
Questa avventura, iniziata il 23 aprile 2015, oggi trova un punto di riferimento davvero significativo. Avevamo detto a E.R. Mason, Autore del libro che ora potete leggere tutto anche in italiano, di voler fare un esperimento: un romanzo di fantascienza americano, originale, che i nostri lettori avrebbero collaaborato a tradurre. Ed ha subito detto che l'idea gli paiceva moltissimo e di tenerlo informato sugli esiti di questa operazione.
La traduzione esce con la sola revisione mia, fatta velocemente, mentre vorrei presentare un prodotto rivisto davvero al meglio. Per questa fase siamo un po' indietro:
la persona che si era presa l'incarico di fare il controllo, Arianna Zanini, ha evidentemente delle difficoltà a rileggere il tutto. Per cui, se qualcuno volesse rivedere il testo mi contatti e invierò alla persona, o alle persone un testo leggibile e scrivibile da computer.
Inizalmente le cose sono andate un po' lentamente e infatti abbiamo cominciato a presentare i capitoli a uno per volta. Poi finalmente tutto è diventato più rapido e grazie e nuovi amici siamo arrivati in breve tempo alla totale traduzione del romanzo.
Un grazie a tutti quanti: Paolo Beretta, Paolo Buzzao, Viviana Campo, Roberto Climastone, Ferdinando Temporin. Un grazie particolarissimo a Roberto Climastone, che da solo si è preso carico della maggior parte dei capitoli finali, come vedrete anche in questa parte presentata per la lettura diretta.
Abbiamo anche avuto piccole incomprensioni con degli esperti, vale a dire coloro che leggono e producono fantascienza: "il libro non è un bel libro", ci hanno detto. Al che ho risposto che il giudizio mi pareva piuttosto superficiale. È un romanzo un po' ingenuo in certi momenti, probabilmente per la poca esperienza dell'Autore quando lo ha scritto (la pubblicazione è del 2011). Per esempio, su una nave spaziale con motori più veloci della luce, le comunicazioni avvengono via radio: "Qui il capitano, chiama Roby, passo!"
Di questo e di altro ho intenzione di parlare in un prossimo articolo, coinvolgento anche E. R. Mason. a intanto non siate pigri e aggiungete qui sotto i vostri commenti. Soprattutto, che ne pensate del libro? Senza problemi: dite la vostra.
- Riassunto
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- Il libro
Adrian Tarn, allergico alle regole e inaffidabile romantico, accetta di lavorare sulla nave cartografica Elettra, ma il noioso viaggio in Amp-luce si interrompe perché è in vista un veicolo alieno, apparentemente abbandonato. Adrian entra nella nave con una squadra, ma scopre di non ricordare più il momento in cui è uscito dall’Elettra! Una improvvisa e inspiegabile amnesia! Va comunque avanti.
Nel veicolo alieno c’è energia neuronica, ma nessun segno di vita, c'è un tavolo che è un buco nero e la squadra sperimenta diverse difficoltà. Tornati all’Elettra, si scopre che Maureen Brandon, Capo Analisi Dati, ha distrutto l’intero data base per poi sparire in modo misterioso. L'Elettra ha mille avarie ed è del tutto inutilizzabile. Adrian sente dire dal capitano che forse sarà necessario consultare l’Inviato, ma non gli viene spiegato chi, o cosa sia costui.
Sulla nave scompare improvvisamente la gravità artificiale e scompare anche il vice comandante Tolson. Si sa che il vecchio Tolson e la glaciale Maureen Brandon avevano una relazione e Adrian ritrova la “bella” nella sua cabina, svenuta, legata alla poltrona e senza vestiti addosso. Poco dopo, anche il vice comandante viene trovato, "quasi" vivo all’interno della camera di equilibrio, ma è avvolto in un bozzolo che lo ha orribilmente trasformato.
Il comandante Grey chiede ad Adrian di sostituire il vice comandante Tolson, e gli parla dell’Inviato: si tratta di un alieno che occupa un comparto annesso alla cabina del comandante e fa parte di una razza enormemente evoluta, i Nasebiani. Con questi esseri non è possibile parlare e comunicano telepaticamente, facendosi vedere solo quando vogliono.
Ma scompare anche il Comandante Grey: Adrian va nella cabina di Grey ed ecco apparire la misteriosa entità: l’Inviato è chiaramente di sesso femminile. La comunicazione è scarna, telepatica, ma l’aliena già sapeva della scomparsa di Grey.
R.J. amico di Adrian, ha una sua teoria: anche se nessuno li ha visti, l’unica possibilità è che degli alieni, provenienti dalla nave misteriosa, siano a bordo e operino i sabotaggi. Ma come? Ben presto si scopre che questi alieni indossano delle tute che li rendono invisibili e operano con speciali pistole in grado di cancellare la memoria e rendere inoffensivi i nemici.
Adrian decide di tentare un'impresa impossibile, entrare nella loro nave, aiutato da Perk per annientarli. Il piano è impreciso: attaccare alla nave aliena due dei loro grossi motori di supporto, poi entrare, minare lo scafo da dentro e spingerlo lontano accendendo i motori. In qualche modo i due ce la fanno ad attaccare i motori e a entrare, ma qui li aspetta una sorpresa davvero inaspettata.

Traduz. di Roberto Climastone
Aspettammo, ma non tornò. Colpii l'angolo in alto più vicino a me con tutta la forza. La griglia si sganciò facilmente. L’altro angolo in alto fece come il primo. Perk abbassò la griglia e la lasciò penzolare da un lato. Dovetti uscire a testa avanti. Sotto di noi c'era una scrivania. Atterrai con le mani e mi rotolai per arrivare di fianco sulla scrivania, facendo il minor rumore possibile. In pratica non ci fu rumore. Salii in piedi sulla scrivania per trattenere la grata e per aiutare Perk a scendere. Portai giù le armi e la sacca il più in fretta possibile e rimisi a posto la griglia. Ci accucciammo dietro la scrivania in attesa.
Era sicuramente la sala controllo. I monitor climatici e i pannelli di distribuzione erano lì. Non riuscivamo a decifrare i simboli arabeggianti, ma la disposizione era inequivocabile. Non avevamo trovato i motori, ma i generatori d'energia andavano bene lo stesso. In realtà le zone di controllo non erano mai molto lontane dei generatori veri i propri. Non avevamo modo di capire quale tipo di sistema usassero, ma non c'era dubbio che avremmo causato parecchio danno.
Mi sporsi per dire qualcosa a Perk, ma il 'bip' di un allarme mi interruppe. Un secondo dopo, l'orrendo omino arrivò di corsa. Dopo qualche istante, corse via nella direzione opposta. L'allarme continuò a suonare. Ci sedemmo con la schiena contro la scrivania e ci guardammo sconfortati. L'allarme sicuramente era a causa nostra.
Perk si sporse e mi disse in un sospiro, “Siamo fottuti.”
Azzardai un’occhiata al di là della scrivana, ma non c'era nessuno. “Amico mio, credo invece che abbiamo vinto.”
“Vinto cosa?”
“I motori sono pronti a partire. Bruciano per cinque-sette minuti. Se piazziamo le due bombe in questa sala controllo e impostiamo il timer a, diciamo, quattro minuti, possiamo accendere i motori, allontanare questa chiatta e le cariche spazzerebbero via la sala ed i loro sistemi di alimentazione per sempre. Forse causerebbero ancor più danni se si verifica una reazione e catena. Direi che li abbiamo dove ci serve.”
“Capisco. Comunque non dovevamo andare da nessuna parte.”
“Dobbiamo esser pronti senza allarmare il tipo nervoso che corre avanti e indietro. Non vogliamo che vengano tutti qui, per ora.”
Perk mi guardò e fece una smorfia. “Ironico, no? Non molto tempo fa eravamo noi a correre confusi in cerca degli intrusi sull'Electra e adesso tocca a loro.”
“Chi la fa, l'aspetti, immagino.”
“Ti rendi conto che così gli roviniamo la festa?”
“Mi chiedo se questo tizio sia sempre lui o uno dei tanti. Non riesco a distinguere i bastardi uno dall'altro.”
“Secondo me i più sono alla festa, per la giovanizzazione.”
“Bel termine. Prepara le cariche e vedrò se riesco ad avere una migliore osservazione.”
“Dammi i telecomandi dei motori. Li metto in modo che uno faccia accendere i due motori con un solo controllo.”
Gli passai la sacca e rimanendo giù strisciai intorno alla scrivania, osando un'altra sbirciata oltre il tavolo. La stanza era vuota. C'era una porta ai due lati. Mi sporsi per vedere dentro alla stanza alla mia sinistra, ma vidi solo altri pannelli di controllo. Alla mia destra, l'altra porta immetteva in un breve corridoio di collegamento.
Dovevamo trovare un posto per nascondere le cariche e poi impostare i timer. Un pannello lì vicino aveva quello che sembrava un cassetto nello slot più basso. Feci silenziosamente un passo in avanti, afferrai le maniglie e lo aprii. Una parte dello spazio interno conteneva quello che sembrava un manuale. Il posto perfetto per una bomba. Richiusi delicatamente il cassetto e mi voltai per tornare indietro, quando qualcosa lontano, alla mia sinistra fece suonare un campanello nella mia testa. Mi affrettai dietro la scrivania e sedetti.
“Ho appena visto qualcosa che mi ha mandato fuori di testa.” “Ma che bello.”
Aprii la bocca per replicare, ma i passi dell'orrendo omino mi fecero gelare. Entrò nella sala controllo da sinistra, si fermò, poi corse via. Continuammo, sempre tenendo la voce bassa.
“Non ti hanno visto, vero?”
“No ho guardato in entrambe le direzioni. Sono tutti fuori di testa, corrono come galline decapitate.”
“Beh, è ciò che saranno. Che hai visto?”
“Non ci crederai, ma a circa novanta metri a sinistra c'è un ascensore vuoto che sembra proprio quello che abbiamo usato noi.”
“Scherzi?”
“Il problema è che, se ce ne andassimo, non ci troverebbero qui, ma frugherebbero in giro.”
I passi ritornarono, ma transitarono rapidamente e svanirono.
“Due opzioni.”
“Quali?”
“Uccidere tutti in zona, o sparire senza farci vedere.”
“La prima è un un macello.”
“Se provassimo con l'ascensore e si accorgessero che non c’è più, che problema è? Forse penserebbero che lo hanno chiamato a un altro livello.”
“Dovremmo impostare i timer delle cariche grandi. Sarebbe una stima approssimata. Poi dovremmo accendere i motori quattro o cinque minuti prima dello scoppio, in qualsiasi posto fossimo in quel momento.”
“È azzardata, qualsiasi cosa decidiamo di fare.”
“Quindi, prima opzione, mettiamo le cariche grandi a quattro minuti, le piazziamo il più lontano possibile, facciamo partire subito i motori e ci mettiamo a correre.”
“Giusto.”
“Oppure, opzione due, impostiamo le cariche al tempo sufficiente per andarcene e proviamo a prendere l'ascensore senza essere visti.”
“Ottima comprensione della situazione, amico mio. Zitto, arriva il nostro amico.”
L’omino vecchio arrivò di corsa e di nuovo sparì nella stanza accanto.
“Ho preso il suo tempo. Sta sempre via per almeno tre minuti.”
“Basterà. Piazzo una carica in questa stanza, mentre tu piazzi l'altra nella stanza vicina. Il primo che arriva all'ascensore sta vicino al pulsante di salita.”
sbirciai dietro la scrivania, ma non vidi nessuno. “Sai cosa servirebbe? Una distrazione a un livello diverso per tenerli lontani da qui.”
Perk sorrise. “So come fare. Quante cariche abbiamo?”
“Cinque.”
“Dammene una.”
Cercai nella sacca e gliene diedi una.
Perk separò il telecomando dalla carica e lo mise nella tasca sul petto. “Passando da uno degli altri piani getterò la carica il più lontano possibile. Se non c’è nessuno, attirerà tutta l'attenzione degli altri. Se dovessero esserci degli stramboidi, li metterà a nanna.”
“Per me va bene. Quanto tempo abbiamo?”
“Piazzare le cariche, prendere l'ascensore, mettere le tute spaziali, speriando che il portello sia aperto… dieci minuti più o meno.”
“Facciamo i generosi e diciamo quindici, caso mai abbiano chiuso la porta.”
“Giusto, non possono trovare le cariche grandi in quel tempo.”
“Allora, quindici minuti per noi, più quattro minuti perché i grossi motori spostino la nave, totale diciannove minuti.”
“Diciannove minuti.”
Tirammo fuori le cariche grandi, segnammo diciannove minuti sui timer, poi aspettammo il ritorno dell'omino. Stavamo lì con gli esplosivi sulle ginocchia, fissando i bottoni di armamento e avvio, con grandi incertezze sulle nostre possibilità. Non ci fu da aspettare molto. L'orrendo omino passò trotterellando anche più rapidamente di prima, come se stesse davvero andando da qualche parte.
Schizzammo fuori, trascinando le nostre armi, la sacca e le cariche. Andai direttamente alla porta e sbirciai cautamente dietro l'angolo. Nessuno in vista.
Corsi verso il mio obiettivo e aprii il cassetto in basso. Perk stava già lavorando su una carica nella camera accanto. Spinsi l’attivatore della mia carica e guardai il timer iniziare il conto alla rovescia, quindi la posai delicatamente sotto il manuale.
Scattammo verso l'ascensore arrivando nel medesimo istante. Una volta dentro spinsi il bottone di salita e Perk tirava fuori il detonatore dalla sua tasca ponendosi nella migliore posizione per lanciare la carica piccola. L'ascensore non era molto veloce. Attraversammo il livello successivo inosservati, c'erano solo cavi e robaccia sparsa in una zona di carico.
Al successivo incontrammo dei possibili guai. Quattro di loro con la schiena volta verso di noi, stavano lavorando su qualcosa. Uno sentì l'ascensore e si voltò. Sollevò una mano tridattila per indicarci con espressione allarmata. I compagni si girarono proprio nel momento in cui la carica di Perk già scivolava sul pavimento verso di loro. Esplose quando noi avevamo ancora i piedi in vista, per cui avvertimmo il forte botto e l'impatto dei detriti sparsi.
Il livello successivo era una stanza enorme alta due o tre piani con un montacarichi in una nicchia di lato. Mentre salivamo notai che stavamo passando dalla festa.
Intorno a noi si sentivano molti allarmi, ma noi intanto emergevamo in silenzio al nostro ingresso. Scesi e usai il calcio dell’arma per rompere il pannello di controllo, in modo da renderlo inutilizzabile. Ci guardammo intorno in fretta, sperando che le tute fossero ancora al loro posto. Guardai dietro e notai deluso l'ascensore che tornava giù.
“Perk, stanno arrivando.”
“Si, hai visto che il portello è chiuso e sigillato con un tastierino?”
“Merda.”
Trovammo in fretta le nostre tute. Nel tirarle fuori e indossarle, imbrogliammo le attrezzature tra noi. Perk mi mostrò il dito medio. Dopo un enorme sforzo ragionato riuscii a sedermi sul pavimento e infilare le gambe. Perk continuò a lottare con la sua.
Era preoccupato, “Tempo?”
“Forse siamo stati troppo generosi. Abbiamo ancora dieci minuti.”
“Sai che dobbiamo far saltare il portello.”
“Quattro cariche dovrebbero bastare.”
“Imposterò due telecomandi per far esplodere tutte e quattro le cariche. Chiunque di noi potrà farlo con un solo invio.”
“Non vedo l'ora.”
Ci alzammo infilandoci le tute, lottando con le maniche e i guanti. Chiusi e sigillai lo zaino sulla schiena di Perk, mi voltai e lui sigillò il mio. Aprì la sacca e tirò fuori due telecomandi. Dopo averli impostati, me ne consegnò uno. “Aspetta che io sia al sicuro, va bene?”
“Non è divertente.”
“Devo piazzare queste prima di pressurizzare la tuta. Sarò veloce.” Raccolse le quattro cariche rimaste e si diresse verso il portello.
Tirai fuori i telecomandi dei motori a razzo, li infilai in una tasca in velcro sulla gamba della tuta e calciai via la sacca vuota. Fu un piacere avvitarmi il casco. Con la visiera alzata, presi posto tra Perk e l'ascensore e mi preparai a reagire.
“È l'ultima.” Prese il casco e se lo mise velocemente. “Dovremo andare dietro l’ascensore per ripararci.”
Cercammo di abbassare le visiere, ma non ce ne fu il tempo. La sommità dell'ascensore superò il livello del pavimento.
Non so come, ma erano in quattro sulla piccola piattaforma rotonda. I controlli dell'ascensore erano spaccati, ma quell'affare venne su come un siluro. Saltarono fuori con un’esplosione controllata. Non erano i soliti orrendi omini: questi indossavano tute da combattimento e usavano armi molto più grandi. Ad ogni modo erano visibili, probabilmente le armi erano troppo grosse per nasconderle. Aprirono il fuoco immediatamente e si sparpagliarono da ogni parte. Il fuoco continuo dei fulminatori echeggiava sui muri ad un livello stordente.
Il mio primo colpo raggiunse uno di loro in pieno petto. Lo fece cadere all'indietro, ma il bastardo si rialzò subito. Lo colpii ancora con il fuoco rapido finché un colpo lo raggiunse dritto in quei denti gialli e rimase giù.
Perk ficcò tre colpi dentro due di loro. Li sbatté in giro, ma senza abbatterli. Con orrore, vidi che veniva colpito al petto. Buttato all'indietro e non si rialzò.
Mi misi dietro un corto divisorio sulla destra, tenni l’arma puntata dietro l'angolo e sparai una dozzina di colpi alla cieca. La cinghia dell'arma di Perk era alla sua cintola, abbastanza vicina a me. Con un'altra salva di fuoco cieco, mi azzardai a uscire e rientrare, afferrando l’arma lungo la strada. Ancora fuoco cieco e trascinai il corpo di Perk dietro la paratia con me.
Ascoltai. Nessun rumore.
Mi inginocchiai e liberai l'arma di Perk, ma ci misi troppo. Quando mi sollevai, c'era una canna sul lato della mia testa. Mi irrigidii mentre una delle creature si metteva di fronte a me, tenendomi l'arma puntata alla fronte. L'orrendo omino mi fece un altro di quei sorrisi dei quali non ne potevo più. Abbassò la canna dell'arma in modo da puntare al mio cuore. Avevo timore di alzare le mani per paura che quello sparasse.
Sorridendo ancora, buttò bruscamente la testa indietro, come per ridere. Ma non ci fu nessuna risata. Invece dalla sua gola spuntò l'estremità appuntita e affilata di un pugnale. La creatura cadde direttamente su Perk, che si era inginocchiato dietro di lui.
Mi buttai giù, allo scoperto, immaginando che gli altri due dovessero essere proprio dietro l'angolo. Il più vicino dei due si era spostato di fronte al grosso tavolo centrale.
Sparammo tutti e due, il suo colpo era alto, ma tre dei miei lo raggiunsero in pieno petto, facendolo volare all'indietro, sul tavolo. Come ogni altra cosa, ci finì dentro. Afferrò il bordo e sembrò aggrapparsi disperatamente. Il suo compagno sul lato opposto rimase inorridito a quella vista, come se fosse la peggior cosa che potesse accadere. L'omino lottò, ma scivolò ancora più giù come se una grande forza lo tirasse. Lasciò cadere l'arma sul pavimento e si aggrappò al bordo con entrambe le mani tridattile. I suoi occhi erano spalancati la bocca spalancata per urlare, ma fu tirato ancor più giù, fino a quando non rimasero che le mani aggrappate al bordo del tavolo. Una mano scivolò giù, l'altra la seguì poco dopo e lui sparì.
Il suo compagno era furibondo. Aprì il fuoco ma partirono solo due colpi, prima che Perk, ancora steso al suolo, facesse brillare il portello. Ma io ero troppo maledettamente vicino. Fui sbattuto in su e all'indietro contro il muro battendo la testa molto forte dentro il casco imbottito e il mondo si fece buio. Non volendo perdermi niente, mi imposi di non svenire. Quando la luce fu tornata normale, Perk, l'alieno morto ed io eravamo un mucchietto sul pavimento.
Per prima cosa, pensai di verificare se il casco fosse incrinato, ma tutto inutile. Immediatamente sentii l'aria aspirata fuori dai miei polmoni. Qualsiasi cosa non fissata nella stanza venne trascinata e schizzò fuori dal portello aperto. Sulla nave aliena non c’era pressione, ma avrebbe potuto compensare. Perk ed io fummo spinti verso l'uscita. Riuscii a prenderlo e a bloccarmi sul bordo della nicchia. Lo tirai dentro per una gamba e buttai giù la sua visiera. Appena si sigillò, sentii che la sua tuta entrava in funzione, un vantaggio delle tute da volo. Lasciai andare la presa al muro e buttai giù anche la mia visiera. Venimmo trascinati per la stanza raggiungendo il portello aperto giusto in tempo per incrociare l'ultimo omino. Tutti e tre arrivammo alla porta insieme, troppo affollato per passare e l'alieno senza tuta, con gli occhi spalancati, si aggrappò a me per salvare la pellaccia.
Lo colpii con il più forte gancio sinistro di cui fui capace al momento, con tutta l’anima. Lo stordii abbastanza da liberarmene. Uscimmo dal portellone in fila indiana, l’alieno, Perk e io. Lo slancio ci portò troppo vicini all'Electra, rimbalzando sulla ringhiera della passerella. Feci di tutto per mettermi in posizione: più in là, alla mia destra l'extraterrestre se ne andava roteando. Ci fu un momento in cui mi guardò negli occhi: aveva perso tutto. Non ci sarebbe stato il ritorno al porto pirata con il bottino. Nessun futuro a risucchiare la vita degli altri. Cadde verso le stelle, mentre lottava inutilmente e infine sparì nella fredda oscurità.
Poco prima di cozzare contro la superstruttura dell'Electra, mi accorsi che la tuta di Perk perdeva aria e sangue gelato. Schiacciai il mio guanto contro il buco della tuta e una frazione di secondo dopo subii l'impatto a destra. Rimbalzammo come lottatori contro il tappeto e il rinculo ci fece girare verso la nave aliena. Continuavo a turare la falla nella tuta di Perk con la mano, ma guardai il conto alla rovescia sul timer della mia manica. Tre minuti prima dell’esplosione delle grandi cariche. Lo lasciai andare, tirai fuori il telecomando dalla tasca sulla gamba lo armai. Quando si accese la luce, schiacciai l’accensione.
Per una ragione che non sarà mai nota, il motore sinistro partì per primo. Dopo quella prima esplosione afferrai Perk e lo tenni stretto. Ci volle solo un secondo perché il motore spostasse l'enorme sagoma da insetto dell’astronave. La passerella venne strappata, sobbalzò, si contorse, ancora agganciata dalla nostra parte. La massa del veicolo doveva essere molto inferiore al previsto, perché quel singolo motore sarebbe bastato e avanzato. Il getto del motore ci buttò contro l'Electra e ci mantenne lì.
Il motore fece andare quella cosa in alto e verso destra, capovolgendola in senso orario. Là dentro doveva essere un inferno. Poi si accese il motore destro, eruttando uno spruzzo di schifezze e subito tentò di contrastare il rollio e l'imbardata a destra. Il veicolo si allontanò verso lo spazio piroettando, avvolgendosi e roteando come un dragster lanciato che ha colpito il parapetto, diventando sempre più piccolo e veloce.
Eravamo stati tanto, tanto fortunati. L'accessione del primo motore ci aveva spinti verso l'Electra che si era spostata, il che aveva spinto la nave aliena verso l'alto, allontanando da noi gli scarichi dei razzi.
La scena era così surreale che mi stavo dimenticando le grosse cariche. Guardai il timer. Aveva sorpassato lo zero ed ora era a più uno. Ero terrorizzato. O l'esplosione era stata tutta all'interno della nave o non c'era stata per niente
Improvvisamente in lontananza apparve una grande luce, come una nuova stella. Un lampo, poi strisce bianche in ogni direzione.
Un istante dopo avvenne qualcosa di totalmente inaspettato: il nulla assoluto. Improvvisamente ci fu spazio nero e vuoto, come se tutto fosse stato un'illusione. Ma ci volle solo un secondo per capire. Usavano l’antimateria. Con la distruzione del loro sistema di contenimento di antimateria, essa era libera di divorare ogni cosa. Mutuo annullamento. Neutralizzazione bilanciata di ogni cosa.
Come uno scimpanzé ferito, riuscii ad aggrapparmi all'Electra e ci trascinammo alla camera stagna aperta. Le luci all'interno erano basse. La tuta di Perk si stava afflosciando. Lui era incosciente o morto, non capivo bene. Lo stesi sul pavimento dell'Electra per poter chiudere la porta esterna. Attivai la pressurizzazione d'emergenza, ma sapevo che dovevamo restare un bel po' dentro le tute. Non sarebbe arrivato nessuno ad accoglierci. Per quanto ne sapevamo, tutti quelli sull'Electra erano al momento prigionieri. Tenni Perk con un braccio ed aprii un kit d'emergenza sul muro. Strappai la grossa pezza e la pressai contro il foro nella tuta, quindi lo agganciai ad un cordone ombelicale, sperando che il suo zaino funzionasse abbastanza da gestire la sua atmosfera.
Quando la porta interna finalmente di aprì, mi venne voglia di piangere come un bambino. C'erano R.J. ed il Dottore, carichi di kit medici e pronti ad intervenire.

Traduz. di Roberto Climastone

Traduz. di Roberto Climastone

Traduz. di Roberto Climastone

Traduz. di Roberto Climastone

Traduz. di Roberto Climastone
FINE
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nato nel 1944, non ha tempo di sentire i brividi degli ultimi fuochi della grande guerra. Ma di lì a poco, all'età di otto anni sarà "La Guerra dei Mondi" di Byron Haskin che nel 1953 lo conquisterà per sempre alla fantascienza. Subito dopo e fino a oggi, ha scritto il romanzo "Nuove Vie per le Indie" e moltissimi racconti.
