Massimo Mongai ho avuto modo di conoscerlo troppo poco. È successo quando ha presentato a Milano un libro di racconti assieme a Giulia Abbate e Luigi Petruzzelli che lo editava come “Edizioni della Vigna.” Ho capito subito che Massimo era un secondo me stesso, per le sue idee sulla fantascienza e per il modo che aveva di scrivere. Purtroppo, improvvisamente Massimo è scomparso. Ha pubblicato alcune sue opere su Liber Liber, scaricabili da chiunque e in modo assolutamente gratuito. Qui abbiamo recuperato il primo capitolo di un’opera molto divertente, che consigliamo a tutti: “Il gioco degli Immortali.” Vorrei che in Italia ci fossero più scrittori come lui. Ciao Massimo!

F.G.

 

Il Risveglio

La mia storia un po’ complicata.

No, non è esatto, questo è a dir poco un eufemismo.

La mia è una storia davvero molto lunga e contorta, tanto è vero che non so bene come o da dove cominciare a raccontare pensando a tutte le cose,  improbabili e strane, che mi sono successe !

Forse l’idea migliore è iniziare raccontando l’ultimo ricordo cosciente della mia vita sulla Terra.

È  molto vivido in me.  Ero in un letto di ospedale. Credo il San Giacomo, quello vicino a casa mia (vivevo in via Frattina, al centro di Roma), dovevano avermi portato là; ma, essendo sempre stato in buona salute, di ospedali ne avevo visti troppo pochi, soprattutto da un letto!!  Devo riconoscere che alcuni altri ricordi, immediatamente precedenti a questo, non sono meno presenti.

Nel primo ero a casa mia, appena alzato; mi ero fatto il solito caffè e me lo stavo bevendo in cucina, come tutte le mattine, come sempre;

Altro ricordo successivo; ero sulla mia moto (una vecchissima ma ben tenuta Honda a quattro cilindri, 500cc Four K) viaggiavo sul lungotevere, quando un imbecille assassino mi tagliava la strada proprio davanti al ponte Garibaldi.

Io  frenavo, ma pur rallentando tantissimo la mia moto, molto pesante non ce l’ha fatta ed ha toccato l’auto, nella parte posteriore sinistra.

Così caddi di lato, quasi da fermo, senza poter fare niente, ricordo solo che il casco, che avevo infilato ma non allacciato, volava via.

Sono sempre stato un motociclista prudente; non ho mai corso, nemmeno  rischiato, non impennavo la moto ed evitavo gare con gli amici. Ho avuto sempre moto fra le gambe fin da giovane, ma le ho guidate sempre con prudenza. Sono un moto-turista, non un “centauro folle”. E non mi è successo mai niente di pericoloso, tranne due o tre piccoli incidenti.

Invece quella volta, vado giù perfino lentamente, cadendo quasi da fermo, e batto la tempia destra proprio sull’unica sporgenza di quel punto di strada, il bordo di ferro del tombino dell’Acea, che sporge di almeno un paio di centimetri dal livello dell’asfalto.

Credo di essere svenuto.

Il ricordo successivo è appunto l’ospedale.

Immobilizzato a letto, non ero in grado di parlare, né  connettere lucidamente. Sentivo vaghe voci vicino a me, che parlavano di una emorragia cerebrale localizzata ma devastante. Credo stessero parlando di me, a qualche mio lontano parente o amico, (i miei sono morti da alcuni anni e sono figlio unico) ma non so o non ricordo a chi.

Ci ho pensato molto in questi anni ed ho ricostruito la cosa più o meno in questi termini.

All’età di 35 anni, in una bella mattinata di Aprile, ho avuto un incidente stradale, sono caduto, ho battuto la testa e sono svenuto, probabilmente fratturandomi il cranio con chissà quali conseguenze; qualcuno mi ha trovato per tempo, mi hanno trasportato all’ospedale vicino casa, dove sono rinvenuto per pochi secondi, paralizzato completamente; dopo di che sono o svenuto o entrato in coma.

E poi, non so quanto tempo dopo, sono morto.

Deve essere così, altrimenti non si spiega quello che è accaduto dopo. Certo, potrei anche solo essere entrato in una specie di coma molto lungo e molto ricco di sogni. Ma ne dubito, per una serie di motivi che poi vi dirò. Comunque se sono morto, come credo, non ho provato alcuna sensazione speciale. Non mi è apparso Dio, non ho visto luci celestiali e nemmeno sentito voci ultraterrene.

Quindi dopo un periodo di tempo che non so definire, ma che ritengo molto lungo, mi svegliai di nuovo.

La prima impressione fu di essere ancora in ospedale. Assolutamente sveglio e in grado di muovermi. Tant’è che mi drizzai sul letto, reggendomi sui gomiti. Non mi accorsi immediatamente di essere completamente nudo. Notai però di non essere affatto in un letto d’ospedale, ma in un’altro, strano, rigido, come fosse di marmo, ma non così freddo e duro, ed ero coperto da un lenzuolo bianco.

Non avevo cuscino, né vestiti e nessuno intorno a me. Non c’erano altri letti, né infermiere. Il niente assoluto.

Mi drizzai del tutto.

Ero in una stanza ampia, grossomodo, sei metri per sei, pulitissima, dalle pareti bianche, con una luminosità diffusa che non sembrava provenire da nessuna fonte specifica. La stanza era completamente vuota, senza finestre e  porte.

Non c’era nient’altro. Ma proprio niente, intendiamoci: non un battiscopa ne’ un lampadario, non un filo elettrico o una finestra, o una chiazza per terra, un graffio ad una parete, una macchia sul soffitto; un qualunque segno insomma che dimostrasse che in quel luogo ci fossero mai stati, altri esseri viventi a parte me.

Ero all’interno di una specie di enorme scatolone bianco, cubico, di circa sei metri per lato, adagiato su un letto di marmo e con un lenzuolo addosso. Basta.

In realtà era un luogo molto strano. Spettrale quasi. E mi stupii di essere così calmo.

È buffo solo pensarci o raccontarlo, ma mi resi conto che ero tranquillo, mentre non c’era davvero motivo per esserlo e di questo mi stupivo.

– Sei in grado di comprendere?” –

La voce era forte, leggermente echeggiante e veniva da una direzione imprecisata. Non aveva accento, era neutra, avrebbe potuto essere  maschile o femminile, ma sarebbero stati ben strani entrambi ad avere una voce simile!

Non giovane né vecchia, nemmeno indifferente o ansiosa; non aveva assolutamente alcuna caratteristica umana.

Mi resi conto di essere veramente sveglio quando cominciai a chiedermi da dove veniva.

— …cosa? — chiesi.

— Sei in grado di comprendere? — riprese la voce.

— Sì… — risposi esitando.

— Sono in attesa richieste — disse la voce.

— Prego…?

— Sono in attesa richieste — ripeté la voce.

E andammo avanti così per un pezzo.

Qualunque domanda io facessi, la voce rispondeva “Sono in attesa richieste”, solo questo e nient’altro che questo. Ma se chiedevo “Voglio parlare con un medico” o “dove sono?” oppure ” ci sono infermiere?” come qualunque altra cosa ragionevole insomma, rispondeva: “Richiesta non pertinente”.

Per tutto il giorno o forse solo un lungo periodo, non riuscii ad ottenere altri risultati, li non c’era traccia di giorno o notte, ma solo un alternarsi della luce che dopo un periodo non misurabile si attenuava un po’.

Inutile che vi dica che dopo la prima mezz’ora, cominciai ad avere una paura che rapidamente sfociò nel panico.

Dov’ero finito? In quale situazione? Cos’era quel luogo? Una prigione? Non era evidentemente una stanza di ospedale, nonostante la prima impressione.

Ma cos’era? Un laboratorio sotterraneo per esperimenti su come indurre la pazzia ad un essere umano? Chi l’aveva mai visto un posto così, senza finestre, senza porte, senza una fonte riconoscibile di luce, con una voce come quella che ripeteva ossessivamente quelle frasi senza senso!!

La paura andava e veniva. Nei momenti in cui non ero preso dal panico ripetevo angosciosamente domande per capire dove mi trovavo, sempre ottenendo la stessa risposta: “Richiesta non pertinente”, invece nei momenti di panico urlavo disperato, oppure piangevo rincantucciato nel letto, sotto il lenzuolo.

Alla fine del “secondo giorno”, cioè del quarto periodo di variazione di luce, i morsi della fame e della sete cominciarono a farsi sentire. Nel bel mezzo di una sequenza disperatamente urlata con domande, regolarmente rigettate dalla voce, esplosi.

— Bastardo! Ho fame! Ho sete! Dammi del cibo!

— Di che tipo? — rispose la voce.

Mi fermai spalancando gli occhi!

— Come sarebbe dire di che tipo?

— Che tipo di cibo — rispose.

— Ah, eh… pane e prosciutto… — risposi balbettando, la prima cosa che mi era venuta in mente.

— Che tipo di pane? Che tipo di prosciutto?

— Non so…, pane qualunque, prosciutto crudo…

— Prosciutto crudo disponibile. Quantità?

— Un paio d’etti…

— Che tipo di pane?

— MA T’HO DETTO PANE QUALUNQUE! — urlai alla voce, al nulla.

— Che tipo di pane? — ripeté imperterrito.

— ROSETTE! — urlai.

— Disponibile. Quantità?

— DUE!

— Servito — disse.

Mi guardai intorno e sul bordo del letto, alle mie spalle trovai due rosette al prosciutto. Poggiate in un vassoio, forse di metallo, forse di plastica, dai bordi leggermente rialzati.

Una cosa assolutamente normale che in quel contesto sembrava inadeguata e assurda quanto la situazione. Mi gettai sui panini e li divorai. Cominciavo forse a capire.

— Voglio acqua — dissi ad alta voce.

— Potabile? — rispose.

— Potabile.

— Quantità?

— Un litro.

E una bottiglia d’acqua apparve dal nulla proprio sotto i miei occhi, esattamente dove erano stati fino a poco prima i panini.

Insomma, dalla fame, cominciai a capire. È proprio vero che aguzza l’ingegno. Di chiunque fosse la voce era disponibile a fornirmi praticamente di tutto. O quasi.

Dapprima chiesi altro cibo, abiti, coperte, oggetti di tutti i tipi. Mi resi subito conto che ogni richiesta doveva essere il più possibile dettagliata, per evitare altre domande dirette ad identificare, con esattezza maniacale, il tipo di oggetto richiesto: era come se la “macchina” disponesse di una gamma di scelte infinita per ogni soggetto: a quel punto avevo proprio capito di aver a che fare con qualche tipo di meccanismo, anche molto evoluto.

Ma niente altro. Non dava informazioni di alcun tipo.

Per meglio dire, non dava indicazioni significative su come, perché, dove o quando; nessuna notizia che mi potesse aiutare a capire dove ero e perché.

Qualcosa ricavavo confrontando quello che mi dava o mi negava. Ad esempio potevo chiedere armi. Chiesi infatti una pistola. Pensavo vagamente che con quella avrei potuto difendermi anche se da chi, ancora non sapevo! Ero sicuro che non l’avrei avuta. Invece, dopo la solita trafila di domande su modello, tipo, calibro eccetera, me la diede, una bellissima Colt 357 Magnum a canna lunga con quaranta proiettili. Quindi potevo chiedere armi. Chiesi così, tanto per provare, una mitragliatrice pesante, e memore del mio servizio militare riuscii a farmi dare una MG762 Nato. Poi un lanciamissili anticarro Panzerfaust. Addirittura un carro armato, dando per scontato che quello me lo avrebbe rifiutato;  invece mi disse che era disponibile e chiesi un Leopard, tedesco, Mark 9, del 1980, ed altre sottospecifiche, ci arrivai per approssimazioni progressive)— M-ma dov’è…? Non lo vedo. — dissi.

— Nella stanza attigua.

— Voglio vederlo! — ed immediatamente su una parete si aprì una porta scorrevole; passai nella stanza vicina e lì c’era un Leopard Mark 9. Lo guardai come se avessi visto un dinosauro o che so, un Babbo Natale, voglio dire una cosa senza senso.

Tutto ciò che chiedevo appariva in un qualche punto della stanza, così, dal nulla, come per un gioco di prestigio. Con il carro armato era apparsa addirittura un’altra stanza, ed una porta!

Nei tre giorni successivi, anche per fare delle prove, chiesi denaro, oro, gioielli, altre armi, un impianto hi-fi, vestiti, libri, cibi, alcool, veramente di tutto insomma, E tutto mi veniva dato immediatamente, bastava dettagliare abbastanza la richiesta che metteva fine a quel processo, non so se riferito a una logica di produzione o archiviazione.

Ovviamente tutta queste richieste finivano per “creare” oggetti e relative nuove stanze che dovevano contenerli.

Il dodicesimo giorno ne avevo una serie, tutte arredate; una camera da letto, uno studio, una sala da pranzo, un bagno. Sapevo che fosse proprio il dodicesimo giorno, perché avevo richiesto orologi di diverso tipo, e per il tempo passato prima senza questi, avevo deciso di fare ad occhio.

Avevo anche chiesto un computer su cui iniziai a scrivere le regole della macchina, il mio diario e le mie considerazioni. Mi aiutava a pensare, e la scrittura mi ha sempre aiutato a risolvere i problemi.

Vedete io, nella mia prima vita ero un consulente marketing; in realtà facevo di tutto: i miei clienti, normalmente piccole aziende, venivano da me con problemi di vendita dei loro prodotti: io analizzavo la loro situazione dal punto di vista produttivo, finanziario, del personale; non avrebbero potuto rivolgersi ad un esperto di marketing “puro”, quelli con uffici extralusso o ultramoderni che ti fanno spendere un sacco di soldi solo per cominciare le ricerche; e sicuramente loro non avrebbero avuto nessuna utilità nel farlo perché abituati a ben altri meccanismi, diversi numeri e gestione delle loro realtà economiche a livelli molto alti.

Insomma il mio lavoro richiedeva una gran quantità di adattamenti, di grafici, formule e altro, per trasformare realtà complesse in concretezze semplificate. Ero solito mettere per scritto i termini essenziali di un problema, anche per avere tutto sotto gli occhi e vedere contemporaneamente l’insieme dei dati di un problema; tentai di farlo anche questa volta!

Su un pannello attaccavo fogli con parole e informazioni che definivano la mia situazione: Cosa stava accadendo? Era un sogno? O forse un incubo?

Ma non sembrava. Avevo la sensazione di essere vivo, sveglio, cosciente. Tutto era troppo dettagliato, articolato, preciso e certo troppo lungo e vivido per essere un sogno!

Quindi? Era una specie di esperimento? Ma chi aveva la possibilità di far apparire carri armati Leopard dal nulla? (se per questo anche le rosette col prosciutto) I marziani? Extraterrestri provenienti da un’altra galassia? O forse solo un abilissimo prestigiatore?

Chiunque fossero, perché stavano facendo questo? Con quale scopo? Perché a me? Cosa mi era accaduto quella mattina? Ero stato colpito da una emorragia cerebrale? Ero stato portato in un ospedale? Mi avevano fatto qualcosa lì? Ero all’inferno? C’era davvero un dio tanto strano e crudele da organizzarmi uno scherzo del genere? Perché sia chiaro che io non mi divertivo affatto!

Tante belle domande, molte schede, tutte attaccate alla bacheca di legno davanti a me. Ma dopo giorni di tentativi non riuscivo a formulare una ipotesi non dico plausibile, ma nemmeno assurda o fantastica. Perché quel che vivevo era veramente troppo incredibile.

Mentre stavo cercando di orizzontarmi fra i molti appunti, a sorpresa, la voce disse:

— 24 ore all’Immissione.

— Cosa? Cos’hai detto?

— 24 ore all’Immissione.

— Quale immissione? Dove?

— Richiesta irrilevante.

E di nuovo non ci fu verso. Chiesi alcuni oggetti a caso, tanto per vedere se potevo ancora chiedere, e mi furono dati. Era evidente che potevo ancora ottenere tutto ciò che volevo. Per lo meno fino a quel punto, non mi era stato mai rifiutato nessun oggetto che avessi chiesto. Da quello che diceva la voce avevo altre 24 ore di tempo per chiedere tanto altro prima di essere “immesso” chissà dove.

Ovviamente, panico a mille! Decisi che se dovevo essere “immesso” da qualche parte, contro la mia volontà, tanto valeva che almeno mi preparassi. Chiesi tutta la gamma possibile di giubbotti anti proiettile, elmetti, caschi, corazze, armi portatili e munizioni. Poi caricai tutto sul Leopard.

Mi resi subito conto che con il carro armato non potevo fare assolutamente niente. Oltre al fatto che non avendo chiesto il pieno di carburante, non sarebbe partito comunque, ma poi chi lo ha mai pilotato un Leopard? Non è mica una macchina normale, che infili la chiave e parte. E chi lo sa da che parte si infila la chiave in un carro armato come quello! Avevo anche cercato dove senza trovare nulla.

Uscii dal carro. Poi rientrai, pensando che era meglio stare dentro. Tornai fuori di nuovo, per chiedere cose che mi venivano in mente all’ultimo minuto, viveri di scorta militari, tipo le razioni K ed altro ancora. Pensai, improvvisamente che forse mi sarei dovuto orientare. Chiesi delle mappe con domande più dettagliate:

— Mappe  del luogo in cui sarò immesso.

— Oggetto non permesso.

Capite? Non “Richiesta non pertinente”! Allora “c’erano” cose che non potevo e “non dovevo”  avere,  data la situazione.

— Quanto tempo manca all’immissione?

— Due ore e cinquantasette minuti.

Altra deviazione dalla routine! Aveva risposto ad una domanda nuova.

Non potevo fare altro che aspettare, cercando di pensare a cos’altro mi poteva servire. Alla fine entrai nel Leopard e mi misi al “periscopio” del carro, guardandomi nervosamente intorno, e vedendo ovviamente solo la stanza nella quale vivevo.

Non sapevo cosa aspettarmi. Luci strane? Effetti visivi e sonori tipo “passaggio dimensionale” come in un  film di fantascienza?

Il mio orologio da polso mi tenne informato sul passaggio degli ultimi secondi.

Allo scadere del periodo residuo mi ritrovai all’esterno, in una verde radura erbosa circondata da un bosco. E intorno a me, sparsi quasi a perdita d’occhio, c’erano tutti gli oggetti che avevo richiesto e che erano nelle stanze, dalle armi ai mobili. Tutti.

Non avvertii alcun cambiamento, nessuna sensazione.

Prima ero nella stanzona con il carro armato, incollato al periscopio, e dopo ero all’esterno. Il cuore mi batteva. Era la libertà? Era un ritorno alla normalità? Là fuori tutto sembrava assolutamente normale e banale.

Uscii dal carro. Ero proprio al centro di una radura. Un normalissimo prato, con l’erbetta, i fiorellini, gli alberi, in alto le nuvole bianche nel cielo azzurro, tutto assolutamente abituale.

Non sapevo cosa aspettarmi, naturalmente, ma avrebbe potuto essere anche un altro pianeta. Invece era una normalissima radura, in un bosco con aria di montagna, o forse mezza collina.

Cominciai a tremare. Rientrai nel carro e presi delle pasticche di Tavor per calmarmi. Poi uscii di nuovo, scesi e ispezionai i dintorni.

Naturalmente mi vennero subito in mente altre mille cose che in quel contesto mi sarebbero state molto più utili di un carro armato, di un computer o di una scrivania.

Ma ormai, lì non c’era più il “genio della lampada” per accontentarmi. Provai a chiamare, a chiedere, ma non ci fu altra risposta che il soffiare del vento e qualche stridio di uccelli, lontano.

Toccai l’erba, la terra, le cortecce degli alberi, per cercare di capire se fossero alberi “terrestri”; e tali mi sembrarono. Masticai perfino un paio di fili d’erba. Potevo essere sulle Dolomiti per quel che ne sapevo.

Cambiai idea quando vidi la tigre dai denti a sciabola che veniva lentamente verso di me dalla parte opposta della radura. Rimasi immobile, pensando “E adesso voglio proprio vedere come se la cava…”. Cioè, una parte di me stava proiettando il me stesso come parte di un film, quasi non mi riguardasse.

Mi ricordai all’improvviso che tutte le armi erano rimaste nel Leopard. Cominciai a correre come un forsennato verso il carro armato. La tigre, guardinga fino a quel punto, si mise a correre a sua volta verso di me. E andava veloce.

Raggiunsi per primo il carro e riuscii a salirci sopra. La tigre si slanciò ma atterrò dove non ero più. Perse tempo per valutare se poteva salire sul carro anche lei, mentre mi ero tuffato dentro a metà. Raggiunsi miracolosamente con un braccio l’Uzi appoggiato a poca distanza dal portellone, mi drizzai e mi girai sparando una raffica.

Centrai la tigre in pieno, appena salita sul carro.

Cadde ruggendo spaventosamente, ringhiando e colpendo l’aria con gli artigli. Rimase un po’ a terra, sempre lamentandosi; cercò di rimettersi in piedi e ci riuscì in parte; ma io ormai le ero sopra e le scaricai addosso il resto del caricatore. Tremando in ogni singola cellula del mio corpo per tutta la durata della raffica e per molti minuti dopo.

Avevo avuto le mie prime lezioni dal – Mondo dei Giocatori:

1°- se hai, armi tienile a portata di mano “sempre”;

2°- qui ci sono le tigri con i denti a sciabola, estinte sulla terra da quarantamila e passa anni, quindi stai in campana, anche perché se ci sono loro ci potrebbe essere di peggio;

3°- …non me lo ricordo.

Rimasi in stato di choc per tutta la notte, tremando senza potermi fermare. Vedete io non solo non sono violento, come presumo la maggior parte della gente, per di più, essendo vissuto dalla nascita in un paese civile ed in pace, non ho mai avuto modo di assistere alla vera aggressività. Al massimo ai suoi effetti, in TV nei telegiornali. Ma quella appena vissuta di artigli, sangue e spari, beh, non l’avevo mai vista da vicino. Forse potevo averla letta in un romanzo, o  vista in un film. Questa era realtà e vera violenza fisica e viverla, è davvero un’altra cosa.

Naturalmente non sapevo ancora che si chiamava il Mondo dei Giocatori. Questo lo seppi molto tempo dopo. La mattina successiva, invece, decisi di organizzarmi alla meno peggio per usare quella radura come  base fissa. Cercai, fra la massa enorme di oggetti che erano arrivati lì con me, ciò che mi poteva essere veramente utile (soprattutto viveri, munizioni e vestiti) e misi tutto dentro il carro armato, che avevo deciso di usare come riparo personale, deposito delle cose più importanti e “fortezza”.

Dopo un paio di giorni, avendo organizzato alla meglio il “campo base”  così come lo consideravo, decisi di andare a vedere cosa c’era oltre la radura.

Mi attrezzai con armi, giubbotto antiproiettile ed elmetto; ricavai una specie di sacca-zaino da un lenzuolo ed un paio di corde (ebbene sì, avevo chiesto un carro armato, ma uno zaino no!), lo riempii di provviste e di munizioni e mi incamminai per uno dei sentieri. Tigri o non tigri, prima o poi lo dovevo fare!

Prima di partire però studiai per un po’ la tigre, per vedere se aveva qualcosa di speciale, a parte il fatto stesso della sua esistenza. Non so cosa cercavo, forse le branchie, o del sangue verde.

Apparentemente invece era una vera e propria tigre con i denti a sciabola, come le avevo viste nelle illustrazioni delle enciclopedie, lunga oltre due metri e mezzo, senza misurare la coda, con due zanne aguzze di oltre trenta centimetri; e aveva sangue rosso nelle vene. Una “normale” tigre con i denti a sciabola.

Entrai nel bosco per un sentiero stretto, probabilmente più creato dal passaggio di animali che di uomini, dato che non era battuto e nemmeno calpestato.

Mi inoltrai per un tratto, salii su un albero di grosso fusto per cercare di vedere il più lontano possibile; scesi, tornai nella radura ed entrai nel bosco dalla parte opposta, per verificare l’impressione che avevo avuto.

Era così: mi trovavo in cima ad una collina, nel mezzo di una vasta pianura, con altre colline e boschi all’orizzonte. Un paesaggio idilliaco, tigri a parte.

Dopo un altro paio di giorni decisi di attraversare tutto il bosco e scendere nella vallata. Con due bastoni lunghi un paio di metri mi ero fatto un “travois”, una specie di rudimentale carriola, tipo quelle che avevo visto usare dagli indiani nei film western, per portare con me la maggior quantità possibile di viveri, di armi e di munizioni.

La notte la passavo su un albero, all’incrocio di due rami, il più in alto possibile dal suolo, legandomi al fusto per non cadere durante sonno.

Avevo notato tracce di vario tipo che mi facevano pensare che ci fossero anche molti altri predatori in quel bosco.

La stranezza più rilevante era la sua assoluta normalità: la vegetazione era fatta di margherite, faggi, pini, erba, spighe di orzo selvatico, sembrava in tutto e per tutto identica alla “normalità” terrestre; come anche gli animali che intravedevo, dai passeri ai corvi, dai piccioni ai falchi, dai ricci agli scoiattoli; questi ultimi poi erano numerosissimi, e sembravano proprio identici a quelli terrestri, in particolare sembravano una copia identica a “Cip e ciop” di Walt Disney.

Quindi, pensai, forse ero sulla Terra, e non su un lontano pianeta.

E mi resi conto che, in effetti, quell’ipotesi fantascientifica, cioè la possibilità di essere su un altro pianeta, non era poi tanto campata in aria.

Potevo essere anche su un altro pianeta. O forse no. E la tigre? Ero nel passato? E come ci ero arrivato?

Una sera capii che ovunque fossi quella non era la Terra.

Ero ormai da un giorno in quella pianura, essendosi fatta sera e non avendo trovato grotte, rifugi o altri boschi, avevo deciso di passare la notte sveglio per evitare almeno i predatori notturni; avrei cercato di dormire di giorno, per raggiungere la mattina dopo un bosco che avevo intravisto.

Insomma me ne stavo lì su una collinetta a sbadigliare e a guardarmi intorno quando mi accorsi che c’era molta luce; alzai gli occhi per scrutare il cielo e mi dissi, che in effetti, era ovvio che ci fosse tutta quella luce, con due lune che erano piccole sì, ma piene tutte e due…

Bene. Non ero sulla Terra, nemmeno nel passato, dato che la Terra due lune non le ha mai avute, per quello che se ne so.

Rimasi a guardarle per vari minuti, stupito. Cercai poi di capire se le stelle mi potevano dire qualcosa, ma non sono mai stato forte in astronomia: so riconoscere la Stella polare, ma solo se qualcuno con una bussola mi indica prima il nord. Niente da fare nemmeno con le stelle.

Vagai nella pianura per tre giorni, dormendo alla meglio. In lontananza e qualche volta anche troppo da vicino, vidi animali di tutti i tipi, alcuni noti (bisonti, gazzelle, lupi, zebre perfino), altri meno noti (ci sono mai state giraffe con il mantello delle zebre sulla Terra?), altri sicuramente estinti (le tigri con i denti a sciabola, ma anche dei mastodonti),  infine alcuni, di sicuro mai esistiti sulla Terra, tipo gli unicorni, i cavalli verdi, scimmie con la pelliccia tigrata. Solo per dirne alcuni.

Ma avevo anche intravisto una specie di talpone, non saprei come definirlo, comunque un animale molto grosso, bianco latte, con una leggerissima peluria rosea, che viveva sottoterra, predando gazzelle in superficie, con sei zampe per lato! Dico dodici zampe!

Nessun vertebrato terrestre ha dodici zampe. Lo schema fisso dei vertebrati terrestri è quattro zampe e al massimo altre due sporgenze, una testa ed una coda, oltre ad una cassa toracica. Ma stop. Gli animali che sembrano non averne più di quattro zampe, come i mammiferi marini, hanno notoriamente i “residui” evoluzionistici, di quegli arti, internamente; perfino i serpenti li hanno, così come noi abbiamo i residui della coda nelle nostre vertebre coccigee.

Gli insetti hanno più di quattro zampe. Ma i vertebrati no. E quelle talpone erano evidentemente vertebrate. Trovai degli scheletri oltretutto.

Qualunque “cosa” fosse quella specie di “squalo di terra”, proveniva da una linea evolutiva completamente diversa da qualunque animale mai vissuto sul nostro pianeta. Anche se respirava ossigeno, aveva un sangue rosso e si poteva nutrire di carne di gazzella che era commestibile anche per me. Insomma era uno strano misto di ecologia ed animali perfettamente terrestri, antichi e moderni, e di animali mai esistiti sulla Terra. Solo che questi ultimi erano biologicamente compatibili con quelli terrestri, al punto di potersene nutrire. Il che, mi fece pensare che poteva essere più facilmente il frutto di un adattamento da laboratorio che naturale.

Alla fine dei tre giorni, avendo quasi finito i viveri, e con le munizioni ormai ridotte a poca cosa, decisi di tornare al carro armato.

Non ci arrivai mai. Avevo ceduto al sonno, in un piccolo avvallamento dove mi ero fermato per riposare, per cui non mi ero accorto del loro avvicinarsi. Mi saltarono addosso in sei o sette e non feci in tempo a svegliarmi che un forte colpo alla testa mi fece svenire.

Quelli che mi avevano catturato erano senza dubbio umani. Di razza bianca, a occhio (se si fossero lavati, forse la pelle sarebbe stata bianca); erano una banda di predatori a piedi, di una qualche tribù di nomadi.

Avevano armi di legno e pietra, per lo più lance e mazze, niente di metallo; portavano abiti di pelle, stile uomini delle caverne; non avevano ornamenti di alcun tipo ed erano sporchi di terra e fango in ogni parte del corpo; dapprima avevo pensato fosse solo sporcizia, poi mi resi conto che si trattava di una forma di mimetizzazione quando, avendo deciso di portarmi con loro, mi spogliarono dei miei abiti, mi dettero un paio di indumenti dei loro e mi sporcarono ben bene di fango fresco e molto puzzolente.

Seppi molto tempo dopo come quella tribù creava il fango: terra, acqua ed abbondanti manciate di sterco di tigre, leone o altri predatori. Lasciavano così dietro di se una scia di odori misti, che dava l’informazione della presenza di un predatore cattivo, il che scoraggiava un po’ tutti gli altri. Potevano cacciare solo mettendosi sottovento, ma d’altra parte questo lo avrebbero fatto comunque.

Il capo del gruppo quando rinvenni mi interrogò a lungo alternando domande a sganassoni, e smise solo quando svenni per la seconda volta, convinto a quel punto che davvero non capivo ciò che diceva.

Nulla di ciò che avevo con me li interessò davvero, cibo compreso, e io non fui in grado di spiegare nulla delle armi, ne avrei potuto comunque, visto i problemi di lingua, ma, se mi avessero lasciato libero per cinque minuti, avrei potuto dare una dimostrazione di cosa poteva fare un Uzi direttamente sulla loro pelle!

Presero comunque alcune cose, fra cui proprio quello, e si incamminarono per la loro strada, tenendomi legato come un animale, lasciandomi libere solo le gambe.

Cacciavano per lo più proprio quegli “squali di terra” che avevo già visto. La tecnica di caccia consisteva sostanzialmente nel cercare delle prede per lo squalo, prede vive, tipo gazzelle, o antilopi, nel legarle ad un palo al centro di piccoli avvallamenti che erano i più adatti ad una “emersione” dal sottosuolo e nel battere ritmicamente sul terreno attorno per attirare l’animale.

Quando questi emergeva e ghermiva la preda, infilava anche la testa e parte del corpo nei lacci con nodi scorsoi che erano posti tutt’intorno all’esca; le corde venivano tirate e bloccate, l’animale non poteva più rientrare nel suo tunnel e lo finivano con le lance e le mazze.

Poi veniva squartato e dagli organi interni prelevavano delle specie di pietre, dei “calcoli” di qualche tipo, e delle ghiandole, il vero obiettivo della caccia: le pietre, molate e ripulite erano dei gioielli bellissimi e dalle ghiandole si ricavava una spezia curativa non meno preziosa. Il resto lo lasciavano agli spazzini della prateria.

Dopo meno di dieci giorni di questa vita errabonda nella prateria ero sfinito; ferito da mille graffi, scalfitture ed escoriazioni, mi reggevo a malapena in piedi; zoppicavo; mi tenevano legato e mi usavano solo come mulo per trasportare parte del loro bagaglio, e da mangiare mi davano i loro avanzi. Non li odiavo nemmeno più, ero sfatto, ero incapace di odiare, volevo solo morire.

Una sera intuii che stavo per essere accontentato; dagli sguardi che mi lanciavano nel corso di una discussione, capii che stavano parlando di me; e, ad occhio, che si stavano chiedendo se valeva o meno la pena di continuare a portarmi con loro dato che li facevo rallentare.

Era vero, non ce la facevo a stare al loro passo. Ad un certo punto qualcuno disse una qualche spiritosaggine e tutti si misero a ridere. Uno fra loro, quello che mi aveva schiaffeggiato per interrogarmi si alzò e venne verso di me. Mi fece alzare e mi spinse poco lontano, dietro un dosso, mi butto a terra. Mi si sdraiò vicino e mi disse qualcosa con voce insolitamente affabile, per quanto potevo giudicare. E cominciò a toccarmi.

Tentai di resistere ma potevo fare ben poco e, dopo che mi ebbe piantato sotto la gola un coltello di ossidiana, rozzo ma efficace, ebbe gioco facile. E mi violentò. Ebbe un solo pregio: fu breve.

Al ritorno , per mia fortuna, avevano cambiato discorso. Ma per me era stato un segnale d’allarme. Per quei selvaggi ero un animale predato e niente di più.

Non ero nemmeno scioccato. Dopo dieci giorni di quella vita, ero oltre lo choc. Ero solo terrorizzato a morte. Non ce l’avrei fatta a resistere in quelle condizioni, e quelle bestie mi avrebbero prima o poi assassinato senza pensarci su due volte. Dovevo scappare.

La notte ci fermavamo quasi sempre in cima a  qualche rilievo e io ero sempre troppo stanco per riuscire a pensare a come scappare. Quella sera, dopo aver fatto grossi sforzi per tenere il loro passo, ci fermammo in un posto che diversamente dagli altri aveva qualche roccia affiorante.

Mi sdraiai vicino ad una di queste rocce, quella che mi sembrava più adatta. Per tutta la notte, appena gli altri si furono addormentati, stando attento a non attirare l’attenzione della sentinella, riuscii, strofinando i lacci di cuoio che mi stringevano i polsi contro la roccia, a spezzarli e mi liberai le mani.

 

Ci rimisi anche molta pelle dei polsi, ma la paura di morire non mi fece sentire il dolore. Senza far rumore cominciai ad allontanarmi dalla sentinella; raggiunsi il capo della banda e la sua sacca, ne trassi la mitraglietta; e lì commisi il mio primo errore.

Scappai, veloce quanto potevo nella prateria. La sentinella se ne accorse e cominciò a gridare; si svegliarono ed iniziarono l’inseguimento. Non ce la potevo fare, evidentemente, per questo avevo preso l’Uzi, per spaventarli.

Quando mi raggiunsero mi fermai e mi rivoltai verso di loro, urlando:

— Allora, bastardi! Animali! Eh? Allora volete proprio che lo faccia, eh? — e sparai una raffica in aria. E questo fu il secondo errore.

Avete mai ucciso qualcuno voi? No, probabilmente, giusto?

Non è una cosa comune uccidere. La maggior parte della gente, nel corso della propria vita non uccide mai nemmeno una gallina. Da piccoli uccidiamo mosche e lucertole, ma oltre non si va, o si va difficilmente, al massimo un gatto, ed è raro.

Ripeto: la maggior parte della gente che vive in città non saprebbe da che parte cominciare per uccidere, non dico un essere umano, ma nemmeno un pollo.

Certo, sull’onda di un impulso, per un pugno mal dato si può arrivare a uccidere, o lo si fa per sbaglio o si programma a freddo; ma tutto ciò riguarda una minoranza di persone, appunto quelle che uccidono per sbaglio e con facilità.

E io, uomo civile, ben educato, non avevo mai ucciso nessuno in vita mia, né mai pensato che avrei potuto o dovuto farlo.

I miei due errori erano stati questi: appena avevo avuto l’Uzi in mano, prima che la sentinella se ne accorgesse avrei dovuto ucciderli tutti, lui per primo; e dopo, quando mi avevano circondato, ridendo, non avrei dovuto tentare di spaventarli, ma avrei dovuto di nuovo approfittare dell’occasione e falciarli con una raffica; invece sparai solo in aria.

Questo perché avevo orrore dell’omicidio, perché ero stato educato a ritenere che la soppressione di un essere umano fosse quella di un mondo intero, anzi, di un universo intero.

Si fermarono spaventati certo. Ma non fuggirono urlando dal terrore, come mi ero immaginato. No, Non ero in grado di capire bene in quel buio, sia pure illuminato dalle lune, ma uno di loro, forse proprio il capo, mi tirò la sua lancia, che mi si piantò proprio nel bel mezzo del plesso solare, penetrando a fondo.

Il colpo mi lasciò senza fiato. L’Uzi mi scivolò dalle mani e cadde a terra; io rotolai all’indietro. L’uomo che mi aveva tirato la lancia mi venne vicino e mi disse qualcosa, ridendo. Poi si appoggiò con tutto il suo peso all’arma e mi trapassò, infilzandomi nel terreno. Il dolore fu forte e spaventoso, ma in qualche modo, probabilmente per la lesione di un qualche nervo spinale, non so, non sentii più dolore.

Gli altri risero anche loro, vennero vicini dissero qualcosa, qualcuno mi prese a calci, poi se ne andarono. E io rimasi lì. E svenni.

Rinvenni in pieno sole. Intorno a me già si stavano radunando avvoltoi e non ero in grado di muovermi in alcun modo. Stavo per morire e loro potevano aspettare. Rimasi in una specie di dormiveglia per ancora non so quanto tempo, minuti, poche ore.

Avevo una sete spaventosa. Mi capitò anche di pensare che avevo avuto la mia ultima lezione: in questo mondo o si uccideva o si era uccisi, non esistevano vie di mezzo.

Il sole era alto quando nella radura arrivò una piccola muta di lupi molto grossi, molto più del normale. Il maschio alfa si avvicinò ringhiando, mi odorò e poi con un solo unico rapido movimento mi azzannò alla gola squarciandomela.

Morii subito.

World © Massimo Mongai (da Il gioco degli Immortali)