Intuì che era un passo sbagliato un attimo prima di posare il piede. Attraverso lo schermo trasparente del casco ci fu un roteare di grigio e di nero e di striature rossocupo e di lampi accecanti.

Il corpo dell’uomo rimase immobile sul fondo del crepaccio, una ferita nell’uniformità della piana, e la tuta era adesso un punto di luce immobile, visibile unicamente dall’alto e da una particolare angolazione.

Il tempo cominciò a fluire lento, la stella intorno alla quale il pianeta ruotava cambiò posizione rispetto alla linea dell’orizzonte. Le ombre dei massi si allungarono, la catena di monti si ritagliò nera sullo sfondo del cielo. Molto più lontano, invisibile, un’astronave aspettava su una radura vetrificata dai getti.

Quando la stella fu completamente nascosta dalla catena di monti, sulla superficie ci fu un movimento. Quell’unico segno di vita raggiunse il ciglio della fenditura e vi entrò. Poi tutto tornò immobile in un silenzio immenso. Con la luce della stella era scomparsa gradualmente anche la percezione del tempo. Sembrava che ogni cosa trattenesse il respiro, come in attesa di un accadimento.

Il freddo cominciò a penetrare nella tuta; allora ci fu un clicchettio e la temperatura interna aumentò. Lontano, una manciata di uomini lanciavano messaggi che si diffondevano inutili attraverso la piana. Per l’uomo dentro il crepaccio tutto questo era più lontano della Terra stessa.

***

L’improvvisa consapevolezza fu frenata dalla preparazione. L’uomo rimase immobile. Per prima cosa ascoltò il precipitoso ritmo cardiaco e aspirò profondamente l’ossigeno delle bombole. Non tentò di alzarsi: la tuta poteva essersi impigliata su qualche spuntone di roccia o essere danneggiata per lo sfregamento, e un movimento rapido e improvviso avrebbe potuto lacerare il tessuto. Malgrado avesse gli occhi spalancati, non riusciva a vedere nulla. Sono diventato cieco, pensò l’uomo. Per un attimo perse il controllo, e la paura tenuta sino allora arginata lo sommerse. Ma subito scosse la testa, probabilmente è notte… ma le stelle dove sono? Poi pensò ancora, forse da questa posizione non posso vedere il cielo.

Ed ecco che il dolore alla gamba prese il sopravvento su tutto e uscì dallo stato latente per esplodere ed espandersi in tutto il corpo. Solo allora l’uomo si rese conto che quel dolore c’era sempre stato, sin dall’istante in cui aveva ripreso conoscenza, ma la gravità della situazione e l’accertarsi che non ci fossero immediate necessità per la sua sopravvivenza avevano relegato il dolore a livello inconscio, o meglio l’avevano rimosso per permettergli di fare un primo lucido esame.

Sentiva il braccio destro schiacciato dal peso del corpo, la gamba era un ammasso di dolore. Doveva fare qualcosa. Passò le dita guantate sulla spalla sinistra fino a raggiungere la tasca porta-attrezzi. Estrasse un sottile cilindro metallico e lo portò proprio davanti la visiera. Quando premette il pulsante fu come l’accendersi dell’albero di Natale quand’era bambino. Passò il raggio della torcia tutt’intorno per rendersi conto del luogo in cui si trovava, poi lo fermò su quella maledetta gamba. Era rotta, naturalmente. Come la ricetrasmittente. La tuta invece aveva resistito.

Alle sue spalle la parete rientrava a tetto verso l’alto in modo che l’ampiezza del crepaccio al livello della superficie non raggiungeva il mezzo metro e gli impediva di scorgere il cielo. Si spostò lentamente, e mentre osservava le poche stelle ora visibili, fu preso da una grande stanchezza. Come una marea crescente, un caldo torpore gli salì su su fino agli occhi. Affondò nuovamente nell’incoscienza.

***

La luce era un po’ strana. Dorata, più calda. Ad ogni modo gli piaceva, gli dava un senso di sicurezza. Con la luce del giorno il crepaccio aveva perduto l’aspetto misterioso dovuto al buio e alle ingannevoli ombre create dalla torcia. L’uomo rimase seduto a guardare attraverso la fenditura sopra di lui. Allungando le braccia avrebbe potuto raggiungere l’orlo della fenditura. E poi i suoi compagni lo stavano sicuramente cercando. Sorrise. Riuscì a muovere la gamba ferita e rimase sorpreso dalla facilità con cui sembrava risolto uno dei problemi più gravi. Un piccolo sforzo e fu in piedi. Anziché dolore lancinante, migliaia di formiche si misero a correre su e giù per la gamba, «Bene,» disse l’uomo a voce alta, «Bene.»

Guardò ancora verso l’alto perché c’era qualcosa in quella luce… e improvvisamente capì: la luce che scrosciava era la stessa luce dorata del Sole in una splendida giornata d’estate sulla Terra. Rimase sbigottito, gli occhi ammiccanti.

A questo punto non restava che cercare il luogo più adatto per uscire sulla superficie e raggiungere i suoi compagni. Lentamente si mise in cammino. L’ostacolo gli si presentò improvvisamente dietro una curva a gomito, ma la sua mente razionale subito lo rifiutò. Scaturiva dalla parete a destra, attraversava tutta l’ampiezza del crepaccio e si protendeva verso l’alto. Un groviglio di radici e rami, una vera barriera vegetale.

Con gli occhi sbarrati, l’uomo rimase immobile, mentre la sua mente registrava cose impossibili: il colore, il fogliame rigoglioso, la pianta stessa, «Sto delirando,» concluse l’uomo, «Eppure questa luce, ed ora questa pianta, tutto ciò è reale!»

Cominciò ad avanzare verso il viluppo e più si avvicinava più diminuiva il suo timore per quella entità così estranea in quel contesto, così illogica. La primitiva sensazione di estraneità lasciò il posto a un senso di simpatia, come l’aver trovato un vicino di casa in un paese straniero, e improvvisamente dentro l’uomo una diga si ruppe e un’onda impetuosa di commozione lo pervase. Grosse lacrime gli spuntarono. Si inginocchiò singhiozzando davanti a quei rami così simili a braccia familiari, dolci e carezzevoli, si lasciò cadere sopra quel manto accogliente, abbandonandosi come su un letto di amante, e le sue braccia si intrecciarono in un amplesso immenso con altre braccia del tutto nuove eppure conosciute da sempre, e il suo casco e il suo corpo goffo dentro la tuta furono accarezzati da petali come dita leggere e baciati da muschi morbidi come labbra di donna… in una catena lunga di ricordi. L’uomo chiuse gli occhi. C’era amicizia e amore, però non a misura d’uomo ma a livello cosmico, da intelligenza vivente a intelligenza vivente, indipendentemente e al di sopra dei sentimenti umani contaminati e finiti. Nella sua limitatezza doveva infatti “umanizzare” quelle sensazioni agganciandole a modelli comprensibili.

Sentì la sua essenza sciogliersi, desiderò espandersi fino a coprire tutto il cosmo in un unico muto abbraccio ma nello stesso tempo, con umile lucidità, era consapevole di trovarsi di fronte ai suoi limiti umani, impossibilitato a trasmettere tutto questo.

Poi il dolore alla gamba coprì ogni cosa e si ritrovò appoggiato alla parete di fango, immerso nel buio, urlante.

***

Sotto la tuta l’arto si era gonfiato. Attraverso il grosso guanto sentiva il gonfiore che aveva trasformato la gamba in un ammasso turgido, «Sono fregato,» disse a voce alta, «Da questa fossa schifosa non mi muovo più, questo è certo.» Succhiò un po’ d’acqua dalla cannuccia interna. L’indicatore di ossigeno dava un flusso regolare e una riserva per una quindicina d’ore, «Che posso fare in quindici ore se quelli non mi trovano?» si chiese l’uomo. Sopra di lui il cielo schiariva. Sta sorgendo, pensò,  e sarà l’ultima volta che vedrò il sole di questo pianeta. Spero abbia la luce che ho visto nel sogno… sembrava proprio il Sole della Terra. Vorrei… un’onda di nausea gli arrivò improvvisa e a stento trattenne il vomito, «Oh, no!» con voce rotta, «Questo no!» Un’altra onda di nausea lo investì con violenza maggiore e questa volta non fu in grado di trattenersi. I conati si susseguirono convulsi. Poi l’uomo scivolò lentamente e giacque sfinito.

Quando si riprese, un’ora o pochi minuti dopo, gli sembrò che il dolore alla gamba si fosse un po’ attutito, ma ora gl’importava solo dormire e possibilmente terminare la riserva di ossigeno prima di un altro risveglio.

Non fu così. Ancora una volta la luce filtrò dal crepaccio traendo l’uomo dal rifugio dell’incoscienza. E quando la mente gli si snebbiò, finalmente si sentì pronto. Bastava un piccolo taglio sulla tuta.

Già con il coltello in mano, fu fermato dall’indicatore dell’ossigeno. Flusso regolare e riserva per circa ventitré ore. Forse prima non ho visto bene, pensò l’uomo, era buio e ho letto quindici ore anziché venticinque. Con ventitré ore di tempo a mia disposizione può ancora succedere qualcosa… ma come posso essere sicuro che sto vivendo la realtà? Afferrò la gamba all’altezza della ferita e strinse con tutta la forza che gli era rimasta. Urlò, ma nello stesso tempo si rese conto che l’urlo era stato un riflesso condizionato perché non c’era nessuna necessità di urlare.

«E va bene,» disse l’uomo ad alta voce, «Ora non dovrebbero esserci dubbi.» Succhiò dalle cannucce interne una buona dose di concentrato vitaminico e alcune sorsate di acqua piacevolmente fresca, e fu in piedi.

Non ci furono esitazioni nella direzione da prendere. Dietro la curva, nessuna traccia di piante, naturalmente, solo il fondo accidentato del crepaccio leggermente in salita. In salita? Le sue condizioni fisiche glielo impedivano, ma dentro di sé l’uomo fece un balzo di gioia. Lentamente, appoggiandosi alla parete, proseguì salendo lungo lo stretto camminamento, arrivò a una seconda curva, la superò, e a quel punto avrebbe dovuto trovarsi sulla superficie.

Ma il sentiero continuava a salire. La parete a sinistra manteneva un’altezza costante mentre quella a destra si abbassava gradualmente. A una decina di metri si presentò un’altra curva, questa volta in direzione opposta. La mente dell’uomo ricominciò a vacillare. Si fermò ansante, guardandosi intorno, «Ho capito,» disse, «Malgrado la prova, anche questo è frutto del delirio. Comunque, cosciente o no, devo proseguire.»

Ciò che vide al di là dell’ultima curva spazzò come un turbine l’importanza di sapere se stava vivendo nella realtà o nel labirinto dell’incoscienza. Di colpo una sola cosa divenne essenziale: essere presente in quella determinata porzione di spazio. La sua mente fu subito chiara e limpida, senza problemi di sopravvivenza, l’unica imperiosa necessità era partecipare a quell’accadimento nel modo più completo possibile. Il fondo del crepaccio non era adesso che una stretta cengia aperta a picco sul mare, e l’uomo ebbe la sensazione di trovarsi su un poggiolo sospeso nel cielo. Appoggiato alla parete, sentiva che ogni cosa era composta solo di colore. Come l’azzurro del cielo, che non si poteva più confinare entro il valore semantico di azzurro perché il cielo, oltre che essere – non avere – quel colore, era la conseguenza unica e logica del tutto, e il ritmo era talmente perfetto che ogni variazione comportava un immediato cambiamento nell’insieme in modo da mantenere un costante equilibrio cromatico. E l’uomo non si sentiva estraneo all’insieme perché con la tuta sporca di terra e il casco lordo di vomito era la tessera insostituibile nell’intero mosaico. Nient’altro all’infuori della sua presenza fisio-cromatica poteva trovarsi là in quel frammento spazio-temporale e creare così una simbiosi fino a livello molecolare con il tutto che lo circondava, ogni molecola del suo corpo vibrava in risonanza con gli altri miliardi di miliardi di molecole…

Allora comprese ciò che nessun uomo era arrivato a comprendere così a fondo; ebbe la visione di ciò che significa bellezza, di ciò che gli artisti avevano cercato da sempre di tradurre in colore e forma e ritmo, di ciò che gli uomini dall’inizio della loro comparsa sulla Terra avevano creduto di dire con la musica e la pittura e la scultura e con le parole e con tutte le altre espressioni d’arte. Apprezzò i tentativi passati di tradurre ingenuamente la bellezza con il metro delle possibilità umane, e con simpatia comprese gli errori e soffrì le mancanze.

Avanzò di un passo. Vibrazioni percorsero lo spazio trasformando l’insieme come in un caleidoscopio, anche se a occhio umano nulla veniva modificato se non la posizione spaziale dell’uomo. Ma perché tutto questo solo per il dolore provocato da una semplice frattura?  Si chiese muto.

Cercava di trovare una risposta, quando la sua nuova sensibilità avvertì all’improvviso un neo nella perfezione, una nota stonata nel possente ritmo di cui faceva parte, e subito la individuò: nello spazio tra il sentiero e la superficie del mare era necessaria la presenza di un segmento blu in sospensione. L’uomo si chiese perché mai l’estetica fosse stata improvvisamente spezzata provocandogli un male quasi fisico. La bellezza era svanita nell’attimo in cui si era manifestata la necessità di quel volume blu sospeso sull’acqua. Ora si trovava impotente di fronte a una situazione che gli sfuggiva e che gli era contemporaneamente insopportabile.

Fu allora che dalla parte opposta del sentiero apparve l’essere.

Lentamente si avvicinava all’uomo, la parte anteriore protesa verso l’alto, il resto del corpo apparentemente senza contatto col suolo per evitare eccessiva materialità, quasi etereo nella sua consistenza traslucida, elegante nell’essenzialità delle linee, liscio ma non viscido.

L’essere si arrestò, ed ecco che nell’uomo si rinnovò impetuoso il sentimento di amicizia e di amore provato dinanzi la pianta, e subito cercò di avvicinarsi a quel piccolo essere. Ma la creatura, con un unico plastico movimento, passò oltre il ciglio del sentiero e precipitò nel baratro sovrastante il mare.

L’uomo urlò, portandosi le mani guantate davanti la visiera in un incontrollabile gesto di terrore. Quello era un sacrificio, era un morire! Anche se non conosceva la natura dell’essere, aveva la certezza che quello non era un gesto normale come il volare per un uccello bensì un atto del tutto estraneo alle sue caratteristiche, era un suicidio!

«Perché!» gridò l’uomo, «Perché!»

La creatura precipitava verso le onde ma il suo precipitare non era caotico; coerentemente con la sua struttura, era un veleggiare elegante, dolce e tranquillo, da esteta. L’uomo si avvicinò all’orlo del sentiero e guardò giù, e allora tutto fu chiaro. Durante la caduta, la luce colpiva la creatura con un’angolazione che traeva dal suo corpo una ben determinata tonalità di blu. E poiché il suo non era un precipitare ma un bellissimo statico rimpicciolirsi, si era venuto a creare un volume sospeso sull’acqua. L’insieme era ricomposto e l’uomo sentì la perfezione nuovamente ristabilita. Dentro di lui tornò la completezza.

Ma anche una grande stanchezza. Aveva trovato un fratello nell’immensità del cosmo e subito l’aveva perduto. Si sentì nuovamente umano, meschino e limitato, rozzo e sporco. E con un atroce dolore alla gamba.

Aprì gli occhi. L’unica cosa che vide intorno fu la solita scura roccia fangosa del crepaccio, ma non provò delusione né ribellione, rimase con gli occhi fissi sulla parete di fronte, senza vedere nulla. Più tardi avvertì appena gli ultimi residui di ossigeno.

Una grande pace era scesa in lui.

Quando la creatura gli si avvicinò, la gioia fu completa. Le sorrise, e dentro la sua mente ci fu un sorriso di risposta. «Grazie,» disse l’uomo. La creatura gli si fermò accanto. «Sono felice di ritrovarti,» disse ancora l’uomo, «Credevo di averti perduto. Ho provato tanto dolore. Era da ragazzo che non piangevo…»

La creatura rispose nella mente dell’uomo: Non mi sono mai allontanato da te.

«Come hai fatto a manipolare il mio delirio?» chiese l’uomo, «Come hai fatto a ricostruire nella mia mente le scene della Terra?» e in attesa della risposta chiuse gli occhi, esausto.

Certe volte la tua mente era come un quadro su cui potevo vedere e capire il significato del mondo da dove vieni e ciò che sei oltre la tua materialità. Ma a volte scendeva un velo che oscurava il quadro e non riuscivo a leggere nulla. Credo che questo dipendesse dalla tua ferita.

L’uomo rimase con gli occhi chiusi, ansimando, «Sì,» disse in un soffio, «Ho capito. E quando non ero cosciente… hai fatto in modo che io conoscessi te…» si volse verso la creatura al suo fianco e la guardò, «La pianta,» disse, «Era il significato di com’era il nostro mondo una volta… hai raggiunto lo scopo… ho capito l’amore e l’amicizia, e poi… il tuo sacrificio sulla rupe per farmi capire la bellezza e cosa si deve fare per raggiungerla… ho capito. Ma ora dimmi… cosa posso fare per te?»

La creatura era immobile, Hai già fatto abbastanza incontrandomi.

«Ma io non ho fatto niente,» disse l’uomo con quanta forza gli rimaneva, «Io sono semplicemente caduto.»

Potevi non rispondermi, non accettare la mia presenza fisica.

Ci fu un lungo silenzio mentre le due creature rimanevano immobili, una vicina all’altra nell’immenso silenzio del pianeta. Poi la creatura continuò: Qui ci sono stati esseri di altri mondi. A tutti ho fatto la mia offerta, ma nessuno l’ha capita. Anche i tuoi simili lassù in superficie non sono riusciti a comprendermi, e nei periodi in cui la loro mente si schiariva e io potevo leggere, li ho chiamati e li ho invitati a un incontro… ma nessuno ha risposto.

L’uomo non riuscì a ricevere le ultime parole della creatura. Il casco reclinò impercettibilmente da un lato. Ci fu come un grido, e per un attimo ancora l’uomo riprese lucidità. Aspettami! Gridò la creatura nella sua mente, quando la tua nave scese, il fuoco che la sosteneva era troppo vicino a me. Esiste anche per noi una morte fisica… e ora sto morendo anch’io. Vorrei esserti più vicino…

L’uomo guardò la creatura attraverso un velo sempre più spesso e sorrise. Stese un braccio ma non poté raggiungerla. E allora qualcosa si mosse nel corpo della creatura, si allungò in un commovente tentativo di braccio umano, e all’estremità ci fu un lento scindersi in cinque piccole dita fino a raggiungere le sembianze di una mano umana.

Quando le due mani poterono toccarsi, si strinsero. E rimasero immobili.

***

Il suolo tremava sotto il procedere del cingolato. Poi il grosso veicolo si fermò, due uomini scesero e avanzarono cautamente verso il ciglio del crepaccio. Improvvisamente una voce irruppe negli auricolari: «L’ho trovato! È laggiù, è laggiù!» un’imprecazione strozzata e poi gli auricolari furono nuovamente riempiti da un sovrapporsi disordinato di parole: «C’è qualcosa con lui! Sembra… sembra qualcosa di vivo. Ehi, tu, presto! Vieni qui. La vedi anche tu quella schifezza? Ho l’impressione che ce l’abbia ammazzato, maledetto mostro schifoso! Ora…»

«Aspetta!» gridò l’altro uomo. Ma già l’arma aveva sparato con precisione e il bersaglio era stato raggiunto.

***

«Beh?» disse l’uomo al suo compagno, rimasto silenzioso da quando il cingolato aveva ripreso la via del ritorno, «Sembra quasi che ce l’abbia con me perché ho spiaccicato quel lerciume. Dovevo lasciarlo fare, secondo te?»

«Era già morto,» disse piattamente l’altro, «Tutti e due erano già morti.»

«E tu come lo sai? Tu ci abiti in questo schifo di pianeta? Chi era quell’ammasso di merda, eh? tuo fratello?»

L’altro non rispose e guardò fuori dal finestrino. Ancora qualche centinaio di metri e avrebbero raggiunto l’astronave. «Forse hai ragione,» disse, «Eppure… quella specie di tentacolo che Den teneva così stretto con la mano, sorridendo… sembrava quasi… mah, non so.»

 

© Renato Pestriniero
Dello stesso Autrore: Ci sono segnali. (2017)
Il presente racconto è stato presentato anche su:
– Antologia AA.VV. “Universo e dintorni”, Ed. Garzanti, 1978
– Antologia AA.VV. “Oltre” , Ed. Franco Di Mauro, Sorrento, 1992
– Come “Teorema Semantico” in “La novella italiana – Classici Italiani commentati” a cura di Cesare Segre, 1992, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, Milano
– “Une fosse grande comme le ciel”, su Internet, 2003
– Incluso in “C’era una volta la Luna”, su Perseo Libri, 2005
– Incluso nell’antologia “Il meglio di Pegasus” a cura di P.Secondini

 

 

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