Con la generosità tipica di Antonio Bellomi, eccovi uno dei suoi pochi racconti basati su Uriel Qeta, immenso (nelle dimensioni) planetologo, che vive sulla Luna e collabora molto spesso a risolvere misteri per altri irrisolvibili: godetevi la lettura.

 

«Che piacere rivederla, mia cara miss Oviessi,» esclamò Uriel Qeta, infilando il suo corpaccione nel sedile imbottito accanto a quello della giovane donna che in quel momento stava leggendo un libro sull’e-reader portatile, mentre il Lunar Express percorreva la monorotaia disposta nell’avvallamento tra due crateri molto ravvicinati. Al di là dei finestrini il paesaggio lunare appariva spettrale, vagamente illuminato da una Terra a tre quarti.

La sua vicina trasalì, ma il viso le si aprì in un sorriso quando vide chi era venuto a sedersi di fianco. «Professore Qeta, non avrei mai pensato che ci saremmo reincontrati!» lo salutò. «Ieri sera è scappato via di corsa, proprio nel mezzo di un’interessante discussione…»

Il viso del famoso planetologo si rabbuiò. «Ha ragione,» le disse. «Ma avrà sentito anche lei che cosa è successo alla Lunar Expo 2120. Mi hanno chiamato d’urgenza, costringendomi a interrompere una conversazione assai promettente.»

La donna posò l’e-reader in grembo e scosse la testa. Una bella testolina dai riccioli biondi, su uno snello corpo da top model. inguainato in un’aderente tuta verde smeraldo, la stessa tinta dei suoi occhi, giudicò Uriel Qeta, sempre grande estimatore della bellezza femminile. “Si riferisce al furto dell’astrolabio di Galileo, che la Terra ha prestato al Museo Lunare nel quadro della prima Lunar Expo, immagino,” disse Liana Oviessi. “Un furto di una destrezza incredibile. È vero che non hanno ancora capito come sia avvenuto?”

“Temo proprio che sia così,” rispose il planetologo con un sospiro.

“E hanno chiamato lei per cercare di risolvere il mistero,” disse la donna con una risata argentina. “Ha qualche idea? La sua fama di investigatore ormai si può dire che abbia surclassato quella di planetologo.”

“Oh, non esageriamo,” protestò Uriel Qeta. “Io sono solo un dilettante sopravvalutato dal mio buono amico il Commissario Capo dei Laboratori di Luna-City, Kim Sukyung.” Il planetologo scrollò le spalle. “Ma per rispondere alla sua domanda: no, nessuna idea direi. Un istante prima l’astrolabio era lì in bella mostra e un istante dopo era scomparso.”

Il treno ebbe una leggera oscillazione mentre imboccava una stretta curva lungo il tragitto che l’avrebbe portato allo spazioporto lunare, alquanto distante da Luna-City, che sorgeva nei pressi del cratere Armstrong.

“È davvero incredibile,” osservò miss Oviessi. “In fin dei conti ieri sera il nostro gruppo di visitatori era composto tutto da astronomi, professionisti seri, invitati per una serata speciale, riservata solo a noi. Mi riesce impossibile credere che tra noi ci fosse un ladro.”

Uriel Qeta sospirò, mentre guardava fuori dal finestrino il paesaggio lunare immerso nel buio. “Anche a me pare incredibile. Gli astronomi avranno la testa tra le nuvole, anzi tra le stelle, ma non si mettono certo a rubacchiare nei musei. Anche il responsabile del museo doveva esserne convinto, per cui erano state eliminate le normali misure di sicurezza e gli oggetti esposti erano visibili senza protezioni d’allarme, né campane di vero. E poi…” scosse la testa, come se non capisse.

Miss Oviessi lo guardò in tralice. “E poi…” chiese. “Stava per aggiungere qualcosa?”

“Ma no… niente…” rispose il planetologo. “C’è solo qualcosa che mi rode, ma che non so di preciso che cosa. Lei non ha idee per caso?”

“Oh, no,” rispose la donna, con una risatina, scuotendo la testa. “È lei l’investigatore. Io sono solo un’astronoma con un passato di matematica. Sa che anni fa ho perfino tenuto un corso sulle macchine calcolatrici dell’antichità?”

Uriel Qeta fece tanto d’occhi. “Non mi dica! Allora avrà certamente apprezzato quell’esemplare di Pascalina che la Conservatorie National des

Artes et Métieres di Parigi  è stato così gentile da prestarci.”

La donna fece un mezzo sorriso di circostanza. “Sì, certo, una delle prime calcolatrici, creata da Blaise Pascal. Ma non mi pare certo un pezzo meritevole di essere esposto in un museo lunare. Piuttosto rozza nella fattura, direi. Mentre quella collezione di astrolabi arabi e rinascimentali…”

Lasciò la frase in sospeso mentre Uriel Qeta si protendeva verso di lei per guardare meglio fuori dal finestrino. “Che buio!” osservò. “Fortuna che il treno viaggia sulla monorotaia, perché un normale gatto lunare rischierebbe di perdersi.”

La giovane donna lasciò vagare anche lei lo sguardo fuori dal finestrino. “Già, il buio dello spazio. Era proprio l’argomento della nostra conversazione di ieri sera quando ci hanno interrotti.”

In quel momento passò una hostess con un vassoio. “I signori desiderano qualcosa da bere? Una coppa di spumante italiano? Un cocktail Lunar Rock?”

“Lunar Rock per me,” disse prontamente l’astronoma.

“Oh, non per me di certo,” esclamò Uriel Qeta. “Per quanto possa apprezzare l’aroma di questa bomba alcolica, preferisco attenermi a una buona coppa di spumante. Grazie.”

Quando furono serviti, entrambi sorseggiarono i loro beveraggi in silenzio, osservando la massa scura delle rocce che si intravedeva al di là del finestrino, sentinelle immobili e silenziose di un mondo antico e ancora misterioso. In lontananza, molto lontano in realtà, si intravedeva un puntino luminoso. Probabilmente era l’avvisaglia di un sole che stava sorgendo al di là di una catena montuosa, da dove sarebbe esploso in tutta la sua luminosità, portando la temperatura da meno 160 gradi a più di 100. A rompere per primo il silenzio fu miss Oviessi.

“La Luna ha un fascino particolare,” osservò a bassa voce. “Capisco che lei abbia eletto di farne il suo domicilio.”

Uriel Qeta annuì. “Infatti mi ci trovo a mio agio. Ho un piccolo appartamento che gode di una splendida vista quando c’è luce sufficiente dal sole o dalla Terra. Posso portare avanti con tranquillità i miei studi avendo a mia disposizione tutti i laboratori lunari e per di più il Commissario Capo Kim Sukyung non manca di rivolgersi a me quando gli si presenta un problema di polizia troppo complicato per lui. Sì, non ho proprio di che lamentarmi.”

“Come in questo caso,” disse maliziosamente Miss Oviessi. “Ed è per questa ragione che ci hanno interrotti ieri sera.”

Il planetologo annuì gravemente. “Sì, e proprio in un momento molto interessante, devo dire.”

La donna lo guardò con espressione interrogativa.

“Ma sì,” la sollecitò Uriel Qeta. “Non ricorda? Stavamo parlando di un problema assolutamente affascinante. Quello del buio cosmico.”

Miss Oviessi fece una risatina. “Oh, certo. Un argomento che mi ha sempre affascinato. Non so se lei se l’è mai chiesto. Ma probabilmente sì, perché lei è una persona molto intelligente. Il quesito era questo. Come mai con un cielo pieno, anzi saturo di stelle e galassie sfolgoranti, noi vediamo un cielo nero con radi punti luminosi invece di una cupola sfolgorante come una cappa di cristallo in cui sono inseriti miliardi e miliardi di lampadine?”

In quel momento il treno prese a decelerare mentre l’altoparlante di servizio annunciava l’imminente arrivo al terminal dello spazioporto.

“Oh, siamo già arrivati. Questa linea è davvero veloce. Non si fa mai a tempo a concludere una conversazione,” disse Uriel Qeta, alzandosi dal suo posto. “Cara miss Oviessi, mi deve scusare, ma devo vedere un addetto alla Sicurezza prima di sbarcare dal treno. Chissà però che prima della partenza non abbiamo modo di concludere finalmente la nostra interessante discussione.”

Un’ombra di contrarietà si profilò sul bel viso eurasiatico di Lianna Oviessi, che però la mascherò subito con un sorriso. “Ma certo. Avrò almeno un’ora da aspettare nel lounge prima dell’imbarco sulla Freccia Cosmica. Arrivederla, professore.”

***

Il salone delle attese era gremito di viaggiatori che aspettavano solo di imbarcarsi per la Terra. Nonostante vi fossero raccolte un centinaio di persone, l’ambiente era tranquillo. Forse perché questa volta non c’erano gruppi familiari con bambini al seguito, ma solo professionisti e il gruppo di astronomi che avevano presenziato ai festeggiamento per l’Expo 2120. Miss Oviessi se ne stava in disparte, con l’e-reader in mano, ma non leggeva. I suoi occhi scrutarono tra la folla alla ricerca della massiccia sagoma di Uriel Qeta, ma non riuscì a vederlo da nessuna parte.

L’altoparlante del salone si animò e una gradevole voce femminile annunciò in più lingue che i viaggiatori potevano cominciare a imbarcarsi dai cancelli 2 e 3 sulla Freccia Cosmica.

Miss Oviessi si alzò in piedi, raccolse la valigetta a mano che aveva con sé e si avviò verso il cancello 2, ma proprio mentre distava ormai solo qualche metro un inserviente con un carrello carico di valigette la urtò sbadatamente facendola cadere a terra.

“Accidenti a lei!” sbottò la donna all’indirizzo del conducente del carrello, mentre rotolava sul pavimento. La valigetta le sfuggì di mano e finì in mezzo ad alcune altre valigette che l’urto aveva fatto cadere dal carrello.

L’inserviente le corse incontro preoccupatissimo in volto. “Mi scusi, signora, spero non si sia fatta niente,” le disse mentre l’aiutava a rialzarsi. “Le devo chiamare un medico? Mi sembra che zoppichi un po’.”

La donna scosse la testa, seccata. “No, non è nulla. Va tutto bene, davvero. Non mi faccia perdere l’astronave.”

L’inserviente si chinò a raccogliere una valigetta e gliela porse. “Ecco qua la sua valigetta, signora. Non la dimentichi. E mi scusi di nuovo.”

La donna scrollò altezzosamente la testa e afferrò la valigetta, controllò che ci fosse il suo nome sulla targhetta, ma barcollò un momento, come se fosse ancora incerta sulle gambe e in quel momento una mano forte la sorresse sotto il gomito.

“Si appoggi a me, miss Oviessi,” disse la voce cortese di Uriel Qeta, che si era improvvisamente materializzato accanto a lei. “Come vede sono arrivato giusto in tempo.”

Lei gli sorrise con uno sfolgorio di occhi smeraldini. “Oh, è lei, professor Qeta! Non sa quanto sia felice di rivederla in questo momento.”

Un sorriso sornione spuntò sulle labbra del planetologo. “È vero, dicono che una delle mie principali qualità sia proprio la tempestività. Su, che l’accompagno.” Così dicendo le prese la valigetta, avviandosi verso il cancello 2.”

La donna lo ringraziò con un sorriso. “Sempre galante, vero professore? Guardi che non sono invalida e potrei portarmi da me la valigetta, ma visto che è tanto gentile da sollevarmi da questa incombenza, la lascerò fare la parte del cavalier servente.”

La coppia aveva quasi raggiunto il cancello 2, ma un istante prima di imboccarlo Uriel Qeta esercitò una leggera pressione sul braccio della donna, facendola deviare verso una porticina laterale. “Da questa parte, prego.”

Miss Oviessi si irrigidì leggermente e i suoi occhi divennero di un verde più cupo. “Cosa fa, professore? Io devo passare dal cancello 2.”

Il planetologo le sorrise soavemente, mentre due addetti della Sicurezza si materializzavano silenziosamente dietro di loro. “Penso proprio di no, miss Oviessi,” le rispose con esagerata cortesia. “Noi abbiamo una conversazione da concludere, non ricorda?”

***

La saletta era spoglia. Un tavolo, due sedie, uno schedario.

Uriel Qeta passò la valigetta a una delle guardie che la posò sul tavolo. “Vogliamo aprirla, miss Oviessi? Naturalmente non ha niente in contrario, vero?”

Gli occhi smeraldini della donna sprizzarono lampi. “Ho tutto in contrario, invece. Lei non ha in diritto di aprirla e neanche quello di farmi perdere la Freccia Cosmica.”

Uriel Qeta sospirò. “Infatti io non ho alcun diritto,” ammise, “ma questi agenti della Sicurezza e del Servizio doganale sì. Come può vedere è uno di questi agenti che in questo momento si sta occupando della sua valigetta.”

“Procedo, professore?” chiese l’agente che aveva deposto la valigetta sul tavolo.

Il planetologo sollevò una mano. “Un momento ancora, agente.”

Miss Oviessi rimase in attesa della prossima mossa del professore.

Uriel Qeta si sedette su una delle sedie, invitando la donna a fare altrettanto, ma miss Oviessi scosse la testa e rimase in piedi, incrociando le braccia sul petto in atteggiamento di sfida.

Uriel Qeta sospirò. “Se desidera rendere le cose più difficili… affare suo.” disse. Poi continuò: “Vede l’astrolabio è stato rubato proprio la sera in cui noi stavamo discutendo del cielo. Del cielo che rimane nero nonostante le innumerevoli stelle che lo popolano. Non so ancora come il furto sia avvenuto materialmente, e la cosa mi interessa relativamente,  ma so con certezza che è stata lei, mia cara miss Oviessi.”

“Non dica sciocchezze,” replicò dura la donna e i suoi occhi sprizzarono un lampo di sfida.

“Sciocchezze? Non credo proprio ribatté pacatamente il planetologo. “È evidente che lei ha avuto un complice all’interno del museo… più un secondo complice qui allo spazioporto, che doveva consegnarle l’astrolabio con un opportuno scambio di valigette, avvenuto, fingendo uno scontro tra lei e un carrello. Molto astuta, in verità. Perché avrà senz’altro immaginato che i bagagli degli astronomi sarebbero stati perquisiti prima di superare l’area doganale e quindi era necessario avere un complice interno che potesse consegnarle la valigetta giusta al posto di quella che portava con sé e che aveva già superato il controllo. Un addetto al trasporto bagagli era la persona perfetta per questo giochino.”

“Lo dimostri,” disse freddamente la donna.

Uriel Qeta sospirò. “La dimostrazione avverrà nell’istante stesso in cui apriremo la valigetta che sta sul tavolo. Ma la domanda che si starà facendo lei in questo momento è “come ha fatto questo pachiderma di investigatore a capire che ho organizzato proprio io il furto al museo?”

La donna non rispose, ma dall’espressione del suoi occhi il planetologo capì di avere fatto centro.

“Vede,” le disse in tono gentile. “I presenti a quella serata speciale dell’Expo 2120 erano tutti astronomi di professione, personalità integerrime a quanto è risultato dallo screening effettuato dalla Sicurezza.”

“E quindi anche miss Lianna Oviessi lo era,” ribatté dura la donna.

Uriel Qeta sospirò di nuovo. “Oh, certo, almeno all’apparenza, ma le documentazioni ingannano a volte, specialmente se sono preparate con grande accortezza. E i ladri di professione stanno molto attenti a questi particolari. Ma c’è un piccolo particolare che non quadrava…”

La donna lo sfidò con lo sguardo. “Sentiamo.”

Uriel Qeta le sorrise. “Il piccolo particolare era che lei non è affatto un’astronoma, e questo l’ho capito immediatamente dal nostro primo incontro.”

Miss Oviessi sbuffò. “Questo lo dice lei per farsi bello.”

Il planetologo scosse la testa. “No, mia cara. Lei non è affatto un’astronoma e probabilmente neanche un’esperta di antiche macchine calcolatrici. Un’esperta di macchine calcolatrici non avrebbe mai parlato con disprezzo della Pascalina della Conservatorie National, visto che si tratta dell’esemplare originale creato da Pascal.  Un oggetto unico, praticamente senza prezzo. Invece l’astrolabio di Galileo rubato non era affatto un astrolabio creato da Galileo, ma solo uno dei tanti astrolabi usciti dalla bottega di Giovanni Battista Giust nel sedicesimo secolo. Un oggetto prezioso, certo, ma non rarissimo, visto che ne esistono altri esemplari. Il fatto che sia chiamato astrolabio di Galileo è dovuto al fatto che Galileo ne ha fatto uso per i suoi calcoli astronomici.

La donna scrollò le spalle senza dire nulla.

Uriel Qeta l’osservò per un momento in silenzio poi proseguì sotto gli occhi impassibili delle guardie. “Ma di lei ho sospettato immediatamente quando ho capito che non è affatto un’astronoma. Quindi era l’elemento spurio nel gruppo rappresentato dagli astronomi. Certo, poteva esserci anche un astronomo furfante, per carità, ma era molto più probabile che il furfante fosse la persona che si spacciava indebitamente per astronomo. Cioè lei.”

“Un bel discorsetto,” osservò ironica Lianna Oviessei, ma Uriel Qeta cominciò a intravedere una crepa nella sua sicurezza. “Sono curiosa di sentire il seguito. Perché certo non mancherà di spiegarmi come mai secondo lei io non sarei un’astronoma.”

Uriel Qeta emise una risatina. “Sa, sarebbe divertente farla finire in prigione senza spiegarle questo piccolo particolare, ma non sono sadico fino a questo punto. No, glielo dirò.”

Il planetologo fece una pausa poi continuò: “Vede, quello del cielo notturno nero è un vecchio problema che risale nientemeno che al cinquecento, se non prima, anche se oggi è soprattutto noto come il paradosso di Olbers, dal nome dello scienziato che a metà del diciannovesimo secolo scrisse un saggio sull’argomento. E, mia deliziosa amica dagli occhi verdi, qualsiasi astronomo che si rispetti conosce bene i termini della questione.”

La donna sbuffò. “Vogliamo farla finita? Deve proprio sfoggiare la sua cultura? Le confesso che del paradosso di Olbers non me ne importa un accidente!”

“E invece avrebbe dovuto,” osservò pacatamente il planetologo, “perché avrebbe evitato di fare una domanda sciocca che l’ha tradita.”

Ci fu un attimo di silenzio, poi Uriel Queta riprese. “Non starò a farle tutta la cronistoria, citandole i nomi di Keplero, Digges, de Chéseaux, Haller e compagnia bella, ognuno dei quali avanzò teorie molto serie e argomentate, ma che non reggevano alla logica perché si rifacevano tutte a un concetto di universo infinito, eterno, immutabile e pieno di stelle.”

La donna sbuffò di nuovo, ma stranamente parve interessata alla spiegazione. Forse, pensò Uriel Qeta, qualche passioncella per l’astronomia l’aveva avuta davvero.

“La spiegazione del fenomeno,” continuò il planetologo, “si è avuta quando la scienza ha accertato due fattori cosmogonici fondamentali, e cioè che l’universo non è eterno, si calcola infatti che non abbia più di quindici miliardi di anni, e che non è immutabile, ma in continua espansione con conseguente spostamento verso il rosso delle righe dello spettro luminoso e relativo indebolimento della luce. Ed ecco spiegato, sia pure rozzamente, perché il cielo notturno, invece di essere sfolgorante di luce è nero. In breve, perché l’universo è troppo giovane e perché è in espansione, come si è scoperto solo in tempi relativamente recenti. Ma ovviamente, ogni astronomo, anche dilettante, è al corrente di queste teorie.”

Miss Lianna Oviessi annuì con espressione grave. Poi sorrise a Uriel Qeta e i suoi occhi smeraldini brillarono come stelle.

“Temo proprio di avere lasciato lacune troppo vistose nella mia preparazione astronomica, caro professore. Che mi serva di lezione per il futuro,” concluse con una smorfia maliziosa.

Uriel Qeta sospirò. È proprio vero che il lupo perde il pelo e non il vizio, pensò. Lianna Oviessi se la sarebbe cavata assai a buon mercato. Tanto più che la refurtiva era stata recuperata. Chissà solo se i loro destini si sarebbero incrociati di nuovo. Qualcosa gli diceva di sì.

Lianna Oviessi allungò la mano verso la valigetta e fece scattare la serratura. Poi, prima di sollevare il coperchio, rivolse uno smagliante sorriso al planetologo, dicendogli: “Non è curioso di vedere la prova decisiva della sua indagine?”

Uriel Qeta le sorrise di rimando altrettanto amabilmente. “Mia cara, io non ho proprio bisogno di conferme. Queste potranno interessare i signori qui presenti.”

Si alzò in piedi, le rivolse un compito inchino e uscì dalla stanza.

Bellomi Giallo sulla Luna

 

Copyright © 2009 dell’Autore
Copertina da un’immagine di Stefano Ciocchetti

Articolo scritto da