Questo racconto fa parte del ciclo delle storie che hanno per protagonista non un personaggio, ma un club, il Club Pigreco, circolo newyorkese i cui membri eccellono in svariate professioni e hanno un passione per risolvere i misteri che ogni volta qualcuno propone. La prima di queste storie, Il Club Pigreco, è apparsa in Urania Millemondi nel 1994, a cui ne sono seguite altre pubblicate sulla rivista Mystero e sul Giallo Mondadori. I personaggi principali che si alternano nelle storie in veste di prim’attori sono Victor Vance e Martin Mystère. Parte delle storie sono state pubblicate in volume (Gli Enigmi del Club Pigreco, Mondo Ignoto Srl,2005, Roma).

Questo racconto in particolare è stato pubblicato nell’antologia Apocalissi 2012, Edizioni Bietti 2012, Milano, a cura di Gianfranco de Turris.

Poiché il 2012 è passato da un pezzo, il racconto ha richiesto un aggiornamento, curato da Franco Giambalvo, a cui va il mio sentito ringraziamento.

Nella sala da pranzo del Club Pigreco l’atmosfera era alquanto surreale, caratterizzata da un insolito silenzio in cui era assente il consueto scambio di battute, in genere vicendevolmente ironiche, tra i commensali. E quando Jack Azimov, il noto scrittore di fantascienza autore dell’interminabile saga dei Mizark, fece schioccare le labbra di fronte alla monumentale porzione di cinghiale al porto su letto di spätzli di ceci alcuni dei commensali sussultarono come se quel sia pur lieve rumore li avesse strappati all’improvviso a qualche pensiero in cui erano profondamente immersi.

Victor Vance batté le mani. “Via gente, animo!” cercò di scherzare. “Cosa sono queste facce da funerale che vedo oggi?”

In effetti, il celebre scopritore del victorsauro era l’unico che quel giorno non presentasse un’espressione cupa e preoccupata… be’, tranne Jack Azimov che, impenitente goloso, sembrava troppo occupato a gustare le leccornie preparate dal cuoco Salvatore Cacciapuoti, in arte Ciccio, tetragono a ogni evento che potesse distrarlo dalle sue degustazioni gastronomiche.

“Giusto,” gli fece eco lo scrittore, che, al riparo del suo tradizionale sexy-bavaglione raffigurante una procace fanciulla di pochi veli vestita concupita da un minaccioso mostro alieno dalle quattro braccia, si stava accingendo ad affrontare il suo prelibato cinghiale. “Non mi direte che siete preoccupati per questa fanfaluca della fine del mondo? Che ne sarebbe altrimenti di questi nostri meravigliosi incontri, allietati dalle succulente prelibatezze del miglior cuoco dei due mondi?”

Laszlo Nagy, l’esperto di lingue mongole, fece un sorriso forzato. “Per non dire delle intelligenti conversazioni che solitamente hanno luogo tra queste mura…”

“Già, ma non oggi,” concluse Jack Azimov, affondando la forchetta nella sua porzione di cinghiale e sollevando decisamente il coltello che un istante dopo abbassò con voluttuosa pregustazione. “Forse perché abbiamo deciso di anticipare a mezzogiorno l’incontro che avrebbe dovuto avere luogo stasera?”

“E sì che passiamo per persone razionali,” commentò Joshua Murdoch, il fisico matematico eternamente in predicato per il Premio Nobel. La sua osservazione che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere spiritosa in realtà suonò cupa.

Nonostante quell’avvio di conversazione, il pranzo riprese in un silenzio rotto solo dal tintinnio delle posate sui piatti. Più di una volta ci fu chi cercò di dire qualcosa, ma il suo intervento non sortì l’effetto di provocare la solita catena di domande e risposte che di norma caratterizzava le cene, e più raramente i pranzi, dell’esclusivo club di New York in cui si riunivano con regolarità alcune delle personalità più note nel campo della scienza, dell’arte e di svariate altre attività.

“Settimana di tensione anche a Wall Street,” commentò a un tratto da sotto i suoi baffoni da sergente maggiore di sua maestà britannica, e del tutto estemporaneamente, Sir Reginald Bevington-Taylor, soprannominato “il mago della Borsa” per le sue redditizie incursioni sui mercati azionari. “Mai visto una serie di alti e bassi così marcati.”

“E scommetto che lei è riuscito a guadagnarci come al solito un sacco di soldoni,” commentò ridendo Victor Vance. “Non mi dica che per lei è stata una settimana nera.”

Sir Reginald si forbì il baffi col tovagliolo. “No di certo. In fin dei conti è proprio quando gli indici vanno su e giù come sulle montagne russe che si fanno i colpi migliori e io…” sorrise sotto i mustacchi, “e io sono un patito dell’otto volante!” concluse con una risata, forse la prima risata sincera della giornata.

Il dessert sembrò rasserenare un po’ gli animi e si cominciò a vedere qualche timido accenno di sorriso spuntare sulle espressioni dei commensali. A rompere questa volta il silenzio fu Bernard della Torre, raffinato gallerista della Quinta Strada, che si rivolse a Victor Vance. “Scommetto che lei sa molte cose su questa pretesa fine del mondo nel giorno 21 dicembre 2024, cioè oggi. Perché è questa la ragione di questa tensione, vero signori?”

Jack Azimov non lasciò parlare Vance, perché intervenne dopo aver spazzolato fino in fondo la sua creme brûlé, all’aroma di lavanda, “Naturalmente è una solenne sciocchezza, no? La data coincide esattamente con quella dell’ultima volta in cui si era detto lo stesso: era il 21 dicembre 2012, ricordate?”

“Già!” disse pensoso Victor Vance. “È vero. Forse ricordate cosa si era detto quella volta. Fu una giornata molto interessante.”

“Ma certo, c’erano molti segnali concomitanti che parevano combaciare con le antiche profezie,” commentò Gary Burnett, titolare di rubriche di giochi matematici su svariati periodici, anche se si era sempre proclamato un razionalista convinto, alieno da qualsiasi influenza esoterica.

“Come oggi,” intervenne Myron Rosenfeld, il celebre avvocato divorzista di New York. “E oggi, come nel 2012, ci si è messa di mezzo anche l’elezione del nuovo papa. Allora, Papa Ratzinger aveva abdicato e avrebbero eletto Papa Francesco… Oggi ha abdicato Papa Francesco! Ma questi Papi cos’hanno che dopo un po’ si ritirano?” Myron era antipapista da sempre, o meglio anti-tutto un po’ per vocazione e un po’ per provocazione.

“Calma, calma,” intervenne Victor Vance, che non solo era un famoso paleontologo e archeologo, ma un profondo conoscitore dei grandi misteri e leggende che hanno accompagnato la storia dell’Uomo. “Ricordo benissimo che nel 2012 abbiamo prima di tutto dovuto sfatare la credenza diffusa dai media che gli antichi Maya avessero predetto la fine del mondo proprio per la giornata del 21 dicembre di quell’anno.”

Joshua Murdoch fece una smorfia. “Già ma c’erano anche altre profezie, e tutte sembravano combaciare in fatto di date. Oggi, poi sembrerebbe proprio una continuazione di quel periodo: sono del resto passati esattamente 12 anni, una situazione analoga e quindi a mio avviso il 2012, più 12 anni, ci riporta a quella profezia, con suggestive coincidenze. Io mi reputo una persona razionale, ma confesso che mi sento piuttosto a disagio.”

“Come tutti noi,” commentò a sua volta Otis Mifune, il noto neurochirurgo, dai caratteri inconfondibilmente asiatici. “Ma perché lei non ci chiarisce un po’ le idee intanto che aspettiamo… la fine del mondo? In fondo abbiamo ancora una decina d’ore a disposizione prima che termini la giornata. Ci ripeta la storia del 2012.”

Raj Singh, il cameriere indiano, fece il giro dei liquori e anche questo servì a stemperare la tensione.

“Allora cominciamo dalla profezia dei Maya che è quella che forse tutti conoscono meglio, anche grazie al cinema e alla televisione,” cominciò Victor Vance. “Una profezia che non parla affatto della fine del mondo!”

By Jove, questa sì che è bella,” esclamò Sir Reginald Bevington-Taylor. “Ma se ci avevano tormentato per mesi con la profezia Maya sul patatrac finale di questa nostra scassatissima civiltà.”

Victor Vance sorrise. “Infatti. Solo che se ne è parlato a sproposito. Tutto nasceva dal calendario Maya che è strutturato per cicli storici, che sono tre: il ciclo Tzolkin, il ciclo Haab e il ciclo chiamato Lungo Computo.”

“Tanto per essere semplici,” sogghignò Jack Azimov, ma nessuno gli diede retta, tutti presi dalle spiegazioni di Victor Vance.

Il quale continuò: “Il primo è un calendario religioso, composto a sua volta di due cicli più brevi di 13 e 20 giorni, che combinati insieme danno il ciclo Tzolikin di 260 giorni. Il secondo calendario è il ciclo Haab di 360 giorni, chiamati k’in, ed è un calendario civile di 18 mesi detti uinal, cui si aggiungevano cinque giorni supplementari che costituivano un mese brevissimo chiamato uayeb, e che erano considerati infausti, tanto che i Maya rifuggivano in quei giorni da ogni attività.”

“Una buona scusa per riposarsi nell’ozio,” commentò Myron Rosenfeld, che più ancora del suo lavoro di avvocato strapagato amava il dolce far niente in compagnia di belle donne in microgonna e di sesta misura.

La battuta fu accolta da un risolino generale, ma l’attenzione rimase rivolta su Victor Vance.

” I due calendari sono concatenati e se li immaginiamo come due ruote dentate, l’incrocio di due denti determina un particolare giorno. È interessante notare come i giorni dell’uinal fossero numerati non da 1 a 20, ma da 0 a 19 e come l’uso dello zero sia stato scoperto indipendentemente dal suo utilizzo in India. Forse è addirittura precedente a esso…”

“Interessante…” commentò fuggevolmente Joshua Murdoch.

Victor Vance scosse la testa. “Ma sto divagando, torniamo invece al Lungo Computo che è quello che più ci interessa. Poiché gli anni sia del ciclo Tzolkin sia del ciclo Haab non venivano numerati, per misurare il tempo si ricorreva alla misurazione progressiva dei giorni con un sistema di numerazione posizionale complicatissimo. Il numero identificativo era di cinque cifre, la prima era in base 20, la seconda in base 18, la terza e la quarta in base 20 e la quinta in base 13…”

Laszlo Nagy si lasciò sfuggire un grido di stupore. “Mi immagino i miei figli alle prese con calcoli del genere. Già non riescono a fare due più due se non hanno il calcolatorino tascabile.”

“In effetti i Maya erano grandi matematici,” osservò Joshua Murdoch.

“Chissà come se la sarebbero cavata coi calcoli di Borsa,” bofonchiò a mezza voce Sir Reginald.

Victor Vance aspettò un attimo, poi riprese. “E qui veniamo al Lungo Computo, il cui ciclo completo è di 1.872.000 giorni, equivalenti all’incirca a 5125 anni. Un secolo era per loro di 52 anni e un periodo di venti anni di 360 giorni ciascuno era chiamato k’atun. Il primo giorno del Lungo Computo era identificato dai numeri 13.0.0.0.0. Con questo sistema d’identificazione dei giorni ciascuna cifra si ripete a periodi fissi. La prima cifra dopo 20 giorni, la seconda dopo 360 giorni, la terza dopo 7200 giorni, la quarta dopo 144.000 giorni e la quinta dopo il ciclo completo. La pretesa data della fine del mondo, cioè quel 21 dicembre 2012, sarebbe stata, secondo il calendario Maya 13.0.0.0.0 4 Ahau 3 Kankìn, dove Ahau è il nome di un mese del calendario Tzolkin, e Kankin il nome di un mese del calendario Haab e i numeri rappresentano la posizione nei rispettivi cicli. Naturalmente ho semplificato alquanto perché, come ho detto, il sistema del computo temporale è piuttosto complicato.”

“Io mi ci sono perso comunque. Anche oggi come l’altra volta,” confessò Jack Azimov, che guardò sconfortato il suo bicchiere di Drambuie ormai desolatamente vuoto. Raj Singh fu svelto a cogliere la dritta e rimediò sollecitamente con una seconda e generosa dose.

“Io pure,” ammise Myron Rosenfeld e anche gli altri presenti annuirono. Solo Joshua Murdoch sembrava seguire con facilità il discorso.

Victor Vance sorrise. “Sì, forse sarà il caso di semplificare. Mi sono lasciato un po’ trascinare dall’abitudine all’insegnamento.” Fece una pausa e bevve un sorso d’acqua, prima di riprendere. “Il punto importante nella tradizione maya è che ogni ciclo del Lungo Computo corrisponde a una nuova era del mondo. Entrare in una nuova era non è necessariamente negativo, contrariamente a quanto vorrebbero farci credere i profeti di sventure. Il ciclo che si chiudeva quella sera era iniziato l’11 agosto 3114 avanti Cristo, dopo di che è iniziato un nuovo Lungo Computo. E quindi una nuova era.”

“Ma, il più 12 anni…?” domandò Myron Rosenfeld.

Victor Vance scosse le spalle: “Personalmente non credo che i 12 anni in più facciano differenza. La penso come Jack Azimov: secondo me la fine del mondo di oggi è una bufala.”

“Allora potrò scrivere nuovi grandi romanzi!” esclamò Jack Azimov tutto raggiante. “Niente fine del mondo. Era nuova, vita nuova, nuovi romanzi e nuovi successi!”

“E ci toccherà sopportarla per chissà quanto tempo ancora!” sospirò Myron Rosenfeld. “Coi suoi romanzacci di fantascienza da due soldi.”

Ci fu una risata collettiva dal sapore liberatorio, ma mentre Raj Singh si avvicinava col carrello dei liquori per un nuovo giro, Otis Mifune parlò. “D’accordo, caro amico, ma ci sono anche altre profezie e non solo quella dei Maya. E la giornata non è ancora finita.”

“Immagino che alluda alla profezia di Malachia,” osservò Victor Vance. “In effetti se ne è parlato molto in questi ultimi tempi.”

“Tutti ne abbiamo sentito parlare,” osservò Joshua Murdock, “ma devo confessare che sui giornali ho letto versioni molto contrastanti. Forse lei potrà illuminarci.”

Victor Vance fece cenno al cameriere che non desiderava ancora da bere e continuò: “Malachia, o meglio San Malachia di Armagh era un vescovo irlandese vissuto tra il 1094 e il 1148 e a lui si attribuisce un elenco dei futuri papi a partire da papa Celestino II, che se non vado errato fu eletto qualche anno prima della sua morte. Ogni papa era stato identificato mediante un motto e c’è da dire che a volte l’identificazione è piuttosto stiracchiata e questa è una delle ragioni per cui ci sono tanti dubbi sulla loro effettiva esattezza. A questi si aggiunga che l’elenco dei 111 papi, che tale è il numero dei nominativi, o forse 112 stando ad altre interpretazioni, è stato pubblicato soltanto quattrocento anni dopo, nel 1595, nel Lignum vitae del monaco benedettino Arnold Wion per cui potrebbe essere stato oggetto di manipolazioni.”

Myron Rosenfeld fece un risolino sarcastico. “Chissà perché queste profezie sono sempre così imprecise e soggette a varie interpretazioni…”

Jack Azimov gli rivolse un’occhiata ironica. “Eppure lei da bravo leguleio sulle interpretazioni della legge ci campa alla grande, non è vero, caro Myron? Senza la fumosità delle leggi e delle interpretazioni lei si troverebbe a girare polpette in qualche puzzolente rosticceria.”

L’avvocato fece una smorfia, ma non ribatté.

Victor Vance aspettò che fosse tornato il silenzio e riprese: “Naturalmente i dubbi sull’autenticità di queste profezie non mancano. Anche perché esse sarebbero nate dalla collaborazione con San Bernardo, che tuttavia non ne parla mai nella biografia che ha scritto su San Malachia. Inoltre, tra i papi sono elencati anche degli antipapi e questo suona strano. O forse no! Forse gli antipapi non debbono essere contati. Come ho detto, i papi non sono identificati col loro nome ma con motti latini che si rifanno al loro luogo di provenienza, oppure alle origini familiari o a eventi storici che hanno avuto luogo durante il loro pontificato.”

“Forse oggi non avremmo dato tanto peso alle profezie di San Malachia se non ci fosse stata la coincidenza con la profezia dei Maya sulla fine del mondo,” interloquì Bernard della Torre.

“Che tale non è,” ribatté Victor Vance. “Come ho detto prima, in realtà i Maya prevedono in base al loro calendario solamente una nuova era, un nuovo inizio. Ma torniamo a San Malachia. I motti latini identificano i papi, ora non li ricordo certo tutti a memoria, ma qualcuno sì. Per esempio, Celestino V, il papa del ‘gran rifiuto’, è stato individuato dal motto Ex eremo celsus, vale a dire ‘elevato da un eremo’ e infatti Celestino V era un eremita. Sono molto impressionanti le identificazioni dei nostri tempi. Per esempio il 106º papa della profezia, è identificato dal motto Pastor angelicus e papa Pio XII di cognome faceva Pacelli, che deriva dal latino Pax Caeli, ossia ‘Pace del Cielo’, e ancora in vita Pio XII fu soprannominato proprio Pastor angelicus.”

“Impressionante, davvero!” commentò Jack Azimov, che parve alquanto scosso, tanto da posare il bicchiere di Drambuie che si stava portando alle labbra.

“Ma non è tutto,” continuò Victor Vance. “Il 109° papa è identificato dal motto De media aetate Lunae, e guarda caso papa Giovanni Paolo I, papa Luciani, ebbe un pontificato brevissimo, di circa un mese, vale a dire ‘il periodo medio di una lunazione'”.

“Ma quello che più ci interessa è il 111° papa indicato dal motto De gloria olivae, ‘Della gloria dell’ulivo’, che sembrerebbe identificare Benedetto XVI.”

Laszlo Nagy inarcò le sopracciglia. “Come mai questa identificazione con Benedetto XVI?”

Victor Vance fece un cenno d’assenso. “Giusta domanda. Gli appartenenti all’ordine dei Benedettini sono chiamati anche ‘olivetani’ e questo è il primo elemento identificativo. Inoltre, papa Ratzinger è nato il sabato santo, 16 aprile, del 1927. Cioè nel periodo pasquale che è caratterizzato appunto dal simbolo dell’ulivo.”

Ci fu un momento di sconcertato silenzio. Poi Gary Burnett disse sommessamente: “Ma se De gloria olivae indicasse l’ultimo papa…”

“No, infatti. Ce ne sarebbe ancora almeno uno, cioè Papa Francesco che si è appena dimesso. Almeno secondo l’elenco di San Malachia. Francesco è definito Pietro Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni. E ci siamo.” disse Victor Vance. Poi proseguì passandosi il dito indice sulla fronte, “Tuttavia, togliendo gli antipapi, verrebbe a modificarsi l’attribuzione classica: ci sono dieci antipapi di cui tenere conto, per cui ci potrebbero esserci ancora altri dieci Papi.” Fece una piccola pausa nel silenzio generale, poi continuò, “Ci sarebbe anche una conferma trasversale ad opera della monaca di Dresda, una religiosa tedesca morta nel 1706 che avrebbe scritto lettere profetiche a numerose alte personalità dell’epoca, dal papa Clemente XI, a Pietro I di Russia o a Vittorio Amedeo II di Savoia. In queste lettere predice eventi che sarebbero avvenuti in futuro. A volte si tratta di eventi storici, altri addirittura di carattere scientifico. Anche lei identifica i papi con un motto e il motto ‘Angelo Guida di Giosafat, con il segno della Gloria’, sembrerebbe adattarsi a Benedetto XVI, che parrebbe identificato anche da quanto scrive la religiosa in una lettera a Federico I di Prussia in cui predice che ‘l’ultimo Pietro giungerà dalla tua terra’. Cioè, l’ultimo papa verrà dalla Prussia.” Altra pausa. “Ma abbiamo visto che Benedetto non è l’ultimo Papa secondo Malachia…”

“Che enorme panzana!” esclamò Myron Rosenfeld. “Perfino un miscredente come me sa che comunque papa Ratzinger era nativo della Baviera!”

Victor Vance sorrise amabilmente. “Vero. Ma le cose non sono mai così semplici. Perché in effetti, all’epoca, parte della Baviera faceva parte della Prussia.”

Lo sguardo di tutti i presenti esprimeva un interesse attento e consapevole, ma nello stesso tempo si leggeva nei loro occhi di nuovo una punta di preoccupazione che la cena sembrava avere in parte dissipato. “Ma abbiamo visto che Benedetto non è l’ultimo della lista,” concluse soddisfatto Victor.

In quel momento tornò in sala Tom Perkins, il segretario del club, che poco prima era uscito senza che nessuno se ne accorgesse. Adesso aveva in mano un grosso libro che depose sul tavolo.

“Ho trovato qualcosa d’interessante,” disse. “Il testo originale in cui si parla di Petrus Romanus.” E lesse:”In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus iudicabit populum suum. Finis. E la traduzione dice: ‘Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dei sette colli sarà distrutta ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen.'”

“Ma la Chiesa non è soggetta a persecuzioni in questo momento,” esclamò Myron Rosenfeld. “Anzi non è mai stata tanto potente.”

Victor Vance scosse la testa. “Questo non è del tutto vero. L’islamismo in questi ultimi decenni ha risollevato la testa e ha scatenato una vera e propria guerra politica e di religione, anche se non è politically correct ammetterlo pubblicamente. I cattolici in molti Paesi islamici vengono uccisi, le chiese bruciate. Si dice a opera di pochi fanatici, ma sembrano spesso godere di complicità ad alti livelli, specialmente dopo la caduta di governanti magari criminali, ma laici.”

“E allora l’ultimo papa rimane Francesco,” concluse Bernard della Torre.

“Solo che in questo momento il conclave è riunito per eleggere il nuovo papa,” osservò Jack Azimov, “dal che si deduce che la Chiesa è viva e vegeta e che presto verrà eletto questo nuovo papa e che tutto proseguirà come sempre, alla faccia dei profeti di sventure.”

I volti dei presenti parvero rasserenarsi di colpo.

“Ma Petrus Romanus indicherebbe comunque l’ultimo papa,” lasciò cadere come una bomba Victor Vance.

“Come sarebbe a dire?” chiesero contemporaneamente Sir Reginald e Peter Askenazi, il campione di scacchi. che fino a quel momento era rimasto in silenzio.

“Sarebbe a dire che i cardinali non dovrebbero poter eleggere alcun Papa, visto che la lista è completata.”

“Ohhh!” si lasciò sfuggire Jack Azimov. “Non mi piace. Non mi piace per niente.”

“Io continuo a non credere alla fine del mondo,” osservò seccamente Myron Rosenfeld e altri annuirono col capo, ma con una luce preoccupata negli occhi.

Per qualche secondo regnò un silenzio sovrannaturale, poi tutti presero a parlare contemporaneamente, ma furono interrotti dalla ricomparsa di Tom Perkins che si era allontanato un attimo per andare a prendere un altro libro. Solo che questa volta non aveva nessun libro in mano e sembrava piuttosto agitato. Lo videro precipitarsi verso il televisore che era nella sala da pranzo, ma che veniva tenuto sempre rigorosamente spento e l’accese.

“Ho sentito ora alla radio che c’è stata la fumata bianca,” disse, “e ci si aspetta da un momento all’altro la comparsa del nuovo pontefice.”

Sullo schermo televisivo comparve l’inquadratura del balcone di San Pietro, vuoto. Poi, dopo qualche istante, comparve il cardinale camerlengo.

“Ci siamo,” disse piano Victor Vance. “Ora vedremo chi è stato eletto.”

La voce del camerlengo annunciò solennemente:”Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam. Eminentissimum ac reverendissimum dominum, dominum Johannem, Sanctae romanae ecclasiae cardinalem Sudarto.

Un boato si levò dalla folla che popolava San Pietro.

“Chi è?” chiese Jack Azimov. “Non l’ho mai sentito prima d’ora.”

“Dal nome direi che è un asiatico,” osservò Laszlo Nagy.

Il commentatore televisivo dovette ricevere qualche istruzione dalla centrale perché disse: “Si tratta del cardinale indonesiano Giovanni Ali Sudarto. Il primo orientale salito al Soglio pontificio.”

Quando il boato cessò, il camerlengo continuò. “Qui sibi imposuit nomen Husseinum Primum.

“Hussein?” si chiese sbalordito Victor Vance.

Ancora qualche istante d’attesa, poi ecco comparire una figura di piccola statura, con indosso i paramenti papali.

Il neoletto papa si fece avanti sul balcone.

“Non porta alcun simbolo della croce!” esclamò Victor Vance. “E questo è strano. Ma cosa sta succedendo?”

Il commentatore televisivo blaterava a vuoto, come se fosse stato preso anche lui alla sprovvista da quell’elezione inaspettata.

Il neoletto papa sollevò entrambe le braccia in segno di saluto, ma ad esso non seguì alcun cenno benedicente. La sua voce suonò alta e sicura. Invece del tradizionale “Cari fratelli e sorelle” la voce pronunciò distintamente: “Nel nome di Allah misericordioso e compassionevole…

“Che cosa!” esclamò sbigottito Bernard della Torre.

Jack Azimov impallidì.

Per un istante tutti fecero silenzio.

Poi Sir Reginald Bevington-Taylor ruggì: “Un papa islamico!”.

“È la fine del mondo,” commentò piano Joshua Murdoch.

Victor Vance scosse la testa con espressione cupa. “No, non la fine del mondo. È la fine dell’era della Chiesa di Roma così come l’abbiamo conosciuta e come hanno predetto le profezie di San Malachia e della monaca di Dresda. L’inizio di un’era nuova come predetto dagli antichi Maya… Anche se con dodici anni di ritardo.”

Dal televisore, di fronte alla piazza gremita di folla improvvisamente ammutolita, continuava a provenire la litania di papa Hussein I coi novantanove nomi di Allah: ” …il Misericordioso, il Compassionevole, il Re, il Santo, la Pace, il Fedele, il Custode, il Potente…”

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