblico fino alla distruzione delle radici culturali e alla vita trasformata in carosello pubblicitario, tutte realtà che conosci benissimo, basta collegarle in un unico disegno.
- Aggressività e arroganza come chiavi di successo - adesso è Fosca a parlare. - La parola sostituita dal grido, il bacio dal morso, l'amore dallo stupro, trasgredire ogni moralità per ottenere
audience ed erigere lo scandalo a marchio di potere. - Sorride, e il suo sorriso mi ricorda quello di Ottavia. Mi accarezza, la sua mano scende dal viso al petto e poi scende ancora e mi preme sull’inguine. Il mio corpo risponde. E mentre Fosca continua a manipolare e massaggiare, Ianù si appoggia con le spalle alla parete, alza lentamente la gonna, si passa una mano tra le cosce e comincia a masturbarsi.
Il volto di Fosca è di fronte a me, la sua espressione è ironica. Appoggiata alla parete, Ianù mugola per il piacere che si sta procurando. Uso tutte le forze di cui ancora dispongo per strappare gli ultimi veli. Vedo il volto di Fosca trasformarsi, i suoi capelli si allungano... adesso c'è Ottavia di fronte a me. Ancora scaglie da eliminare, ancora pelle da rovesciare. Rivolgo lo sguardo a Ianù. Le sue palpebre sono appesantite dal godimento raggiunto. Si porta le mani dietro la schiena, slaccia il nastro che le tiene raccolti i capelli e questi si sciolgono e la luce che entra dalla finestra li trasforma. Quando hanno finito di arricciarsi e di schiarirsi in un biondo dorato, anche volto e corpo sono quelli di Sala.
- Cominci a capire adesso? - Mi chiede Ianù con la voce di Sala.
- Modelli di vita, standard sui quali omologarsi. - Dice Fosca con la voce di Ottavia.
- Ormai è un processo irreversibile, Anzio - incalza Ianù-Sala. - Ci sono segnali inequivocabili per chi è in grado di interpretarli. Sono la conferma che non si può più tornare indietro. Gli angeli stanno cadendo a grappoli e il loro sesso è diventato palese.
- Chi sei... chi siete veramente?
- Tua madre. - Risponde Ianù tornata all'improvviso sé stessa.
- Tua sorella. - Risponde Fosca riprendendo le usuali sembianze.
- Eri tu nel bunker con Pauli - dico a Ianù. - Sei stata tu a ucciderlo. Ho visto quando lo hai pugnalato alla schiena.
- Lo so. Avrai anche visto che l'ho ucciso mentre stava riversando il suo seme dentro di me. È essenziale catturare l'attimo per ottenere elementi validi. - Ianù si accarezza il ventre. - Tra nove mesi avrai un altro fratello, Anzio, e sarà uno di noi. Per poter portare avanti il progetto è necessario essere nati dalla morte. Per Pauli la morte sono stata io. Solo mettendo incinta la morte possiamo moltiplicarci, solo quando una di noi riceve il seme da un cadavere potrà partorire un nostro simile. Pauli, quando ha finito di fecondarmi, era già un cadavere.
Per quanto ormai sia a un passo dal fare il balzo in questa nuova realtà, le parole di Ianù mi stordiscono. Le due donne sono in piedi di fronte a me, sono qui apposta per condurmi per mano. Devo abbandonarmi completamente a loro. Sento gocce di sudore che mi solleticano la fronte. - Quand'ero piccolo chiedevo di mio padre... Blanco, era questo il suo nome. Però hai detto che non è morto.
- Infatti. Ma Blanco non è tuo padre. Avrebbe potuto esserlo, però, nel momento in cui l'ho avuto dentro di me la mia azione non è stata mortale. In qualche modo è sopravvissuto ed è riuscito a districarsi dal labirinto di gallerie che unisce il sistema dei bunker dove vengono abbandonati i corpi ormai inutili. Abbiamo notizie di qualche altro caso. Potremmo eliminarli ma non ne vale la pena, sono ormai innocui, poveri pazzi a cui nessuno dà credito.
- Un uomo che si chiama Blanco vive in un ospizio qui a Lido. Un vecchio mi ha parlato di lui, di questa torre... e dei segnali.
- Sì, è tutta gente uscita male dall'esperienza. Cercano di mettere in guardia il mondo attraverso i loro messaggi.
- Chi è allora mio padre?
- Che importanza ha? Importante è che il seme che ti ha generato abbia aggiunto un frutto alla nostra pianta. Ora ti aspetta un compito, Anzio. Contiamo molto su di te.

La mia domanda è muta. Ianù si stringe nelle spalle: - Ti chiediamo solo di vivere in questo mondo che stiamo modificando generazione dopo generazione, assimilandoti a esso il più profondamente possibile e dando il massimo affinché continui a seguire questa direzione. Ovviamente dovrai emarginare coloro che pensano, che intuiscono cosa sta dietro la facciata. Non sarà difficile, al punto in cui siamo arrivati l'inerzia è inarrestabile. Sì, mio caro, stiamo vincendo su tutta la linea.
- E alla fine che succederà?
- Non ci interessa. Il compito che ci è stato affidato è solo quello di preparare il terreno.
I nostri sguardi si incrociano... Fosca... Ianù... Anzio... le ultime scaglie cadono frusciando, l'ultimo lembo di pelle si rovescia come un guanto, adesso so di essere io, completamente, felicemente. Scoppio a ridere e allargo le braccia. Le due donne entrano nel mio abbraccio, siamo un'unica entità e, a nostra volta, facciamo parte di un'entità immensa. L'uomo nuovo è all'orizzonte.
- Ma tu - dico a Fosca. - Perché mi hai fatto impazzire di sesso nel bunker, io non appartengo a coloro che devono essere sacrificati.
Fosca scrolla le spalle. - L'ho fatto perché mi andava di farlo e perché ero più forte di te. È una delle regole basilari del nuovo ordine, ricordalo.
Ianù richiude le imposte.
La luce nella stanza rimane inalterata.