Luigi Cozzi, regista, Autore, traduttore ed Editore e chissà quante altre cose, ha raccolto molti dei suoi racconti giovanili in un libro che si intitola Il Cuore Misterioso, edizioni Profondo Rosso. Qualche tempo fa Luigi Cozzi fa mi ha mandato l’elettronico delle sue storie dicendomi: “Vedi se c’è qualcosa che ti sembra interessante.” Questa “Marisa e la sua voce” è uno di quei racconti, scritto in questo caso nel 1969, quando Luigi aveva poco più di vent’anni. Lo stile è aspro, come si usava in quel periodo, quasi un horror, il che la dice lunga sulla successiva “alleanza” di Luigi con Dario Argento. Secondo me vale davvero la pena di seguire questa vicenda.

 

Si chiamava Marisa e accettò di prostituirsi per colpa del ricatto della signora Bettini, alla quale doveva più di duecentomila lire tra vestiti e collane che aveva acquistato nella sua piccola, elegante boutique.

Era alta e bionda, si crucciava spesso dei suoi occhi castani, e non era riuscita a convincere la signora Bettini ad attendere il tempo stabilito per il saldo, come si erano messe d’accordo a voce. Ma non si era curata di mettere per iscritto le condizioni di pagamento, e adesso cresceva in lei l’amara sensazione di essere caduta in una trappola abilmente predisposta.

Aveva diciannove anni, e rabbrividì al primo contatto delle mani dell’uomo sul suo corpo giovane. Le venne voglia di piangere, e invece maledisse la signora Bettini e la sua stupidità, poi si calmò perché le cose che lo sconosciuto stava cominciando a farle, le procuravano dei fremiti di piacere.

Era peccato? si domandò. Era peccato godere di quella relazione così vergognosa? Perché ormai la nausea iniziale era stata sostituita da un’incredibile, meravigliosa sensazione di piacere che le formicolava per tutto il corpo. E, giovane com’era, Marisa aderì finalmente all’abbraccio dell’uomo disteso su di lei, e ne accompagnò i movimenti con altri, sempre più convulsi, e non si curava ormai più di nulla, dei soldi che avrebbe preso e di quello che le era successo, ma c’era solo e unicamente quella cosa, quella sensazione che cresceva e cresceva e cresceva dentro di lei, irresistibilmente.

L’uomo era una persona distinta e aveva cercato in ogni modo di non metterla in imbarazzo, e questo le aveva reso più difficile da provare quell’odio che si era aspettata di nutrire verso di lui. E adesso lo sconosciuto se ne era andato in silenzio, così come era venuto, rivestendosi al buio, e chiudendosi la porta alle spalle.

Aveva lasciato solo una piccola busta bianca, minuta ma così promettentemente rigonfia, sul comodino.

Distesa nel letto, Marisa cercò di piangere, aveva motivo di farlo, ma non le vennero le lacrime. Udì nell’altra stanza le voci dell’uomo e della signora Bettini, discutevano amichevolmente, si salutavano, e Marisa si sforzò di muoversi, perché tra poco la luce si sarebbe accesa, la porta aperta, e lei non voleva farsi trovare così da quella donna, no, non lo voleva proprio.

Maledetta…!

Si chiese se l’avrebbe rifatto. Rabbrividì alla domanda oziosa che le aveva attraversato la mente. Dio, ancora una volta, una volta sola, e non ne avrebbe più avuto bisogno, il debito con la signora Bettini sarebbe stato saldato.

O…cielo, se fosse riuscita a convincerla a lasciarle firmare delle cambiali, o se qualcuno le avesse prestato i soldi, ora non ne servivano più tanti, metà li aveva lì, sul comodino. Ma chi glieli avrebbe prestati?

Non poteva certo rivolgersi ai genitori, e Mario…no, non avrebbe capito, non poteva capire, e chissà che cosa avrebbe pensato, e se poi fosse venuto a sapere…no, si rendeva conto che la signora Bettini conosceva bene il suo lurido gioco, e sapeva come imprigionare le vittime, come renderle impotenti, pareva quasi che si divertisse a vederle dibattersi disperate, alla ricerca della salvezza, come pesci nella rete sospesa sopra la barca, fino a che non giungeva l’inevitabile, disastrosa resa.

E, se poi l’avesse ricattata? Se poi avesse minacciato di rivelare tutto ai suoi genitori, nel caso che Marisa avesse rifiutato di continuare quegli incontri, una volta saldato il debito?

Sapeva di essere completamente nelle mani di quella donna, e qualunque cosa fosse successa, il suo destino pareva segnato. Si sarebbe mai più ripresa da quella vergogna… dalla nausea che ora provava verso se stessa, per non essere riuscita a controllarsi e per aver provato tanto piacere in ciò che quell’uomo le aveva fatto?

Si domandò che cosa sarebbe successo la prossima volta. O sarebbe diventata insensibile, come le vecchie prostitute? Cielo, se i suoi compagni di università l’avessero saputo, se l’avessero vista una sera lungo quei viali dove si recavano a schernire le passeggiatrici…

Ma lei non voleva fare quel lavoro, non voleva finire in quella rete. Non voleva… ma glielo avrebbero concesso?

Lentamente, si ripiegò su se stessa, rabbrividì per il suo corpo che odorava d’uomo e d’amore. E allungò la mano verso la candida busta rigonfia abbandonata sul comodino.

***

Dovette ritornare, e la trappola era scattata, ora la minacciava il ricatto della rivelazione di ciò che aveva fatto alla famiglia e al fidanzato, e Marisa sapeva di non avere più scampo, suonava il telefono e la signora Bettini, la sua “amica”, parlava allegramente con sua madre e poi chiedeva di lei, Marisa, e la ragazza sentiva la morte nel cuore, perché quello significava un’altra sera, un’altra notte tra le braccia di uno sconosciuto, a fare tutte quelle cose schifose che la donna le aveva voluto insegnare, o a lasciarsele fare.

E Mario, che continuava a chiederle che cosa non andasse, non capiva e non si rendeva conto, e si stupiva che Marisa fosse diventata tanto passiva e insensibile tra le sue braccia, la torturava con i suoi stupidi dubbi, e si allontanava sempre di più da lei.

Ma continuò così, sempre più agitata e nervosa, con il conflitto che le squarciava la mente, fino a che accadde.

Le mancò la voce.

Pareva assurdo, e incredibile, ma successe. E fu l’inizio della fine.

***

Era mercoledì, e da dieci giorni non riceveva chiamate dalla signora Bettini. Durante quel lungo, insolito silenzio (qualche altro pesce, più giovane, più fresco, era caduto nella sua rete?), parecchie cose erano maturate in Marisa, il lungo fidanzamento con Mario era sull’orlo della crisi, i suoi genitori cercavano inutilmente di capire che cosa le stesse succedendo, e i suoi esami all’università erano praticamente bloccati.

In quei dieci giorni, dopo lunghe notti insonni, dopo lunghi giri inquieti nel parco, tra i bambini, le balie con le carrozzine e le coppiette, Marisa era arrivata a una decisione. Avrebbe detto tutto a sua madre, le avrebbe rivelato ogni cosa, e lei l’avrebbe aiutata. L’avrebbe fatto, lo sapeva, avrebbe superato l’orrore e lo sgomento, e sarebbe stata con lei. E con suo padre avrebbero trovato il modo di liberarla, di distruggere quella maledetta signora Bettini.

Doveva soltanto riuscire a superare la sua paura, il timore di quello che la rivelazione avrebbe suscitato. Ma ormai non poteva più trattenersi, non poteva continuare su quella via che le pareva tanto ossessiva e abbruttente.

E chiamò sua madre, il volto pallido e tanto magra, perché mangiava sempre di meno e sempre più malvolentieri.

“Mamma…”

Sua madre stava preparando da mangiare. Non alzò la testa, continuò a pulire il pollo.

“Dimmi, Marisa.”

La ragazza inspirò profondamente, per risucchiare dentro di sé ogni singola molecola di coraggio sparsa nell’aria e fece per dire tutte quelle cose da cui doveva liberarsi.

Le disse di getto, ma sua madre continuò a pulire tranquillamente il pollo, senza alzare la testa, e alfine si limitò a chiedere:

“Allora, Marisa, che cosa mi devi dire?”

Marisa rabbrividì. Sì, perché mentre lei aveva detto tutto, non una singola parola le era uscita di bocca, era stata la sua voce a tacere, a rifiutarsi a obbedire, a non dire le frasi che il cervello aveva pronunciato.

E Marisa tentò di nuovo, disperatamente, presa tra l’orrore di quello che le stava succedendo e l’abominio di ciò che la signora Bettini stava facendo del suo corpo, e gridò di nuovo quelle parole, quelle frasi.

Ancora, la sua voce tacque, non pronunciò una sillaba.

“Marisa, che hai?” disse sua madre, alzando finalmente il capo. Vide l’immagine sconvolta della sua bambina, come se una terribile lotta interna la stessa squassando. La ragazza parve cercare di dirle qualcosa, ma non vi riuscì, fuggì, sbattendo l’uscio di casa.

La vecchia donna rimase in silenzio a lungo, fissando la porta chiusa. Santo cielo, ma che cosa stava accadendo alla sua piccola? Mario aveva ragione a dirle che era nervosa, sovreccitata.

Dovevano essere gli esami, pensò, ma concluse anche che non era giusto che Marisa dovesse ridursi così per lo studio. Decise che ne avrebbe parlato con quella sua amica, la signora Bettini, e poi, magari, si sarebbe rivolta a un dottore.

E riprese a occuparsi del pollo.

La seconda volta che la voce le si ribellò accadde quando quell’uomo lurido, viscido, le sussurrò nell’orecchio di fare quella cosa immonda. E Marisa avrebbe voluto ribellarsi, una volta per tutte, alzarsi e mettersi a gridare, scrollarsi quel corpo flaccido di dosso, per fuggire, fuggire, fuggire.

Ma la sua voce non disse alcuna delle parole che pronunciò il suo cervello, non emise alcuna delle grida che la sua anima lanciò. E Marisa fissò quell’uomo con il terrore negli occhi, immobilizzata per la tremenda lotta interna che la animava, cercando di forzare la sua voce a parlare, a gridare, ma senza riuscirci, come se quella maledetta fosse dotata di una volontà propria, maligna e autonoma, e allora l’uomo interpretò il silenzio come un assenso, sorrise soddisfatto (cielo, come assomigliava a un porco, così, nella penombra, un porco nudo e viscido!) e glielo fece fare.

Dopo, sola nella stanza, Marisa pianse disperata. Ormai, cominciava a credere che la salvezza si stava facendo sempre più lontana, sempre più difficile da raggiungere.

Ed era vero.

***

Marisa era terrorizzata. La sua voce aveva acquistato potenza, si era fatta più forte e autonoma mano a mano che lei scendeva sempre più in basso, e ora Marisa riusciva a stento a pronunciare poche parole, qua e là, e comunque mai frasi che potessero risultare non gradite alla voce.

Sembrava che la sua voce avesse acquistato una volontà propria, indipendente dal corpo, e che perseguisse dei fini strani e misteriosi, e che amministrasse una severa censura sulle cose che Marisa voleva dire, bloccando le frasi che non le risultavano gradite, o sopprimendo parti delle stesse, e lasciandole invece dire quelle cose che non parevano riguardarla, mentre la povera ragazza sprofondava sempre di più nei vortici del delirio e della paura.

Perché quella voce maledetta, autonoma che le era cresciuta in gola, pareva essere dotata di una volontà malvagia, pareva ricercare solo l’umiliazione, l’abiezione di Marisa, come se quella voce limpida e cristallina cercasse solo di umiliare e di mortificare il corpo al quale apparteneva.

E dopo aver bloccato nel silenzio la disperata ribellione di Marisa, la voce parlò.

Accadde durante un altro di quei luridi convegni, dei quali Marisa era diventata una delle più assidue frequentatrici, tanto che la signora Bettini la guardava con simpatia, forse per i soldi che le aveva fatto guadagnare, e si crucciava che la ragazza apparisse adesso tanto pallida e magra, forse per i soldi che avrebbe così potuto farle perdere.

Era nella stanza con un uomo di cui ignorava il nome, ma che conosceva, perché già era stato lì, e aveva chiesto sempre di lei, e pareva divertirsi a maltrattarla e a farle cose orrende, anche se lei ormai non si vergognava più ma ubbidiva soltanto, in silenzio, e malediva l’abitudine che aveva preso la sua voce di gemere, di emettere lunghi sospiri e piccole grida, come se lei godesse veramente per quello che facevano, mentre non era vero ed era solo la sua voce che si divertiva a farlo credere, forse per umiliarla, forse per qualche altro motivo che Marisa non poteva capire, perché l’unica cosa di cui ormai era sicura, era che la voce la odiava, odiava lei, Marisa, e il corpo a cui apparteneva.

E mentre quell’uomo era chino su di lei, e si divertiva a farle quella cosa, e continuava ad alzare gli occhi verso Marisa, perché forse il suo massimo godimento consisteva nel guardarla in viso mentre glielo faceva, allora, interrompendo i gemiti di cui tanto Marisa si vergognava, la voce parlò.

“Tesoro,” disse la voce, con un tono caldo, appassionato. “Fammi…” e glielo spiegò.

L’uomo alzò gli occhi, interpretò lo sguardo nebbioso di terrore di Marisa come una galassia di piacere, e si eccitò all’idea che gli era stata proposta e che non aveva mai avuto il coraggio di chiedere: e si preparò ad accontentare la ragazza e se stesso.

Marisa non lottò, perché ormai la volontà della voce si era fatta forte, imperiosa, e sul punto di sovrapporsi alla sua stessa mente. E fece così da spettatrice alla mostruosa creazione di cui l’uomo dagli occhi schifosi la fece partecipe.

***

Mario era svanito dalla sua vita, la sua voce l’aveva cacciato in malo modo: Marisa non era stata capace, non aveva avuto la forza di impedirlo, e i suoi genitori avevano così trovato un altro motivo per scatenare quelle umilianti, terribili discussioni nelle quali la sua voce, con le parole che creava di sua spontanea volontà, e che Marisa non avrebbe mai detto, si divertiva a scatenare l’inferno nel cuore di quei poveri vecchi, e su Marisa stessa.

Come quella sera, in cui, mentre sedevano a tavola, e Marisa fissava senza voglia il piatto abbondante e attraente che sua madre le aveva preparato, mentre i due anziani genitori la fissavano in attesa che si decidesse ad assaggiarne almeno un boccone, la sua voce risuonò allegra nella stanza e pronunciò quella frase che scatenò l’inferno:

“Mamma, lo sai che non sono più vergine?”

E Marisa ricordava tanti, tanti altri esempi terribili, di quello e di altri generi, da quando la voce aveva incominciato a parlare, tanto che ormai erano ben poche le parole che Marisa diceva, era quasi sempre la sua voce a parlare, a pronunciare tutte quelle frasi sconce e quelle parolacce che parevano soddisfarla tanto, mentre procuravano violenti rossori in Marisa.

Ma come faceva la gente a distinguere tra una voce e la proprietaria della stessa? Come potevano capire che si trattava di due cose distinte e diverse…oh, così diverse!

Fino a che suonò di nuovo il telefono, e la signora Bettini informò Marisa dell’eccezionale festino preparato, quattro ragazze per due uomini, ogni sorta di perversioni, e la voce di Marisa rispose gioiosa, contenta della proposta che aveva più volte sollecitato e la assicurò della partecipazione. Fu allora che Marisa fuggì.

Se ne andò, scappò di casa sbattendo la porta, e fuggì nel parco e tra le vie affollate, di corsa, tra la gente indifferente e i ragazzi che cercavano solo di vederle le mutande, mentre le gonne le si sollevavano per la fuga disperata.

E mentre si lanciava verso la libertà o la salvezza o comunque una pausa di requie, pensava che ora si sarebbe ribellata, avrebbe fatto qualcosa, e se la voce non avesse voluto parlare o l’avesse contraddetta, allora avrebbe scritto, sì, avrebbe scritto la verità, e qualcuno avrebbe dovuto darle retta, avrebbe dovuto aiutarla, anche se questo significava che avrebbe dovuto restare muta per tutta la vita, non le sarebbe importato, purché quella voce fosse rimasta zitta, non avesse parlato più e non avesse più agito di vita propria.

E mentre correva sempre più lontano, senza una meta o una destinazione, Marisa sentiva l’odio che cresceva dentro di sé, udiva la rabbia che ribolliva dentro di lei, il desiderio di vendetta, e capì che quei sentimenti non le appartenevano, non erano di Marisa, la giovane, bella studentessa, ma della voce, di quella cosa mostruosa che era la sua voce, la voce che una volta era stata sua e che ora agiva di propria volontà, autonoma.

E il cuore le si gelò quando udì la voce gridare, chiamare l’uomo con quelle parole. La folle corsa di Marisa si fermò, la ragazza rimase immobile, terrorizzata.

“Ehi, bello,” gridò la sua voce. “Diecimila e facciamo quello che vuoi.”

L’uomo fissò la ragazza. Era alta, bella, giovane e pareva non essere una di quelle luride e vecchie prostitute che si aggiravano nei dintorni di quella zona di vecchi edifici in rovina e di pozzi abbandonati che costituivano le pendici della città.

“Sei una bella pollastrella,” commentò l’uomo e si avvicinò a Marisa. La ragazza lo fissò, irrigidita dal terrore. Era un individuo tozzo e tarchiato, sporco, la barba ispida e puzzava terribilmente. La prese per un braccio e la trascinò verso un canneto. “Ci divertiamo, eh?”

Marisa non gridò perché sapeva che la sua voce non l’avrebbe fatto e non si ribellò perché non ne aveva più la forza. L’impulso che l’aveva spinta alla fuga, quell’ultimo tentativo di ribellione si era sopito, e ora in lei regnava solo una stanchezza infinita, una rassegnazione senza limite.

La voce aveva vinto. Ma la voce non cercava la vittoria, ora voleva solo la vendetta.

Spiegò all’uomo cosa fare, e malgrado fossero vicini all’orlo della pozza biologica, e l’odore fosse quasi insopportabile per Marisa, l’uomo cominciò a spogliarla, a disagio con i bottoni del vestito ricercato della ragazza. Forse lui era abituato a quell’odore, probabilmente ci viveva in mezzo, e lei non aveva più alcuna forza per ribellarsi. Qualcosa si era spento in lei.

La spogliò e la distese sull’erba sporca, e le fu sopra, rozzamente, brutalmente, mentre Marisa assisteva inerte e la voce sussurrava strane parole, luridi incitamenti. Fino a che non accadde l’ultima cosa, e il cuore di ghiaccio di Marisa riuscì ugualmente a tremare, e un lampo attraversò gli occhi acquosi dell’uomo.

La voce di Marisa si mise a gridare, a invocare aiuto, disperatamente. L’uomo la fissò senza capire, e la voce continuò a gridare e Marisa capì che era la fine, era quello che la voce aveva sempre cercato e perseguito.

Assassina, pensò, mentre l’uomo che non capiva e non si spiegava, cercava dapprima di farla tacere mettendole la mano sulla bocca, ma la sua voce, oh, la sua voce era forte e grande, e quello non poteva certo bastare a fermarla, e infatti si mise a gridare ancora più forte, più disperata, e l’uomo sentì con terrore che lo schiamazzo dei ragazzi che giocavano a pallone nello spiazzo vicino si era fermato, come se fossero in ascolto.

E la voce approfittò dell’attimo di terrore dell’uomo per gridare, forte, sempre più forte, per invocare soccorso, aiuto, e qualche ragazzo già gridava che la voce veniva da dietro il canneto, e allora l’uomo non poté fare altro che l’unica cosa che sapeva e che forse aveva già fatto un’altra volta, ma nessuno era risalito fino a lui, e si mise a colpire, colpire con forza il corpo che stava sotto di lui, e che ora si agitava convulso, disperato, ma quella voce continuava a gridare, gridare, gridare…

Stordita, la gettò nella fossa biologica, scavata a pochi passi da dove si erano distesi e si lanciò via di corsa, cercando di fuggire e sperando che anche questa volta non riuscissero a identificarlo, e chiedendosi perché dovesse essere successo. Forse è una pazza, pensò, mentre fuggiva tra le rovine della fabbrica vicina e scorgeva i ragazzi che si avvicinava all’edificio. Bestemmiò, pensando che ora avrebbero udito le grida di aiuto della ragazza e l’avrebbero tratta in salvo. Si mise a correre ancora più in fretta.

Ma i ragazzi guardarono oltre il canneto, senza curarsi troppo della fossa, e non udirono alcun grido e non poterono così vedere il corpo che stava lentamente affondando. Era Marisa che moriva, anche se forse era già morta da tempo e non se ne era mai accorta, e ora si guardava sprofondare, scivolare sempre più in giù in quella massa mortale, senza emettere neppure un grido di aiuto, eppure sentiva che i ragazzi erano vicini e che l’avrebbero sentita se avesse gridato, l’avrebbero potuta salvare.

Ma quella voce che prima aveva gridato tanto, ora taceva. Si rifiutava di emettere alcun grido, la sua vendetta si stava compiendo.

Assassina, pensò di nuovo Marisa, mentre il fango le copriva la bocca, e sentiva la voce che rideva dentro di sé e la guardava morire. E mentre continuava a sprofondare, e i ragazzi decidevano che era meglio chiamare qualche adulto per dare un’occhiata migliore, anche l’ultimo, assurdo pensiero di Marisa affondava in quella sostanza omicida:

“Come farà questa sera la signora Bettini, senza di me? Avrei dovuto telefonarle.”

Poi, fu la fine.

***

La trovarono, naturalmente, morta della morte orrenda, e scoprirono come era successo e ne dedussero il perché, la solita sordida storia di prostituzione e avvisarono con tatto i genitori di Marisa che non sapevano niente e si chiedevano invano perché la loro bambina l’avesse fatto, perché non glielo avesse detto…

Trovarono anche l’uomo, e per caso risalirono all’altra storia dalla quale era scampato una volta. Fecero la solita giustizia, che impiega tanti anni ma tra condoni, buone condotte e amnistie arriva lo stesso sempre prima o poi, per questo o per l’altro motivo. Come arrivò appunto anche per la signora Bettini e le sue povere ragazze, tante più di quante se ne potesse immaginare, e quasi tutte di buona famiglia e fidanzate.

Poi il caso venne chiuso e archiviato, il nome delle persone coinvolte sparì dai giornali, con grande sollievo di tanta gente benestante che era vissuta per mesi nel terrore di rimanerne coinvolta. Persino le ragazze se la cavarono abbastanza bene, solo qualche severa reprimenda familiare, poi tutto fu soffocato per amore della rispettabilità, e i giornali accondiscendenti si limitarono a riprodurre le iniziali dei nomi, anche se non tutte le infelici erano minorenni.

La pozza rimase così com’era, e la polemica con il comune per l’insufficiente recinto di sicurezza finì dimenticata, mentre i ragazzi continuarono a giocare a pallone o alla guerra in quell’angolo di quartiere dimenticato, mentre dietro alle canne le prostitute si concedevano per pochi soldi.

C’è sempre gente che gira intorno alla fossa, e con il passare del tempo si è sparsa una strana diceria, che fa sorridere i vecchi mendicanti randagi e incuriosisce i piccoli ragazzi che hanno saltato la lezione di scuola. Sono in tanti, infatti, a raccontare di avere udito più volte, quando il vento fruscia tra le canne e accarezza le case in rovina, una piccola voce, cristallina e dolce, che geme come disperata, come pentita di qualche crimine orrendo, e continua a invocare un nome, senza pace e senza requie:

“Marisa…”

(© 1969, by Luigi Cozzi)

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