L’aspirante tenente, racconto di Tea C. Blanc

Da ore camminiamo sotto la neve. Ormai è notte fonda. Il percorso si è fatto montagnoso, l’aria sempre più rarefatta, il respiro ritmico dei miei compagni pesante e affaticato stride nel silenzio ovattato del pendio, pare una musica sincopata in contrasto con la pace esteriore. Procediamo testardi.

Siamo in una trentina, Scuola Reclute. Voglio diventare tenente. Questa è l’ultima prova, la più difficile.
Le jeep seguono a distanza per un’altra via, sono tre e servono per i casi di emergenza. Non siamo in guerra e non ci saranno emergenze stanotte, lo sento. Siamo tutti determinati ad arrivare all’obiettivo. Nessuno mollerà. E ben allenati, ci stiamo preparando a questa marcia allucinante da mesi. Non ho mai mancato a un allenamento, e anche gli altri ci hanno dato dentro. Ce la faremo tutti, lo sento.
Sudo, il fucile e lo zaino sono sempre più pesanti.
Seguo gli altri e faccio attenzione a dove metto i piedi perché ora siamo sull’orlo di un precipizio. Mi tengo lungo il fianco della parete e con il braccio destro tasto la roccia scura per sentire come svolta il sentiero. La notte è cieca.
Scivolare vorrebbe dire cadere per quaranta metri. Non devo pensare alla fatica, mi sforzo di pensare ad altro.
Devo tenere duro. Già, non posso mollare…
Devo stare qui, essere presente, devo pensare a camminare, solo pensare e camminare… Pensare a camminare… Tenere duro e camminare…

L’acqua della battigia arriva quasi a lambire gli stivali senza toccarli, guardo l’orizzonte aprirsi sull’interminabile spiaggia deserta. Una luna piena illumina ogni anfratto. Che strano! Non ricordavo la sua luce, poco fa. Non c’è nessuno, sono solo. Cammino mentre l’acqua si congiunge alla riva percorrendo quel limitare che non è più mare, non ancora spiaggia.
Ho sete, ma sono vivo e cammino. Ogni lingua d’acqua mi sta inseguendo come un’ondina invitante, ma sempre mi ricordo che non devo bagnare gli stivali. Devo continuare a ricordare di non bagnarli. Le ondine chiamano, ma i miei stivali continuano a restare asciutti. Nessun pensiero a turbarmi la mente. Solo il lento fluire dell’acqua a ricordarmi che devo camminare su questa spiaggia deserta. Ma dove sono, esattamente?

Mi guardo intorno. Il precipizio alla mia sinistra non c’è più e il sentiero si è fatto agevole e quasi largo, scopro subito che prima eravamo molto più in alto. Le ondine sono sparite, la notte è ritornata cieca.
Ho fatto solo un sogno durato cinquanta metri.

 

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L'ASPIRANTE TENENTE, di TEA C. BLANC

Nell’immagine, una tavola di Philippe Caza

 

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