Il breve saggio di Fabio Calabrese apparirà a puntate su Nuove Vie. Al momento, oltre al presente articolo, abbiamo già pubblicato la prima parte di Scrivere Fantascienza.

Anni fa, scrissi un articolo, Scrivere fantascienza , che fu poi pubblicato sul n. 42 di “Futuro Europa”, nel quale mi dedicai ad un tipo di operazione abbastanza inedito, quello di esaminare la fantascienza non dal punto di vista del critico, del lettore, del fruitore come si suole fare nella maggior parte dei casi, presupponendo l’opera letteraria come dato, ma dal punto di vista dell’autore nel momento in cui si accinge a scrivere. Un simile lavoro, ovviamente, era solo il primo passo di un discorso che richiederebbe ben altra ampiezza. Proveremo ora a tornarci sopra e ad aggiungere almeno qualche tassello a questo ideale mosaico. 

Si dice che la caratteristica del genio sia la capacità di vedere le connessioni che sfuggono all’intelligenza comune. L’intelligenza cammina: talvolta corre, altre volte procede lentamente e a fatica; il genio vola.

Se questo è vero, Fabio Calabrese un genio sicuramente non lo è.

L’esempio che sto per farvi, è quello di una vicenda nella quale la mia mancanza di genialità o semplicemente d’intuito ha brillato in una maniera lampante.

Un’altra idea nella quale non c’è nulla di nuovo, è che quando si tratta di descrivere o di constatare dati di fatto, le persone fanno presto ad accordarsi, e che le dispute più acrimoniose che dividono l’umanità sono dispute intorno alle parole; il che avviene quando chiamiamo la stessa cosa con nomi diversi (ad esempio, quello che per alcuni è “sovversione dell’ordine costituito e delle norme tradizionali” per altri è “giustizia sociale”), oppure quando diamo a cose diverse lo stesso nome (ad esempio per alcuni alla catenella di uno sciacquone o a barattoli riempiti di sterco, purché esposti in un adeguato contesto museale può essere dato il nome di “arte”, mentre per altri no); ora, noi sappiamo, la linguistica ci insegna che l’estensione di significato di una parola è sempre convenzionale/arbitraria, cioè dipende da come e quanti parlanti si accordano (o non si accordano) per usarla.

Tenete presente tutto ciò e vedete come nell’esempio che sto per farvi ho dimostrato una desolante mancanza non dico di genialità, ma semplicemente d’intuito. Per anni mi sono trovato coinvolto in una disputa sul significato da dare alla fantascienza senza quasi sospettare che questa parola cara a molti di noi sia usata in due significati molto diversi e addirittura opposti.

Una ragione in più per la quale non sarei dovuto cadere nella trappola né tanto meno rimanervi invischiato per anni, è il fatto che diverso tempo fa mi apparve chiaro che per quanto riguarda l’heroic fantasy un contenzioso analogo poteva essere risolto in maniera simile.

Alex Voglino

In un articolo di diversi anni fa, Il giorno che Conan incontrò Aragorn, pubblicato sul supplemento al n. 26/27 , 1999, di “Yorick” mi era capitato di notare come il termine “fantasia eroica” o “heroic fantasy” (se si preferisce) viene a coprire significati addirittura opposti: lo si nota facilmente mettendo ad esempio questa definizione di Alex Voglino:

[L’heroic fantasy è] “Quel genere di narrativa fantastica in cui è possibile riconoscere l’aggancio a un elemento trascendente, il riferimento a valori di ordine metastorico”;

accanto a quella di Giuseppe Lippi“:

Giuseppe Lippi

Il trono di Aquilonia, i tesori di Valusia sono di cartapesta, non sono premi preternaturali. Essi appartengono al regno della vita e della morte, non all’ordine ‘metascientifico’ e metastorico

La soluzione del busillis è semplice: stiamo parlando di due cose diverse, la fantasy metafisica, tolkieniana e quella non metafisica, howardiana, riconosciamo che sono due cose diverse. Si risolverebbe forse il problema riservando alla seconda la denominazione di “Sword and sorcery”.

Possibile che non mi sia venuto in mente per anni che alla base di molti dei dibattiti più acrimoniosi della fantascienza non ci sia un’ambiguità dello stesso genere?

Stefano Carducci e Ugo Malaguti

Uno degli episodi per me più sgradevoli di un’intera vita dedicata alla fantascienza, si lega ai nomi di Ugo Malaguti e Stefano Carducci. Sembra che il periodo in cui ho pubblicato con frequenza le mie collaborazioni sulla rivista della Perseo (poi Elara) Libri “Futuro Europa” siano servite quanto meno a rilanciare la critica e la saggistica fin allora languenti su questa pubblicazione. Con mia grande sorpresa, un bel giorno, mi sono trovato bersaglio di una serie di attacchi roventi da parte di un altro collaboratore della stessa, Stefano Carducci. Al riguardo, sia chiaro, se qualcuno si mette a “fare le pulci” con attenzione ai testi di qualcun altro, su pagine e pagine, qualche affermazione un po’ azzardata, impulsiva, imprecisa o contraddittoria si trova sempre (si cita talvolta una frase attribuita al cardinale Richelieu: “Datemi due righe scritte da un uomo e lo farò impiccare”).

La cosa più amaramente ironica, fu quando incontrai di persona Stefano Carducci venuto a Trieste con il team della Perseo Libri per la presentazione della mia antologia personale Occhi d’argento. Era sorpreso dal mio risentimento. Ma come? Non avevo capito che era tutta una trovata di Ugo Malaguti per attirare l’attenzione su “Futuro Europa”? Non ce l’aveva con me – diceva – ed io non dovevo avercela con lui, era tutta una parte in commedia!

Quel che mi rincresce di più, a posteriori, è che una persona intelligente come Stefano Carducci si sia prestata ad un’operazione di così basso livello.

Io adesso non ho rivangato questa storia che per un motivo: in uno di quegli articoli si trova buttata lì un’osservazione importante che merita senz’altro ulteriori approfondimenti (vi ho detto che Carducci è una persona intelligente):

L’importanza della scrittura nei racconti di SF con il tempo colma in parte la distanza con la letteratura alta, permettendo l’ampliamento di quella fascia di ambiguità, sempre esistita nel genere, che permette ad alcuni il salto nell’editoria non di genere … così si sono formate diverse linee narrative a partire da tradizioni letterarie diverse, a volte incompatibili, che hanno trovato tutte uno spazio utile di applicazione in un format nato per tutt’altri scopi”.

La fantascienza, in altre parole, nascerebbe come filiazione un po’ particolare della narrativa di avventura, con la presenza, data la tematica fantastica, di sufficienti elementi di ambiguità da consentire man mano l’inserimento di elementi provenienti da tradizioni letterarie diverse, dalla satira alla pornografia (Farmer e Miglieruolo, suppongo), fino alla letteratura cosiddetta alta. È una concezione storicamente tutt’altro che infondata, (si pensi alla vicinanza tra Salgari e Verne) anche se io ho l’impressione che Carducci sottovaluti “di brutto” sia la componente scientifica, sia quella che potremmo chiamare la “curiosità futurologica”, ossia, per dirla con Asimov, il desiderio di rispondere, almeno con l’immaginazione, alla domanda “Come sarà il mondo dopo la mia morte?”.

A posteriori, devo riconoscere che alcune critiche di Carducci coglievano in una certa misura nel segno, anche se è forse il tipo di errore in cui tutti incorriamo: non posso pretendere che l’approccio di Fabio Calabrese alla fantascienza sia l’approccio alla fantascienza o che sia a priori più valido di quello di chiunque altro.

Per discuterne, però, ed anche come punto di partenza per esaminare altre possibilità, sarà però il caso di focalizzarlo meglio.

Anche questa è una storia che ho già raccontato, in particolare nell’articolo di cui questo vuole essere una continuazione o una ripresa. Per sommi capi, io penso che la molla che mi ha sempre spinto sia la curiosità. Mi sono spesso chiesto come faccia la maggior parte della gente a non rendersi conto del fatto che viviamo in un mondo in rapida trasformazione a fronte degli stili di vita relativamente statici delle generazioni che ci hanno preceduto, e che queste trasformazioni sono indotte dallo sviluppo scientifico e tecnologico (di cui – sia chiaro – non sono un feticistico adoratore, che può riservarci conseguenze tanto disastrose quanto positive: si pensi all’inquinamento, alla devastazione ambientale, all’esaurimento delle risorse energetiche e delle materie prime).

La fantasia e lo strumento letterario mi sono sempre sembrati il mezzo più idoneo per bruciare i tempi, per cercare di capire cosa il futuro ha in serbo per noi.

Anche il dato anagrafico è importante. Quaranta/cinquanta anni fa, ai tempi della mia adolescenza, la situazione era alquanto diversa da quella di oggi: sicuramente non c’era la percezione che, appena dopo l’impresa lunare ci saremmo dovuti confrontare con abissi di vuoto incommensurabile al punto di tarparci le ali, dentro e soprattutto fuori dal sistema solare. In compenso, all’epoca non erano neppure intuibili i nuovi “mondi virtuali” che sarebbero stati creati dall’informatica.

Se si tiene presente questo, io credo si possa capire la mia “pignoleria”, l’insistenza sulla correttezza del dato scientifico, le distanze interstellari, l’insuperabilità della velocità della luce e tutto il resto, la mia idea – in ultima analisi – della fantascienza come uno strumento per scattare istantanee attendibili del nostro futuro.

Ma ci possono essere altri approcci.

È chiaro che, partendo da un punto di vista come quello che ho delineato, a quarant’anni dallo sbarco sulla luna, veniamo ormai a trovarci in una secca o forse ad un bivio: chi cerca nella fantascienza la previsione futurologica, non potrà più credere all’avventura spaziale: sappiamo che gli altri pianeti del sistema solare sono morti ed inabitabili e che il resto dell’universo è separato da noi da incolmabili abissi di vuoto, si dedicherà forse alla FS sociologica, ad esplorare le possibilità dell’ingegneria genetica o della realtà virtuale, ma gli appassionati di fantascienza vecchia maniera è difficile che si rassegnino a questa sentenza.

Renato Pestriniero

Non lo scopro ora io, l’aveva già osservato Renato Pestriniero anni fa su di un bell’articolo apparso su “Futuro Europa”, Le nuove costellazioni:

E la vecchia fantascienza fatta di astronavi gigantesche, pianeti infidi e alieni imprevedibili? Nessun problema, per chi la vuole essa è sempre là, viva e verde, disponibile a far sognare e a far passare un’ora di relax (…) io direi di lasciar pure al marziano il suo bel colore verde pisello”.

Non intendo distinzioni di serie A e di serie B di un unico prodotto, ma proprio due espressioni diverse di quell’unico prodotto, due modi di vedere e di parlare che si sono venuti a creare naturalmente, due linguaggi che hanno creato grammatiche e sintassi proprie. Ognuno è libero di raccontare quello che vuole e come vuole, ma ognuno è altrettanto libero di sentirsi appartenente a una filosofia anziché a un’altra”  Vedi biblio..

Due fantascienze; il caso è assolutamente analogo a quello del dualismo heroic fantasy – sword and sorcery; strano come al vostro poco geniale amico ci siano voluti anni per accorgersene.

Donato Altomare

Alcune persone, tra questi Donato Altomare, che non è solo un ottimo autore, ma è prima di tutto una persona squisita ed un amico carissimo, mi hanno talvolta immeritatamente elogiato per il mio “non seguire le mode”, per il mio non essermi mai fatto tentare dai vari filoni che di volta in volta sono emersi nella fantascienza: new wave, cyberpunk, steampunk, connettivismo e via dicendo. Come se partendo da un approccio così vincolato ai contenuti come è il mio, fosse stato possibile fare diversamente!

In generale, però, magari ci si dovrebbe chiedere come mai nella fantascienza filoni e correnti siano possibili.

A suo tempo, la nostra “Continuum” aveva dedicato un numero speciale, il n. 26 ad esaminare la nuova corrente letteraria fantascientifica del connettivismo. Apprezzando ad ogni modo il doveroso lavoro d’informazione e documentazione che si è sobbarcato allora il nostro Roberto Furlani, onestamente, per quel che riguarda questa nuova corrente della quale ammetto di non avere una conoscenza approfondita, mi pare tuttavia che potrebbe essere fatta valere la stessa obiezione che si può sollevare nei confronti di altre che l’hanno preceduta, il cyberpunk, lo steampunk e risalendo nel tempo fino ad una trentina d’anni fa, la new wave; ossia, in qualsiasi settore dello scrivere esiste un rapporto variabile tra stile e contenuti, tra l’importanza da accordare all’uno o agli altri.

Siamo sicuri che per quanto riguarda la fantascienza, che è un genere che si colloca in una posizione un po’ peculiare, si possa realmente accordare maggior importanza allo stile rispetto ai contenuti? Tutte queste correnti che di quando in quando hanno cercato di lavorare sulla fantascienza operando sull’innovazione stilistica hanno davvero apportato qualcosa di essenziale?

Bruce Sterling e William Gibson

Perché non sorgano malintesi, sarà bene precisare subito un paio di punti. Innanzi tutto, ed è storia nota, il cyberpunk in particolare, magari non si può dire abbia apportato, ma certamente è nato da un’innovazione contenutistica fondamentale, un vero e proprio nuovo campo d’azione per la fantascienza rappresentato dalla realtà virtuale e dai nuovi mondi virtuali creati, o fatti percepire come possibili, dalla rivoluzione informatica, ma, d’altra parte, è anche vero che esso, oltre a non rappresentare l’unico modo di trattare le tematiche della realtà virtuale, perlopiù si è limitato ad aggiungere alla fantascienza il linguaggio dei programmatori informatici come un nuovo barocchismo semantico, producendo una serie quasi infinita di imitatori (vogliamo dire di “cloni”) dei due caposcuola, William Gibson e Bruce Sterling, mostrando i segni di una forte ripetitività.

Ben s’intende, non si tratta qui di considerare giustificata né tanto meno raccomandare una qualche sorta di sciatteria stilistica. Il livello, per intendersi, che John Campbell come direttore di “Astounding” pretendeva già settant’anni fa dai suoi autori come correttezza linguistica e come efficacia narrativa rappresenta un risultato acquisito una volta per tutte, e non è ammissibile il ritorno a quella fase pionieristica della science fiction nella quale la novità del genere e la supposta brillantezza delle idee inducevano (o almeno così si supponeva) i lettori a digerire un linguaggio stentato e/o pagine e pagine di tediose descrizioni di macchinari avveniristici.

Diciamo subito, allora, che bisogna distinguere fra quello che è un livello normale di competenza stilistica, che dovrebbe essere un “ferro del mestiere” per qualunque autore che voglia presentarsi decentemente al pubblico (il che però non esclude che talvolta autori anche contemporanei scivolino talvolta al disotto di questo livello, Greg Egan, ad esempio, ma sorvoliamo), e quella che è una ricerca stilistica più o meno elaborata ed esasperata, che talvolta si pretende sia l’ubi consistam di una narrazione, a scapito di contenuti, idee e intreccio narrativo. Io adesso lascerò impregiudicato se tale formula produca risultati di un qualche rilievo nel mainstream che sembra vivere soprattutto di sperimentalismi linguistici (e tuttavia conosce, in parallelo con ciò, un massiccio allontanamento del pubblico dalla lettura), ma essa mi sembra del tutto inapplicabile, o applicabile solo con risultati disastrosi, alla fantascienza.

Stile e contenuti: la questione è annosa e forse insolubile; si può ricordare che – ormai è un secolo fa o giù di lì – Francesco De Sanctis polemizzava su tale materia con Benedetto Croce, e a Croce che sosteneva “Lo stile è l’uomo“, ossia il diritto, quasi il dovere di foggiarsi un proprio stile ed un linguaggio personali, replicava “Lo stile è l’argomento“, cioè sono i contenuti, la materia trattata, in definitiva, a determinare la scelta fra le possibili soluzioni stilistiche, il che è come dire che i contenuti, le idee, il “plot” narrativo sono l’elemento più importante. Io non pretenderò di elevarmi al disopra di questi due illustri padri se non della nostra letteratura, quanto meno della nostra critica letteraria, anche se mi rendo conto di essere un desanctisiano, forse uno dei pochi, fra i tanti crociani che oggi pullulano nella fantascienza, italiana e non.

Probabilmente è questione in primo luogo di sensibilità personale, ed allora cercherò di farvi capire quale è in proposito la mia.

Per illustrarvelo, forse la cosa migliore è raccontarvi un episodio che mi è accaduto qualche tempo fa. Avevo terminato di redigere un racconto incentrato sul relitto di un’astronave aliena custodito in una base segreta (un racconto che avrete forse già letto su “Continuum“). Cosa c’era di più naturale, data la somiglianza di questa tematica con la storia della leggendaria Area 51 dove sarebbero custoditi i resti dell’UFO precipitato a Roswell (posto che una cosa del genere sia mai davvero accaduta!) che intitolare il racconto Area 52?

Ho mandato il racconto a Roberto Furlani, che mi ha subito avvisato che, cosa che mi era sfuggita, sul n. 20 di “Continuum” era stato pubblicato un racconto di Vittorio Catani intitolato L’area 52, e la presenza dell’articolo in quello di Catani, assente invece nel mio, non riusciva a fare una gran differenza fra i due titoli. Poco male! La riga dei numeri, per fortuna, è infinita, e ho ribattezzato il mio pezzo Area 61.

La cosa sorprendente, però, è che i due racconti, quello di Vittorio e il mio, sono tanto diversi quanto si può immaginare possano essere due racconti di fantascienza: il mio è un “classico” hard, mentre quello di Vittorio è chiaramente “letterario – introspettivo”. Io non credo di fare alcun torto a Vittorio Catani, che, oltre ad essere un bravissimo autore è anche una persona estremamente amabile e gentile, che ha incoraggiato “Continuum” fin dai suoi primissimi sforzi, dicendo che il suo modo di scrivere fantascienza è molto diverso dal mio, diverso e probabilmente più valido, vista la massa di pubblicazioni, di consensi, di premi letterari che ha raccolto in questi anni. La diversità è inevitabile e necessaria: un’orchestra che non disponesse di archi, fiati e percussioni ma di un solo tipo di strumenti, avrebbe un repertorio assai limitato e monotono, e la stessa cosa vale per “l’orchestra” della fantascienza italiana (e di quella mondiale, a maggior ragione).

Ma è il mio strumento, se mi permettete, quello che conosco bene.

Negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone esistono numerosi corsi di “creative writing”, alcuni dei quali sono dedicati alla fantascienza. Oggi iniziative di questo tipo stanno prendendo piede anche da noi, tra le altre, il seminario organizzato annualmente dalla “Writers Magazine Italia” e da “Delos“. Onestamente, non saprei se consigliarveli o meno, anche se ho il sospetto che servano principalmente a sgrezzare chi possiede già il dono della scrittura, ma siano inutili per chi di questo talento è sprovvisto. Ad ogni modo, simili corsi io non ne ho mai frequentati, per quanto riguarda lo scrivere narrativa, penso di potermi definire totalmente autodidatta, come d’altra parte è con ogni probabilità la stragrande maggioranza degli autori, nella fantascienza o altrove.

Tutti noi conosciamo, io penso, il celebre racconto La sentinella di Frederic Brown: C’è un soldato di guardia a vigilare su di un avamposto lontano dal suo pianeta in una guerra contro misteriosi mostri, poi in un colpo di scena finale scopriamo che il soldato è una creatura aliena ed i mostri siamo noi, gli esseri umani. Questo racconto mostra nella sua forma pura ed essenziale la natura del racconto a tesi: si prende un’aspettativa profondamente radicata nel lettore e la si viola in un capovolgimento prospettico. Bene, sostanzialmente, in una vasta gamma di varianti, ma lo schema di base di tutta la mia narrativa è precisamente questo.

Al riguardo, è meglio essere onesti. Moltissimi autori dilettanti, quelli che probabilmente non andranno mai oltre i primi due o tre racconti d’esordio, hanno scritto raccontini di fantascienza che erano/sono dei cloni o delle imitazioni probabilmente inconsapevoli della Sentinella. A questo punto ci sono due possibilità, se non si vuole rimanere in una dimensione dilettantesca o chiudere subito la propria esperienza di autore fantascientifico. O ci s’inventa, si trova, s’impara (ma mi piacerebbe sapere come) un altro modo completamente diverso di scrivere, oppure si stiracchia la formula del racconto a tesi in tutti i modi, la si manipola come plastilina fino a farla diventare qualcosa se non di completamente diverso, perlomeno di molto più ampio.  La mia personale soluzione rientra in quest’ultima casistica; da qui anche il fatto di muovermi molto più agevolmente nella narrativa breve che in quella lunga.

Vi farò un paio di esempi per rendervi chiaro il concetto. In nessuno di questi casi potete “rubarmi l’idea”, trattandosi di racconti già scritti e pubblicati. Quelli della mia generazione hanno senz’altro avuto più dei ragazzi di oggi, familiarità con un oggetto oggi caduto in disuso, soppiantato dagli i.pod e dagli mp3, il disco di vinile. Osservando un disco di vinile che gira sul piatto di un giradischi, si nota (si notava) facilmente che la grana delle parti interne del disco è più chiaramente percepibile rispetto al bordo o vicino ad esso; è ovvio, poiché il disco è un oggetto materiale coerente, un punto posto sulla sua circonferenza percorre  nello stesso tempo un tragitto doppio rispetto ad uno posto a metà del suo raggio, e si muove quindi ad una velocità doppia.

Facciamo l’ipotesi che l’universo ruoti su se stesso come un disco: questo porrebbe un limite alla sua espansione (che coincide con il tempo stesso), essa troverebbe un limite, non potendo oltrepassare il momento in cui un punto posto sulla sua circonferenza più esterna si muove alla velocità della luce. Un’ipotesi cosmologica, per quanto ardita, non basta per costruire un racconto; una narrazione deve essere collegata all’elemento umano. Cosa farebbe un astronomo che si accorge che il tempo sta per finire? Io ho immaginato che pianterebbe baracca e burattini e si recherebbe a godersi la vita ai tropici, salvo tornare sulla scena all’ultimo momento per vendicarsi di un collega che gli ha danneggiato la carriera. Il racconto è Starlight, pubblicato sull’antologia Strani Giorni, Urania Millemondi primavera 1998.

A volte il processo che porta alla nascita di un racconto è ancora più bizzarro. Ricordo che stavo guardando  un programma d’intrattenimento alla TV, uno di quelli dove è possibile chiamare in studio. Arrivò la telefonata di un signore che disse: “Chiamo da Rema in provincia di Roma”.

Bastò per far scattare la scintilla di un racconto. Io immaginai una comunità fondata dai seguaci di Remo, il gemello perdente nella coppia dei fondatori dell’Urbe, dove un giorno capita un giovanotto che è ignaro di essere la reincarnazione dello stesso Remo, e che si ritrova psichicamente spedito nel passato a ribaltare l’esito dello scontro da cui ha avuto origine la Città Eterna. Il racconto, Il tempo di Giano, finalista (terzo classificato) al premio San Marino, è stato pubblicato nel 1999 nell’antologia Le ali dell’impero dell’editrice “Il Cerchio”, ma la storia ha una “coda” ancor più interessante. Nel 2004 fui contattato da Gianfranco De Turris che per conto della Vallecchi stava allestendo un’antologia ucronica di “storia alternativa” dell’Italia da Romolo a Berlusconi. Avevo sottomano, guarda caso, Il tempo di Giano si occupa proprio di Romolo e Remo, e glielo mandai.

L’idea gli piacque, ma c’erano due importanti obiezioni: non si trattava, per prima cosa di una storia propriamente ucronica; per esserlo, sarebbe dovuta essere ambientata fin dall’inizio in una realtà alternativa e non nel nostro mondo presente. In secondo luogo, si trattava di un racconto già edito, e non ci andava l’idea – soprattutto – di “tirare un bidone” ad Adolfo Morganti, organizzatore del premio San Marino, curatore dell’editrice “Il Cerchio” e buon amico di entrambi.

  Non c’era che una cosa da fare: mi misi a scrivere un nuovo racconto più marcatamente ucronico, Primavera sacra, che apre l’antologia Se l’Italia pubblicata dalla Vallecchi nel 2005. Essere riuscito non a fare una nuova stesura di un racconto, che sarebbe facile, ma a scrivere un racconto sostanzialmente diverso a partire dalla stessa idea di base di uno precedente, la considero una performance notevole, una prova di raggiunto professionismo nell’arte della scrittura.

La cosa strana è che successive ricerche – anche in internet – non mi hanno permesso di accertare l’esistenza di nessuna località chiamata Rema, ragion per cui devo fare tre ipotesi che vi espongo in ordine di improbabilità decrescente:

  1. Quella famosa telefonata in studio era giunta da un mondo alternativo attraverso un worp spazio-temporale (magari “pilotata” da qualcuno per consentirmi di scrivere i due racconti).
  2. Si tratta di una località talmente piccola da non essere menzionata da nessuna parte.
  3. Ho capito male.

Una conclusione è difficile da trarre, io la affiderei alle parole di Giuseppe Lippi:

Scrivere [narrativa] non è far di conto e neppure registrare partite doppie, è un processo creativo sofferto

Un processo sofferto, senza dubbio, ma ogni tanto capace di dare anche delle belle soddisfazioni!