Massimo Mongai al 3 di novembre, avrebbe compiuto 71 anni. Invece il primo novembre del  2016, poco prima di riuscire a compiere 66 anni Massimo ci ha lasciati. Ma nella sua innata generosità, ha anche disposto che fossero visibili e scaricabili completamente gratis per tutti, due dei suoi migliori romanzi: Memorie di un cuoco di astronave e Il gioco degli immortali. Si possono ottenere entrambi da Liber Liber. Sfidando in qualche modo i vari possibili copyright, abbiamo già pubblicato i primi due capitoli de “Il gioco degli Immortali“, perché a mio modio di vedere sono un regalo che mi piace fare a Massimo e soprattutto a me stesso, in occasione del mio compleanno, non molto distante da quello di Massimo.

Il gioco degli immortali 1
Il gioco degli immortali 2

All’età di 35 anni, in una bella mattinata di aprile ho avuto un incidente stradale e poi, non so quanto tempo dopo, sono morto. Eppure, La prima impressione fu di essere in un ospedale, in una stanza ampia, grossomodo, sei metri per sei. Non c’era nient’altro. Poi una voce: — Sono in attesa richieste — disse la voce. — Ho fame! Ho sete! Dammi del cibo! — dissi io e dopo un bel po’ di incomprensioni tra me e lei, la Voce fece apparire sul mio letto pane a prosciutto. E poi molte altre cose: io chiedevo e la Voce mi riforniva di qualsiasi cosa, da una mitraglietta a un carrarmato. Le mie richieste furono assurde e troppe fino a quando si aprì la porta e fui immesso chissà dove: un pianeta con due lune. Qui incontrai una tigre dai denti a sciabola. Infine fui catturato dai predoni che mi trapassarono con una lancia e morii di nuovo. Mi ritrovai nello stesso ospedale di prima e questa volta mi preparai bene per essere immesso in un mondo con specie animali identiche a quelle terrestri, specie terrestri estinte e specie animali non terrestri; avrei trovato anche esseri umani in tutto e per tutto simili ai terrestri, come noi violenti ed aggressivi, ma forse non più di noi. Se fossi stato ucciso, sarei stato resuscitato all’interno di questa macchina. Ma sarebbe successo di nuovo? Questa volta mi preparai un accampamento quando uscii. Lo protessi con mine, e mi rifugiai in una grotta lì accanto. Poi mi costruii una capanna. E una piattaforma. Dopo un anno, mi dedicai alle altre difese passive. In fondo alla vallata, intravidi campi coltivati e un villaggio fortificato. Una mattina vicino al ruscello scorsi un gruppo di bruti che avevano attaccato un gruppo di persone uccidendo gli uomini e violentando le donne. Fortunatamente avevo chiesto anche un fucile di precisione alla Voce e da lontano riuscii a uccidere molti di quegli ignobili. I due uomini superstiti forse non avevano mai visto un fucile, ma da dietro un carro cominciarono a tirare frecce e verrettoni. Ci fu una vera battaglia. Tutti gli assalitori e tutte le donne, tranne una, morirono: la superstite era dura, bellissima e veloce e mi aveva salvato la vita. Le feci capire che era meglio se mi avesse seguito: io non ne so molto di lingue, ma quella che parlava lei era sicuramente di origine indoeuropea. Quando, dopo un po’ di mesi, riuscimmo a capirci, seppi che si chiamava Spiga di Grano, per via dei suoi capelli biondi; era una ballerina e una acrobata e quella massacrata al guado era la sua famiglia. Uomini e donne della sua tribù erano tutti addestrati al combattimento, per necessità. Seguì per noi un anno di caccia e facemmo l’amore tantissime volte, poi decisi di dover tornare a valle. Spiga di Grano chiese: — Quando partiamo?

 

Pareggiare i conti

Ma io me lo chiesi, il perché.

Perché tornare a valle? Per cercare di capire qualcosa del perché e percome ero lì?

No, a questo avevo rinunciato. Non solo non sapevo perché ero in quel mondo, non me ne importava più niente; anzi, erano mesi che non ci pensavo più.

Ci ripensai solo perché mi accorsi che ero curioso di altro: cosa c’era in quel mondo? Che gente, che popoli, che vita ci si faceva? Come potevo cambiare la mia? Perché la lingua di Spiga, che fra l’altro era una sorta di lingua veicolare diffusissima sul pianeta, era così simile alle lingue indoeuropee? Visto che non sembrava potessi in nessun modo andarmene da lì, non valeva forse la pena di restarci al meglio? E quindi di conoscere tutto quello che c’era da sapere?

Capii che io “volevo” restare lì.

Anche se avessi potuto tornare indietro alla mia vita di prima, non lo avrei fatto. Era una vita feroce, e selvaggia quella che avevo fatto lì, fino a quel momento. Ma mi aveva cambiato. Ero più sicuro di me, ero indurito, ero capace di centrare un uomo a trecento metri, di uccidere con il coltello e di combattere come non ero stato mai sulla Terra.

E del resto per quale motivo avrei dovuto diventare un buon tiratore sulla Terra? O un killer? A quale scopo? La vita su quel pianeta mi aveva dato una occasione per realizzare i miei sogni infantili, forse, quelli di onnipotenza sadica. Anche se, finora, a proposito di sadismo, io ero più una vittima che un carnefice: ero addirittura già morto e risorto.

Di sicuro quel mondo mi aveva cambiato. Io non ero più quello che ero.

Ed era senza dubbio un mondo affascinante. Spiga me ne aveva parlato a lungo e mi aveva descritto i luoghi ed i popoli che aveva incontrato e le meraviglie che aveva visto oltre a quelle di cui le avevano parlato. Anche facendo la tara su quanto diceva di una qualche esagerazione infantile, sembrava comunque un mondo affascinante a dir poco.

E poi io stavo benissimo.

C’era qualcosa in me che finalmente percepivo completamente. La mia non era solo forza da esercizio, da addestramento. Era qualcosa di più. Ero pieno di una energia che non aveva spiegazioni possibili. Avevo già notato che nel farmi rinascere il mio corpo era stato ricreato identico all’originale, sì, il viso era il mio, le mani erano le mie, le riconoscevo; ma ad esempio i denti erano di nuovo tutti miei: quelli che avevo perso e sostituito con capsule erano stati rimessi al posto loro. Denti veri, non protesi.

Avevo poi scoperto che l’energia che avevo si esplicava anche in altri modi. Ad esempio nel fare l’amore con Spiga. Ero instancabile.

In altre parole chi mi aveva “rifatto” il corpo, me lo aveva migliorato. E con tutta questa energia “giovanile” in più, potevo restare a fare la vita del pensionato nella casetta in montagna?

Quando decisi di scendere a valle, Spiga di Grano non mi disse altro che quando. Ma il suo perché lei lo aveva ben chiaro in mente.

Voleva ammazzare Ut, il “fatriscios” comandante del forte che aveva ordinato di violentare lei, sua madre e sua sorella e di uccidere tutti gli uomini della sua famiglia, perché lei gli si era rifiutata.

Me lo disse mentre scendevamo.

Non mi pareva una buona idea, e glielo dissi.

Lei sorrise e disse ridendo:

— Oh, no, è un’idea bellissima. Però lo voglio catturare vivo per torturarlo con comodo. Ho pensato a molte cose interessanti che potrò fare ai suoi testicoli. Non morirà né presto, né facilmente.

E sorrise di quel suo bellissimo e luminoso sorriso. Qualche volta mi faceva ancora paura.

Nei dieci giorni che ci mettemmo per arrivare di nuovo in vista del forte non ci fu verso di farle cambiare idea.

E più io gli dicevo che era una pazzia, più lei sorrideva e mi prendeva in giro. Semplicemente dava per scontato che stessi scherzando!

Al forte giungemmo come due Frati Cercanti. Fu un’idea di Spiga di Grano. Disse che i Frati Cercanti vanno sempre in giro con un saio con un cappuccio che gli copre quasi completamente il viso perché sono tutti uomini o donne che devono espiare una grande colpa e non vogliono farsi riconoscere, così possono a volte fare del bene a coloro cui hanno fatto del male, che se li riconoscessero potrebbero ucciderli o perdonarli troppo facilmente. Porta male guardare sotto il cappuccio di un Frate Cercante, per cui nessuno (o quasi) lo fa.

Si raccontano leggende di persone morte fulminate da un qualche dio per aver guardato sotto il cappuccio; ma i più scettici dicono che non è stato un dio, ma lo stiletto del frate che non si vuole far riconoscere. Insomma, o per l’uno o per l’altro motivo, il risultato è lo stesso: nessuno vuole sapere chi siano. Anche perché portano sempre con sé notizie o beni preziosi d’altro tipo.

“E poi che ne sai di chi è parente un Frate Cercante?” recita un proverbio noto ovunque.

I sai ce li procurammo lavorando delle stoffe che avevo con me. Raccolsi nelle bisacce diverse cose che avrebbero potuto essermi utili, ci caricammo di armi di tutti i tipi, ma scegliendo le più leggere; ed io “chiusi casa”.

Ci avevo abitato felicemente per due anni, in fondo, e un po’ mi dispiaceva lasciarla. Sperai di rivederla prima o poi, ma riuscii a separarmene con una leggerezza che non era mia; voglio dire, non ero così, due anni prima, quando ero arrivato lì: allora ero com’ero sulla Terra, ormai ero diverso; non mi attaccavo più ai luoghi e alle cose. Ormai volevo e dovevo andare altrove, senza lasciare niente dietro di me.

Liberai gli animali che avevo con me, chiusi ogni pertugio e lo mascherai con rovi e pietre, sperando che nessuno trovasse mai la casa, nell’eventualità avessi voluto tornarvi. Ma sapevo che non vi sarei mai tornato.

Entrammo al forte senza incertezze. Io avevo la mano, sotto il saio, sul mio Uzi silenziato e con il selettore di tiro sul colpo singolo; e tenevo a portata di mano altre cose un po’ più pesanti, come una bomba “ananas” e altro ancora. Ero nervoso ma in fondo non più di tanto. Spiga di Grano non aveva voluto armi da fuoco, lei preferiva spada e stiletto.

I Frati Cercanti avevano sempre merci “magiche” con sé: spezie, medicamenti, droghe. Per cui ci dirigemmo subito dall’unico speziale del forte a mostrare le nostre merci e per avere in cambio più che denaro, informazioni.

Oot, lo speziale disse che nulla di ciò che mostravamo lo interessava (e non era vero: l’oppio che avevo con me era purissimo, senza dubbio più puro di quello del pianeta e quello lo voleva, oh, se lo voleva!) ma ci offrì un tè e dei pasticcini e un po’ di conversazione.

Esattamente ciò cui noi tenevamo di più.

— Il vecchio signore Ut? — disse ad un certo punto, dopo mezz’ora di banalità — Ah, sì, ma ora è a valle, con la sua scorta, all’altro forte di scambio, quello più ricco e comodo della pianura. Eh, Ut sa fare bene i suoi affari. Di forte in forte, arriverà alla capitale, vedrete!

Ci bastava. Troncammo i convenevoli e passammo alle trattative.

Le trattative le condusse Spiga di Grano.

— Speziale, vuoi l’oppio? È cento volte più potente di quello cui sei abituato, quindi stai attento quando lo usi. Ma se lo vuoi devi darci una libbra di sanguedivenanera.

Cosa fosse, non ne avevo la più pallida idea. Ma dalla faccia che fece Oot, capii che non doveva essere una bella cosa.

— Ma cosa dici? Io non ne ho! È merce proibita dallo Czari, lo sanno tutti!

Spiga di Grano estrasse il suo stiletto e glielo puntò alla gola.

— Mastro speziale, tu hai almeno due libbre di sanguedivenanera, lo so di sicuro. Noi ne vogliamo una sola. Ora scegli tu: o ci dai ciò che vogliamo in cambio di due libbre dell’oppio più potente che avrai mai; o noi prenderemo ciò che vogliamo dopo averti tagliato le palle ed avertele infilate in gola prima di tagliartela…

Era un tipino così, Spiga di Grano. Aveva venti anni, era una ballerina, una prostituta parttime, una donna bionda bellissima, una amante dolce come il miele; ed una maniaca omicida sadica e torturatrice. Con la fissa di castrare la gente.

Oot ci dette tutto quello che volevamo. E noi gli demmo l’oppio che lui voleva. Lasciammo subito il forte, dopo aver comprato due muli da un mercante. Lungo la strada gli chiesi cosa fosse il sanguedivenanera e come facesse a sapere che lui ce l’aveva.

— Lo sapevo perché glielo aveva venduto mio padre quando venimmo al forte. È un potentissimo allucinogeno, ma solo in dosi infinitesimali. Altrimenti è un veleno letale e rapidissimo. Ci potrà servire a molte cose: con quello che abbiamo, sciolto in un acquedotto, potremmo distruggere o addormentare una città. Mi piace uccidere con lo stiletto, ma molto, molto di più con il veleno…

Non mi stava portando su una buona strada, lo sentivo.

Due mesi dopo avevamo finalmente raggiunto l’ultima destinazione di Ut. Al forte di pianura avevamo saputo che aveva avuto (o comprato o usurpato, le versioni erano contrastanti) un’altra promozione e che ormai era a Umatsomai, una città vicino al mare. Era lontana e avremmo dovuto viaggiare a piedi ed a lungo. Ma Spiga non esitò un attimo a decidere anche per me. E ci avviammo lungo la pista dei carri.

Strada facendo fummo aggrediti dai banditi ben tre volte. Solo la prima volta corremmo qualche rischio e solo perché stavamo facendo l’amore.

Era notte fonda, e noi eravamo su una piattaforma costruita da altri viaggiatori, su un albero, per evitare i predatori della pianura: lupi per lo più che non si arrampicano sugli alberi.

Ma Spiga di Grano era irrequieta e scherzava, e mi spingeva e rideva. Quella sera mi irritava. Alla fine la presi per i capelli, sulla nuca, e glieli tirai dicendogli di smettere. Lei gridò brevemente, poi cominciò ad ansare leggermente, passandosi la lingua sulle labbra. Come una gatta. L’avevo imparato da un pezzo ormai: un po’ di brutalità nel fare l’amore la eccitava sempre.

E mentre facevamo l’amore sul ramo principale, sotto di noi alcuni briganti stavano salendo in silenzio.

Erano vestiti di verde scuro e li notammo all’ultimo istante. Io avevo l’Uzi a portata di mano. Lo presi e senza nemmeno staccarmi da Spiga di Grano sparai ai primi due. Lei si staccò, salì sull’albero, prese la sua balestra, incoccò e ne colpì un altro di quelli che salivano.

Al vedere cadere i tre corpi ed al rumore degli spari quelli di sotto scapparono. Io indossai il visore notturno e sparai alle spalle di quelli che vedevo ancora nella radura. Ne uccisi altri due.

Spiga di Grano era eccitatissima e volle che continuassimo a fare l’amore ma io mi rifiutai. Ed onestamente soprattutto perché la situazione non era evidentemente sicura come credevamo ed occorreva trovare un altro posto che fosse veramente più sicuro. Cosa che facemmo. Ma a Spiga dispiacque più che a me.

Le altre due volte invece fu come schiacciare gli scarafaggi: facile quanto necessario.

Raggiungemmo Umatsomai. Prima di entrare in città decidemmo di cambiare aspetto, nel caso fossero stati vivi e nascosti intorno a noi gli amici dei molti briganti che avevamo eliminato fino a quel momento; e nel caso i superstiti fossero in città con altri amici. Ci vestimmo semplicemente da viaggiatori, decidendo di definirci mercanti.

Umatsomai era una città portuale, abbastanza grande e ricca di traffici e di merci e di varietà di popolazioni. Assomigliava all’idea che mi ero fatto di Amalfi al tempo delle Repubbliche marinare. Ricca, sontuosa, piena di gente, di merci, ma stranamente non sporca. Anzi. C’era un vero e proprio servizio di “nettezza urbana”. E mi resi conto che questo era vero anche nei forti. Avevo notato che su quel pianeta, che aveva per quel che ne avevo visto finora un livello di civiltà medio diciamo rinascimentaleeuropeo, non c’era la abituale sporcizia di quei secoli.

Ogni centro abitato che avevo visto era provvisto di fogne, bagni, fontane, acqua in abbondanza; e gli abitanti che vivevano in città, non puzzavano e si lavavano regolarmente, come parte integrante dei loro comportamenti abituali. Era come se, almeno in quello, fossero qualche secolo più avanti di quel che dovessero essere.

Trovammo alloggio in una locanda con le finestre sul porto. Era un luogo quasi idilliaco, con la facciata della locanda coperta da un rampicante, che mi sembrò una grande “bouganvillea” fiorita, con le stanze ampie e luminose; e per di più in quella locanda si mangiava anche bene, e pesce fresco, pesce di mare per di più! Che non mangiavo da anni, ormai.

Nella stanza c’era un bagno, il materasso era di lana cardata, messo su tavole, i cuscini di piume, le lenzuola di lino bianco. Sembrava veramente un albergo di lusso della Terra, per certi aspetti, con una architettura raffinatissima e molto “mediterranea”.

Ma Spiga di Grano era nervosa. Quando tornò in camera dopo il giro che aveva fatto in città, aveva con sé un fagotto. Lo poggiò silenziosa sul tavolo e mi guardò. Io stavo pulendo la mia arma e a mia volta la fissavo. Alla fine si decise a parlare.

— Tu non puoi morire, vero?

Mi colpì.

Da cosa lo aveva capito? Cosa sapeva? Cosa se ne sapeva sul pianeta? Ma mi prese subito paura di ciò che significava, di ciò che avevo cercato di rimuovere fino a quel punto, e cioè del fatto che c’era qualcuno di così potente e vero in quel mondo da potermi far rivivere se morivo. E non volli sapere.

— Forse. Non lo so, non ne sono sicuro… ma non ne voglio parlare.

Scosse la testa.

— Per me va bene. Voglio solo che tu sappia che non me ne importa niente.

Fece una pausa pensando a chissà cosa, poi alzò gli occhi mi sorrise e disse:

— Ho trovato Ut.

Fece una rapida piroetta su se stessa, come avesse appena detto di avere un appuntamento con un innamorato.

— Vive nel palazzo sul molo, quello che supervisiona l’ingresso al porto. Lui è stato nominato capo del Porto e quella è la sua sede. Domani andrò lì e mi offrirò a lui. Così lo potrò uccidere tranquillamente. Allora, mi vuoi aiutare?

Smisi di pulire l’Uzi e rimasi un secondo in silenzio.

— Ti riconoscerà.

— No. Non solo è passato più di un anno, ma soprattutto io mi tingerò la pelle ed i capelli, con una tintura, questa — e tirò fuori un piccolo orcio di terracotta. — Mi farò bella, sarò sensuale e desiderabile e lui non potrà non desiderarmi. Ed io lo castrerò: glielo farò diventare duro e lo castrerò e poi lo guarderò morire dissanguato.

Era proprio un vizio!

— Ti uccideranno.

— Pazienza. Mi reincarnerò in una principessa per questo atto eroico: non sono una immortale, ma il diritto alla reincarnazione è di tutti. Mi vuoi aiutare? Non per salvarmi la vita, solo per aiutarmi a portare a termine il mio compito. Lui è vivo e la mia famiglia no. Questo stato di cose è ingiusto e non deve durare.

La guardai.

Pensai che forse, se avesse fatto quello che voleva si sarebbe calmata, e sarebbe stata dolce per sempre; e con me. E in fondo Ut era un assassino della peggior specie, quella dei potenti che non pagano mai per i loro crimini.

— Va bene. Ma studiamo bene come fare, le vie di fuga e tutto il resto.

Avevamo denaro per fortuna. Oot ci aveva anche cambiato i pezzi d’oro che avevo con me in valuta locale, di pezzi d’argento, utili per acquisti di tutti i tipi ed a basso prezzo in una città che sembrava veramente avere di tutto.

Comprammo quindi tutto ciò che ci serviva: abiti, belletti, una piccola carrozza, cavalli. E ci presentammo al palazzo di Ut, io con il nome di Fiume Inquieto, il protettore, e lei Mora di Gelso, la puttana.

Spiga di Grano era veramente diventata Mora di Gelso: non aveva solo cambiato il colore dei capelli ma anche quello della pelle, che aveva scurito su tutto il corpo con una delle creme che aveva comprato. Sembrava una bellissima ragazza araba, su cui gli occhi celesti spiccavano ancora di più. Portava un saio con cappuccio, viola, che la copriva da capo a piedi e che teneva stretto al collo.

Ma sotto aveva indossato una “mise” così sexy, fra gioielli, e corte e strette fasce di stoffa, e colori dipinti sulla pelle che avrebbe trascinato alla lussuria anche un santo omosessuale votato alla castità.

Su un capezzolo si era fissata, trafiggendolo, un anello d’oro con un piccolo pendente.

— So che questo gli piacerà… — disse sorridendo serafica e leccandosi via la goccia di sangue che ne era uscita.

Ut ci ricevette. Per riuscirci era bastato aprire il saio di Mora di Gelso, progressivamente, dinnanzi ai vari funzionari che di volta in volta ci chiedevano cosa volessimo dal “fatriscios” e poi, dopo un’occhiata, ci rimandavano al funzionario successivo.

Arrivati nel salone dove Ut teneva corte, ci inchinammo. Il funzionario parlò all’orecchio di Ut che ci fece cenno di avvicinarci.

Ci avvicinammo ed io mi presentai e presentai Mora di Gelso, che ad ulteriore piccola mimetizzazione portava un piccolo velo bianco sul viso.

E che sorridente come una bambina colta a fare uno scherzo, aprì il saio.

Anche Ut rimase colpito. Molto colpito.

— Bene, bene, Fiume Inquieto, la tua protetta ha veramente qualcosa da far vedere, direi. Bene. Bene, bene, bene. Resterete nel mio palazzo, almeno per un po’. Parla delle sue tariffe e delle modalità di congiungimento con il mio Maggiordomo. Stasera sarete alla mia tavola.

E si allontanò, seguito da altri cortigiani vocianti.

Mmot il maggiordomo mi ricevette subito e con lui concordai le modalità di “servizio” di Mora di Gelso. La prostituzione d’alto bordo, delle donne giovani e belle, su quel pianeta, o almeno in quell’area, era una attività professionale vera e propria, di cui andavano concordate tutte le modalità d’uso, per così dire: quante volte, in quali e quanti modi, con quale grado di trasporto, se con o senza figli, per quanto tempo.

A volte un accordo all’origine puramente sessuale e mercenario temporaneo, poteva diventare un vero e proprio contratto di concubinato, e nelle classi inferiori anche di matrimonio.

Certo, era cosa soprattutto per i ricchi e potenti, ma solo perché i più poveri non se lo potevano permettere.

Poi, al porto, nei vicoli e nelle taverne si trovava anche la più tipica prostituzione da strada, di infimo livello. Ma fra le donne di strada in senso proprio le giovani e belle erano rare. Spiga mi aveva ben istruito a riguardo ed io concordai con il maggiordomo tutto ciò che c’era da concordare. Trovammo evidentemente un facile accordo dato che il nostro obiettivo (mio e di Spiga) non era esattamente né quello di fare soldi né quello di far contento Ut.

Con SpigaMora ci ritirammo nelle nostre stanze. Appena entrati lei “spense” il suo sorriso seduttivo ed accese quello della ferocia allegra.

— Ho visto dove sono le cisterne del palazzo. Stanotte vi scioglieremo una piccolissima quantità di sanguedivenanera. Scioglieremo il veleno prima in brocche di vino, poi verseremo il vino nelle cisterne. Quando è diluito in questo modo ha effetto potente ma ritardato. Così entro domani notte, nel giro di un’ora al massimo dal primo all’ultimo, cominceranno tutti ad avere visioni o ad addormentarsi ovunque siano e qualunque cosa stiano facendo. Capiterà prima alle donne e poi agli uomini. Quindi quando vedremo le guardie addormentarsi sapremo di essere soli. E noi agiremo. Dopodiché potremo anche fuggire.

— Va bene. Ma cosa accadrà a quelli che si addormenteranno?

— Si sveglieranno dopo un po’ di tempo.

— Ma potrebbero, non so, ad esempio, le sentinelle sugli spalti potrebbero cadere. Se qualcuno si sta facendo un bagno, non potrebbe affogare?

— E allora?

La guardai esasperato.

— Spiga, non puoi voler veramente uccidere tanta gente, solo per vendicarti di Ut!

— Sono servi di Ut, gli appartengono e sono parte di lui. Possono anche morire. Ricorda che se dipendesse da me metterei tutta la libbra di sanguedivenanera nei serbatoi. Tanto per essere più sicura.

— E lui? Se berrà si addormenterà.

— Lo sveglierò io non ti preoccupare: un forte dolore scuote dal sonno del narcotico.

— Cosa farai stasera? Negli accordi è previsto che tu inizi il “servizio” con Ut stanotte stessa.

— Qual è il problema? Sarò calda ed avvolgente come quel porco non ha mai saputo una donna possa essere. Così, domani sera per lui sarà anche peggio. Sarà solo difficile resistere alla tentazione di ucciderlo subito. Ma saprò resistere: lo voglio anche torturare e per fare questo ho bisogno di tempo. E che tutti dormano.

La sera SpigaMora si preparò: si rivestì in modo ancora più sexy, si profumò con un profumo costosissimo che aveva comprato da un mercante d’oltre mare, degno dei migliori profumi francesi. Era favolosa. Io ero invece ero geloso e nervoso.

L’accompagnai alla porta di Ut e rimasi fuori ad aspettarla, come mio diritto e dovere, seduto su una panca, di fronte alla porta della camera di Ut ed alle sue cinque guardie del corpo. La porta si aprì e SpigaMora entrò, sorridente.

Uscì tre ore dopo, leggermente scarmigliata, con il viso arrossato ed una espressione indecifrabile. La riaccompagnai nella nostra stanza.

— C’è cascato. Mi ha già detto che probabilmente mi comprerà a te, se il prezzo è ragionevole. Ed io gli ho detto che lo sarà senza dubbio.

Nel frattempo parlando con le guardie, e con i servi che ci portavano la cena e gli abiti puliti, ero riuscito a sapere dove erano le cisterne del palazzo. Era abitudine in quel tipo di fortezze avere sempre delle cisterne autonome, o alimentate da una sorgente naturale o rifornite giornalmente o settimanalmente di acqua. Era così anche per quella fortezza.

Quella notte riuscii a raggiungere i serbatoi d’acqua e a drogarli con il sanguedivenanera diluito nel vino. Mi sembrava incredibile che la piccola quantità di veleno che vi avevo messo potesse avere un effetto tanto potente, ma Spiga mi aveva detto che il veleno “mutava l’anima dell’acqua”, ne alterava evidentemente la struttura chimica. Era l’acqua in fondo ad addormentare, più che il veleno.

La sera successiva la scena si ripeté. L’accompagnai verso la camera di Ut e già per strada vidi meno gente che affollava i corridoi; e soprattutto solo uomini. Le donne già dormivano tutte. Evidentemente il sanguedivenanera già aveva cominciato a fare il suo effetto. Davanti alla camera di Ut c’erano sempre cinque guardie, ma non erano quelle della sera prima. La cosa mi insospettì. SpigaMora entrò nella camera di Ut.

Io cominciai a parlare con le guardie. Erano appena arrivate in città da un servizio esterno ed avevano dato il cambio ai loro colleghi della sera prima, perché erano in punizione e non avevano diritto alla “libera uscita”. Quindi, forse e probabilmente, non avevano bevuto l’acqua del palazzo!

Rimasi a guardarli per un po’ pensando se era o meno giusto ucciderli quando fosse venuto il momento. Avevo ancora di questi scrupoli. Se Spiga voleva vendicarsi di un uomo che l’aveva violentata era evidentemente un fatto loro, che non mi riguardava. Ma se questo coinvolgeva altre persone, beh, non ero proprio sicuro di cosa fosse giusto fare.

Il problema si risolse da solo. Dopo un’ora circa dall’ingresso di Spiga nella stanza di Ut la porta si spalancò ed Ut, sanguinante da un taglio sul viso apparve ed urlò:

— Uccidete quella strega! Ed anche il suo protettore! — disse indicandomi.

Due degli uomini di guardia si rivolsero verso di me, gli altri tre entrarono nella stanza.

Uccisi i primi due con l’Uzi silenziato che avevo portato con me, detti uno spintone ad Ut e lo spinsi dentro la stanza, chiudendomi la porta alle spalle. Ut scivolò e batté la testa svenendo. Dei tre uomini, uno era a terra con lo stiletto di Spiga infilato nel collo, uno si rivolse verso di me mentre il terzo stava cercando di uccidere Spiga.

L’armigero che avevo di fronte colpì l’Uzi con la sua alabarda e me lo fece saltare dalle mani. Io presi la sua arma e detti uno strattone verso di lui, cosa che non si aspettava e che lo squilibrò all’indietro.

Cadde e gli fui addosso. Non cercai di essere leale e lo colpii con un colpo secco alla gola, con le nocche della mano destra. Fu un colpo abbastanza casuale ed anche molto fortunato: gli ruppi il pomo d’Adamo con quell’unico colpo e mentre ansimava per respirare, gli diedi il colpo di grazia con la sua stessa arma.

Spiga di Grano era riuscita a liberarsi a sua volta dell’uomo che l’aveva aggredita, ficcandogli alla nuca il secondo stiletto che faceva finta di essere uno spillone nei suoi capelli, ricavandone solo una ferita superficiale ad una spalla sinistra.

Dalla ferita il sangue colava sul suo seno e da lì fino all’anello infilato nel suo capezzolo, gocciolando a terra.

Era scarmigliata, nuda, ingioiellata, feroce e bellissima.

— Sbrigati ed andiamocene — dissi secco ed arrabbiato per come si era evoluta la questione.

— No. Ogni cosa vuole il suo tempo.

Si diresse verso Ut, lo trascinò al letto e gli legò i polsi al letto stesso. Poi gli sfilò i calzoni di seta che l’uomo ancora indossava e gli allargò le gambe. Prese un coltello e si accinse a fare quello che aveva promesso.

Stavo per fermarla, quando lei ci ripensò.

Andò ad una panca, ne prese una brocca d’oro con dentro del vino e lo gettò in faccia ad Ut per svegliarlo.

L’uomo aprì gli occhi e vide in che condizione era.

Alzò gli occhi al cielo e disse:

— Maledetta! È vero che non esiste furia peggiore di una donna rifiutata, ma tu non sei solo una furia, sei una furia pazza! Che tutti gli dèi ti maledicano per la tua insana ferocia e la tua irresponsabile arroganza!

Che discorsi erano quelli? Che cosa voleva dire Ut?

— No, Ut, pazzo sei tu, pazzo, cattivo e feroce. Sei tu che hai mandato quegli uomini a violentare me mia madre e mia sorella e ad uccidere tutta la mia famiglia!

— Non so di che stai parlando, strega! Ma tu non vuoi la verità, tu vuoi solo vendicarti del mio rifiuto! Sei una puttana assassina, folle e ingrata! Ma non chiederò pietà, non illuderti! Guardie! — urlò infine.

— Taci, porco — disse lei; e lo zittì con un manrovescio.

— Cosa sta dicendo, Spiga di Grano?

— Menzogne, ma fra non molto non potrà più parlare, avrà la bocca piena dei suoi testicoli — ed avvicinò la mano alla parte appena nominata, stringendo il suo stiletto nell’altra.

— Ferma! — e la colpii al fianco con il manico dell’alabarda, allontanandola dall’uomo.

Cadde poco più in là, furiosa. Si rivoltò contro di me, ma ormai avevo anche recuperato l’Uzi e glielo puntai contro. Si fermò.

— Protettore, salvami e ti coprirò d’oro! — disse Ut. — La tua puttana mi odia perché l’ho presa, ma poi l’ho rifiutata. Venne da me quando ero comandante del forte sui monti, mesi e mesi orsono. Feci con il padre un regolare contratto; fin dall’inizio lei giacque con me secondo il contratto ma fin troppo volentieri; purtroppo si accese di amore per me. Ed io dopo poco, vedendo che troppa era la sua passione per me, volendomi addirittura impedire di avere altre concubine, la allontanai. Detti al padre una grossa somma e li cacciai dal forte. Se sono stati raggiunti ed uccisi io non c’entro: non ordinai nulla del genere! Perché dovevo?

— Menti! Tu mi hai voluta uccidere perché ti eri pentito di avermi allontanata! Pazzo ed ingrato! Ma ora pagherai tutto!

— Cosa c’è di vero in ciò che dice? — chiesi a Spiga di Grano.

— È vero che mi ha allontanato. Ma poi si è pentito ed ha mandato i suoi uomini a riprendersi l’oro, a violentarci tutte ed a riportare me nel suo harem!

— T’ho cacciata da quell’harem, per la tua gelosia!

— Menti. Io fuggii! E tu ordinasti di uccidermi!

— Tu sei pazza!

— E tu stai per morire! — e si gettò verso di lui.

Non potevo permetterlo.

Già non ero stato molto convinto fin dall’inizio del fatto che fosse giusto o meno uccidere Ut, ma almeno, prima, potevo capire il desiderio di vendicarsi di un uomo feroce e potente che aveva sterminato la sua famiglia.

Ma qui la storia sembrava completamente diversa. Quell’uomo non era affatto arrogante e feroce come lei mi aveva raccontato. Avevo anche raccolto voci nei corridoi, in quei due giorni ed Ut aveva fama di governante saggio e buono, non del feroce tiranno che mi aveva descritto Spiga di Grano. Le sue concubine stravedevano per lui e c’era la fila delle volontarie davanti alla sua camera da letto. Non era crudele, né arido, né cattivo come pretendeva lei.

Ed ora si difendeva negando completamente ogni responsabilità in ciò che era accaduto, e lo faceva proprio davanti alla sua carnefice ed a me, il suo complice: non c’era una giuria da convincere, ma solo una verità da affermare, ed in faccia alla morte quasi certa.

Mi frapposi e la fermai. Lei ringhiò e soffiò come una gatta feroce. Nella colluttazione mi colpì allo stomaco con il suo stiletto.

Non ci avevo pensato. Non potevo credere che lei avrebbe seriamente tentato di uccidermi. Credo che questa fosse la prova migliore della sua follia.

Per un attimo il colpo mi tolse il respiro. Il dolore era forte, ma soprattutto era forte in me la sensazione che fosse mortale. Era come se fosse iniziato un processo che già avevo conosciuto. Era l’inizio della mia morte. Della mia nuova morte. Lo riconoscevo.

Mi piegai in due rantolando. Spiga di Grano mi guardò allucinata per un attimo, poi parve rinsavire.

— Oh, madre mia! Mosto, amore mio!

Mi raccolse mentre mi piegavo a terra e mi sostenne dietro le spalle, sedendo vicino a me.

— Amore, Mosto, amore mio, che ho fatto?

Ansimando risposi:

— Mi hai ucciso, Spiga, muoio…

— Ma tu non puoi, rivivrai, dimmi dove, verrò da te!

— Nnon lo so, Spiga… io non… lo so…

— È colpa sua! Anche questa morte è colpa sua. Pagherà subito, vedrai, aspetta a morire amore mio, ora faccio ciò che devo e tu lo vedrai, poi mi dirai dove rinascerai ed io ti cercherò, povero amore mio!

Mi lasciò andare delicatamente a terra, poi raccolse lo stiletto e si voltò verso Ut.

— Pagherai anche questa morte, malvagio tiranno!

— Sei pazza! Guardie! — urlò Ut.

Mentre Spiga si avvicinava lentamente a Ut alle sue spalle, puntando l’Uzi, dissi:

— Spiga non te lo posso permettere. Fermati o ti ucciderò.

Lei si voltò e guardò con una espressione sorpresa e vagamente allucinata.

— Sei geloso, amore mio? Oh, non devi, sai? Lui non conta nulla per me. Ora lo sistemo e poi ti aiuterò ad uscire…

Le sparai una raffica nella schiena quando il suo stiletto era a dieci centimetri dal corpo di Ut.

Cadde senza un lamento sul corpo dell’uomo, scalfendolo leggermente.

E rimanemmo lì per alcune ore. Io non ero in grado di muovermi, Ut era legato. Alcune ore dopo, guardie provenienti dall’esterno, insospettite dal silenzio nel palazzo e dalla gente addormentata ovunque, entrarono nella stanza di Ut e lo liberarono. Lui ordinò di non farmi del male ed io gli chiesi di seppellirmi vicino a Spiga di Grano.

Rimasi in un letto a dissanguarmi lentamente. I medici di Ut cercarono di curarmi ma lo stiletto di Spiga di Grano era troppo tagliente e lei troppo brava. Mi aveva tagliato un’arteria di quelle grosse ed il sangue usciva copioso.

Spiga di Grano era una delle donne più sensuali e belle che io avessi mai incontrato. Ma per qualche motivo era impazzita, quando era stata rifiutata da Ut. Lui mi giurò e mi spergiurò che quanto aveva detto nella stanza era tutto vero. Non aveva mai dato ordine di fare niente alla famiglia di Spiga di Grano. L’aveva amata, anzi, e forse questo era stato il suo errore. Quando aveva scoperto quanto fosse gelosa, l’aveva allontanata: lui era giovane ed aveva già molte concubine. Ed altre ne avrebbe avute e volute in futuro. Non intendeva rinunziare a tutte loro solo per l’amore di un’unica donna.

Evidentemente il capo delle guardie era stato tentato dalla somma che lui aveva regalato alla famiglia di lei, come regalo d’addio e nella speranza lei si calmasse. Quando aveva saputo dell’assalto al carro di Spiga di Grano, aveva sperato che almeno lei fosse sopravvissuta, visto che il suo corpo non era stato trovato.

La sera precedente non l’aveva riconosciuta perché Spiga, oltre al trucco, aveva parlato con un forte accento del sud. E poi era rimasto attratto dal suo corpo, così profumato e dipinto.

Ma la sera successiva quando lei gli aveva rimproverato le sue supposte passate colpe, con la sua voce normale, aveva capito e si era spaventato. Ora era morta, e forse, solo ora aveva finito di soffrire.

Io rimasi a sanguinare lentamente fino all’alba, cercando di non pensare che stavo morendo, cercando di non pensare che forse sarei risuscitato di nuovo, per correre di nuovo il rischio di morire.

L’idea di rinascere ad una nuova vita è molto bella, ma il prezzo da pagare è quello di transitare attraverso la morte. E l’anima umana non è fatta per questo.

Il sole stava sorgendo, quando, per la terza volta nella mia vita cosciente, morii

TITOLO: Il gioco degli immortali
AUTORE: Massimo Mongai
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NOTE: Liber Liberi ringrazia l’Autore e la Arnoldo Mondadori Editore per averci concesso i diritti di pubblicazione.
DIRITTI D’AUTORE: sì
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/online/opere/libri/licenze/

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