I racconti di Luigi Cozzi sono in genere molto delicati, molto all’inglese e seguono una vena che non è, per lo più,  classificabile come fantascienza, ma come fantasia e leggenda. Luigi ci ha concesso di pubblicare i racconti che ha recentemente raccolto ne Il cuore misterioso e noi lo ringraziamo per averci permesso di spiare nella sua anima.

F.G.


Daria faceva l’attrice, ma era anche molte altre cose. Una donna affascinante e bella proprio come il mestiere richiedeva, sfuggente ed evasiva come sono sovente le grandi dive o quelle che, pur non essendolo ancora, presto lo diventeranno.

A differenza di molte sue colleghe, Daria era anche colta e appassionata di tante cose, riuscendo a stupirmi per aver letto, chissà quando e come, tanti libri, anche i più strani e i meno noti, naturalmente ci vuole molto tempo a disposizione per dedicarsi alla lettura e lei faceva già tante altre cose.

Andava e veniva nei salotti cittadini e al suo fianco c’erano diversi accompagnatori, amori di una sera o di una settimana, o anche semplici pretendenti o corteggiatori, perché di uomini, Daria ne aveva quanti ne voleva.

Lei che era una donna affascinante, in grado di sfuggire a qualsiasi definizione, forse perché, proprio come la sua professione rivelava, non era una, ma tante e diverse persone insieme.

Aveva avuto anche grandi amori, è naturale, ma nessuno era mai durato e non lo nascondeva, perché forse era proprio così che voleva essere considerata: sfuggente e vaga come una fata che appare all’improvviso, quando scende la sera e sparisce rapidamente prima che sorga il sole.

Io incontravo spesso Daria, a casa di amici o colleghi, e il suo arrivo coincideva sempre con un improvviso scompiglio generato dalla sua conversazione. Sapeva essere brillante e, riusciva a calamitare in pochi istanti l’attenzione di tutti gli uomini presenti in una sala, essendo una donna vera.

Però si vedeva anche che faceva tutto solo per gioco, soprattutto perché le piaceva essere ammirata: Daria si esibiva nei salotti o piano-bar, tra conoscenti e amici, perché riteneva importante piacere e farsi desiderare, e più la gente la trovava desiderabile, più lei si sentiva felice e realizzata.

Non era però solo questo, come vi ho già spiegato, altrimenti non le avrei mai prestato più di un’attenzione vaga!

Daria aveva molte altre doti, anche inaspettate in una donna di quel tipo. Possedeva due grandi occhi, che a volte erano immensamente tristi o persi nel vuoto tanto che non sapevi più dove fosse finita la sua mente, e restavi un po’ spiazzato e confuso: mentre sedeva accanto a te e ti parlava sapeva scomparire col pensiero d’improvviso e tu capivi allora che lei si era perduta in chissà quale inafferrabile mondo di segreti e di ombre per te eternamente inafferrabili.

Questo le accadeva d’improvviso, senza una mediazione, senza una spiegazione, e molti uomini restavano disorientati da quel suo incredibile, continuo modo di cambiare, e spesso non sapevi con quale delle molte Darie che esistevano in lei, stavi parlando.

Era inafferrabile e sfuggente oltre ogni immaginazione, e in lei si alternavano in continuazione la dolcezza, l’arroganza o la timidezza,  perché così era lei, fatta di molte facce e di nessuna, e tu dovevi accettarla, rassegnarti a subirla senza chiederti una spiegazione: solo così  potevi vivere con lei senza rischiare di perdere la testa.

Io la trovavo adorabile come tutti, ma a volte la detestavo, certamente avrei potuto innamorarmi, come molti altri che avevo conosciuto, ma lo evitai perché Daria era troppo sfuggente, specie in campo sentimentale, ed avendolo intuito fin dal primo momento in cui l’avevo incontrata, saggiamente ero restato a distanza di sicurezza, se così si può dire: anche quando lei mi fece capire che non le sarebbe dispiaciuto se l’avessi corteggiata, malgrado lei mi piacesse, mi mantenni calmo e distaccato, perché immaginavo il vicolo cieco in cui mi sarei cacciato se avessi accettato di fare il suo gioco!

Per Daria l’amore era soltanto un gioco, un grande gioco per divertirsi tutte le sere, quando compariva alle feste o alle riunioni, scegliendo la nuova vittima maschile, su cui affermare la sua supremazia di donna completa. Giocava e si divertiva, a spese di quei malcapitati, ed erano in molti che cedevano alle sue lusinghe e si innamoravano. Ma era un po’ come se non avesse il cuore!

Io non mi innamorai, ve l’ho già spiegato, solo perché non volli che mi accadesse e vi assicuro che non fu facile, però resistetti e mi limitai a studiarla e a frequentarla con assiduità, ma più la conoscevo, più cominciavo a chiedermi molte cose di lei: soprattutto notai che era impossibile riuscire a vederla di giorno e che, curiosamente, nessuno sembrava sapere dove abitasse.

Così, la mia curiosità su di lei continuò a crescere e più la vedevo arrivare nei salotti o nei piano-bar la sera, più mi domandavo dove andasse, quando il sole sorgeva sopra i colli di questa nostra città.

Mi vergogno un po’ a dirlo, ora, ma una sera, proprio per scoprirlo, la seguii quando uscì dalla casa di alcuni amici comuni, insieme al suo ultimo fidanzato-accompagnatore.

La seguii, come un qualsiasi innamorato geloso (e forse lo ero davvero…)

 …la seguii in auto sino al luogo dove l’uomo la lasciò. Il suo accompagnatore la fece scendere dall’auto nella viuzza di un antico quartiere e lei, dopo averlo salutato, entrò nel portone di una vecchia casa un po’ decrepita. L’uomo se ne andò e anch’io stavo per ripartire, ma accadde un fatto davvero curioso. Mentre stavo per avviare l’auto, d’improvviso Daria riapparve dal portone e, dopo essersi guardata attorno per alcuni momenti, uscì in strada e cominciò ad allontanarsi rapida. Allora scesi dall’auto e, a distanza debita, le andai dietro.

La seguii tra le piccole strade di quel quartiere, sempre più incuriosito e  la mia mente si affollava di domande, nella ricerca vana di una spiegazione per quel comportamento davvero insolito.

Non potei fare altro che continuare ad andarle dietro con cautela, finché non la vidi raggiungere un piccolo slargo quasi nascosto tra case antiche, e proprio là si ergeva una vecchia chiesa che non avevo mai visto prima, molto bella e insolita, tanto da sembrare quasi una piccola cattedrale gotica, una specie di copia in dimensioni ridotte del Duomo di Milano, con le statue in cima e le fiancate bizzarramente istoriate.

Daria entrò in quella chiesa che aveva il portone socchiuso, e non vi uscì più. Alla fine, mentre ormai sorgeva il sole, incuriosito, entrai anch’io in quell’edificio. Ma la chiesa era deserta e c’era solo la flebile luce delle candele poste lungo gli altari e in mezzo ai filari di panche vuote.

Di Daria, neppure l’ombra: come fosse sparita.
Tornai fuori e me ne andai a casa, mentre pensieri confusi mi riempivano la testa, senza condurmi a nessuna conclusione accettabile.

Qualche sera dopo, a una riunione di amici incontrai ancora, Daria e di nuovo, lo ammetto, la seguii. Accadde allora la stessa cosa della volta prima: si fece accompagnare alla vecchia casa di Trastevere e poi, quando il suo nuovo accompagnatore se ne fu andato sulla rombante auto sportiva, lei fece capolino fuori del portone e si allontanò rapida a piedi lungo la stradina. La seguii nella piazzetta dove c’era quella strana, antica chiesa con la grande porta di ingresso socchiusa.

Daria entrò e, questa volta, io la seguii a distanza ravvicinata: così, quando mi affacciai all’interno del luogo di culto, feci in tempo a scorgerla mentre si dileguava oltre una porticina posta dietro all’altare centrale.

Le andai dietro.
Oltre la porticina, c’era una specie di corridoio, che conduceva a un piccolo locale senza uscita, dove c’era però una scala a spirale, ripida, che si perdeva verso l’alto.
Daria era già giunta quasi in cima.

Aspettai che svanisse oltre la fine della scala, e poi incominciai a salire anch’io, mentre la curiosità mi divorava: ormai la soluzione di quello strano enigma era vicina.

Salii, e dalle sottili fessure che si aprivano di tanto in tanto lungo la parete, scorgevo i tetti delle case farsi sempre più bassi sotto di me. Stavo salendo verso la cima della piccola cattedrale nascosta e sconosciuta, nel mezzo di quel quartiere.

Giunto alla fine della scala mi ritrovai in un vasto locale dove incombevano su di me, sospese, grandi campane ma Daria non c’era.

Un soffio di vento mi scompigliò i capelli e mi girai dalla parte da cui era venuto, vidi che c’era una porticina socchiusa, la spalancai e mi trovai sul tetto della chiesa, che mi ricordò ancora di più la parte superiore del Duomo di Milano, per la passatoia lungo la quale si poteva procedere, fino a raggiungere un piccolo terrazzo squadrato, ai cui bordi si ergevano molte grandi e belle statue di donne e di uomini.

Fu proprio lì, mentre ormai il sole stava per affacciarsi oltre la cima delle colline vicine, che vidi Daria che si fermava. Sì, lei giunse fin lì e restò ferma e immobile, tanto a lungo che, alla fine, io decisi di uscire allo scoperto e di andarle vicino per farmi spiegare finalmente che cosa faceva.

Quando giunsi davanti a Daria, capii tutto. Già, ogni piccolo particolare di quello strano puzzle andò finalmente a posto mentre mi rendevo conto di avere scoperto un segreto che non avrei mai potuto rivelare perché altrimenti tutti avrebbero pensato che ero impazzito.

Capii perché nessun uomo era mai riuscito a legarsi a Daria e perché lei non si era mai innamorata, ma anche per quale motivo appariva sempre e soltanto la sera, e se ne andava tutte le volte all’alba.

Compresi ogni cosa, sin dal primo, breve istante in cui me la trovai di fronte in fondo all’ampio terrazzo della cattedrale, proprio là dove si era fermata. E fermata era davvero la parola più appropriata, perché Daria aveva ripreso il posto che le consentiva allora, in virtù di chissà quale incantesimo antico e segreto, di ritornare a essere come era solo di sera.

Daria era lì davanti a me, e sotto il sole appena sorto, era davvero ciò che molti suoi innamorati respinti o a volte, delusi, avevano pensato.

Era di pietra.
Daria, infatti, era diventata una statua.

(Da Il cuore misterioso 1985)

Articolo scritto da