Dopo la storia di Robert Sheckley che vi abbiamo presentato la settimana scorsa, adesso è la volta del breve racconto elaborato da Giuseppe Festino, che, come già spiegato, rimase un po’ deluso dal finale di Robert.

Ecco quindi il racconto rivisto da lui…

 

Oltre i contorni di pietra e metallo levigati della finestra circolare, c’era la notte. Lo scenario della città adagiata nella pianura lontana, oscura, immensa e senza voce, era di una suggestione infinita.

L’uomo era una cupa figura eretta sullo sfondo del cielo stellato. Stava immobile, con le braccia abbandonate, gli occhi fissi nei quali si rifletteva solo la luce degli astri. La sua anima era sommersa da una marea di disperazione. Osservava con uno sguardo da cieco la testimonianza che gli esseri umani avevano lasciato di sé prima che l’istinto demoniaco da loro stessi scatenato li cancellasse tutti. Con loro ogni forma di vita era stata annientata. La razza umana era scomparsa nell’immane suicidio, e le opere da essa stessa erette giacevano nell’abbandono.

Quella città era un esempio.

Nessuno sapeva bene com’era iniziato – e, ormai, più nessuno poteva dirlo – ma com’era finito, questo sì, almeno uno lo sapeva.

Lui, l’uomo (aveva un nome? Ne aveva mai avuto uno? Ma quale importanza poteva avere un nome, a questo punto?), lui, l’eccezione, il sopravvissuto, colui il quale la sorte aveva prescelto affinché la specie, sintetizzata in un unico individuo, versasse un’ultima lacrima sulla terra sterile, lui sapeva qual era lo spaventoso risultato.

Eppure non poteva piangere: l’angoscia era sproporzionata e non lasciava posto ad altro che a sé stessa. L’uomo non piangeva; i suoi occhi erano schegge di ghiaccio tra le palpebre socchiuse, fissi nella notte.

La finestra si affacciava sull’abisso che si apriva sotto la casa, e in fondo all’abisso era la città. Le ardite linee architettoniche, dinamiche e quiete allo stesso tempo, erano la prova di quella che era stata la gloria dell’Uomo. Pareti verticali avviluppate da spirali di strade aeree, cristalli risplendenti di riflessi stellari, voragini di spazio tra piani e piani di strade che si slanciavano nell’oscurità fonda dei canyon urbani in ampie ed eleganti curve, mentre il silenzio di una notte senza respiro gravava ovunque.

Oltre il viluppo di vetri e metalli, i monti tornavano a erigere la loro mole dalle vette innevate, lontani all’orizzonte. Su tutto, un tutto simile a un uno sterminato drappo fatto come da un velluto di varie tonalità di blu profondi, si stendeva il cielo intessuto di scintille siderali. Si stendeva il bagliore soffuso della Via Lattea che abbracciava l’intero arco del cielo, contro un panno di blu profondo. Mai più avrebbe ascoltato il frinire degli insetti nella quiete notturna, o il canto stridulo di un uccello solitario; né avrebbe udito ancora il pulsare sommesso dei veicoli saettanti sulle piste terse, o l’uragano prodotto da milioni di voci che discutevano, gridavano, amavano. Ora era tutto silenzio. Inerzia totale e oblio assoluto.

Un fruscìo di tessuto lo strappò dalla sua immobilità, provenendo dall’oscurità della sala alle sue spalle. Un suono appena udibile, che pareva lontano, remoto come i suoi ricordi. Batté appena le palpebre e increspò le labbra in un’espressione di rammarico. Con un movimento rigido voltò le spalle alla notte, sostituendola con un muro di tenebra. Il mondo era finito. Tutto era finito. Perché lui viveva ancora? Vide davanti a sé lo spettro della solitudine e rabbrividì. Il chiarore tenue delle stelle disegnava la sua ombra sul pavimento.

Quell’oscurità gli balzò addosso. Gli sembrò di soffocare. Desiderò la luce e la creò.

Questo poteva ancora farlo. Ora ch’era rimasto solo, unico essere pensante sulla Terra, possedeva la facoltà di creare. Nella sua condizione di solitudine, non era forse il Sovrano, il Dio-Uomo? Ora possedeva un mondo, poteva ottenere ciò che desiderava con la sola volontà. Ma a quale condizione!

Posò lo sguardo sulle pareti di onice levigata, sui tessuti ricchi che drappeggiavano i vani, sui cristalli e sugli avori delle suppellettili. Aveva voluto una dimora a sua misura, e gli era bastato questo per possederla. Ma a che pro? Era pur sempre solo, disperatamente solo, e neppure il suo potere sarebbe stato in grado di colmare il vuoto che lo circondava.

Poteva procurarsi cibo, calore, un poco di conforto, però l’idea di ripopolare il pianeta con fantocci scaturiti dalla sua mente era inconcepibile. L’attorniarsi di esseri usciti dal niente, senza un passato, un ricordo qualunque, privi di qualsiasi individualità sarebbe equivalso a porre il mondo nelle mani di automi di carne e ossa che non avrebbero potuto discernere tra il concetto di bene e di male, e a sprofondare se stesso in una solitudine ben peggiore. Sarebbe stato più solo che mai, in mezzo a una folla di assurde macchine umane.

Guardò la donna che stava rannicchiata su un tappeto di zebra, lo sguardo fisso su di lui, implorante. Un gingillo di carne bianca, solo un oggetto fra tanti altri. Una bella macchina alimentata di sangue, rivestita di epidermide.

– Cosa devo fare di te? – La voce dell’uomo, spenta al pari della sua anima, risuonò tra parete e parete. Non si era rivolto a lei, ma a sé stesso, ancora una volta invano.

Nel silenzio che seguì, intatto e innaturale, ognuno di loro parve racchiudersi nella propria disperata desolazione. Poi la donna si sollevò, si modellò la veste sui fianchi, rassettandola, e gli si avvicinò, con gli occhi sempre fissi nei suoi.

– Non sono una tua creazione – disse. – Guardami, puoi veramente pretendere di avermi fatta tu? Io sono vera quanto te, sono nata come te e vissuta come te. Come puoi dubitarne?

Egli sostenne il suo sguardo, tacendo, combattuto dal desiderio di crederle e dalla certezza che lei non era quello che sembrava. Eppure finora non aveva trovato nulla in quella femmina che sostenesse la propria convinzione. Tranne il fatto che era comparsa quando aveva desiderato una compagna.

Aveva voluto una donna per sé, e la donna era giunta a lui, semplicemente.

Quando l’aveva trovata, due giorni prima, sola, smarrita e disperata come lui, aveva ritrovato la forza di accettare la sorte.

Poi una delusione ancor più grande della sua assurda situazione aveva crudelmente sopraffatto quel breve momento esaltante.

Effimera, la gioia era svanita di colpo com’era scaturita, perché il dubbio si era insinuato nel suo cervello. Un dubbio che aveva preso corpo fino a trasformarsi in certezza, ricacciandolo nello sconforto. Aveva toccato il fondo, e ora niente poteva aiutarlo a riprendersi, nemmeno la propria volontà.

Si costrinse a staccare lo sguardo dagli occhi sinceri di lei per riportarlo sulla notte, sullo spettacolo di un mondo perduto sotto la coltre di un silenzio mortale.

– Devi credermi! – La sua voce risuonò come un urlo di angoscia. Lo afferrò per le braccia, costringendolo a voltarsi verso di lei, a guardarla in viso. – Devi credermi, ti scongiuro. – Tacque, aspettando una sua reazione, un gesto o una parola, ma lui non disse nulla. Lei abbandonò il capo sul petto dell’uomo, più disperata che mai. – Devi credermi – ripeté. – Ti prego, credimi, credimi, credimi…

Quell’abbraccio, quel contatto era reale come la desolazione che sconvolgeva il suo fragile essere, lui lo avvertiva. Sentiva la stretta convulsa delle dita nelle braccia, la pressione del capo sul torace, il tepore e la morbidezza del suo corpo di donna. Era tutto reale, sì, vero e reale come il cibo che si procurava quando aveva necessità di nutrimento.

– Non posso. – avrebbe voluto non dover pronunciare quelle parole, ma vi era obbligato. La sua coscienza glielo comandava. – Non posso. No, non posso…

Allora la donna si scostò da lui, lasciandolo andare, indietreggiando di qualche passo. Disse, sconfitta: – Mi dispiace…

Egli annuì, comprensivo. – Lo so. È doloroso, posso capirlo. E credo lo sia ancor più per me. Ma… non posso. Davvero. – dopo una pausa aggiunse: – Cosa farai, ora?

– Questa è una domanda che dovrei farti io. Cosa farai, tu? Era giusto. Cosa avrebbe fatto, lui?

– Non lo so… Non ne ho idea. Ho un’eternità per decidere, ora proprio non so.

– Un’eternità… – Lei parve concentrarsi su quell’unico pensiero. – Un’eternità per cercare una donna vera, una donna che possa diventare la tua compagna. – Tacque di colpo, poi sbottò: – Non la troverai! Non troverai mai un’altra donna vera: sono rimasta solo io. – Abbassò lo sguardo, e per un attimo lui credette che stesse per mettersi a piangere. Si portò le mani al viso, quasi per nasconderlo mentre risollevava il capo. Tra le dita disse: – Per l’ultima volta, credimi, ti supplico…

– L’uomo serrò i pugni, lottando per dominare la parte di sé che avrebbe voluto assecondarla, che sentiva cedere. Finché l’ostinazione ebbe il sopravvento.

– No, non posso.

– Lei a questo punto capì che la propria insistenza era inutile. Non le avrebbe mai creduto, e per questo avrebbe preferito tutto, fuorché dividere la sua vita con lei. In un certo senso lo ammirava perché era coerente. Integro e perfetto. Al punto da non accettare compromessi nemmeno con sé stesso. Anche lui pretendeva troppo – il giusto, infine – quello che gli spettava di diritto. Come lei. Aveva preteso troppo e quell’uomo era perfetto, troppo perfetto per farne il suo compagno.

Ebbe un attimo di incertezza, ma ormai non le restava che rassegnarsi. Sarebbe stata comunque sola, con lui o senza di lui.

E così come lo aveva creato, lo distrusse.

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