scrivere fantascienza 1

Prima Parte

scrivere fantascienza parte due

Seconda Parte

Scrivere fantascienza: Eroic Fantasy

Terza parte

Scrivere Fantascienza quarta parte

Quarta parte

quinta parte

Quinta parte

Questo saggio composto di più parti, ha una storia strana; infatti, ciascuna di esse è stata scritta ad anni di distanza dalle precedenti, rendendomi conto ogni volta di non essere stato sufficientemente esaustivo. La prima parte la scrissi e fu pubblicata nel 2005 sulle pagine di “Futuro Europa”, la seconda parte, cessata la rivista della Perseo/Elara Libri, avrebbe dovuto andare sulle pagine di “Continuum”, ma nel frattempo pare che anche la webzine triestina fosse giunta al termine del suo ciclo di esistenza.

In questi scritti avevo abbordato una linea saggistica alquanto inedita: cercare di raccontare lo scrivere fantascienza non dal punto di vista del critico, ma da quello dell’autore, valendosi del fatto che la scelta dello scrivere fantascienza è certamente una scelta particolare che si collega a un interesse “di nicchia”.

Tuttavia, rileggendo e rimeditando a distanza di ulteriori anni sia il primo sia il secondo scritto, mi rendo conto che una domanda alla quale non ho risposto e forse in definitiva nemmeno cercato di rispondere, è cosa significa per me scrivere fantascienza. Intendiamoci, non è che io ritenga di essere una figura particolarmente importante dello scenario fantascientifico neppure a livello italiano, ma in definitiva l’avventura dello scrivere è strettamente personale, e solo al livello della propria esperienza si può dire qualcosa di realmente fondato.

Scrivere Fantascienza: H. P. Lovecraft

H. P. Lovecraft

È possibile che uno dei più potenti impulsi che spingono verso la letteratura fantastica sia la curiosità, il desiderio di superare almeno con l’immaginazione “gli irritanti limiti di spazio e di tempo” (per usare un’espressione di H. P. Lovecraft) entro i quali la nostra esistenza è confinata, o, come diceva Asimov, trovare, sempre a livello di immaginazione, una risposta a come sarà il mondo dopo la nostra morte. Certamente la curiosità è stata la molla fondamentale per me e, dopo aver iniziato quindicenne la mia avventura letteraria, è stato abbastanza naturale che essa fosse presto guidata da quelle curiosità e quegli impulsi che si definiscono futurologici.

Come questa avventura sia cominciata, l’ho già raccontato più volte: partì tutto da una sfida tra me e mio fratello, più giovane di me di circa un anno e mezzo, a produrre narrativa di quel tipo, dopo aver letto i Racconti neri di Ambrose Bierce nell’edizione Bompiani. Qui si vede bene che entrarono in gioco altre componenti della psicologia adolescenziale: il gusto per il macabro e la volontà di andare controcorrente rompendo gli schemi, il Cuore di De Amicis (ma nemmeno Verne o Il signore degli anelli) non avrebbe mai sortito un simile effetto.

Pare che spesso la passione letteraria, soprattutto in campo fantastico e fantascientifico nasca da simili giochi imitativi, come una sorta di contagio cui si è sensibili soprattutto in età adolescenziale; dopo, a differenza delle malattie esantematiche, sembra sia troppo tardi per esserne colpiti. Nella maggior parte dei casi, pare che l’agente infettivo si conservi in forma latente come una collezione di vecchi “Urania” incontrando la quale il giovane contagiato si trasforma in appassionato, collezionista, e nei casi più gravi, autore.

È tuttavia una circostanza non priva di peso il fatto che nel mio caso l’infezione sia stata contratta attraverso Bierce e sia stata poi aggravata e cronicizzata da una re-infezione tramite Lovecraft (complice l’accattivante copertina realizzata da Karel Thole per l’antologia I mostri all’angolo della strada), invece che attraverso i consueti “Urania” (“Galassia”, “Gamma”, “Robot”). Devo essermi beccato una versione dello stesso virus mutante rispetto al ceppo principale, con differenze non del tutto irrilevanti nella sintomatologia.

Scrivere fantascienza: Ambrose Bierce

Ambrose Bierce

Un sintomo che ad esempio nel mio caso non si è manifestato, è l’accentuato progressismo, la convinzione che si radica negli anni adolescenziali e che le smentite della realtà nell’età adulta in molti casi non riescono a cancellare del tutto, che lo sviluppo della scienza e della tecnologia ci porteranno a un domani sempre migliore, che l’umanità si espanderà negli spazi cosmici, eccetera. Ne riparliamo più avanti.

Oggi esistono anche da noi, esemplati sul modello anglosassone, numerosi corsi di “creative writing”, di “scrittura creativa” che dovrebbero insegnare a produrre opere letterarie, di narrativa quanto meno. Per la verità, non credo di aver mai sentito parlare di un autore importante che sia venuto fuori da uno di essi. Io, in ogni caso, non ne ho mai frequentati. E allora, se nessuno ce l’ha insegnata, se si è degli autodidatti, come si fa a inventarsi una tecnica narrativa?

Certo, leggere molto del campo narrativo cui ci si intende dedicare, è utile soprattutto per perfezionarsi dal punto di vista stilistico, ma non è risolutivo. Di fronte a un racconto o a maggior ragione un romanzo, l’andamento cronologico della narrazione ci dice ben poco dei suoi meccanismi interni, del modo in cui si è sviluppata la sua costruzione. È come essere di fronte alle piramidi di Giza. Poiché ci sono, è chiaro che in qualche modo sono state erette, ma quei blocchi di granito di svariate tonnellate ciascuno, come sono stati portati lassù a centinaia di metri dal suolo, mediante rampe o gru, sfruttando le braccia degli schiavi o la trazione animale?

Gli autori di fantascienza di qualsiasi livello si dividono in due categorie: quelli che hanno letto La sentinella di Frederic Brown e quelli che prima di farlo l’hanno inconsapevolmente imitata. Si tratta, si può dire, della storia di fantascienza più classica; il soliloquio, appunto, di una sentinella, un “uomo” appunto di guardia a un avamposto nel corso di una guerra contro mostruosi nemici alieni. Da alcuni particolari nel corso della storia, capiamo che “l’uomo” è in realtà un extraterrestre e “i mostri” siamo noi esseri umani. È lo schema più classico di racconto fantascientifico: un racconto-idea, potremmo dire, che racconta se stesso, tutto basato sul ribaltamento di prospettiva finale.

Io credo di aver applicato questo schema del racconto-idea a centinaia di racconti di fantascienza e di horror, averlo ampliato, dilatato fino ai limiti del possibile, da qui alcune caratteristiche e limiti della mia narrativa: credo di aver esplorato un po’ tutti i settori del fantastico, ma sono limitato per quanto riguarda la narrativa lunga, il cui solo esempio pubblicato è per ora il romanzo breve Uomini e sauri edito in rivista sul n. 48 di “Futuro Europa”. Ma il discorso non si chiude qui, credo di presentare altre differenze rispetto all’autore-tipo.

Nel 1975 risultai finalista alla prima edizione del premio “Mary Shelley” indetto dalla fanzine “The time machine” di Padova.

Per me fu la prima occasione per confrontarmi con altri autori e fu, in un certo senso, una delusione.

Parlando con gli altri finalisti, mi accorsi presto che le loro idee e le loro problematiche non mi erano di alcuna utilità. L’impressione che io ebbi, fu che io ero un autore DI FANTASCIENZA, mentre costoro erano nella maggior parte dei casi AUTORI di fantascienza, cioè ciò che contava per loro non era tanto l’idea narrativa quanto la pagina da elzeviro, le descrizioni, l’effusione sulla carta degli stati d’animo, tutte cose rispetto alle quali le tematiche fantascientifiche erano solo un pretesto che avrebbe potuto facilmente essere sostituito da argomenti di altro genere, che la fantascienza per loro era solo una branca dello sperimentalismo letterario.

Scrivere fantascienza: Le strade di FambriniMolti anni dopo, una sensazione dello stesso genere ma più intensa, me la procurò la lettura dell’antologia Le strade che non esistono di Alessandro Fambrini: questo libro contiene due bei racconti lunghi fantastici, quello che dà il titolo all’antologia, e Perimeni, entrambi però non hanno nulla a che vedere con la fantascienza.

Gli altri “pezzi” sono però perlopiù robetta insignificante che io non avrei pubblicato su una fanzine tirata in duecento copie, soprattutto quelli che pretendono di essere fantascientifici e si vede sono il frutto dell’immaginazione di qualcuno dotato di una cultura scientifica nulla, e dove può capitare di cambiare piano dimensionale e di entrare in un altro universo semplicemente sbagliando strada a un incrocio. I più brutti sono “i casi” dell’ispettore Jorgensen, una specie di scopiazzatura di “X Files”.

Tuttavia la lettura di questi racconti ha avuto un grande pregio, quello di farmi capire quanto sia bello non avere studiato al DAMS di Bologna ma al liceo classico ed essere laureato in filosofia all’Università di Trieste, essere un autore la cui creatività si basa sulla razionalità, e non un “artista” che vive di esulcerazioni e tormenti psicologici auto-indotti dalla sua “arte”.

Probabilmente l’autore-tipo, quello che si incontra con maggiore frequenza nella fantascienza e altrove, somiglia di più all’ “artista” alla Fambrini che a me.

Una delle prime fanzine, anzi la prima in assoluto cui ho collaborato, è stata “Kronos”, prima di Mestre, poi in seguito al trasferimento del suo curatore, di Preganziol (Treviso).

Credo che, avendo esordito nel dicembre 1973, sia stata la prima del “secondo fandom”. Il suo curatore, Piero Giorgi, non mi predisse una lunga carriera fantascientifica; a suo parere la mia ispirazione sarebbe stata presto soffocata dall’ “eccessiva” razionalità. Me lo disse senza mezzi termini in una lettera di risposta all’invio di un racconto (che peraltro pubblicò): a suo parere mi stavo cacciando in un vicolo cieco. Sono oltre quarant’anni che percorro questo vicolo cieco, e ormai dispero di vederne la fine nel corso della mia vita.

Vorrei però essere sincero e non semplificare troppo: c’è una parte della mia narrativa, numericamente non rilevante, che sfugge allo schema del racconto-idea.

Quest’ultimo è molto adatto alla fantascienza in quanto narrativa basata sulle idee scientifiche, ma è quasi altrettanto adatto all’horror, basta prendere (provvisoriamente e nella finzione letteraria) per buone le idee “scientifiche” di passate generazioni (o che perlomeno non dovrebbero avere più cittadinanza nell’attuale epoca scientifico-tecnologica) sulla magia, il soprannaturale, i fantasmi, le streghe, la licantropia e via dicendo, ma il metodo non è trasponibile all’heroic fantasy.

Qui abbiamo infatti un contesto letterario, simulato, ma con caratteristiche sufficientemente ben delineate da potervi fare riferimento in maniera simile a come fa la narrativa mainstream con gli elementi del mondo reale, un mondo dove la tecnica si è arrestata a un livello medievale, alle armi bianche, e la situazione socio-politica è quella tipica del feudalesimo, ma non offre spunti alla tecnica del racconto-idea, dove l’originalità si gioca sulle ambientazioni, il plot, i personaggi in maniera molto simile alla narrativa realistica. Per decenni ho scritto racconti di fantascienza e di horror senza nemmeno provare a cimentarmi con la fantasia eroica.

Negli anni ’90 Gianni Pilo che era subentrato a Gianfranco De Turris come curatore delle edizioni Fanucci decise di aprire agli autori italiani la collana “L’enciclopedia della fantascienza” limitatamente però a una serie di antologie di heroic fantasy nella convinzione – a mio parere del tutto errata – che l’autore italiano non fosse in grado di scrivere “scientificamente” come quello anglosassone, mentre nella fantasy poteva competere alla pari con esso.

Come vi sentireste se più o meno tutti i vostri amici ottenessero l’iscrizione a un club dal quale siete esclusi? Beh, io mi sentii più o meno in quel modo.

Adalberto Cersosimo

Adalberto Cersosimo

Capitò proprio in quel periodo che a una convention fantascientifica incontrassi Adalberto Cersosimo.

Cersosimo è un bravo autore di fantascienza e di fantasy, è soprattutto uno stilista raffinato, capace di scrivere storie di grande forza suggestiva e bellezza. Oltre a ciò, ha sempre nutrito nei miei confronti una stima che trovo esagerata.

Gli esposi il mio problema e gli chiesi senza mezzi termini di rivelarmi il segreto per scrivere heroic fantasy, ed egli benignamente mi rivelò il Segreto, solo che dopo mezz’ora non ricordavo nulla delle sue parole, come aver trovato la Pietra Filosofale e averla subito perduta!

Tuttavia le parole di Adalberto, dimenticate a livello cosciente, un qualche effetto a livello inconscio devono averlo avuto, perché ritornato a casa scrissi quasi di getto cinque o sei racconti di heroic fantasy, poi negli anni, non spesso, questa “vena” è riemersa.

Dal punto di vista editoriale, però, sono stato meno fortunato.

L’ “Enciclopedia della fantascienza” della Fanucci chiuse senza avermi dato il tempo di pubblicare più di un paio di questi racconti, e pubblicare gli altri si rivelò ancora più difficile che per la Science Fiction classica. Sembra infatti che nell’heroic fantasy l’editoria accordi una netta preferenza ai romanzi, meglio ancora ai cicli di due, tre o più romanzi.

Un altro paio di questi racconti si piazzarono al premio San Marino e furono riportati nelle antologie delle edizioni Il Cerchio, uno, L’arma di Dio, vinse nel 2006 il premio Silmaril della Società Tolkieniana Italiana, ma il grosso è rimasto inedito fino a questi ultimi anni, quando un paio sono stati pubblicati dalle Edizioni Scudo nelle antologie del ciclo di Mahayavan, e gli altri sono confluiti in un’antologia pubblicata sempre dalle Edizioni Scudo nel 2012, Il risveglio della spada, giudicata da molti la cosa migliore che avrei finora pubblicato.

Tuttavia è ora forse il caso di fare un passo indietro, perché la risposta a come scrivere fantascienza non esaurisce la domanda sul perché scriverne.

Io continuo a parlare per me stesso ma, almeno stavolta, credo di rappresentare il caso più frequente: l’interesse verso la fantasy e verso l’horror sono qualcosa di accessorio rispetto a quello per la fantascienza.

Esiste un numero limitato di appassionati di heroic fantasy, da costoro considerata il “sacro genere”, che nutrono nei confronti della fantascienza un totale disdegno – questo vale soprattutto per taluni tolkieniani – ma si tratta di persone prigioniere, non mi riesce di usare un altro termine, di una visione del mondo del tutto arcaizzante in cui è difficile non avvertire qualcosa di artificioso, che si riesce a tenere in piedi solo grazie a robusti paraocchi.

Negli ultimi anni sembra che si sia sviluppata soprattutto la passione per l’horror da parte di una generazione di giovanissimi, ma fra essi si contano ben pochi o nessun autore sia pure a livello amatoriale, e pochissimi lettori, rispetto alla massa dei fruitori delle produzioni cinematografiche e televisive.

Insomma non è certo fra i patiti degli zombi e degli effetti speciali truculenti che la fantascienza può sperare di trovare quel ricambio generazionale di cui peraltro ha bisogno.

La domanda di Asimov, “Come sarà il mondo dopo la mia morte?”, bisogna notare, ha senso, qualcuno se la sarebbe potuta porre, solo a partire dalla rivoluzione industriale.

Prima di allora i cambiamenti tecnici, scientifici, economici, sociali, politici, ambientali, avvenivano con tale lentezza da non essere avvertibili nel corso delle generazioni, al punto da far considerare vero il detto dell’Ecclesiaste: “Nulla di nuovo sotto il sole”.

Un antico romano che si fosse stato trovato scaraventato alla metà del XVIII secolo, a due millenni di distanza dalla sua epoca, probabilmente sarebbe rimasto stupito dall’invenzione delle armi da fuoco. Le staffe, l’attacco a collare del cavallo da tiro, il timone posteriore delle navi, avrebbero destato la sua curiosità, lo specchio, grande invenzione del seicento con cui il Re Sole fece ornare la grande galleria di Versailles, gli avrebbe strappato un’espressione di meraviglia, ma nel complesso sarebbe stato meno disorientato di alcuni fra i più anziani di noi inopinatamente precipitati nell’era dell’informatica.

La fantascienza non potrebbe nemmeno esistere senza la consapevolezza del fatto che, a partire dalla rivoluzione industriale, viviamo in un mondo in rapida trasformazione – nel bene e nel male – e che il futuro sarà diverso dal presente quanto il presente lo è dal passato, e a questa consapevolezza occorre aggiungere solo il desiderio di immaginare questo futuro e di cercare di rappresentarlo attraverso lo strumento narrativo.

La fantascienza intesa in questo senso è più realistica di ciò che siamo soliti chiamare realismo, e forse dovremmo chiamare persistenza delle abitudini nei comportamenti e nei modi di pensare. Ad esempio “il realismo” ci dice che non è possibile che la nostra esistenza, i nostri modi di vivere, i nostri parametri comportamentali, sociali, etici, siano completamente sconvolti nel giro di mezza giornata.

La fantascienza ci avverte, ci ha avvertito più volte che questo è assolutamente possibile se qualcuno dovesse schiacciare i bottoni dell’olocausto nucleare, e che è bene preoccuparsene.

Non tutte le stesse branche dello sviluppo tecnico e scientifico offrono la possibilità di prestarsi a sviluppi letterari, e alcune sono certamente più fruttuose di altre.

L’esplorazione spaziale, allargando il palcoscenico delle vicende umane all’intero cosmo, è certamente la più fruttuosa. L’avventura spaziale copre “il grosso” della produzione fantascientifica, al punto che molti identificano la fantascienza con l’avventura spaziale “tout court”.

A questo punto però ci accorgiamo che i conti non tornano.

L’invenzione di un mezzo capace di staccarsi dal campo gravitazionale di questo pianeta, il missile il cui capostipite è stata la famosa V 2, è avvenuta a opera dei Tedeschi  durante la seconda guerra mondiale, qualcosa come settant’anni, tre generazioni or sono.

I Tedeschi, ovviamente, durante il conflitto non sono riusciti a impiegare le V 2 altro che per scopi militari, sebbene già allora Werner von Braun sognasse la luna.

Negli anni ’50 e ’60 c’è stata la corsa allo spazio fra Americani e Sovietici partendo dalla tecnologia presa ai Tedeschi, corsa che è culminata con lo sbarco umano sulla luna nel 1969.

Da allora la corsa allo spazio ha segnato il passo. Non solo nessun altro corpo celeste è stato più raggiunto dall’uomo, ma non siamo nemmeno più tornati sulla luna dopo la conclusione delle missioni Apollo.

Oggi persino le ormai vetuste space shuttle, le “astronavi” destinate a uno spazio rigorosamente circum-terrestre, orbitale, sono state pensionate senza sapere con che cosa sostituirle, o se qualcosa le sostituirà.

Per quali motivi?

Perché la corsa alla luna degli anni ’60 non somigliava per nulla, nonostante le analogie che si è cercato di stabilire con essa a partire dal celebre discorso della “nuova Frontiera” del presidente americano Kennedy, alla corsa al West del XIX secolo: perché la luna è solo un immenso ciottolo cosmico privo di atmosfera, di acqua, di vita, inabitabile senza attrezzature speciali, la sua “conquista” non è stata una marcia verso una nuova Frontiera, ma un tirassegno cosmico dettato da motivi di prestigio nel confronto fra le due superpotenze che allora si contendevano l’egemonia planetaria.

Se guardiamo bene, lo stesso discorso vale in ultima analisi per tutti i pianeti del sistema solare: è stato spedito qualche robot verso qualcuno di essi, ma di sbarco umano non si parla proprio, sono tutti inabitabili, troppo distanti, privi di qualsiasi risorsa che i costi proibitivi del viaggio spaziale non renda antieconomica.

Se guardiamo fuori dal sistema solare, dobbiamo fare i conti con le distanze interstellari che, stante l’insuperabilità della velocità della luce (e il fatto che con ogni probabilità non è possibile neppure avvicinarsi a una frazione considerevole di essa), non sono percorribili se non in tempi che eccedono di molte volte la durata della vita umana.

Sono state mandate alcune sonde fuori dal sistema solare, che forse fra centinaia o migliaia di anni potrebbero giungere in prossimità di stelle remote, alcune con messaggi che si spera eventuali alieni possano tradurre, il che è, fatte le debite proporzioni, come se invece di salpare con le tre caravelle, Colombo si fosse limitato a buttare un messaggio in bottiglia nelle acque del porto di Palos.

Lo dobbiamo ammettere, il sogno dell’espansione umana nello spazio si è definitivamente incagliato.

Se noi andiamo a rileggere qualche testo della fantascienza degli anni ’50 e ’60 (per tacere di quella di anteguerra), non ci troviamo solo pianeti del sistema solare abitati e viaggi da una stella all’altra nel giro di poche ore: quello che trasuda quasi da ogni pagina è un atteggiamento ingenuamente progressista, la convinzione che la scienza e la tecnica abbiano in serbo meraviglie a non finire, che il domani e a maggior ragione il dopodomani saranno meglio dell’oggi.

Il primo campanello d’allarme, il tocco che ha fatto scoppiare la bolla di sapone, è arrivato nel 1970. In quell’anno, un team di ricercatori italiani che si auto-denominò il Club di Roma pubblicò il rapporto I limiti dello sviluppo.

In esso si spiegava un concetto in realtà molto semplice: in un sistema limitato, dotato di una quantità finita di risorse, quale è il nostro pianeta, non ci può essere uno sviluppo illimitato.

La nostra tecnologia si basa principalmente sull’uso di risorse energetiche non rinnovabili: i combustibili fossili, nell’arco di pochi decenni abbiamo consumato quelle risorse che la natura ha impiegato miliardi di anni a produrre e devastato quegli ecosistemi che sono il frutto di miliardi di anni di evoluzione.

L’inquinamento è l’altra faccia dello sperpero energetico: le risorse consumate ritornano nell’ambiente sotto forma di prodotti di scarto e veleni. Non c’è solo carenza e costi crescenti dell’energia, si stanno rarefacendo le materie prime, l’acqua, la terra da coltivare, intanto cresce la fame energetica di Paesi in via di sviluppo come l’India e la Cina, e la pressione sull’ambiente di un’umanità ormai arrivata a sette miliardi di persone, diventa sempre più forte.

Scrivere Fantascienza: Isaac asimov

Isaac Asimov

Parecchi anni fa, “Quark”, la trasmissione di divulgazione scientifica condotta da Piero Angela trasmise un’intervista a Isaac Asimov, allora vivente, in veste di futurologo, su come sarebbe stata la condizione dell’umanità da lì a cento, mille, diecimila anni.

Avevo atteso quell’intervista con un forte senso di aspettativa, e fu una delusione atroce: il “buon dottore” non fece altro che sciorinare tutto lo sciocchezzaio ottimistico dell’età campbelliana, disegnando uno scenario del nostro futuro estremamente simile a quello raccontato in Foundation, o del resto nella saga cinematografica-televisiva di “Star Trek”.

Asimov vantava di avere un quoziente d’intelligenza attorno a 150. In quella circostanza non lo dimostrò proprio, poiché non era stato intervistato come autore di fantascienza.

John W. CampbellUn conto era coltivare certi miti negli anni ’30 o anche ’50 o ’60, un altro continuare a farlo alla fine del XX secolo, quando i “limiti dello sviluppo” erano già evidenti.

Per molte persone, fra cui parecchi appassionati di fantascienza, il progressismo è una specie di religione che resiste a tutte le smentite della realtà.

Nel 2011 ScienceplusFiction, il festival del film di fantascienza triestino ebbe come ospite Tullio Avoledo, l’autore di L’elenco telefonico di Atlantide. In un articolo pubblicato sul report del festival, Avoledo scriveva:

La fantascienza è entrata nel nostro quotidiano. Le cronache di economia e di politica del 2011 sembrano uscite dalla penna di Ron Goulart. Certi smartphone farebbero impallidire qualsiasi gadget di Buck Rogers. Sui giornali appaiono normalmente parole e concetti come clonazione, droni, mondi alternativi, pianeti abitabili fuori dal sistema solare, computer quantici, superneutrini che viaggiano lungo un tunnel di 700 km tra la Svizzera e il Gran Sasso”.

Io pensai di dare una risposta ad Avoledo nell’articolo dedicato al festival di quell’anno, articolo che sfortunatamente non è mai stato pubblicato, poiché proprio allora “Continuum” entrò in uno stato comatoso irreversibile. Questo era quanto gli scrivevo in replica:

Certo, se potessimo veramente credere che il nostro mondo sia sul punto di trasformarsi in qualcosa di simile a quello di Buck Rogers o di Star Trek, non c’è dubbio che vivremmo meglio, ma c’è da chiedersi se i super smartphone e gli esperimenti con le particelle elementari permessi da acceleratori costosissimi non siano gli ultimi guizzi di lusso concessisi da un nucleo ancora privilegiato della nostra specie mentre il resto di essa si va sempre più scontrando con la penuria di risorse, e infatti Avoledo che può non avere ragione in questo caso, ma è fuori di dubbio un uomo intelligente, poche righe più sotto si domanda come mai negli anni ’70 quando si viaggiava sulle FIAT 124 si scriveva di viaggi interplanetari, mentre un quarantennio più avanti nel futuro la fantascienza ha molta minore stima e visibilità.”

La verità che abbiamo voluto ignorare è molto semplice, ovvia: il mito di un progresso illimitato si deve necessariamente infrangere contro i limiti fisici ed ecologici di un sistema chiuso quale è il nostro pianeta; eppure l’aveva già chiaramente spiegato nel 1970 il Club di Roma nel saggio/rapporto I limiti dello sviluppo.

George Orwell

George Orwell

Tutte le generazioni che ci hanno preceduti approssimativamente dalla fine del XVIII secolo ai nostri padri, hanno avuto la fondata speranza che i loro figli avrebbero avuto una vita migliore di quella dei propri genitori. Noi oggi questa speranza non la possiamo più avere, anzi è del tutto verosimile che l’avvenire sarà più difficile e problematico del presente.

Le tematiche della mia produzione narrativa più recente, certamente si avvicinano di più a quelle di Orwell che a quelle di Asimov. La domanda da porsi, allora, forse è perché continuare a scrivere fantascienza, non sarebbe più semplice sfuggire agli incubi di un futuro angoscioso rifugiandosi nel reale quotidiano?

Il fatto è che questo non è possibile farlo.

La fantascienza è qualcosa di più della fede nelle “magnifiche sorti e progressive”: la fantascienza è un abito mentale che abitua ad avere lo sguardo ampio sullo spazio e lungo sul tempo, sul passato e sul futuro, e uno sguardo critico, considerare sempre che ogni situazione potrebbe essere diversa da quello che è, e si possono concepire forme di pensiero alternative alla dottrina più accettata. Dimenticarsene sarebbe come disimparare a leggere e scrivere o ad andare in bicicletta.

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