Network Effect è il titolo che Martha Wells ha utilizzato per la serie di racconti che presentano il medesimo protagonista: Murderbot 2.0.

I primi quattro romanzi (brevi) sono stati tutti tradotti in italiano e pubblicati infine negli Oscar Mondadori in un unico volume per la discreta traduzione di Stefano A. Cresti.

  1. Allarme rosso, (All Systems Red, 2017)
  2. Condizione artificiale, (Artificial Condition, 2018)
  3. Protocollo ribelle, (Rogue Protocol, 2018)
  4. Strategia di uscita, (Exit Strategy, 2018)

Il quinto romanzo non è breve ed è invece una storia completa che si sviluppa su 350 pagine. Al momento non ho notizia di chi lo pubblicherà in Italia. Immagino tuttavia possa essere sempre Mondadori.

La cosa importante è che Network Effect 5 si è aggiudicato il premio Nebula 2020 (come ormai sappiamo tutti, si tratta del premio consegnato nel 2021).

Devo confessare che non avevo letto i primi quattro romanzi, per cui mi sono affrettato a farlo in questa occasione.

Probabilmente in modo sbagliato: cioè ho letto il quinto e poi sono tornato su uno, due, tre e quattro. A conti fatti, direi che tale scelta è davvero poco felice: ci sono mille cose che non si capiscono nel quinto libro, se non si sono letti i primi quattro. E questo, a mio parere, è un difetto da imputare all’Autrice.

I cinque romanzi sono di fatto dei Cyberpunk ma molto, molto alternativi, perché con quel genere non condividono affatto il pessimismo distopico.

Eppure, non poteva essere diversamente! Il protagonista è una macchina molto sofisticata, troppo simile a un essere umano, in maniera impressionante e qualche volta imbarazzante. Possiede un cervello artificiale capace di elaborazioni velocissime, ma anche di sentimenti molto spesso irrazionali, come quelli umani appunto. L’essere si considera orgogliosamente un oggetto.

Queste unità si chiamano SecUnit, cioè Unità di Sicurezza e sono dei Cyborg (un po’ macchina e un po’ essere vivente).

Hanno la capacità di ricostruirsi, per cui anche se in teoria potrebbero essere uccisi da un’arma, in genere è quasi impossibile farlo con le armi tradizionali. Questi individui sanno come mettersi offline e attivare la ricostruzione delle loro parti danneggiate.

Nella versione italiana dei primi quattro romanzi. la macchina è sempre considerata al femminile! Eppure, non esiste alcuna ragione per questa femminilità, né viene mai accennato in originale al minimo aspetto sessuale di quella cosa. Mi sembra un grave difetto della traduzione e soprattutto della revisione.

Nella versione originale Martha Wells fa sempre molta attenzione a usare il pronome ‘it’ per identificare il soggetto. Vale a dire il neutro britannico.

Inoltre, se volessimo pensare al cinema, l’essere più vicino a Murderbot 2.0 è senza dubbio RoboCop, a cui Martha Wells potrebbe benissimo essersi ispirata. Per cui, in traduzione, usare il femminile è davvero molto sbagliato.

Network EffectMurderbot, come RoboCop, ha sentimenti confusi ed è letale, ma solo contro gli alieni cattivi, gli umani pericolosi, o tutti quelli che minacciano i suoi clienti. Come si è detto, Murderbot ci tiene a precisare in ogni momento di essere un oggetto; acquistato o noleggiato dalla dottoressa Mensah, che è la sua principale cliente. Come lo sono tutti coloro che ruotano attorno alla dottoressa Mensah e che si avvalgono delle capacità di Murderbot. Questi personaggi ci vengono puntualmente presentati ogni volta all’inizio delle cinque avventure.

Network Effect 5 conserva lo stile di scrittura dei primi quattro romanzi.

Come abbiamo detto si sviluppa secondo uno stile Cyberpunk decisamente anomalo, perché la narrazione in prima persona della macchina utilizza sempre un linguaggio molto familiare, divertente e soprattutto non c’è in lei alcuna traccia del pessimismo cosmico, tipico del Cyberpunk.

Murderbot 2.0 la macchina, ama, si direbbe, l’avventura e l’azione, ma ha scoperto che sono state prodotte più di 35.000 soap opere con trama spaziale e per rilassarsi, o quando sta facendo qualcosa di facile, o noioso ne estrae una dal suo archivio e se la guarda di nascosto, proiettandosela internamente, ben felice dell’opportunità.

Un altro difetto del romanzo è che i riferimenti computeristici di fantasia, elementi con nomi reboanti e del tutto inutili, sono a un certo punto così numerosi da rischiare di impedire la comprensione della storia. Anche per questo leggere prima i quattro racconti lunghi potrebbe facilitare il lettore, che comincerebbe a impratichirsi di certi termini.

In questo quinto libro le prime cento pagine (quasi un terzo del romanzo) sono la descrizione di una interminabile battaglia tra i clienti di Murderbot e certi esseri umanoidi, di carnagione grigia, che non si sa bene se siano umani o alieni. Battaglia infarcita di comandi e programmazioni ai droni che ronzano attorno alla SecUnit, sistemi di sicurezza informatici, virus informatici e insomma un esasperante insieme di quasi incomprensibili attori.

La battaglia si concluderà con la cattura di Murderbot e di tutti quanti i suoi clienti, trascinati su una nave spaziale che si rivelerà però un’entità artificiale, intelligente essa stessa, a cui Morderbot 2.0 è particolarmente legato/legata/legati…  Secondo gli ultimi parametri italiani, bisognerebbe scrivere legatə, utilizzando così la nuova lettera schwa o scevà.
Una forma di amore? La macchina dice di no!

Da qui parte un’avventura su un mondo forse alieno, o forse no! Ma noi lasceremo ai lettori il piacere di scoprirselo da soli.

Malgrado lo stile leggero e tutto sommato nuovo, il romanzo a mio avviso risulta piuttosto pesante da leggere.

In questo caso non è facile capire come abbia potuto vincere il Nebula: un buon prodotto, con molta avventura, ma poca ambientazione e, soprattutto, abbastanza noioso, benché la trama vorrebbe essere d’azione.

Anche il finale, a nostro avviso è un po’ tirato e ci è sembrato poco convincente: Martha Wells sembra voler introdurre elementi per un cambiamento negli eventuali proseguimenti della saga, dove Murderbot pensa, forse, di svincolarsi dalla sua attuale clientela.

Staremo a vedere.

 

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