Giuseppe FestinoGiuseppe Festino è il più famoso illustratore di fantascienza degli anni ‘70/’80. Grande ammiratore di Kurt Caesar, dal 1976 al 1979 illustra Robot, una delle più interessanti riviste italiane di questo settore. Continua anche in seguito con la versione di Delos. Collabora poi con Mondadori, illustra racconti per Confidenze, ritornando non appena possibile all’amata fantascienza con Nova SF per la Perseo Libri (ex Libra)

 

Ecco un altro degli articoli apparsi sul quinto numero de La Bottega del Fantastico, Per motivi che al momento mi sfuggono, ho scoperto di aver messo per due volte in download la Fanzine Numero 5: Se nel primo link abbiamo verificato più di 1300 download, nel secondo siamo sui 550: quasi mille novecento download quindi. Io credo che possa essere un record per una pubblicazione che nasce sul Web, dedicata un un pubblico limitato di appassionati.
Per far conoscere meglio La Bottega, abbiamo ripubblicato alcuni articoli e racconti laggiù riportati e che porrete leggere nella loro veste originale, scaricando la rivista ai link qui indicati.
Grazie per averci sempre seguiti con attenzione.

 

La capacità di proiettare la mente oltre i limiti del presente è di certo la caratteristica umana più suggestiva. Ed è altresì enormemente utile, perché grazie ad essa il pensiero diventa creativo e talune astrazioni trovano realizzazione. È nell’immaginazione, infatti, che risiede il potere inventivo di ogni creatura intelligente. Senza tema di smentite, si può dunque affermare che così come prima della tecnica vi è la scienza, prima della scienza è necessario che vi sia un cervello in grado di estrapolare. Per operare in modo scientifico, insomma, è innanzitutto indispensabile fantasticare scientificamente. Ovvero, praticare in qualche modo quella materia (e qui già mi figuro lo storcere il naso di chi la scienza si ostina a considerarla solo nella propria, limitante ortodossia), che, più o meno da sempre vituperata, io riconosco e amo definire “fantascienza”. Prima di vedere confermata una propria teoria, prima che le sue ricerche ricevano i debiti riconoscimenti, ogni studioso non ha suo malgrado passeggiato in un personale quanto privato giardinetto fantascientifico? Si faccia avanti chi può smentirmi.

Fantascienza, dunque. Possibile che alle soglie del terzo millennio qualcuno provi ancora soggezione al cospetto di questa parola? Probabilmente, se c’è chi la rifugge con imbarazzo o, addirittura, la detesta, è perché da qualche tempo a questa parte essa viene utilizzata per proporre scenari devastati, visioni apocalittiche di un mondo futuro nel quale a nessuno, certamente, piacerebbe vivere. Le utopie positive pare abbiano fatto il loro tempo. Le prospettive che ci restano sono una più terrorizzante dell’altra. Abbiamo finito col lasciarci inquietare dalla nostra stessa fantasia.

Pur se è vero che ciò accadeva anche in passato, ultimamente il vezzo ci ha davvero preso la mano. Ma una volta, almeno, nei libri come nei film, le storie di fantascienza riuscivano anche a incantarci, a farci sognare. Ed erano storie che, per loro stessa natura, necessitavano di un supporto visivo. Non a caso il primissimo cinema produsse le immagini – pur se ora risibili, all’epoca incredibili – di un viaggio sulla Luna, giusto per ricordare quelle con le quali Georges Méliès ha lasciato un segno ben impresso nella memoria collettiva. Così il cinema risultò lo strumento ideale per realizzare le visioni oniriche di una società costretta alle banalità del quotidiano, si vivesse in tempi di pace o di guerra, di prosperità o di miseria. E come all’inizio, così soprattutto ai giorni nostri, il cinema diventa sempre più “fantastico”, grazie proprio agli effetti speciali che con l’ausilio dell’elettronica, del computer e dei sempre più sofisticati processi digitali, speciali lo sono diventati al punto che non si riesce a immaginare come possano diventarlo di più.

Eppure abbiamo appena cominciato; l’era dell’elettronica è solo agli albori. Quasi certamente sarà procedendo in questa direzione che in un futuro più o meno remoto si giungerà ai trasmettitori di materia e ai viaggi nel Tempo, forse le due utopie estreme, ai limiti della progettualità umana. Oltre, resterebbe soltanto la possibilità di imparare a creare con la forza della mente, a imitare Dio stesso. E voglia Dio impedirci di arrivare a tanto: se non siamo capaci di evitare pasticci con l’energia atomica, quali possibilità avremmo di fare meglio con l’energia mentale? A questo proposito un film come Il pianeta proibito, col suo illuminante monito, ha parecchio da insegnare.

Giuseppe Festino presenta Franck Paul

Frank R. Paul

Questa pellicola, nonostante risalga agli anni ’50, rimane una delle migliori del genere. Con un’idea forte alla base, una colonna sonora all’epoca innovativa, una scenografia semplice ma suggestiva, con la sola figura del robot Robby offre un esempio di design sorprendentemente moderno. Altrettanto avveniristico doveva apparire ai contemporanei il risultato degli intenti artistici di Frank R. Paul, Howard V. Brown e Hans Waldemar Wessolowski, nonché dei loro predecessori Isidore Grandville e Albert Robida, tanto per citare un gruppetto sparuto tra i maggiori artisti che lavorarono per l’editoria fantascientifica americana nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale i primi, e a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gli ultimi due.

Nonostante le pretese di magnificenza degli uni e le giustificabili ingenuità degli altri, sono loro che hanno posto le fondamenta di tutta la ricerca stilistica futura, insieme alla nutritissima schiera di illustratori e fumettisti che apparvero immediatamente dopo, tra cui conviene nominare Alex Raymond, il quale col suo Flash Gordon mise a disposizione di ingegneri, architetti e maestri dell’alta moda a venire un’abbondanza di idee innovatrici. Non pare anche a voi che Paco Rabanne (abiti di plastica trasparente), Mary Quant (minigonne) e compagnia bella, abbiano qualche debituccio nei riguardi di costoro, per lo più relegati nell’angolo riservato alla categoria dei visionari con la testa tra le nuvole?

A proposito di “suggerimenti”, se all’origine della forma dei missili sta l’idea elementare della freccia, è pur vero che dopo l’”invenzione” di veicoli spaziali assolutamente privi di linee aerodinamiche (ovviamente inutili là dove manca l’aria) proposti dal capostipite degli illustratori “tecnologici” Christopher Foss (a sua volta debitore nei riguardi dei designer di 2001: Odissea nello spazio), i progettisti della NASA hanno ripreso a concepire mezzi spaziali più conformi allo spunto originale, in considerazione del fatto che, e comunque, prima o poi gli stessi dovranno uscire e rientrare in un’atmosfera. Lo space shuttle è solo il primo esempio.

Non è escluso, pertanto, che già nei primi anni del prossimo millennio i nostri figli, prima ancora dei nostri nipoti, rivedranno sulle copertine dei libri di fantascienza (o del loro equivalente virtuale) qualcosa di simile a quello che abbiamo ammirato noi attorno alla metà dello scorso secolo.

Chesley Bonestell

Chesley Bonestell

In quello stesso periodo, negli Stati Uniti operava un artista al quale offrirono l’incarico di visualizzare i progetti dell’ingegnere tedesco Wernher von Braun, progetti che riguardavano stazioni orbitali e macchine per l’esplorazione della Luna e di Marte. Così come alla maggior parte di coloro che amano gingillarsi nel campo dell’immaginario, anche a Chesley Bonestell gli orizzonti della Terra andavano alquanto stretti, e ciò gli permise di realizzare immagini affascinanti (le prime concettualmente valide nella storia della conquista spaziale), ancor più di quelle che gli avevano affidato gli architetti progettisti del Golden Gate, a San Francisco. Niente che non si potesse prevedere da un talento che tanto precocemente aveva manifestato la propria predisposizione per gli spazi cosmici e la visione d’altri mondi. Un’ulteriore conferma della sua autentica passione fu la collaborazione con gli studios hollywoodiani che gli chiesero di realizzare soprattutto scenari extraterrestri per i film Uomini sulla Luna, La guerra dei Mondi, Quando i Mondi si scontrano, e La conquista dello Spazio. Erano i paesaggi alieni a interessarlo, una verità ribadita da un gran numero di copertine per riviste fantascientifiche e, ancor prima, dalle pagine del settimanale Life. sulle quali apparve uno splendido servizio che rappresentava i verosimili scenari dei pianeti del nostro sistema solare dipinti da Bonestell.

Certamente fu la spettacolare qualità di quelle immagini a indurre quelli della mecca del cinema a richiedere la sua collaborazione. Nel solco da lui tracciato, i realizzatori delle matte painting che ogni tanto lavorano tutt’oggi nonostante i sempre più sofisticati computer, solo in tempi più recenti stanno esprimendosi al meglio, raggiungendo con la loro artigianalità una qualità fotografica che rende le loro opere preziosamente iperrealistiche.

Decisamente in anticipo sulle minuziosissime fatiche dei suoi colleghi odierni, l’incanto degli scenari bonestelliani resta comunque intatto nonostante gli anni trascorsi. Egli fu così precoce che il termine “science fiction”, insieme a tutto quello che sottintendeva, era di là dal venire concepito, escludendo l’artista – per quel che se ne sa – dalla possibilità di immaginare che all’interno delle molecole degli stessi colori che adoperava per creare i suoi capolavori, esistevano infiniti paesaggi microcosmici, altrettanto – se non più – stupefacenti di quelli che lui stesso stava mettendo sulla tela.

A noi, testimoni dell’oggi, nel momento irripetibile di questo cambio di millennio, oltre che di secolo, non resta che consolarci di aver avuto, grazie alla fantascienza, grazie alla vista della mente, di gran lunga più ampia di quella dell’occhio, almeno un assaggio dei tempi che non potremo vivere. Nel consegnare ai posteri le meraviglie del 3000, nulla ci impedisce di augurarci, però, che gli scienziati si sbrighino a trovare se non il siero dell’eterna giovinezza, almeno quello per una lunghissima vecchiaia, in modo da permetterci di sperare ancora per un po’ che se ne perfezioni sempre più la formula.

Giuseppe Festino presenta Chesley Bonestell

Chesley Bonestell

 

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