Antonio Bellomi era un mio carissimo amico.

Ci ha lasciati improvvisamente e troppo presto, il 7 gennaio del 2021.

Ho parlato di lui in un breve articolo che è stato pubblicato su Cose da Altri Mondi, per cui qui, nel mio sito di fantascienza, che tante volte Antonio ha condiviso regalandomi alcuni suoi racconti, voglio ricordarlo in un modo un po’ diverso.

Una delle cose che Antonio Bellomi amava tantissimo, erano i brevi racconti sullo stile dei Vedovi Neri di Asimov. Non erano proprio fantascienza, ma se in questo genere c’era dietro Isaac Asimov, la fantascienza un po’ c’entrava di certo.

Così, nella prefazione a un volume dedicato a Gli enigmi del Club Pigreco. con la partecipazione di Martin Mystere, pubblicato tra gli altri recentemente da Profondorosso, l’Autore ci rivela un segreto:

La prima volta che mi sono cimentato in storie che definisco a enigma, perché chiamarle gialle è improprio, fu con la serie de «Gli amici della bottiglia», una manciata di racconti conviviali in cui un gruppo di amici dediti a scorribande alimentari nelle migliori trattorie d’Italia si trovano a risolvere un enigma presentato da uno di loro nel corso del loro incontro gastronomico. […] Si trattava di storie ancora un po’ grezze, che non mi soddisfacevano pienamente, ma erano un inizio.
Più o meno contemporaneamente ai racconti degli «Amici della bottiglia» avevo avviato anche un’altra serie di racconti a enigma […] questa volta col personaggio di Miss Agata, italianissima titolare di una cartolibreria, col pallino di risolvere anche lei misteri di ogni genere.
Queste due serie in seguito sono state abbandonate per un’infinità di motivi, ma non è escluso che un giorno o l’altro le riprenda, chissà.

Già! Purtroppo non le potrà più riprendere. Anche se sto pensando a un progetto folle!

Antonio mi aveva a chiesto a inizio pandemia, di aiutarlo a scrivere nuove storie di Uriel Qeta, un planetologo che vive sulla Luna. Ritengo si tratti di un filone più recente sia degli Amici, che di Martin Mistère.

Pensavo, non subito, ma quando se ne potrà discutere con calma, di costituire una squadra di volontari, io compreso, per chiedere alla moglie Luciana il permesso di scrivere storie “a enigma”, come le chiamava lui: naturalmente con la supervisione e approvazione di Luciana. E con la citazione ‘da un’idea di Antonio Bellomi‘.

Nel frattempo vorrei proprio presentare quella che potrebbe essere la prima delle storie della ‘Bottiglia‘. Un racconto brevissimo e fulminante.

Grazie Antonio, da dovunque tu ci guardi!


Gli Amici della Bottiglia

Antonio Bellomi: gli amici della bottigliaIl giovedì sera è il grande giorno degli Amici della Bottiglia. Si tratta di un gruppo di persone della più varia estrazione sociale che, nonostante quanto possa far sospettare la maliziosa intestazione del sodalizio, si riuniscono per affrontare con baldanza i piatti più invitanti di un ristorante tipico sempre diverso. E, siccome ogni buona mangiata che si rispetti è accompagnata da una salutare bevuta, ecco da qui la ragione del nome.

Questa volta era toccata a una sperduta trattoria della bassa lombarda e i quindici amici della tavolata si stavano godendo il meritato bicchierino di fine pasto, o forse era il secondo, dopo aver spazzato via montagne di risotto e ottimi cotechini.

Fu a quel punto, quando gli spiriti si trovano nel beato stato della soddisfazione gastronomica, che l’ingegner Oldani, dirigente quasi in pensione di una grande fabbrica meccanica milanese, picchiò leggermente il coltello sul collo di una bottiglia vuota di Bonarda e annunciò a voce abbastanza alta da farsi udire da tutti: «Signori, un momento di silenzio, per favore.»

Tutti gli sguardi si rivolsero verso di lui e le diverse conversazioni si interruppero di botto. Perché l’ingegner Oldani era un uomo che aveva sempre qualche interessante sorpresa.

L’avvocato Matrassi che era in fondo alla tavolata alzò il bicchiere di grappa e lo scolò fino in fondo, facendo schioccare soddisfatto le labbra. «Forza, ingegnere,» lo incoraggiò. «Ci racconti l’ultima novità della sua fabbrica.»

«No, niente fabbrica,» si schermì l’ingegner Oldani. «Vi voglio raccontare un fatto che è successo proprio stamane sull’autobus della circonvallazione esterna, quello che prendo tutte le mattine per andare al lavoro. L’autobus era come al solito strapieno, quando improvvisamente si è levato un grido.»

«La solita avvenente fanciulla pizzicata sul sedere,» commentò il dottor Anselmi, noto cavadenti e ancora più noto gaudente.

«Per niente,» ribatté l’ingegner Oldani con un sorriso divertito. «Si trattava invece di un fattorino di un’ambasciata africana, che era stato alleggerito di una busta di documenti importanti che portava nella tasca interna della giacca.»

Una nube di fumo pestilenziale si levò dal sigaro che fumava un omone grande e grosso, il signor Manlio Bandur, stimato tecnico di uno grossa software house cremonese. «Poco astuto l’amico,» commentò ironico. «Un autobus affollato non è proprio il posto più sicuro per trasportare documenti riservati.»

«Oppure è proprio il più sicuro,» ribatté l’ingegner Oldani. «In fin dei conti chi penserebbe che un fattorino si porti in tasca documenti segreti su un autobus affollato, con la stessa noncuranza con cui porterebbe la nota della spesa?»

E quando nessuno mostrò di voler ribattere a tale logica argomentazione, continuò: «Guarda caso sull’autobus si trovava anche un poliziotto che, fattosi riconoscere, ordinò all’autista di fermare l’autobus e di non aprire le portiere finché non fosse arrivata una pattuglia della polizia per passare al setaccio le persone a bordo.»

«E i documenti intanto?» chiese l’avvocato Matrassi.

«I documenti furono ritrovati per terra all’arrivo della Volante,» spiegò l’ingegner Oldani. «Evidentemente il ladro non aveva osato tenerli addosso per paura che glieli trovassero. A quel punto la polizia che nel frattempo era arrivata non sapeva bene che pesci prendere. Il ladro era senz’altro tra le persone a bordo, ma come identificarlo? Il fattorino del consolato strepitava dicendo che non si trattava di un volgare borseggio, ma del tentativo di una potenza nemica del suo paese di impadronirsi di documenti per loro interessanti. Si sarebbero dovuti fermare quindi tutti i passeggeri e controllare con calma al commissariato la posizione di ognuno, visto che a un controllo sommario tutti i documenti sembravano in regola.

Un avvocato minacciava tuoni e fulmini perché aveva udienza in tribunale. Un meccanico supplicava che lo lasciassero andare, perché doveva correre a far ripartire l’auto della moglie del principale che era rimasta bloccata in mezzo al traffico e mostrava la borsa nuova fiammante coi suoi lucenti ferri del mestiere. Aveva preso l’autobus appunto per usufruire delle corsie privilegiate e fare prima e adesso con quell’intoppo…

Una donna anziana piangeva perché pensava di essere incappata in una retata della buoncostume e temeva di finire al commissariato. E poi che cosa avrebbe detto la gente o quello spocchioso di suo genero che lavorava alla Provincia…?

Un pianista imprecava con forte accento slavo, perché doveva raggiungere il Conservatorio per una lezione e si tormentava le lunghe dita che muoveva con estrema scioltezza.

Insomma tutti quanti strepitavano per andarsene e la polizia non si decideva a mollare nessuno.»

A quel punto l’ingegner Oldani si interruppe e si riempì nuovamente il bicchierino di grappa.

«Be’, e allora?» chiese il dottor Cannata, ginecologo del Fatebenefratelli. «Com’è andata a finire?»

L’ingegner Oldani sorseggiò con deliberata lentezza la sua grappa con ruta e disse quasi con indifferenza: «Allora io ho indicato alla polizia la persona che mi sembrava più probabile come colpevole, quella perse la testa e cercò di scappare, ma fu accalappiata da un appuntato di buoni bicipiti e tutti ce ne potemmo ripartire per le nostre faccende.»

Ci fu un attimo di silenzio sbalordito. Poi il dottor Cannata interloquì quasi con timidezza. «Vuoi dire che hai capito al volo chi poteva essere il ladro-spia?»

Adesso l’ingegner Oldani gongolava. «Esattamente. Del resto se ci pensate ci arriverete anche voi a intuirlo.»

Si alzò un coro di proteste e l’avvocato Matrassi guardò un po’ storto l’amico di tante battaglie gastronomiche. «Tu ci nascondi qualche elemento!» tuonò con il tono minaccioso che usava nei processi d’appello al tribunale di Milano.

«Non direi,» si difese serafico l’ingegner Oldani. «Pensateci un po’… chi di voi ha mai visto un meccanico che si rispetti con un’attrezzatura nuova fiammante appena uscita dal negozio? Senza neanche un graffio o una macchia di grasso? La cosa era davvero strana e il comportamento di quell’uomo ha confermato che il colpevole era proprio lui.»

In copertina al tavolo con gli amici: da sinistra Giuseppe Festino, Ugo Malaguti, Adalberto Cersosimo e Antonio Bellomi.
fotografia Franco Giambalvo.

 

 

 

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