Da una settimana Leandro non riusciva a dormire bene. Era un sonno agitato e spezzettato. Tutta colpa della civetta. Evidentemente s’era installata da qualche parte nei dintorni. Chissà dove? Fatto sta che il suo richiamo echeggiava nel cortile interno del palazzo: «Tutto mio! Tutto mio!». Sembrava davvero che gridasse rivendicando il diritto di essere la padrona di casa. Sembrava quasi che l’uccello notturno molesto lanciasse il proprio richiamo dal balcone a pochi metri dal letto in cui tentava di riposare il portinaio alieno.

Quella notte Leandro perse la pazienza. Voleva affacciarsi almeno per tentare di individuare dove si trovasse il rapace. Uscì di colpo e si trovò a pochi centimetri dal naso la sagoma scura di una civetta incredibilmente grande. La creatura era davvero sul suo balcone e lo scrutava con gli enormi occhi gialli, fissi dentro ai suoi.

Un umano qualsiasi avrebbe cacciato un urlo di terrore o per la paura sarebbe rimasto ammutolito. In ogni caso sarebbe scappato. L’incontro ravvicinato improvviso con un rapace notturno può risultare inquietante.

Leandro, invece, dopo un lieve moto di stupore, esclamò: «Gedeone! Accidenti! Ma sei tu che fai quel verso?».

La sagoma della presunta civetta si mosse. Ora si distinguevano le quattro zampe da gatto e la coda flessuosa che ondeggiava nel buio di quella notte agitata.

«Ti ho disturbato, Leandro? Scusa. Mi allenavo».

«Ti allenavi a far cosa? A tenermi sveglio?», protestò il portinaio.

Gedeone stava imparando il linguaggio del “Tutto mio”, perché, i rapaci notturni sono creature aliene, provenienti dal pianeta Owl. Frequentano il pianeta Terra nei periodi di villeggiatura. Il gatto aveva già imparato parecchie frasi, tanto da riuscire a chiedere a un gruppo di civette per se stesso, Pupa e i loro cinque cuccioli un passaggio fino a Mychoos sulla loro astronave.

«Te ne vai per sempre?», gli chiese triste Leandro.

«Amico mio, ci parleremo in videoconferenza interstellare… Sai, i piccoli devono andare a scuola, qui non è possibile. Dobbiamo rientrare su Mychoos. Del resto eravamo qui per sventare l’invasione dei ractusiani, e il pericolo non c’è più».

Una settimana dopo Gedeone e famiglia partirono.

La loro scomparsa gettò nello sconforto zia Matilde. La notte seguente, mentre la povera donna singhiozzava inconsolabile sul terrazzino, un proiettile di piume la colpì in pieno petto e rotolò ai suoi piedi. Appena si riprese dallo spavento, Matilde si chinò e vide una minuscola civetta di uno strano colore viola. Pigolava di dolore per l’impatto e la fissava con due dolcissimi occhioni imploranti aiuto. La zia smise di piangere istantaneamente. Raccolse con tenerezza l’uccellino ferito e gli sussurrò: «Non piangere. Mi prenderò io cura di te d’ora in poi». Tutù, così si chiamava l’aliena rapace fra le braccia di Matilde, aveva deciso di rimanere per sempre sulla Terra, e Pupa e Gedeone le avevano trovato una casa, vitto assicurato e un’umana da amare.

I mychoosiani avevano tranquillizzato Leandro sulla sorte di zia Matilde. Il portinaio sapeva che la donna non sarebbe rimasta sola, perché una civetta le avrebbe tenuto compagnia. Quasi contemporaneamente si sarebbe trasferito da lei anche un ractusiano a pelo lungo, che lei avrebbe scambiato per una cavia peruviana.

Ma a lui, a Leandro, nessuno aveva pensato.

In preda al magone, qualche notte dopo la partenza dei gatti alieni, sentì grattare alla porta. Aprì e il dottor Dyno, l’iguana, sgattaiolò in casa chiedendo: «Che fame! Ce l’hai una banana?».

Il portinaio Alieno comprese che il sauroniano sarebbe stato il suo nuovo coinquilino.

«Ma possibile che tutti quelli che si installano da me abbiano sempre fame!», protestò bonariamente.

«Sì, può darsi che io e Gedeone in questo ci assomigliamo. Ma non aspettarti che io ti faccia le fusa!».

Leandro e Dyno misero il broncio, dividendosi l’unica banana che c’era in casa. Sotto i baffi se la ridevano soddisfatti.

Competenze

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Postato il

21 Aprile 2016

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