Alessandro Fambrini (Seravezza 1960) insegna letteratura tedesca. Ha pubblicato articoli e racconti su “Robot”, “Nova SF”, “Futuro Europa” e in numerose antologie di fantascienza. Insieme a Stefano Carducci è autore del romanzo “Ascensore per l’Ignoto” (Mondadori 2010). Con Salvatore Proietti e Vittorio Catani ha fondato la rivista di critica fantascientifica “Anarres” e torna sulle nostre pagine per un secondo racconto.

post2La porta dell’ufficio postale di Ilumannak si aprì di scatto e uno sbuffo della gelida atmosfera artica penetrò all’interno, fece scricchiolare il legno e vibrare i manifesti che, sui muri, invitavano alla fedeltà e alla devozione nei riguardi della madrepatria lontana, e sembrò avvolgere in una morsa di ghiaccio l’unica fonte di calore della stanza, la stufa di ghisa adagiata nell’angolo a fianco della scrivania. Olaf Vintergren rabbrividì e sollevò lo sguardo da dietro la sua postazione. All’esterno, dietro la soglia, profilata come un’ombra verdastra contro il crepuscolo perenne di quei giorni autunnali, gli sembrò di riconoscere la sagoma tondeggiante di Nukappiaraluk, avvolto nel parka che lo rendeva simile a un orso goffo dal naso e dagli occhi umani, appena un barbaglio obliquo e nero nella luce incerta.

“Vieni avanti”, disse Vintergren in tono seccato, rivolgendosi alla figura che sostava immobile oltre l’ingresso.

“No, non vengo”, rispose l’apparizione. Il suo danese incerto, segnato dalla forte pronuncia eschimese, confermò che si trattava proprio di Nukappiaraluk.

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Ilumannak

“Allora resta lì”, proruppe esasperato Vintergren, “ma chiudi quella porta”. Il comportamento della componente indigena della popolazione di Ilumannak – centoquarantasette anime, trentasei danesi, sette islandesi (danesi anch’essi fino a tre anni prima), tre norvegesi, un inglese (“scozzese!”, lo correggeva sempre lui, il vecchio Bellew), il resto inuit – gli era spesso incomprensibile e quasi sempre aveva il potere di irritarlo.

L’uomo all’esterno non parve udirlo. Si mosse appena in avanti, tanto quanto bastava perché il suo viso si stagliasse alla luce della stanza, e disse in un basso mormorio che suonò a metà tra una rivelazione e un avvertimento:

“Ho visto un’ombra”.

Poi si volse e scomparve nel buio, lasciando penetrare al suo posto una nuova raffica di vento che, fischiando, portò con sé qualche frammento di polvere ghiacciata. Vintergren imprecò e si alzò a chiudere la porta. “Maledetti eschimesi”, pensò. “Ma finirà il mio purgatorio. Ancora sei mesi di questo tormento, poi di nuovo il verde e il calore della Danimarca. Arriverò a primavera. Le donne, la birra, la musica”.

Vintergren raggiunse la soglia e qui si arrestò, interdetto. Fuori, sullo spiazzo di terra battuta che digradava verso il piccolo molo sul fiordo, sostava immobile una figura. Non si trattava di Nukappiaraluk. Benché non riuscisse a vederlo in volto, la sua sagoma era troppo esile, scarna, si offriva indifesa allo sguardo, come se non indossasse gli strumenti necessari ad affrontare le intemperie cui la Groenlandia sottoponeva senza sosta i propri abitanti, quasi volesse scrollarseli di dosso.

“Chi c’è? Chi è là?”, chiese Vintergren in tono dubbioso. In quel profilo non riusciva a riconoscere nessuno degli abitanti del luogo, e uno straniero non sarebbe giunto certo inosservato laggiù, ai confini del nulla.

A quelle parole, l’uomo sembrò scrollarsi dal suo torpore e avanzò a passi rigidi verso di lui, finché il chiarore dell’ufficio illuminato non piombò sul suo viso creando un effetto grottesco di chiaroscuri. L’apparizione sostò lì per qualche istante, poi si volse e scomparve nel nulla.

“Oh, mio Dio”, mormorò Vintergren.

Forse il suo purgatorio non era terminato, dopotutto. Forse era destinato a trasformarsi in un inferno. Perché quel volto dalla falda di lisci capelli scuri spioventi sulla fronte, dagli occhi gelidi e chiari, dalla bocca severa sotto i baffetti corti e ben curati, era un incubo che il mondo credeva di aver bandito per sempre. E adesso era tornato.

 

“Adolf Hitler in Groenlandia?” L’espressione dell’ispettore Jørgensen non mostrava particolare stupore, ma le sue parole non nascondevano tutto il suo scetticismo. “Con tutto il rispetto per i nostri rappresentanti locali, signore, ma Hitler è morto. La guerra è finita. Di lui resta solo il fantasma, e ammetto che possa essere pericoloso. Ma non è necessario scomodarsi a cercarlo lassù nell’Artico”.

“Può darsi che sia il suo fantasma”, replicò il commissario Dalgren, il diretto superiore di Jørgensen alla centrale di Kongens Nytorv. “Allora, vuol dire che questa volta indagherà su un fantasma”. Di fronte al silenzio ostile del suo interlocutore, il commissario continuò: “Lo ammetto, è probabile che dietro quel rapporto si nasconda un’allucinazione. I ghiacci perenni sono capaci di giocare brutti scherzi alle fantasie troppo fertili. E tuttavia, Jørgensen, non dobbiamo trascurare nulla. Le ricordo che il cadavere di Hitler non è mai stato ritrovato”.

“Il suo corpo è stato bruciato. Oppure se lo sono portato via i sovietici. Ha poi tanta importanza un corpo?”

“In questo caso, sì”. Il commissario Dalgren aveva preso la sua decisione, era evidente, e quelle schermaglie servivano solo a dare una dimensione più estesa alle motivazioni dietro di essa. “Quel corpo non è soltanto un corpo. E’ un abisso. Anche se fosse un fantasma, spetta comunque a noi di esorcizzarlo”. Fece una pausa. Le campane della Nikolai Kirke, all’esterno, iniziarono a suonare a distesa e attraverso i vetri spessi il rumore risuonò stranamente attutito. “A lei, Jørgensen”, riprese Dalgren. “Si prepari a partire”.

A metà ottobre il Mare del Nord appariva nero e rigonfio. Durante la traversata di quattro giorni che da Copenaghen lo portava a Reykjavik, Jørgensen ebbe modo di osservarne le lente convulsioni durante i giorni brevi, l’infinità che si mescolava al cielo senza stelle nell’aria salsa e nebbiosa durante le notti.

La sua dieta di carne sotto sale, gallette e aringhe in salamoia fu interrotta all’arrivo nel porto islandese, per riprendere all’indomani, dopo una serata e una notte trascorse nella foresteria del Commissariato Reale, poco lontano dal molo di attracco dove aveva gettato l’ancora il mercantile sul quale aveva viaggiato.

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Tasiilak

Era una domenica mattina quando riprese il viaggio, questa volta a bordo di un peschereccio di piccolo cabotaggio, altri tre giorni fino al porto di Tasiilak. Da lì, un battello postale lo avrebbe condotto alla destinazione finale, ancora più a nord.

Ancora più a nord? Ancora più remota e sperduta di questa distesa desolata di ghiacci e di rocce?, si chiedeva l’ispettore Jørgensen la mattina del giovedi successivo, mentre sull’orizzonte di un cielo improvvisamente schiarito apparivano i profili scabri della costa groenlandese. Le acque adesso erano calme, verdi, e tra le correnti affioravano qua e là frammenti di ghiaccio che rilucevano al sole come lame.

Il battello si posò alla rada e una scialuppa inviata da terra venne a prelevare i pochi oggetti destinati allo sbarco: generi alimentari, soprattutto, e diversi pacchi di utensili, attrezzi per la carpenteria e la pesca, ricambi per i generatori di corrente, carbone, diverse taniche di cherosene. Tra esse, accovacciato all’estremità dell’imbarcazione, prese posto anche Jørgensen. I due marinai che lo accompagnavano verso riva gli rivolsero un laconico saluto, poi gli volsero le spalle e ci diedero dentro con i remi.

Sullo spazio breve dell’approdo, poco più di una falce segnata da due massi alle estremità e da un pontile di tavolacci al centro, sostavano due uomini in attesa. Uno, che si tormentava il cappello tra le mani mentre l’ispettore avanzava verso di lui sulla ghiaia rivestita da una patina spumosa di alghe, era Vintergren. L’altro si presentò come Christian Christensen e rappresentava ufficialmente la sovranità danese in qualità di amministratore, un titolo che racchiudeva in sé la responsabilità della sorveglianza e dell’ordine pubblico, oltre a quella della gestione e del controllo delle risorse.

“Benvenuto, ispettore”, lo salutò Christensen, porgendogli la mano.

Jørgensen ricambiò la stretta e meccanicamente rivolse lo stesso gesto a Vintergren, che tardò ad assecondarlo, poi si affrettò a tendere il braccio con un movimento convulso.

“Mi scusi, ispettore”, disse. “È che…” Con un cenno del capo ammiccò verso il mare aperto. Il battello postale scivolava già lungo la linea frastagliata delle onde, confondendosi alle nubi simili a nebbia che un capriccio del tempo aveva fatto planare attraverso uno squarcio del cielo sereno. Vintergren annaspò, sembrò cercare le parole. “…non vorrei essere qui, ecco tutto”, concluse infine.

 

inuit2Il villaggio di Ilumannak era costituito da una triplice fila di baracche disposte lungo il fronte del mare, sulle pendici della costa che digradava dolcemente prima di innalzarsi verso le colline di neve e ghiaccio, la dorsale desolata di quella regione. Le assi di legno di tre o quattro edifici a ridosso della riva erano ricoperte da una protezione di metallo battuto e imbullonato, le altre apparivano grezze, coperte da una mano di vernice scialba che tendeva a screpolarsi, mangiata dal gelo intenso e dalla salsedine. Solo da pochi comignoli usciva del fumo e Jørgensen, mentre si avviavano sul sentiero di terra battuta, domandò ai due uomini dove si trovassero gli occupanti delle altre abitazioni.

“Oh, gli eschimesi preferiscono vivere nel freddo”, rispose Vintergren con una punta di disprezzo.

“Il fatto è che lo sopportano molto meglio di noi”, intervenne Christensen. “Si spalmano il corpo di grasso di foca o balena e si coprono di strati su strati di pelliccia. Non è un cattivo sistema. Dopotutto, questa è la loro terra”.

“E poi”, aggiunse Vintergren, “la maggior parte di loro è fuori a quest’ora”.

“A quest’ora e qualsiasi altra ora del giorno e della notte”, s’intromise di nuovo Christensen. “Quando non sono impegnati a cacciare, a commerciare, a pescare, hanno sempre qualche buon motivo per lanciarsi nelle loro scorribande sulla neve, con le slitte o con quelle racchette da acrobati”.

“Non so come fanno a ritrovare sempre la strada”, commentò Vintergren.

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Ilumannak

“Il fatto è che non ci piace sentire il peso del tetto sopra di noi e dei muri intorno a noi”, disse un uomo, uscendo dal riparo del portone della casa di fronte alla quale erano intanto venuti camminando, l’ultima della prima linea, un edificio dalla facciata curata, dipinta di blu scuro, dal tetto rosso a simulare i mattoni e dalle finestre incorniciate di bianco. “E, quanto alle strade, è vero, bisogna saperle trovare”, continuò il nuovo venuto, rivolto a Jørgensen. “Ma ti assicuro che ci sono, sepolte sotto il ghiaccio oppure disegnate nel cielo”.

Christensen indicò l’uomo all’ispettore. “Questo è Perleqojaq”, disse. “È uno degli anziani del villaggio. Anzi…”. Esitò. “…posso dirlo, Perleqojaq? È una specie di capo per la gente di qui”.

L’inuit mosse appena la testa alla volta di Jørgensen. I suoi capelli neri e lucenti di olio erano lunghi, raccolti in una coda sulla nuca, e il grasso dilatava le rughe sul suo viso, mascherandone l’età tradita solo dal reticolo fitto che scavava una fossa ai lati dei suoi occhi inclinati.

“No, non puoi dirlo”, disse senza distogliere lo sguardo dall’ispettore. “Ma è vero, sono Perleqojaq”.

 

“E così, lei è l’unico ad averlo visto?”

Jørgensen aveva letto gli scarni rapporti, ma le parole vive lo aiutavano a comprendere molto di più.

“No”, rispose Vintegren. “È stato Nukappiaraluk a incontrarlo per primo”. Un pezzo di carbone nella stufa emise il rumore di una sorda esplosione.

“E Nukappiaraluk è scomparso da quella sera”, disse Jørgensen, rivolto a Perleqojaq.

“Non è scomparso”, ribatté con calma il vecchio inuit. Il suo danese era perfetto, senza inflessioni. “È fuori a caccia. A caccia di foche. È necessario spingersi lontano per trovare le foche, in questa stagione. Fino a Kulusuk, o addirittura a Pikiulleq. Ottobre e novembre sono mesi di magra”.

“E tu non l’hai visto, Perleqojaq?”, intervenne Christensen. Aveva lasciato spazio all’ispettore Jørgensen dietro la scrivania della sua stanza di lavoro e sedeva ora da una parte, un po’ a disagio, in punta a una bassa sedia di legno.

“No”. L’inuit scosse il capo con un movimento solenne che doveva aver imparato dai coloni europei. “Anche se ho visto altre ombre”.

“Quali ombre?”, chiese Jørgensen.

“Ombre di uomini”, rispose Perleqojaq. “Sono solo gli uomini a gettare le ombre, e gli uomini a vederle. E comunque”, concluse, “tutte le ombre vengono dallo stesso luogo. Da qui”. Si indicò la testa e il cuore con la mano destra, ancora infagottata dai guanti, che si mosse a formare due archi.

“Non ci sono altri luoghi in cui le ombre potrebbero vivere?”, domandò ancora l’ispettore.

“Oh, sì”, rispose Perleqojaq, e nei suoi occhi sembrò accendersi una luce divertita. “C’è la montagna di Inqvankuk, ad esempio”.

“Potresti accompagnarmi fin là?”

“Sì, potrei. Ma dovrai andare da solo, se vorrai incontrare le ombre”.

Lo sguardo dell’inuit sembrava contenere un invito più che una sfida.

“Andrò da solo”, disse l’ispettore Jørgensen.

inqvankukLa montagna di Inqvankuk era in realtà un basso rigonfiamento del suolo, appena più accentuato rispetto alle altre ondulazioni dell’altipiano che s’innalzava a ridosso della costa, a una decina di chilometri dal villaggio, circa due ore di cammino a passo sostenuto e costante.

Quello stesso pomeriggio, in una prima ricognizione esplorativa, Christensen fece strada a Jørgensen lungo il versante che risaliva le prime alture, fin là dove arrivava il sentiero, una striscia battuta che sembrava scalfire appena il permafrost.

“Inqvankuk è in quella direzione”. La voce di Christensen uscì come un’eco soffocata dietro gli strati di indumenti che gli proteggevano il viso dalla temperatura pungente. Sollevando un braccio inguainato, indicò due rocce affiancate a formare un forca, in distanza, come due tozze colonne corrose dal ghiaccio che le ricopriva. “Tre o quattro chilometri oltre quel passaggio. La strada non è segnata, ma è sufficiente proseguire in linea retta”.

“Niente strada”, commentò Jørgensen a bassa voce, come parlando a se stesso..

“No”. Christensen scosse il capo. “Non ce n’è bisogno. Nessuno va mai da quelle parti. Né da molte altre parti, del resto. Ma non può sbagliarsi. Già da qui si vede il profilo di Inqvankuk a forma di dente”.

Il braccio di Christensen oscillò, indicando l’orizzonte e Jørgensen ne seguì la traiettoria con lo sguardo. Intorno a loro, tuttavia, il crepuscolo calava già, le sue dita violacee, e Jørgensen non vide niente.

 

pub1Verso sera Jørgensen abbandonò il suo alloggio, situato in una stanza spoglia e mal riscaldata dell’edificio in cui risiedeva anche Christensen, e scese verso la baracca a ridosso del molo che fungeva da spaccio, ritrovo e locale pubblico.

Pochi avventori affollavano lo spazio angusto, avvolti nel fumo delle pipe e delle sigarette, della stufa che tirava male e delle lampade a olio che tentavano con scarso successo di dare una mano all’unica lampadina elettrica, al centro del soffitto, alla quale il generatore a cherosene non riusciva a concedere più di trenta candele di potenza.

Jørgensen prese posto su uno sgabello alto di fronte al bancone e chiese qualcosa da mangiare. Gli fu servita una zuppa densa che odorava di pesce e di spezie, insieme a una fetta spessa di pane nero. La donna che gliel’aveva versata da una pentola in eterna sobbollizione – una bionda corpulenta sulla quarantina, dalla pelle coperta di efelidi e gli occhi singolarmente distanti – girò dietro il banco e sedette al suo fianco, davanti a una birra che si mise a sorseggiare in silenzio.

Sull’altro lato, l’ispettore fu presto affiancato da un uomo vestito da cacciatore, con le cartucciere che s’incrociavano sulla cintura e sulla giacca di pelle a formare come una ghirlanda sotto il suo viso abbronzato.

“Uno nuovo, eh?”, disse rivolto a Jørgensen, accennando un brindisi con la sua tazza ricolma di acquavite fino all’orlo.

“Sono qui di passaggio”, replicò Jørgensen con scarso entusiasmo.

“Lo siamo tutti”, commentò l’altro. “Lo siamo tutti. Chi non lo è?” Porse a Jørgensen la mano libera, la sinistra, e l’ispettore si ritrovò a stringerla con la destra, con un certo impaccio. “Mi chiamo Tom Bellew, di Glasgow. Vivo qui da trentatre anni e anch’io sono qui di passaggio”. La donna sull’altro fianco di Jørgensen emise un singhiozzo che poteva essere una breve risata. “E lei che cosa sta cercando da queste parti, se posso chiederlo?”, continuò Bellew.

“L’hai già chiesto”, commentò la donna.

“Nessun problema”, disse Jørgensen. Fece una pausa, riponendo il mestolo nel piatto ripulito a metà, e iniziò a spiegare: “Sono un poliziotto, vengo dalla capitale”.

“Da Gothåb, sull’altra costa?”, fece Bellew.

“Credo che il signore intenda dire dalla vera capitale. Dalla Danimarca, giusto?”, lo corresse la donna.

“Giusto”, confermò Jørgensen. “Abbiamo ricevuto delle… segnalazioni”. Esitò, cercando le parole. “È stato avvistato da queste parti qualcuno che assomiglia ad Adolf Hitler. Sapete di chi sto parlando. Non ci sembra probabile che si tratti davvero di lui, e nemmeno plausibile, ma è nostro dovere controllare, controllare fino in fondo”.

“Sì”. Bellew assentì. “Ho sentito la storia. Vintergren dice di averlo visto, quel pupazzo. Ma è morto, no? Avrà preso un abbaglio”.

Un uomo, seduto al banco poco lontano, aveva seguito la conversazione e intervenne:

“Tutto è possibile”, disse. “Durante la guerra qualche nave tedesca di tanto in tanto si affacciava nel fiordo e Dio solo sa che cosa andavano macchinando. Gli americani avevano le loro basi in Islanda e i nazisti tentavano di sabotarli”.

“I nazisti stavano in Norvegia”, disse ancora Bellew. “Non tanto lontano da qui, passando per la via più corta”.

“Intende dire attraverso la rotta polare”, spiegò la donna. “E i norvegesi erano nazisti”, continuò, sottolineando le parole. “Molti di loro”.

“E molti non lo erano”, disse un altro uomo, con foga. “Io non lo ero”. Il suo accento era quello di Bergen.

“Comunque, qui i nazisti non sono mai sbarcati”, riprese il primo che aveva parlato dopo Bellew. Fece una pausa, gettò a terra la sigaretta che stava fumando, ridotta ormai a un mozzicone, e la schiacciò sotto il tacco. “Ma tutto è possibile”, ripeté infine.

Jørgensen lo guardò, poi si volse verso la finestra coperta di vapore. “Mi hanno parlato di Inqvankuk”, disse poi. “Domani vado laggiù”.

“Inqvankuk”, intervenne di nuovo Bellew. “Lo conosco, quel monte. È poco più di una collina, in realtà. Sono stato a caccia da quelle parti. Un posto pessimo. Niente selvaggina. E neanche cristiani, se è per questo. Solo fantasmi”.

“Fantasmi?” Jørgensen lo osservò incuriosito.

macbeth“Sì”. Bellew scosse la testa con vigore. “Li ho visti, e tutti sanno che non mento”. Si guardò intorno, come a cercare contraddizione, ma incontrò solo indifferenza e risatine sommesse. “Un donna con le mani sporche di sangue, e un uomo con la testa mozzata. Non più tardi di una settimana fa. Ed io non mento”, insisté con aria di sfida.

“Macbeth”, disse Jørgensen.

Lo scozzese gli lanciò un’occhiata fiera.

“Mai sentito”, ribatté, e ingollò un altro sorso di acquavite.

finestraLa camera di Jørgensen dava sul mare. Con la sorprendente regolarità dell’imprevedibile, il tempo era cambiato, la temperatura era risalita fino a poco più di dieci sotto zero e la neve aveva iniziato a cadere in larghi fiocchi, imponendo il silenzio al battere lieve della risacca.

Con il lume spento, seduto presso l’unica finestra della stanza, l’ispettore Jørgensen guardava fuori, verso il buio percorso da minuscole ombre palpitanti, nere come il fondale sul quale trascorrevano. A un tratto, tra quelle ombre gli parve di scorgerne una più grande che cancellava lo sfarfallio incessante e lo sostituiva con un sudario immobile. Un rumore soffuso, come di qualcosa di morbido che facesse pressione contro i doppi vetri, risuonò nel silenzio.

Premendo il viso contro le lastre spesse della finestra, Jørgensen si protese verso l’esterno nello sforzo di cogliere quello che i suoi occhi non riuscivano a vedere, ma invano. Allora si mosse e, a tentoni, recuperò la lampada a olio e azionò l’acciarino. Dopo due o tre tentativi, la scintilla si comunicò allo stoppino e nella stanza si diffuse una luce rossastra. Jørgensen la rivolse verso la finestra.

Stampato contro i vetri, vide qualcosa che in un primo momento scambiò per un suo riflesso. Ma non potevano essere suoi quei capelli biondi e mossi, quel viso efebico e senza rughe, incorniciato da un pizzetto rado che ne rifiniva l’ovale, quegli occhi di un nocciola profondo. C’era un uomo all’esterno, avvolto in una tunica bianca che svolazzava nel vento, e sembrava librarsi nell’aria ai tre metri di altezza del primo piano. L’espressione del suo volto era seria e composta, indifferente al freddo impossibile, ma quando il suo sguardo incontrò quello di Jørgensen le pieghe delle sue labbra si distesero in un sorriso.

L’ispettore armeggiò alla finestra, tentando di aprirla, mentre l’uomo sollevava le braccia verso di lui in un movimento al rallentatore. Finalmente il meccanismo arrugginito del telaio cedette e una folata gelida spinse i battenti verso l’interno. Entrò aria fredda mista a neve, ma lo sconosciuto restò sospeso nel vuoto. Ora le sue braccia formavano una croce da cui le maniche della tunica ricadevano in larghi sbuffi. Senza distogliere lo sguardo da Jørgensen, immobile in modo innaturale, con la neve che gli turbinava intorno ma non lo sfiorava, parlò con voce profonda e mormorante:

“Vieni”, disse. “Vieni con me. Io ti amo”.

La croce delle sue braccia iniziò a muoversi in avanti come a voler ghermire l’ispettore in una morsa, mentre il sorriso cresceva sulla sua bocca fino a scoprire i denti. Jørgensen li fissò come ipnotizzato. Erano bianchi, affilatissimi, innaturalmente grandi.

“Vieni”, disse ancora l’apparizione in tono suadente e nei suoi occhi balenò una ferocia che non aveva niente di umano.

In quel lampo, Jørgensen trovò la forza di distogliere lo sguardo e, tremante, le palpebre serrate fino a vedere solo guizzi infuocati contro la retina, spinse le imposte contro quell’incubo, richiuse la finestra, poi si volse e si appoggiò contro il muro. Quando tornò ad aprire gli occhi, esplorò cauto l’ambiente circostante, poi il mondo oltre i vetri. Fuori non c’era altro che il buio.

 

All’indomani Jørgensen si mise in cammino con le prime luci, verso le dieci del mattino. Il cielo era una distesa piatta di grigio e anche il sentiero che aveva percorso con Christensen il giorno precedente appariva adesso cancellato, sepolto sotto una coltre di neve fresca. Il chiarore diurno sarebbe durato poco più di quattro ore e per allora Jørgensen difficilmente sarebbe stato di ritorno, ma nella torcia portava uno zaino e due cariche di batterie, e sperava che il tempo avrebbe retto abbastanza a lungo da non eliminare le tracce del suo passaggio, in modo da permettergli di ripercorrere lo stesso cammino al ritorno.

I piani dell’ispettore si scontrarono ben presto con l’indifferenza dell’autunno artico. Il vento, che alla partenza era stato teso e costante, cadde all’improvviso, poi riprese con forza a soffiare da nord, portando con sé un pulviscolo di ghiaccio che invadeva ogni anfratto e ogni fessura tra gli indumenti e la pelle. Dopo mezz’ora di marcia, Jørgensen poteva solo tirare a indovinare quale fosse la direzione giusta. Continuò a procedere cieco e sordo a tutto quello che non fosse il deserto bianco e la tormenta , finché, nella luce calante, capì di essere andato oltre il suo obiettivo, o forse di aver girato nelle braccia di una spirale insensata, comunque di essersi perso. Fece ricorso alla bussola per tornare almeno alla base, ma, dopo averne seguito le indicazioni per poche centinaia di metri, si accorse che il suo ago era immobile, come inchiodato a una sorgente magnetica che lo rendeva inutilizzabile.

A quel punto gli parve di essere giunto davvero allo stremo. Addentò una nuova striscia di pesce secco, l’ennesima di quella mattina che stava scivolando verso una lunghissima notte, ma il cibo non gli trasmise alcuna forza e Jørgensen si sentì vuoto, inutile, sconfitto. Tentò di combattere quella sensazione facendo ricorso al ricordo delle cose che aveva più care, ma sembrava una lotta impari in quello scenario di forze straripanti in cui l’uomo non era altro che una trascurabile comparsa. La sua natura era quella: di una cosa effimera, esposta all’arbitrio degli elementi e del caso, destinata a soccombere in un modo o nell’altro. In fondo, che differenza faceva come?

Questi erano i pensieri che Jørgensen già arreso andava rimestando, quando una sagoma si stagliò attraverso il turbinio iridescente dei ghiacci illuminati dalla sua torcia. Per qualche istante temette che si trattasse dell’apparizione della sera precedente, sulla quale la sua ragione aveva temporaneamente sospeso il giudizio, ma poi il suo sguardo si mise a fuoco sulla figura che avanzava sulla neve e non ebbe più dubbi: era avvolta in robusto parka verde, dal cappuccio imbottito e rigonfio, sotto i piedi fasciati dai mocassini calzava racchette da neve e si muoveva a fatica sotto l’infuriare del vento. Qualunque cosa fosse ciò che aveva visto o creduto di vedere fuori dalla sua finestra, questo era certamente un essere umano.

Quando il viso dello sconosciuto si trovò a pochi centimetri dal suo, poté distinguerne i lineamenti dai tratti eschimesi. L’uomo non parlò, si limitò a prenderlo sottobraccio e a sospingerlo, quasi a trascinarlo con sé. Dopo poco più di un quarto d’ora, si trovarono al riparo di un costone di roccia, finalmente all’asciutto. Solo allora l’inuit parlò:

“Sono Nukappiaraluk”, disse.

Jørgensen faticò un poco prima di mettere a fuoco in quel nome colui che, secondo la testimonianza di Vintergren, aveva dato inizio a tutta la storia.

“Non eri lontano?”, ansimò alla fine, ogni parola che gli costava affanno. “A caccia, mi avevano detto”.

Nukappiaraluk scosse lentamente il capo. “No”, rispose alla fine. “Ero qui. Sempre qui. Intorno”.

“Intorno a che cosa?”

“Alla montagna. Cercando di entrare. Per rimettere a dormire la pietra di metallo e liberare Arnalik, il suo custode. Ma l’uomo che è bianco fuori e nero dentro sta sempre in guardia”. Al termine di quel fiume di parole, Nukappiaraluk rivolse a Jørgensen uno sguardo colmo di calore. “Ma ora, con il tuo aiuto, possiamo farcela. Due è più di uno”.

Jørgensen assorbì senza commenti quelle frasi apparentemente sconnesse. Non ebbe il tempo di porre domande, perché Nukappiaraluk, dopo avere diviso con lui l’acqua zuccherata della borraccia che portava sotto le vesti, tiepida per il contatto con il suo corpo, lo sospinse di nuovo avanti.

Percorsero diverse centinaia di metri, al riparo del cornicione o per brevi tratti scoperti, finché, dopo una svolta, non sbucarono di fronte all’imboccatura di una caverna. Nel buio che si era fatto uniforme, trapelava di là un lieve chiarore. Jørgensen fece per parlare, ma Nukappiaraluk gli impose con un cenno il silenzio. Avanzando carponi, i due si affacciarono sul bordo di roccia. Oltre di esso, più in basso, si allargava per un centinaio di metri un anfiteatro naturale, di forma regolare, a ogiva, al cui centro sorgeva una sorta di tumulo basso.

glacier_1742173iDa quel punto proveniva il bagliore che rischiarava l’intero ambiente di luce cupa e ondeggiante. Sulle pareti spioventi del tumulo, nelle fessure tra le pietre, erano conficcate delle torce che ardevano in silenzio. Tra esse, a intervalli irregolari, Jørgensen distinse degli stendardi raffiguranti aquile e rune, delle croci celtiche, delle svastiche, unite in un sinistro arabesco. E sotto di esse, come su un altare, un oggetto sferico grande come la testa di un uomo emanava bagliori che non sembravano solo di metallo.

“Ma che cosa…?”, iniziò a dire Jørgensen prima che Nukappiaraluk potesse costringerlo di nuovo al silenzio. Non terminò la sua frase. Qualcosa si abbatté su di lui, dalle sue spalle, e lo precipitò nell’incoscienza.

Si risvegliò solo, legato, costretto in una nicchia sul fianco del grande spazio al cui centro le fiaccole continuavano a spandere la loro fiamma.

Accanto a lui un altro corpo. Jørgensen pensò che si trattasse di Nukappiaraluk, ma poi, osservandolo nel lucore incerto, si rese conto che il suo viso era più smunto, più segnato dal tempo. L’uomo gli rivolse un cenno con il capo. Come quelle di Jørgensen, le sue mani erano strette in un cappio dietro la schiena.

“Non preoccuparti”, disse con un filo di voce. “Tutto questo non durerà a lungo”.

evil_nazi_villain_for_rpg“Ah no, vecchio?” Una terza figura emerse da dietro le parete di roccia, un uomo alto, imponente, vestito di scuro. Teneva il capo scoperto e portava i capelli tagliati corti sul viso squadrato, dalle mascelle pronunciate. Per contrasto la sua voce acuta, dall’inconfondibile pronuncia norvegese, risultava stridula, sgraziata rispetto alla sua mole. “Ti sbagli, se speri nell’aiuto di quell’altra scimmia. L’ho ferita e non andrà lontano. Quanto a questo… traditore della sua gente e della sua razza”, disse indicando Jørgensen e sputando le parole, “l’ho tenuto in vita solo per tuo beneficio. Gli strapperò le unghie e la pelle a poco a poco, e vedremo se lo spettacolo ti spingerà a parlare”.

L’inuit non rispose e l’uomo gli affibbiò un calcio tra le costole, con forza, ma senza passione, come un gesto di routine. Senza fretta estrasse dal tascapane un coltello seghettato, appuntito, macchiato di chiazze brunastre che sembravano ruggine o sangue secco, poi si rivolse a Jørgensen:

“Oppure vogliamo cominciare dagli occhi?”, disse.

“Che cosa vuoi sapere?”, parlò finalmente il vecchio.

L’uomo tornò a voltarsi verso di lui.

“Alla buon ora”, esclamò sarcastico. “Ma devo confessarti che la tua domanda non mi piace. Lo sai benissimo quello che voglio sapere”. Ammiccò verso il centro della grotta, in direzione dell’altare e dell’oggetto adagiato su di esso come un uovo di metallo. “Voglio conoscere il suo segreto. Voglio imparare a esercitarne il controllo, affinché il Suo ritorno non sia soltanto il miracolo casuale di un momento, uno sprazzo destinato a dissolversi, ma il bagliore perenne che apre la strada a un duraturo trionfo, come richiede il destino”.

“E tu sai benissimo qual è la mia risposta”, replicò il vecchio. “Non so di che cosa mi parli. Destino e trionfo sono parole troppo grandi per un povero eschimese”.

Una smorfia di rabbia passò per il viso del norvegese, ma la sua furia non ebbe tempo di comunicarsi all’azione. Dallo spazio aperto della grotta giunse il rumore, deformato dall’eco, di un frammento di roccia che si spezzava e cadeva. Dietro il tumulo, all’ingresso dell’antro, Jørgensen scorse la sagoma di Nukappiaraluk che avanzava. Il suo passo era strascicato e lento, ma sembrava animato da una volontà inarrestabile.

Anche il norvegese lo vide e, volte le spalle ai due prigionieri, si scagliò nella sua direzione. Mossi pochi passi, tuttavia, quando fu uscito dalla nicchia e si ritrovò a filo della parete rocciosa, sollevò gli occhi verso l’alto, come se un movimento improvviso avesse attratto la sua attenzione. Fu un istante. Un’espressione di orrore stravolse i suoi lineamenti regolari e belli, poi il suo corpo fu travolto da un masso che parve cadere dal nulla e lo centrò tra la nuca e la schiena. Le sue ossa si spezzarono con un rumore sordo.

Jørgensen fece appena in tempo a guardare verso la volta della caverna e a vedere una serie di ombre, uomini scheletrici avvolti in tuniche cenciose e slabbrate, a strisce, che si protendevano verso il basso e poi si ritiravano con un ghigno di vittoria stampato sui visi dagli occhi come orbite cieche e dal naso adunco. Poi, arrancando, venne finalmente Nukappiaraluk e lo liberò.

Per prima cosa il vecchio guardiano, Arnalik, sotto lo sguardo attento di Jørgensen e Nukappiaraluk, liberò il tumulo dagli orpelli che l’avevano sfregiato. Ne fecero una pila, contro le pareti di roccia, e poi un fuoco al quale si scaldarono. Senza parlare si divisero le strisce di halibut e le palline di carne pressata che Nukappiaraluk aveva con sé, le fecero ammorbidire nel palmo della mano e poi le mangiarono, per riprendere forza. Solo allora Jørgensen ruppe il silenzio:

prometheus-screenshot-51_mid“Che cos’è?”, chiese, indicando la sfera di metallo al centro del tumulo.

Il vecchio inuit scosse il capo.

“Non lo so”, rispose. “Ma è qui da molto, molto tempo”.

“I nostri padri dicono che è caduto dal cielo”, disse Nukappiaraluk.

“Può darsi”. Il vecchio annuì. “E se è così, questo un motivo in più perché riposi dentro la terra. Perché il cielo e la terra non devono unirsi prima del tempo. Altrimenti ne usciranno soltanto disgrazie e creature malvagie”.

“Uno strumento che materializza i pensieri. Che dà corpo agli spiriti”, mormorò Jørgensen come tra sé.

Il vecchio lo guardò con un’espressione che sembrava scintillare d’ironia, ma le sue parole furono serie:

“Può darsi. Ma non illuderti anche tu come s’illudeva il norvegese. Gli spiriti non si possono controllare, non più di quanto si possa controllare la propria anima. I desideri e gli incubi, come avrai già capito, spesso sono la stessa cosa”. Con un movimento lento iniziò  levarsi in piedi. “Ciò che non si può controllare né distruggere”, continuò, “va messo almeno in condizione di non nuocere. Venite, aiutatemi”.

Seguendo le istruzioni del vecchio, Jørgensen e Nukappiaraluk raccolsero pietre, rametti e ossa di animale dagli anfratti circostanti e li disposero intorno alla sfera di metallo come una ghirlanda. Alla fine il vecchio inuit studiò il risultato del loro lavoro e le sue rughe si distesero in un sorriso.

“Ecco fatto”, disse. “Ora gli spiriti torneranno a dormire”.

Dormirono anch’essi, raccolti in un angolo, uno addosso all’altro a scambiarsi il loro stesso tepore, finché dall’ingresso della grotta non si annunciò una nuova alba. Allora uscirono sulla distesa innevata. Ovunque si irradiava lo stesso candore privo di punti di orientamento, ma i due inuit si incamminarono senza esitazioni in direzione opposta a quella del sole pallido e basso sull’orizzonte. In capo a due ore furono nei pressi di Ilumannak.

“Tu vai”, disse Nukappiaraluk a Jørgensen, indicando dall’alto il villaggio e la costa poco distanti. “Per me è tempo di tornare alla caccia”.

“E tu che cosa farai?”, chiese Jørgensen ad Arnalik.

L’inuit sorrise.

“Io lo aiuterò”, rispose.

 

departure-from-kulusuk-airportDa Ilumannak, l’ispettore Jørgensen si fece accompagnare con una slitta all’insediamento di Angmssaliq, una trentina di chilometri più a sud, dove sorgeva un campo di aviazione dalla pista sconnessa. Da lì, quando le condizioni meteorologiche lo consentivano e la necessità e l’opportunità lo richiedevano, un volo di tre ore si levava per Isafiörđur, in Islanda. Da lì avrebbe potuto raggiungere Reykjavik, quindi la Danimarca.

Dovette attendere due giorni, e infine giunse il momento della partenza. Mentre il suo aereo, un Fokker dall’aria fragile, prendeva quota in un volo traballante, Jørgensen salutò le distese ghiaccio sotto di sé. L’inverno era ancora lungo e, con un po’ di fortuna, gli dei del freddo avrebbero vegliato su Arnalik, sulla sua gente e sul mondo.

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