Il vicino di casa è più un thriller, che una storia di fantascienza. Il racconto è tratto dal libro Il cuore misterioso edito da Profondo Rosso Editore. È chiaro come la lunga collaborazione di Luigi Cozzi con Dario Argento lo abbia spinto a scrivere queste incredibili storie, che non possono essere separate dalla sua lunga frequentazione fantascientifica. Luigi non è solo scrittore, ma forse, anche di più, è regista cinematografico. Per questo motivo troverete, alla fine, una sua interpretazione cinematografica di questo stesso racconto. Ringrazio Luigi Cozzi per averci concesso di pubblicare su Nuove Vie alcuni dei suoi racconti.

 

Era il villino che avevano tanto sognato. Ma il destino li fece insabbiare quella prima sera a un centinaio di metri dal loro sogno. E lui scese dall’auto e si piazzò davanti ai fari, con le mani sui fianchi. Guardò e sbuffò.

“Ho paura che non ci sia nulla da fare,” disse, scuotendo sconsolatamente il capo. “Le ruote girano a vuoto.”

Ed era vero. Le due gomme anteriori dell’automobile erano finite dritte oltre il margine della piccola stradina privata: nella sabbia. C’erano ben scarse possibilità di riuscire a tirare fuori l’auto. E allora, dentro alla vettura, la ragazza si protese verso il cruscotto per girare la chiavetta dell’accensione e staccarla dalla fessura. Scese.

“Tieni, gli disse, gettandogliela. Lui la afferrò al volo e rimase immobile per un istante davanti ai fari. Dietro alle due sorgenti luminose, la ragazza era giusto una chiazza scura, una sagoma indistinta.

“Che cosa vuoi fare?” le chiese.
La ragazza, intanto, si era girata e aveva aperto la portiera posteriore.
“Aiutami,” gli rispose. “Scarichiamo la roba. Non vorrai riuscire a sollevare l’auto da solo, no?”

Lui le si accostò, mentre la ragazza si rialzava dai sedili reggendo una specie di fagotto. Lo guardarono entrambi con amore e lei sollevò un lembo dello scialle, rivelando un piccolo fardello umano. “Non si è accorto di nulla. Dorme come un angelo.”

L’uomo non riuscì a reprimere un tenero sorriso. Poi disse: “Allora sei proprio decisa? Rimandiamo a domani mattina?”
Lei annuì: “Sì. A quando arriverà Paolo con il camion dei mobili. Ti aiuteranno loro. Vengono presto, no?”
“Fin troppo. Hanno promesso di essere qui per le sette.”
“E allora di che ti preoccupi? Andiamo, questo villino ci ha già atteso tanto.”

La ragazza si avviò. E dopo un istante, l’uomo si voltò per prelevare un paio di valigie dall’auto. Reggendole, si affrettò a raggiungere la ragazza che portava il bambino. Si avviarono insieme verso la sagoma scura che si stagliava vicino alla spiaggia, sullo sfondo delle calme onde rischiarate dalla luna: una forma scura, massiccia, con appena un piccolo riquadro illuminato.

Il villino.

Fu lei ad aprirgli il cancello, mentre l’uomo posava sulla sabbia le valigie tirando il fiato.
“Accidenti, ma che ci hai messo dentro?”
“Vuoi pure che portassi qualcosa per questa notte, no? O preferisci dormire per terra?”
“Dopo questa faticata, dormirei anche su un palo.”

La ragazza alzò la testa e indicò il palo che sorgeva proprio accanto all’ingresso. “Quello ti va bene?” e sorrise. Anche le labbra dell’uomo scoppiarono in un sorriso. Poi lui fissò con nuova attenzione il palo, che si slanciava alto e snello nella notte: “Che sarà? Luce o telefono?”

“Non ti ricordi? Niente telefono qui, ancora per due mesi. E si deve essere almeno in due a fare la domanda.”

“Io e te. Perfetto.” Rise il ragazzo. Ma lei scosse la testa: “Due diversi inquilini, altrimenti non portano fin qui la linea. Però per fortuna oltre a noi almeno un altro inquilino qui c’è già…”

“Noi abbiamo bisogno di lui e lui di noi. Perfetto. Avremo il telefono,” cantilenò il giovane uomo, alzando la testa a fissare la finestra illuminata  al secondo piano del villino. “Che tipo sarà?”

“Se non lo conosci tu! Lavorate per lo stesso editore…”

Il giovane si affrettò a trovare le chiavi di quella nuova casa nella tasca: “Eh, sì! Ma lui scrive per i bambini. Io i occupo di giornalismo adulto… serio.”

La ragazza lo guardò piccata, stringendosi di più al petto il piccolo fardello umano. “Che hai contro i bambini e chi li ama?”

“Nulla, nulla,” sorrise l’uomo, estraendo finalmente il mazzo delle nuove chiavi. Lo sollevò nella luce che filtrava dalla finestra: “Dunque, quale sarà… questa mi sembra troppo grossa… forse questa…” La provò. “No, non è questa…”

“Quella mi pare che sia del garage.”
Lui annuì. “Ah, sì. Speriamo. Nel caso peggiore dormiremo nel garage.”
La ragazza fece un passo indietro, cercando di vedere nel buio: “Dove credi che sia, il garage?”
Lui sospirò. “Domani mattina, con la luce, ti illustrerò tutto. Per ora fammi trovare la chiave giusta. Ecco, vediamo questa…”
La serratura scattò. Lui spalancò la porta e si fece da parte, invitando la ragazza ad entrare: “Avanti, a te l’onore del primo passo.”
“Se ci fossimo appena sposati, avresti dovuto prendermi in braccio per portarmi dentro.”
“Se ci fossimo appena sposati, non ci sarebbe il terzo. Quindi tocca a te inaugurare la soglia della nostra nuova abitazione.”
Lei guardò all’interno. C’era una fioca luce che illuminava un piccolo atrio, lungo e pieno di ombre: in fondo, si scorgeva l’inizio di una scala e, sulla destra, una porta.
La ragazza la fissò: “Dev’essere quella, no?”
“Lui al secondo piano. A noi il pianoterra. Deve essere quella… altrimenti ci hanno bidonati e rifilato davvero il garage.”
Lei fece un passo, per entrare nella palazzina, reggendo il fardello. Arrestò il piede a mezz’aria. Si girò verso l’uomo.
“Entriamo insieme?”
“Come in un balletto?”
Lui le si affiancò, prendendola sotto braccio. “D’accordo…”

Entrarono e si trovarono d’un balzo di fronte alla porta. Scura, lucida con una targhetta mezza staccata che pendeva dallo stipite. Lui si affrettò a staccarla: “Via, questi vecchi signori. Ora ci siamo noi qui!”

La gettò via, con un gesto plateale, e sollevò le chiavi. “Proviamo di nuovo… L’ultima serratura.”
“Questo cominci a pesarmi un quintale,” si lamentò la ragazza indicando il bambino che reggeva tra le braccia. “Vedi di sbrigarti. Basta con le cerimonie.”
“Okay, okay…” disse lui, con finta rassegnazione. Infilò una chiave nella serratura. Provò a girarla. Girava.
Entrarono.

E il buio li abbracciò. Sul fondo di quell’oscurità che doveva costituire una stanza, si scorgeva una finestra… e oltre si distinguevano le luccicanti onde del mare, con la luna che vi si specchiava.

“Sia fatta la luce,” invocò lui. Attesero.
“Be’, l’hai trovata?” Lei cominciava a essere stanca di quel gioco e, soprattutto, del fardello che portava.
“Un minuto, un minuto…”
La punta di un dito sfiorò l’interruttore. Subito tutta la mano lo individuò. Altre dita premettero il pulsante. Invano.
“Ah, così siamo a cavallo,” commentò acida lei. “E adesso?”
“Mi avevano detto di non essere sicuri di fare l’allacciamento per stasera. Ma domani ci sarà, vedrai.”
“Ma intanto?”

“Tutto previsto. Marciamo a candele. “Si voltò e raggiunse l’atrio della palazzina. Afferrò le due valigie e ritornò nell’appartamento reggendole. Le posò sul pavimento vicino alla porta e le aprì. Frugò tra i vestiti e gli indumenti, fino a quando non riuscì ad estrarre due lunghe candele. Ne sollevò una e l’accese con l’accendino. Una fioca luce prese a rischiarare una piccola porzione dell’ambiente. Lui fece roteare la candela, illuminando soltanto pareti nude e spoglie.

Non c’era traccia della ragazza.
“Ehi, ma dove ti sei ficcata?”
Gli rispose solo l’eco delle onde lontane, continuo e sussurrante. Lui si fece avanti, riparando la fiammella esile con una mano.
“Dove diavolo sei?”
“Diavolo sarai tu!” rispose lei, riemergendo da una porta sulla destra. “Qui faremo la stanza da letto.”
“Ah. Posso vedere?”
Lei gli fece cenno di entrare e si scostò dalla soglia. Lui si avvicinò e si affacciò sul nuovo ambiente, cercando di fare un poco di luce con la candela.
“Non è male. Un po’ spoglio, forse. Stile giapponese.”
“Stile morto di fame, direi io,” sorrise la giovane donna. “Non vorrei dormire per terra questa notte.”
Lui sospirò. “Hai visto quello che è successo all’auto. Dobbiamo rassegnarci a stare qui.”
Lei alzò gli occhi al soffitto.
“E se chiediamo al nostro nuovo vicino di aiutarci a tirarla fuori dalla sabbia?”

“Vuoi scherzare? L’ho visto un paio di volte in redazione e mi è parso un grissino semovente. È già tanto che riesca a drizzare in piedi se stesso… figurati un’auto come la nostra!”

“Allora” disse lei fissando il pavimento,” questo sarà il nostro giaciglio. Molto confortante.”

“Possiamo dormire in auto…”
“Là fuori? No, grazie.”
“Che vuoi che ci sia? I lupi?”
“Preferisco qui dentro, se permetti.”
“Tu hai sempre paura di essere violentata.”
“In mancanza di meglio…”e rise, fissandolo ironicamente.
Lui sorrise. “Senti, vado a prendere la roba dall’auto. Va bene?”
“Almeno per il bambino…”

“Faccio subito,” disse lui e se ne andò, lasciandola sola nella nuova casa. Lei rimase immobile per qualche istante, a guardarsi intorno, nell’oscurità, ma per i suoi occhi c’erano solo tenebre. Eppure non era un buio ostile. Le pareva un mantello soffice, impenetrabile, spesso, ma dolce, tiepido. Un mantello che le prometteva lunghe notti di tranquillità e di calore, nell’inverno che ormai incombeva.

“Guarda qua!” risuonò la voce di lui dalla porta. La ragazza si girò di scatto, quasi di soprassalto, e lo vide immobile sull’uscio, con una serie di coperte arrotolate sotto al braccio e nell’altro… un televisore.

“E che ci fai con quello?”
“Possiamo vedere la televisione, no?”
Lei lo guardò come si guardano i matti. “E la corrente, tesoro?”
Lui avanzò e depose le coperte al suolo. Poi si affrettò a sistemare il televisore in un angolo della stanza, indaffarandosi quindi a sollevare l’antenna.
“È a batteria. E, finché funziona, ci farà un po’ di luce.”
“Tu sei un fissato,” lo riprese lei. “Che bisogno c’era di portare proprio quello…  tra tutte le cose che ci potevano servire?”
Lui finse di ignorarla. Accese l’apparecchio e un lieve chiarore azzurrino si diffuse nell’ambiente.
“Ecco, già ci si vede di più. Vedi come sono utili i televisori?”
Lei si avvicinò alle coperte. “Contento tu…”

Lui stava dandosi da fare con la manopola del secondo canale. “Vediamo che cosa c’è dall’altra parte…” Sul video apparve un tranquillo paesaggio agreste, mentre una voce prese a decantare le lodi della coltivazione intensiva della filossera da campo. Lui si affrettò a ritornare sul canale nazionale. “E no, meglio questo!”

Lei stava distendendosi le coperte per terra dopo avervi deposto con somma cura il bambino. “Non dirmi che vuoi vederla davvero?”

Lui si ritrasse, ammirando il video con aria abbastanza soddisfatta. “E perché no? O vuoi uscire a fare quattro passi?”

“Tienila bassa se non vuoi svegliare il bambino.”

“Stai tranquilla,” disse lui, ritraendosi e accostandosi alla ragazza, che era piegata per finire di sistemare il piccolo. Stava terminando di avvolgerlo nelle coperte quando le mani di lui la cinsero alla vita e la attirarono a sé.

“Ehi…”
“Un bacio.”
“Ma piantala, dai…”
“Uno soltanto.”
“Sei un maniaco.”
“Il primo bacio, su!”
“Il primo?”
“In questa casa…”

“Uff… senti, non…” Ma questa volta lei non riuscì a finire la frase. Lui la strinse e la baciò con forza. Dopo un attimo di resistenza, lei si lasciò andare e scivolarono insieme in un bacio sempre più dolce e lungo.

Alla fine, lei si staccò. “Lasciami mettere a posto, adesso.”
“Ancora uno.”
“Piantala…”
“Uno…”

E lei si lascò andare. Ma il nuovo bacio lei lo concesse breve e rapido, quasi una formalità. Si ritrasse subito e lui capì che non era più il caso di insistere.

Lei finì di sistemare il bambino. Sollevò il pesante fardello avvolto nelle coperte.

“Ti aiuto,” si affrettò ad offrirsi lui e la aiutò a reggere il bambino. Lo portarono insieme nell’altra stanza, dove c’era la candela accesa. “Lontano dalla fiamma, mi raccomando e dal rumore della televisione,” disse lei.

Rientrarono nell’altra stanza, mentre la televisione stava trasmettendo ancora bollettini e notiziari.

“Ora che facciamo? Dormire per terra non suscita il mio entusiasmo.”

“Nemmeno il mio,” lui sollevò gli occhi al soffitto, aggiungendo: “Ma se lui ci assiste…”

“Dio?”
“Non tanto in alto. Mi riferisco al signore del piano di sopra.”
“Vuoi chiedergli…”
Lui si avviò alla porta, rispondendo: “Solo qualche coperta in più.”
E lasciò lei sola con il piccolo bambino nella stanza buia e vuota.

*****

Il giovane ritornò quasi subito, ma a mani vuote. Sospirando, le spiegò: “Tipo scorbutico! Non m’ha nemmeno fatto entrare. Mi parlava da dietro la porta. E dice che non ha coperte.”

Lei sospirò delusa.
“Pazienza. Non resta che rassegnarci.”
Si accomodò sul pavimento, appoggiando la schiena alla parete. Alzò gli occhi e fissò il compagno.
“E tu che fai? Il fachiro?”
Anche lui si affrettò a sedersi.
“Vediamo la televisione?”” le domandò con aria stanza.
“Che altro vorresti fare?”

Lui si guardò intorno, fingendo perplessità. “Ma… non saprei…” E allungò le mani per stringerla alle spalle. Lei lo respinse dolcemente ma con fermezza. “Stasera proprio no.”

“Perché no? Inauguriamo la casa…”
“In questo senso, no.”
“Ma dai…”
“Potevi pensarci a procurare almeno un materasso… così adesso impari.”
“Che ne potevo sapere che l’auto si insabbiava?”
“E allora guarda la televisione.”
“Uff…”

Ma non c’era proprio altro da fare e allora anche lui dovette rassegnarsi. Appoggiò la schiena alla parete e concentrò gli occhi sul teleschermo, dove proprio in quell’istante stavano uccidendo qualcuno.  Poi apparve l’immagine di una donna che gridava e sussultava.

“Nei film la gente è sempre lunga a morire…” commentò lei.

“Sarà. Eppure io una volta ho visto un camion… era andato a sbattere contro un muro e la cabina si era tutta schiacciata… sai, proprio appiattita, quasi che ci avessero passato sopra un maglio… be’, dentro c’era ancora il conducente e non era morto… gemeva e si lamentava, mentre i vigili tentavano di tirarlo fuori fondendo il metallo con la fiamma ossidrica… ma lui era troppo rimasto schiacciato dentro e continuava a gemere. È andata avanti per ore e ore, sai, quasi un’intera giornata… e quando finalmente lo raggiunsero era appena morto. Vedi com’è lungo morire, talvolta?”

Lei lo fissò con disgusto: “Senti, mi basta il telefilm. Certi racconti tienili per te. Qualche volta penso che tu abbia una vera e proprio deformazione professionale.”

“Perché dirigo una rivista di fumetti horror? Che male c’è?”

“Ah, niente. Solo che a pagina due c’è Frankenstein, a pagina tre Jack lo Squartatore che taglia a pezzi qualche vittima e nel sommario c’è l’ABC della tortura. Se per te tutto questo è normale…”

“Quel giornale è molto più innocuo di tante altre riviste. E poi i miei lettori sanno benissimo che si tratta di fantasie, che Frankenstein non è mai esistito, che Dracula non gira di notte e che nessuno ha  mai visto un uomo lupo ululare sotto la luna… invece, se apri un quotidiano, subito leggi che il tuo vicino di casa ha fatto una rapina, che due famiglie tranquille si sono sterminate a vicenda per una piccola lite condominiale, mentre in Medio Oriente, oltre alle solite decapitazioni quotidiane di gente varia per motivi religiosi, ci sono stati bambini e civili inermi falciati in quantità dalle cinture esplosive dei soliti kamikaze fanatici. Tutto questo è il vero orrore!”

Lei sbuffò: “Se non stai zitto, non riesco a seguire il telefilm.”

“Va bene, va bene,” lui sospirò. “Guardiamo il giallo, eh?”

Si concentrarono tutti e due sul teleschermo, evitando con cura di guardarsi l’un l’altro. Ma si tennero d’occhio con discrezione, per qualche istante. Poi il giallo li riprese: la vittima di turno era finalmente morta e adesso era sorto il problema di sbarazzarsi del cadavere.

“Accidenti!” sobbalzò lei.
“Che c’è?”
“Hai visto?”
Lui indicò dove indicava lei, verso il televisore.
“Sta solo affilando il coltello.”
“Non quello. La macchia.”
“Quale macchia?”
“Là, sulla parete?”

Lui allora guardò oltre il televisore, sulla parete. Lei aveva ragione. C’era proprio una macchia, vicino al soffitto.

“Mi avevi garantito che non era una casa umida,” lo rimproverò lei, mentre lui continuava a fissare la macchia.
“Me l’avevano assicurato…” era chiaro che l’uomo appariva sorpreso e non sapeva che cosa dire.
“Lo sai che non posso soffrire l’umidità. E poi con il bambino…”
“Ma che cosa vuoi che faccia, è solo una piccola macchia…”
“D’inverno che diventerà? Se solo tira un po’ di vento cresceranno i funghi sule pareti. Potevi informarti meglio…”
“Domani vedremo se si può fare qualcosa.”
“Che vuoi che si possa fare ormai?”

Lui sospirò e lei storse la bocca. Ma si rassegnò. Tornò a concentrarsi sul televisore, con il broncio. Pochi attimi, mentre l’assassino a 12 pollici decideva che gli serviva un sacco per metterci dentro i pezzi del corpo sezionato. Doveva uscire a procurarselo.

In quel preciso momento udirono sbattere una porta. Dei passi che rintronavano, avvicinandosi. Scendendo.

I due giovani li seguirono con gli occhi, fino a che non li udirono avviarsi all’ingresso della palazzina e uscire all’aperto.

“Il nostro vicino se ne va,” commentò lei. “Dev’essere un tipo strano. Uscire a quest’ora, qui, in questo posto sperduto… ma dove andrà? E a far che?”

Lui si strinse nelle spalle, osservando l’orologio. Era davvero tardi.

“Avrà dimenticato qualcosa…”
“Ma dove? Qui intorno non c’è nulla…” commentò lei, un po’ acidamente.
“Magari nella macchina…”

In effetti, subito dopo si udì lo scorrere metallico di una specie di saracinesca. Il garage. Poi risuonò una portiera che veniva aperta e che subito dopo era sbatteva. Un attimo e i due sentirono il motore di un’auto che si avviava.

Due fari sfrecciarono nella stanza, illuminando per un istante i volti dell’uomo e della donna. Poi puntarono verso la notte e si allontanarono con un rombo.

Nel silenzio che calò subito dopo, ritornò a sentirsi la cantilena sussurrante delle onde.

Gli occhi dei due giovani tornarono di nuovo a concentrarsi sul piccolo teleschermo, dove l’assassino si era messo ad esaminare dei sacchi di varia misura, in un negozio, con aria di apparente distacco.

Lei sollevò la testa, di scatto.

“Guarda!” esclamò, indicando la macchia sulla parete. “Com’è cresciuta!”

Ed era vero. La macchia si era allargata.

Lui si rialzò in piedi e si avvicinò alla parete. Rimase immobile così, per qualche istante, con il naso all’insù. Poi abbassò gli occhi e vide il suo stupore specchiato in quelli di lei.

“Passami la candela,” le disse e la ragazza si affrettò ad alzarsi per porgergliela. L’uomo la sollevò verso il soffitto e la fiammella tremula rischiarò meglio l’intonaco bianco.

Era proprio una grossa macchia. Ma non era umidità.

“Dev’essere acqua, una perdita d’acqua,” mormorò lui, quasi a se stesso, ma la ragazza raccolse subito il suggerimento: “A che sarà dovuta?”

Lui riabbassò la candela. Si guardarono in faccia per qualche istante. La fiammella rossastra gettava sui loro volti strani riflessi. E lunghe ombre.

“Sarà scoppiata una conduttura…”
“Accidenti!” protestò lei. “Proprio questa sera!”
Lui sorrise per consolarla.
“Non è un bell’esordio,” le disse. “Ma vedrai che questa casa si farà volere bene, alla fine. E ci porterà fortuna.”
“Dici davvero?”

Lui annuì. Poi tornò a sollevare gli occhi al soffitto, con un sospiro. La macchia continuava ad espandersi. Sembrava quasi un polipo maligno, un’escrescenza malvagia che stava contaminando la parete.

“E se è il piano di sopra?” sbottò la ragazza e l’uomo la fissò.
“Che cosa vuoi dire?”
“Se l’uomo è uscito lasciando aperto un rubinetto?”
Il compagno tentennò. “Non credo, ma…”

Lui si mise a riflettere.

“Potrebbe aver lasciato aperto un rubinetto, sì… è possibile.”

La giovane donna emise un gemito. Lui la guardò sorpreso. Lei si portò la mano al volto, per tergersi una goccia che le era caduta addosso dall’alto.

“Adesso piove dentro, anche…”
“Proprio ora che è uscito, gli si sta allagando la casa!” mormorò il giovane.
“Dovremmo fare qualcosa, credo, se non vogliamo passare la notte all’aperto…”

L’uomo le porse la candela.

“Tienila tu questa. Io vado su a dare un’occhiata.”

Lei annuì. Poi sembrò ripensarci.

“Aspetta,” bisbigliò, posando la candela sul tavolo e raggiungendolo. “Voglio venire anch’io. Sono troppo curiosa di vedere che cosa è successo…”

E così salirono insieme i gradini che portavano al piano superiore. Lentamente, uno dopo l’altro, fino a che la scala girò e ai loro occhi comparve l’unica porta.

Un sottile rivolo d’acqua colava intanto sulle scale.

“Guarda!” indicò lui. “Se non fermiamo subito la perdita, qui si allaga tutto.”

La porta dell’appartamento dell’unico vicino di casa che avevano era davanti a loro. E da sotto la porta fluiva il rivolo.

“Bel tipo. Scrive le fiabe per i ragazzini e si dimentica i rubinetti aperti!”
“Ma intanto noi che facciamo? Se lui sta via per molto…”
“Dobbiamo entrare, no? Altri menti finisce che si allaga tutto, giù da noi!” lo sollecitò la ragazza. Ma l’uomo accanto a lei esitava.
“Non mi sembra il caso. Se torna e ci trova dentro…”
“Se prova ad aprire bocca, farai bene a dirgliene quattro. Non si lasciano i rubinetti aperti.”

L’acqua continuava a filtrare.

Il giovane fissò la porta. La guardò per qualche secondo e poi abbassò gli occhi per osservare di nuovo l’acqua che si spandeva sempre di più.

Posò finalmente la mano sulla maniglia. Fece per provare a girarla. Esitò. Ma si decise. La girò. L’uscio si aprì e l’appartamento sconosciuto li accolse con lo scroscio dell’acqua. Continuo, insistente, mentre il rivolo fluiva sempre più abbondante.

“Guarda che disastro…”

L’atrio era immerso nel buio e si distinguevano appena due fori nell’oscurità. Due porte.

“Viene di là,” indicò l’uomo verso la seconda porta. E si avviò nella direzione dalla quale proveniva lo scroscio. I suoi piedi zampettarono nell’acqua, mentre lei rimaneva vicino all’ingresso.

L’uomo si arrestò sulla soglia del locale buio. Lo scroscio era forte, netto, giungeva proprio da davanti a lui. Vicinissimo.

“Dove sarà la luce?” si domandò lui, mentre protendeva le mani sulla parete a cercare l’interruttore. E proseguì a tastarla, senza successo, perché le dita incontrarono soltanto le fenditure tra le mattonelle.

Seccato, l’uomo si risollevò. Il suono scrosciante continuava a venire da dritto davanti a lui. Con un sospiro, si rimboccò le maniche, poi si protese in avanti, distendendo le braccia. E accese l’accendino: una luce debole illuminò il rubinetto. Lui posò l’accendino sul bordo del lavabo, dopo averlo spento. Ormai aveva localizzato il rubinetto.

“Oh, finalmente…” commentò.

Strinse il rubinetto e gli diede uno, due, tre giri, mentre il suono scrosciante diminuiva di intensità e si assottigliava.

L’ultimo giro. Oltre non andava. E un’unica goccia superstite cadde nell’acqua della vasca, con un sommesso suono tintinnante. Poi più nulla.

L’uomo si rialzò, con un profondo sospiro. Si passò il polso umido sulla fronte, sbuffando, e si girò.

La luce esplose nel corridoio così improvvisa e violenta che quasi gli offese gli occhi. Ma durò un attimo e poi lui poté distinguere chiaramente la ragazza che gli veniva incontro, staccandosi dall’interruttore.

“Un bel disastro,” gli disse lei mentre gli si avvicinava. Lui uscì dal bagno, rimboccandosi le maniche e la afferrò, mentre lei gli gettava le braccia al collo. La ragazza gli appoggiò dolcemente la testa sulle spalle, socchiudendo gli occhi. Rimasero abbracciati così per qualche istante, immobili. Poi lei dischiuse gli occhi. E li sbarrò.

Lui la sentì irrigidirsi, stretta al suo corpo. Percepì il brivido che le percorse la schiena. E allora la staccò lentamente da sé, senza capire. La guardò in faccia per leggervi una spiegazione e scoprì invece l’orrore che pietrificava i lineamenti della ragazza, mentre teneva la bocca socchiusa per dire qualcosa: ma non riusciva a parlare. Guardava solo dritta davanti a sé, verso il bagno. Allora anche lui si voltò, scostandola dolcemente da sé, per seguire il suo sguardo.

Riuscì a vedere il bagno per la prima volta, attraverso la porta spalancata, grazie alla luce che lei aveva acceso nel corridoio. E vide che c’era acqua dappertutto e una grande vasca colma, quella di cui lui aveva appena chiuso il rubinetto.

Una grande vasca elegante. Come tante.

Solo che da quella vasca spuntava una mano.

L’uomo avanzò lentamente, ancora incapace di credere a quello che stava vedendo. Si accostò alla vasca e protese la testa per vedere oltre il bordo. E quello che vide lo fece rigirare di colpo, incontrando di nuovo lo sguardo della ragazza. Rimasero immobili così per qualche lungo istante, poi lui le si avvicinò e la strinse tra le braccia. La strinse forte, molto forte, mentre lei incominciava a singhiozzare.

Le accarezzò i capelli. E riuscì a dire solo una cosa molto sciocca: “Stai calma.”

Poi la condusse da basso e rimasero immobili nell’oscurità del loro appartamento, a lungo. Forse furono secondi. Forse furono minuti, ma l’unico accenno del tempo che trascorreva era dato dalla candela, che ora era ridotta a poco più di metà, e dallo schermo del televisore, che continuava ad emanare la luminescenza azzurrina, ma ormai le trasmissioni si erano concluse e sul video si scorgeva solo una massa indistinta di infiniti punti in movimento.

Alla fine lui si scosse e la guardò negli occhi.

“So chi è,” disse e la ragazza lo fissò senza capire, ma l’uomo proseguì lo stesso: “L’ho vista una volta in ufficio. È… era sua moglie.”

Lei rimase immobile a fissarlo. Forse aveva capito, forse no. Ma non aveva molta importanza e il tempo continuava a passare. La candela si assottigliava.

Per la prima volta, lui parve accorgersene. Si rialzò, animato da una improvvisa energia.

“Dobbiamo andarcene,” disse, afferrando la ragazza e costringendola ad alzarsi, a scuotersi. “Andiamo!”

“Ma come?” singhiozzò lei. “E dove?”

Lui la trascinò quasi di forza verso la porta.

“Dobbiamo andarcene!” ripeté e si avviò all’uscita, mentre dall’alto delle scale cadevano con un sommesso tintinnio le ultime gocce d’acqua.

Ma le ruote dell’auto non vollero saperne di uscire dalla sabbia. Il buco si andava addirittura facendo più profondo ad ogni tentativo. E le gomme slittavano, slittavano implacabilmente, ineluttabilmente. All’ennesimo tentativo, lui si rialzò, con la fronte sudata e la sabbia appiccicata su tutta la pelle. I suoi capelli erano adesso sporchi, intrisi di sudore, quasi attaccati alla testa.

“Prova ancora!” gridò alla ragazza seduta al volante. “Prova ancora!” e distese le mani per tenere il foglio di cartone sotto alle ruote. Lei obbedì e innestò di nuovo la marcia, premendo l’acceleratore. Una nuova, ennesima nuvola di sabbia sprizzò nella notte, in faccia all’uomo, costringendolo a chiudere le palpebre. Ma senza alcun risultato.

Ansimando si staccò dall’auto ed estirpò disperatamente della sterpaglia, la gettò sotto le ruote. “Prova, prova ancora!” gridò e la ragazza mollò nuovamente la frizione. Di nuovo la ruota girò a vuoto.

L’uomo si appoggiò al cofano della vettura. Era esausto. Rimase così per qualche istante, poi tornò a sollevare la testa.

“Aiutami,” ordinò alla ragazza, seccamente, mentre con le due mani cercava di fare presa sotto al parafango. Lei scese e si accostò a lui, cercando di imitarlo. “Avanti, fai forza…”

L’uomo iniziò a spingere, cercando di sollevare l’auto. I lineamenti del volto gli si contrassero in una smorfia di dolore. La ragazza lo aiutò come poteva, ma non aveva forza: eppure, malgrado tutto questo, l’auto si sollevò di qualche centimetro.

“Forza, forza,” la supplicò lui, ma già le sue dita stavano sfuggendo oltre il parafango ed erano venute a contatto con il bordo tagliente. Una smorfia di dolore gli contorse la faccia, ma lui la spronò ancora: “Forza…”

Ma mollò la presa e si abbatté ansimando sul cofano. Espirò affannosamente per qualche secondo, poi sollevò le mani e se le guardò alla luce dei fari. Non avevano più nulla in comune con le mani di poche ore prima: adesso erano sporche, macchiate di olio, di sabbia e di grasso. Una sottile venatura rossa segnava anche il punto dove la pelle era venuta maggiormente a contatto con il bordo metallico del parafango.

Sangue.

“Proviamo ancora,” disse l’uomo, tornando ad abbassarsi verso il parafango. La ragazza lo imitò. Ma non servì a nulla e dopo qualche istante si rialzarono. Lui guardò l’auto e colpì la ruota insabbiata con un calcio rabbioso.

“Maledetta…”

Poi rimase immobile in tutta la sua impotenza. Lei gli si accostò e lo cinse ai fianchi con le braccia.

“E adesso?” gli domandò. Lui la guardò senza parlare per qualche istante, poi girò la testa verso il sentiero che si perdeva nel buio. Alla fine disse: “Non ci resta che stare chiusi in casa, e fare finta di niente, fino a domani…”

“Fino all’arrivo di Paolo con il camion dei mobili,” aggiunse lei. “Alle sette sarà qui, no?” e indicò con un cenno del capo l’orizzonte marino. Un lieve chiarore stava iniziando lentamente a diffondersi, mentre le prime legioni della notte iniziavano a ritirarsi.

L’uomo scosse la testa.

“Non possiamo restare. Ci sei tu, il bambino…”
“Ma che cosa vuoi fare? Siamo qui soli, isolati…”

Lui non rispose, ma sospirò soltanto. Indicò il villino.

“Torniamo dentro,” disse, reprimendo un brivido di freddo mentre il lieve vento del primissimo mattino li circondava con il suo tiepido soffio continuo. E così l’uomo si avviò al villino, barcollando, ma abbracciato alla ragazza. Ed entrarono e rimasero immobili sulla soglia per qualche istante, a fissare l’acqua che ancora a tratti sgocciolava dal piano superiore. Poi entrarono nel loro appartamento e rimasero in silenzio, a lungo, perché non sapevano che cosa fare.

Poi lui sbarrò gli occhi. Lei non capiva. “Che cosa ti succede?” gli domandò, con la voce spezzata per l’ansia.

“Il rubinetto chiuso e… l’accendino!” bisbigliò lui. “L’ho lasciato sul lavandino. Capirà che siamo saliti, che abbiamo visto ogni cosa…”

Lei singhiozzò e gli si strinse addosso.

“Vado di sopra,” disse lui, con un lampo di decisione.

Lei sgranò gli occhi. “Ma sei pazzo, se torna…”

Lui si avviò alla porta. Sulla soglia si fermò e si voltò. La guardò negli occhi.

“Sentirò il rumore dell’auto, se ritorna.”

E uscì, iniziando a salire le scale. Lei rimase immobile nella stanza, ascoltando i suoi passi che echeggiavano dall’esterno. Li udì a uno ad uno, rimanendo immobile contro la parete, stringendosi le mani sul petto.

Poi non udì più nulla per lunghi secondi. Attese trattenendo il fiato.

La vampata dei fari esplose sul volto della ragazza. Lei non se ne rese conto sul primo istante e quando sollevò la testa con gli occhi sbarrati dalla paura, i fari erano già scomparsi oltre la finestra. Fece in tempo ad udire il motore che si spegneva e subito ecco che una portiera sbatteva.

La ragazza rimase impietrita per qualche istante. Poi sentì i passi che si avvicinavano e li seguì anche lei. Si precipitò per il corridoio continuando ad udire  quei passi che si facevano sempre più vicini. Raggiunse l’atrio. Spalancò la porta per fare rientrare il suo compagno.

Ma non era lui.

Un omino sconosciuto era là, proprio davanti alla porta, perché gli ultimi passi che lei aveva sentito avvicinarsi non erano stati quelli del marito, ma quelli dell’assassino.

E quell’omino insignificante che era anche un assassino si arrestò, nel mezzo dell’ingresso del villino bifamiliare, fissando la ragazza sconosciuta che era appena sbucata dalla porta che si era di colpo spalancata.

Era un omino piccolo, dall’aria gracile, quasi indifesa e forse un poco distratta con radi capelli bianchi e due occhiali dalle stanghe sottili, mentre le sue piccole mani reggevano un badile che al confronto appariva smisuratamente grande.

Rimasero immobili entrambi, l’omino e la ragazza, per un lungo istante, senza sapere che cosa dirsi, l’assassino e la donna giovane. Poi lui le rivolse un dolce sorriso.

“Buonasera, signora,” disse e fece per appoggiare il piede sul primo scalino.

“La prego!” scattò lei.

Il piede si posò sul primo scalino, ma l’omino si fermò e si voltò a guardarla.

“Che c’è, signora?” le chiese con molta dolcezza.

Lei boccheggiò per qualche istante e nel villino non si sentì nessun rumore. Solo il gemito del vento che continuava a salire di intensità, all’esterno.

Lui la fissò interrogativamente, ma lei ancora non disse nulla, e allora l’uomo sollevò l’altro piede, per ricominciare a salire verso la sua abitazione.

Stava per appoggiarlo sul secondo scalino quando la voce spezzata di lei lo supplicò: “Venga.”

L’assassino si girò a guardarla, sorpreso.

“Come?”

Lei si scostò un poco dalla soglia del suo appartamento per fargli distintamente cenno di entrare. “Venga,” supplicò.

L’omino staccò i piedi dagli scalini e arretrò fino a fermarsi di fronte alla ragazza. Era quasi buffo, con le piccole mani che stringevano quel grande, pesante badile.

“Che vuole?” le domandò, con la voce leggera leggera.

“Entri a vedere la casa,” gli disse la ragazza con un sorriso quasi isterico. “Entri.”

L’omino scosse la testa.

“Domani. Ora devo sbrigare un lavoro,” e fece per andarsene. Ma la mano di lei lo afferrò al braccio. Lui si arrestò di colpo, come di ghiaccio, e abbassò lentamente gli occhi per fissare quelle dita che lo serravano con tanta forza. Poi spostò gli occhi e guardò la ragazza. Lei gli sorrise di nuovo, senza una ragione, e ritirò la mano.

“Entri…”

Perplesso, lui entrò. Nell’atrio dell’appartamento c’era buio. L’omino sollevò lo sguardo e fissò la ragazza.

“Suo marito dov’è, signora?”

“È… è andato in riva al mare, un momento,” rispose lei, indicandogli con la mano l’altra stanza, dalla quale si diffondeva il lieve chiarore del televisore rimasto acceso. “Venga di qui…”

Lo accompagnò, quasi di forza. Lui si fermò, accanto al televisore, stringendo sempre quel suo ridicolo badile tra le mani, quasi ci fosse intimamente legato, affezionato.

“Io dovrei andare, signora,” disse l’omino, con la sua voce gentile, dopo essersi guardato intorno per la stanza, senza capire.

Lei scosse la testa. “No, no, la prego, stia qui un po’. Io ho… ho paura, finché mio marito non torna…”

L’uomo la fissò con quei suoi occhi celati in fondo alle lenti degli occhiali. Ma annuì, quasi comprendesse l’ansia della ragazza.

“Dovrà abituarsi alla solitudine, signora.”

Lei annuì e gli sorrise di nuovo, senza una ragione particolare. Poi si girò e si accostò alla finestra, guardò fuori verso il mare. Tornò a girarsi di scatto, quasi temesse di essere colpita alle spalle, e rimase come sorpresa nello scoprire che l’omino era rimasto immobile vicino al televisore. Sorpresa e sollevata. Ma…

“Che sta guardando?” domandò con un filo di voce.

“Quella macchia,” disse l’omino, indicando con un cenno del capo la chiazza che, sulla parete, si era ormai ingrandita a dismisura. “Non me n’ero accorto…”

Si interruppe, pensoso. La ragazza gli si avvicinò, stringendosi nelle spalle.

“Non importa,” disse. “Succede…”

L’omino continuava a fissare la macchia: “Deve venire… su da me,” disse e quasi subito aggiunse: “Ma guardi com’è grossa…” poi abbassò la testa e fissò la ragazza. E quindi con una strana nota nella voce chiese: “Quando torna suo marito?”

Lei tremò.

“… È… tra pochi minuti…”

Lui annuì, con un lento cenno del capo. Poi tornò a sollevare gli occhi verso la macchia.

“Non ve ne eravate accorti prima?”
“Come?… no… sì, ma non ha importanza,” farfugliò la ragazza.

L’uomo la fissò freddamente, inclinando un poco il capo: “Ma può rovinare tutto l’intonaco! Non ci ha pensato?”

La ragazza si morse il labbro e tentò di fingersi indifferente. “Ma non importa, no…”

Si interruppe e rimase con la bocca aperta a fissare l’omino. L’assassino si limitò ad aspettare in silenzio che lei finisse la frase. Ma la ragazza non sapeva che cosa aggiungere.

L’uomo allora le rivolse un sorriso freddo. Poi, senza dire altro, si voltò e si avviò alla porta. Si arrestò per un istante sulla soglia, voltandosi a fissare la ragazza che era rimasta immobile accanto alla finestra. Ma subito si girò e uscì, chiudendosi l’uscio alle spalle.

Lei si precipitò alla porta e posò la mano sulla maniglia, per spalancare l’uscio e mettersi a gridare. Ma si fermò, boccheggiando, e appoggiò la testa contro lo stipite. Singhiozzò in silenzio per qualche istante. Poi sollevò la testa, mentre le lacrime le facevano colare il rimmel lungo le guance. Ma cercò di mantenersi calma: il marito aveva avuto tutto il tempo di uscire dall’appartamento. Probabilmente stava nascosto in qualche punto delle scale. Non doveva guastare il suo piano. Doveva tacere. E aspettare.

E perciò alzò gli occhi, fissò il soffitto. In silenzio. Aspettando.

Poi, lentamente, quasi impercettibilmente, la ragazza si avvicinò all’uscio e vi incollò l’orecchio, sfregando leggermente, nervosamente le unghie contro la superficie di legno della porta. Una nuova lacrima le scivolò lungo la faccia. Lei chiuse gli occhi. Aspettava con ansia un rumore, ma passò un tempo che le sembrò eterno. Poi, finalmente, uno scalpiccio di passi rapidi, giù per le scale.

Avrebbe voluto urlare, dalla gioia questa volta. Lui ce l’aveva fatta!

Gli aprì la porta, raggiante.

E gridò, perché sulla soglia era ricomparso l’omino. Sempre con il sorriso gentile e il badile stretto tra le mani. Ma la punta metallica era adesso macchiata di sangue.

La ragazza non disse nulla, ma si afflosciò al suolo come un sacco di materia inerte. E vi giacque, priva di conoscenza.

*****

Dovette passare parecchio, prima che si riprendesse, perché quando riaprì gli occhi le sue pupille incontrarono il chiarore dell’alba. Il sole era un globo rossastro al di sopra del mare. E lei si trovava bocconi sul pavimento. Tentò di fare forza e di rialzarsi, ma incontrò una resistenza insospettata. Le parve con orrore di non essere più padrona del suo corpo. Ma si rese subito conto della realtà: era solo strettamente legata, immobilizzata.

Udì un fischiettare allegro e rialzò la testa, verso la finestra. All’esterno, nel chiarore dell’alba, scorse l’ometto. Era giù, in mezzo alle dune, vicino al mare. Sollevava badilate di sabbia, una dopo l’altra, con grande alacrità. Ogni tanto si fermava, tirava il fiato e si passava magari una mano sulla fronte per tergersi il sudore. Poi riprendeva a lavorare con entusiasmo, fischiettando le allegre note di qualche vecchia canzone.

E la fossa intanto si faceva sempre più profonda.

La ragazza avrebbe voluto urlare. Ma il lembo di stoffa le serrava la bocca, le impediva di emettere qualunque suono che non fosse un debole, inutile mugolio. Allora cominciò a roteare le pupille per la stanza, perché era l’unico movimento che le fosse concesso. E il locale le apparve più spoglio che mai, nel chiarore dell’alba. Vide gli oggetti ancora là dove li avevano lasciati, le due valigie aperte, le candele completamente consumate e il televisore sempre acceso, con sul video la miriade di puntini neri.

Ma lei non poteva muoversi. Ci provò per l’ennesima volta e, ancora, non ne ricavò nulla. Sforzandosi al massimo, riusciva appena a strisciare sul pavimento. Ci tentò, comunque, si spostò di qualche centimetro dopo lunghi sforzi e alla fine si rilassò, emettendo un lungo gemito. Non aveva scampo, era immobilizzata.

Sollevò gli occhi e fissò la grande sveglia ticchettante che giaceva nella valigia, spuntando da alcuni vestiti. Le due lancette segnavano le sei e venti.

Quaranta minuti ancora e forse, forse…

Sentì avvicinarsi il fischiettare allegro e sollevò di un poco la testa dal pavimento, con uno sforzo. E lo vide passare, l’assassino, quell’ometto insignificante, in apparenza tranquillo, che ora appariva un poco sudato e con gli occhiali sporchi di sabbia, il quale si arrestò proprio di fronte alla finestra per guardare dentro. La vide e le indirizzò un dolce sorriso, rivolgendole un lieve cenno del capo, quasi un saluto, e le disse: “Ho già sistemato suo marito nella buca, signora, non si preoccupi, ci sta dentro comodissimo. E tra poco penserò anche a lei. Ma prima devo portare giù mia moglie…”  Si interruppe, perché evidentemente gli venne voglia di precisare: “La mia ex-moglie, ormai…”

Poi l’ometto ridacchiò, mentre la ragazza avrebbe voluto sputargli addosso mille maledizioni, ma riuscì solo a gemere di nuovo. Lui allora sollevò una mano e si sfilò gli occhiali. Si tolse di tasca un fazzoletto bianco e ripulì le lenti dalla sabbia. Poi se li rimise e lei lo vide svanire oltre la finestra.

La ragazza abbandonò il capo contro il pavimento e cominciò a singhiozzare, mentre le lacrime le rigavano le guance. La sveglia continuava a ticchettare allegramente nella valigia.

Le sei e venticinque.

Qualcosa venne fatto rotolare giù, spinto a forza per le scale, fino ad arrestarsi con un tonfo in fondo, nell’atrio.

Un corpo inerte.

La ragazza avrebbe voluto gridare, ma le fu impossibile. E le gocce di pianto continuarono ad assommarsi alle estremità delle guance, colando sul pavimento.

Fino a che, dopo uno o dieci minuti, lei si accorse delle due scarpe che le si erano arrestate davanti. E prima che riuscisse a roteare le pupille per guardare verso l’alto, due mani scesero a sollevarle il corpo, a tirarla in piedi, tenendola stretta ai fianchi per non farla cadere.

Si trovò faccia a faccia con l’omino, che le regalò un nuovo dolce sorriso.

Poi lui fece forza e cercò di sollevare il corpo della ragazza. Le mani dell’omino toccarono un pezzo di gamba nuda, poiché il vestito di lei si era arrotolato all’insù verso la cintura, sotto i cordami. Subito, le mani dell’omino si ritirarono esitanti. Forse l’assassino anche arrossì. Ma si riprese dall’imbarazzo.

“Mi scusi,” le disse,” ma sono costretto… Avevate scoperto tutto, lei e suo marito, e io… io non posso davvero avere dei testimoni… capisce?” E, con una mossa decisa, le infilò un braccio sotto le ginocchia e l’altro sotto il collo, attorno alle spalle. Così la sollevò e reggendola tra le braccia, si avviò alla porta, ansimando per lo sforzo ma stringendo le labbra, perché non voleva farlo notare alla ragazza. Sarebbe stato sconveniente.

Uscirono all’aperto e lui si incamminò con incedere marcato e pesante verso la spiaggia, dove la fossa da poco scavata si distingueva nettamente per la tanta sabbia che aveva ammucchiata all’intorno. Il badile era impiantato per la punta accanto alla buca, dalla quale emergeva un piede femminile nudo.

Dopo un poco, continuando a tenere la ragazza tra le braccia, lui si fermò per tirare il fiato. Abbassò la testa per guardare la prigioniera e le rivolse un dolce sorriso di incoraggiamento. Poi, con un cenno del capo, le indicò l’orizzonte del mare, dove il sole si era ormai alzato.

“Sarà una bellissima giornata,” le disse. “Quasi da fare il bagno.”

Lei non poteva dire nulla, ma lo fissò con le pupille dilatate. Lui comprese che forse non era il caso di insistere e riprese a camminare. Si avvicinò alla fossa e, con grande sollievo, depose delicatamente la ragazza sulla sabbia, al margine della buca. La giovane giacque con il volto per metà coperto dalla sabbia, mentre l’unica pupilla libera fissava con orrore l’abisso davanti a lei, dove giacevano due corpi ammucchiati, inerti e quasi indistinti: suo marito, con la testa quasi spaccata in due dalla tremenda badilata che l’aveva colpito, e la moglie dell’assassino, sgozzata.

L’orologio, nella valigia al villino, segnava le sei e quarantacinque.

L’ometto gracile si tirò in piedi, stirandosi. Inspirò una lunga boccata di aria fresca, inebriandosi della brezza che si stava riscaldando. Poi si fece coraggio e si apprestò alla nuova fatica. Si chinò e spinse la ragazza immobilizzata per i fianchi, facendo rotolare anche lei nella fossa. La giovane giacque così tra gli altri due corpi. Miracolosamente, era finita con la faccia rivolta al cielo, e le sue pupille sbarrate dal terrore fissavano l’uomo in piedi accanto alla fossa. Lui la stava guardando.

E intanto c’era quel camion con l’insegna TRASLOCHI che si muoveva rapido lungo il nodo di asfalto che portava al mare.

Anche se non lo sapeva, l’omino comunque non aveva tempo da perdere e si girò per afferrare la pala. La sollevò, stringendola tra le mani, ormai piene di calli. Poi, con un sospiro, dedicò un ultimo sorriso alla ragazza.

Iniziò a ricacciare la sabbia nella buca dalla quale l’aveva tolta. Una badilata dopo l’altra, con energia e slancio, perché l’atmosfera di quel bel mattino gli metteva forza e, chissà perché, allegria.

Fu così che lei venne seppellita viva.

Alla fine, tirando un sospiro di sollievo, l’ometto gracile e timido gettò da parte il badile e si chinò per appiattire con delicata attenzione la superficie sabbiosa dove una volta erano esistiti una fossa e tre esseri umani. Quindi si rialzò e ammirò compiaciuto il risultato del suo lavoro. Nessuno avrebbe supposto che quel comunissimo metro quadrato di terreno sabbioso gli era costato uno sforzo così grande.

Si ritirò, infine, mettendosi il badile sulle spalle, fischiettando allegramente un motivo, avviandosi al villino.

Presto avrebbe dovuto cominciare a prepararsi per recarsi in ufficio, come al solito.

Ma, giunto sulla soglia, si fermò di colpo. Restò a fissare per lunghi istanti l’automobile della coppia, immobile alla curva, insabbiata. Avrebbe dovuto pensarci prima: e quello non sarebbe stato un lavoro facile per nulla! Tirò allora un sospiro di rassegnazione rendendosi conto che il suo lavoro non si era ancora concluso e appoggiò il badile alla porta d’ingresso. Poi si girò e si diresse verso l’auto, senza sapere che il camion con l’insegna TRASLOCHI si stava avvicinando al suo destino.

La chiave dell’accensione era stata lasciata ancora inserita nel cruscotto, per fortuna, constatò l’omino osservando l’auto. Ma c’era quel pasticcio con le ruote anteriori, insabbiate. Se quello sciocco curioso del quale s’era sbarazzato avesse almeno saputo guidare in una maniera decente…

Ma non si può mai pretendere troppo dagli altri, dovette ammettere l’assassino con rassegnazione. Bisogna accettarli con i loro difetti. E allora lui si mise d’impegno per rimediare all’errore altrui e sollevare l’auto. E sapeva come cavarsela, anche perché a lui quell’incidente era già capitato. Pose due tavole sotto le ruote insabbiate.

Con un balzo rabbioso e un improvviso polverone, le ruote scattarono e arretrarono risalendo sulla strada. Seduto dietro al volante, l’omino educato sorrise compiaciuto. Ora doveva sbarazzarsi dell’auto di quei due giovani. Be’, per fortuna non era difficile. Conosceva la zona. Innestò la retromarcia e invertì la direzione, allontanandosi spedito per la strada che riportava al bosco e all’entroterra.

Ritornò solo, a piedi, un quarto d’ora dopo. Mentre si avvicinava al villino, lanciò un’occhiata al suo orologio da polso. Le sette e cinque. Bene, ancora una ventina di minuti e per le sette e mezza, probabilmente, avrebbe potuto mettersi a letto. Finalmente. E, soprattutto, finalmente da solo.

Afferrò il badile ed entrò nel villino, salendo al piano superiore. Nel suo appartamento, dall’armadio della cucina tirò fuori un’abbondante quantità di stracci e di detersivi. Stringendoseli al petto, si preparò a ripulire quel sangue che aveva imbrattato un po’ tutto.

Alle sette e venti, quando i due uomini del camion con l’insegna TRASLOCHI risalirono nella loro cabina dopo aver consumato una sbrigativa colazione, l’omino stava finendo di strizzare uno straccio nella bacinella. Dalla stoffa fradicia, gocciolarono acqua e sangue. Poi l’uomo lasciò ricadere lo straccio nella bacinella e si rialzò. La stanza da bagno dove aveva ucciso sua moglie adesso appariva immacolata, tirata quasi a nuovo. E così anche la cucina, dove aveva sorpreso nascosto quel giovane ficcanaso.

Rimise a posto l’armamentario e scese per le scale. Anche qui, le tracce della tragedia erano scomparse. Non si vedeva più una goccia d’acqua o una nuova traccia di umidità.

Entrò nell’appartamento del pianterreno. Si fermò nell’atrio e si diresse subito nella prima stanza. Ecco, qui per fortuna c’era solo da far sparire gli effetti personali di quella coppia. E non era difficile, in fondo. Si piegò e si affrettò a cacciare tutto nella valigia, candele e coperte. Poi le chiuse e si rialzò, sollevandole e portandole fino all’ingresso del villino. Rimase immobile per qualche istante, quasi che fosse indeciso, ma capì che la soluzione più ovvia era quella ormai sperimentata. Si avviò alla spiaggia e si fermò accanto alla fossa che aveva appena ricoperto. Posò lì le valigie e ritornò al villino. Poi se ne ritornò tutto soddisfatto e compiaciuto al villino. All’interno ogni cosa sembrava ormai in ordine e normale… a parte la macchia sul soffitto. Si stava già asciugando e comunque era sicuro che, comunque, nessuno ci avrebbe minimamente badato.

E allora restava soltanto il piccolo televisore. Si chinò, lo spense e lo sollevò. Era un modello portatile, per nulla pesante. Uscendo, si fermò e afferrò di nuovo il badile, poi ritornò sulla riva del mare.

Ricominciò a scavare.

Aveva appena finito di ricoprire la seconda fossa che aveva inghiottito le valigie e il televisore, quando il camion si affacciò rumorosamente sulla strada, sbucando da oltre la curva, arrivando dalla direzione del bosco.

L’omino lo udì e si rialzò a guardarlo. Lo fissò perplesso per qualche attimo, poi, malgrado la distanza e la polvere, distinse la scritta TRASLOCHI sulla fiancata e capì benissimo. Tirò un sospiro di sollievo, perché il destino lo aveva aiutato. Distese l’ultimo lembo di sabbia, si cacciò il badile sulle spalle e ritornò al villino.

Raggiunse l’ingresso proprio mentre uno dei due conducenti, un uomo robusto, stava smontando. Lo sconosciuto si avvicinò all’omino.

“Buongiorno,” gli disse. “Cerchiamo i signori Poli.”

L’omino annuì, con un sorriso gentile.

“I nuovi inquilini?” fece guardando il camion. “È la loro roba?”

Il primo conducente annuì, mentre anche il secondo smontava e lo raggiungeva.

“Sì. Dovrebbero essere qui.”

L’omino scosse il capo, atteggiandosi a sincera sorpresa.

“Temo di no. Qui non è venuto nessuno.”

Una lieve perplessità balenò sul volto del conducente.

“Ma ho parlato con loro ieri sera, mi hanno assicurato che stavano per venire qui…”

L’omino indicò il villino.

“Guardate, non c’è nessuna macchina. Che cosa vi devo dire? Saranno venuti e poi se ne saranno andati. Io dormivo e forse non li ho sentiti. Magari avranno anche suonato.”

Il conducente indicò il punto tra la sabbia dove lo avevano visto scavare.

“Che stava seppellendo?”

L’omino sorrise.

“Oh, il povero Wolf… il mio cane,” spiegò con una sincera nota di tristezza nella voce. “È morto questa notte. Aveva sette anni e non credevo che dovesse andarsene così presto. Mi è sempre stato…”

Il primo conducente lo interruppe fissando il compagno.

“Se non sono venuti, dove saranno andati?”

L’altro si strinse nelle spalle.

“Mi sembra strano. Li ho visti che mettevano le valigie in auto, e poi caricavano il bambino…”

L’assassino sobbalzò.

“Quale bambino?” chiese, con una quasi impercettibile nota stridula nella voce.

“Il loro,” spiegò il primo conducente. “Certo che è proprio strano. Non capisco…”

“Vi assicuro che io non li ho sentiti,” disse l’assassino, quasi di un fiato. D’improvviso, si sentiva debole e stanco. “Non sono venuti…”

I due trasportatori, delusi, si avviarono sul camion, dicendo: “Se non ci sono, è inutile che scarichiamo, che dici?”

“Ah, certo,” rispose il collega,” dove la mettiamo tutta questa roba? L’unica è tornare in città. Se la sbrigheranno loro poi.”

“Sicuro,” disse l’amico.

E stavano per salire sulla cabina del camion quando, all’improvviso, il pianto li interruppe. Un pianto informe, poco più di un vagito, ma lungo e insistente. Veniva dall’interno del villino e tre paia di occhi si mossero lentamente per seguirne la provenienza, lungo la parete, fino a che non lo localizzarono sull’ultima del pianoterra… l’unico locale nel quale l’assassino non si era preoccupato di guardare, tanto era stato sicuro di essersi ormai sbarazzato di tutto.

Ma lì c’era il bambino, che adesso piangeva. E piangeva, piangeva, rovinando tutto, tradendolo in un modo mortale.

Piangeva, piangeva… e non c’era modo per non sentirlo…

 (Luigi Cozzi © 1972)

 

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