Massimo MongaiMassimo Mongai, che ho conosciuto troppo poco, mi ha dato, a suo tempo, lo spunto per pubblicare il primo capitolo di un suo libro intitolato “Il gioco degli Immortali,” uscito originalmente su Urania nel 1999. Quando mi è capitato di incontrarlo, un po’ per caso, ho capito subito che Massimo era un secondo me stesso, per le sue idee relative alla fantascienza e per il modo che aveva di scrivere. La sua scomparsa è stata repentina. Lui non aveva detto a nessuno di essere davvero malato. Almeno io credo! Mi aveva detto che sarebbe andato in ospedale per una banale operazione alle gambe, ma da quell’ospedale non è mai più uscito. Alcune sue opere sono oggi disponibili su Liber Liber, da cui è tratto questo capitolo. Due suoi romanzi sono scaricabili da chiunque e in modo assolutamente gratuito e questo per volontà precisa di Massimo Mongai, ché infatti me lo aveva rivelato personalmente. Come ho già detto molte volte, vorrei che in Italia ci fossero più scrittori come lui. Questo è il secondo capitolo de Il gioco degli Immortali.

 

Mi risvegliai nello stesso letto e nella stessa stanza che sembravano un ospedale. Nella sorpresa, sorrisi anche: ecco, era stato un sogno, strano, vivido, ma solo un sogno.

Poi, non so cosa me lo fece pensare, pensai che non era così.

Non era affatto un sogno.

Né quella stanza, né la mia morte, né tutto ciò che avevo vissuto.

Sentivo ancora i denti del lupo che mi squarciavano la gola, ricordavo benissimo il fiato puzzolente dell’animale su di me, era l’ultimo ricordo sensoriale che avevo prima del buio. E ricordavo ogni singolo maledetto momento di quell’agonia e di tutto ciò che l’aveva preceduta!

Quindi era un incubo. Un incubo reale, ma un incubo.

— Sei in grado di comprendere? — disse la stessa voce dell’altra volta.

— Mmma cosa sta succedendo? — risposi.

— Sono in attesa richieste.

— Ma cosa è successo?

— Sono in attesa richieste.

— VOGLIO SAPERE COSA È SUCCESSO!

— Sono in attesa richieste.

— VOGLIO UNA PISTOLA COLT 357 MAGNUM, MODELLO 1980, CANNA DA TRE POLLICI, MODELLO EXPORT! — Chiesi, sempre urlando. La dettagliai come avevo dovuto fare la prima volta che l’avevo richiesta, giorni prima.

Apparve vicino alla mia mano. La presi, alzai il cane, me la puntai alla tempia ed urlai.

— SE NON SAPRÒ IMMEDIATAMENTE CHE COSA È SUCCESSO IO MI SPARERÒ!

— Sono in attesa richieste.

Premetti il grilletto. E la pistola scattò a vuoto.

E già, non avevo ancora chiesto le pallottole. Mi venne da ridere. Mi misi a ridere e a piangere, al tempo stesso. Mi resi conto che se anche avessi chiesto le pallottole, se le avessi avute ed avessi caricato l’arma e mi fossi sparato, dopo non molto, o forse dopo molto chi lo sa, mi sarei trovato di nuovo in quel letto e che la cosa poteva andare avanti all’infinito. Lasciai perdere e chiesi una bottiglia di whisky. Poi un’altra. Alla metà della seconda crollai.

L’alcool è notoriamente un rimedio parziale ed inefficiente per risolvere i problemi. L’effetto di sollievo dura poco, ha molte conseguenze sgradevoli, dall’assuefazione al mal di testa del dopo sbronza. Ma ha anche il vantaggio di essere rapido, economico, e di dare una euforica illusione di star bene. Gli svantaggi poi, per una persona sana, in realtà, sono un vantaggio: se non ne abusi più di tanto. E poi fa dormire male, ma senza sogni. Almeno me.

Quando mi svegliai di nuovo, dopo l’ubriacatura, chiesi delle aspirine, dell’acqua, del succo di frutta; e mi rimisi al lavoro. Richiesi subito molte delle cose che avevo chiesto la prima volta, ad esempio scrivania e computer. E mi rimisi a cercare di risolvere il problema a modo mio, come avevo fatto la prima volta: scrivendo, preparando schede, razionalizzando.

Lavorai ininterrottamente per alcuni giorni. Cosa sapevo? Che qualcuno mi aveva messo in una situazione complessa, per un qualche suo motivo, e su questo argomento, il chi, il come ed il perché, oltre non andavo: non avevo elementi per ricavare altro; quindi dovevo posticipare questa parte del problema a quando avessi avuto altri dati.

In cosa consisteva concretamente questa situazione complessa? Ovunque fossi ora, ci sarei rimasto per due settimane, anzi esattamente per 15 giorni di 24 ore l’uno.

Nel corso di questi 15 giorni un meccanismo (o un insieme di meccanismi) predisposto a ciò, mi avrebbe fornito qualunque cosa io avessi richiesto, qualunque oggetto materiale, dopo di che sarei stato “immesso” in un mondo estremamente simile alla Terra per caratteristiche esteriori (atmosfera, biologia, ecosistema e mille altre cose), ma che non era la Terra.

In questo mondo avrei trovato specie animali identiche a quelle terrestri, specie terrestri estinte e specie animali non terrestri; avrei trovato anche esseri umani in tutto e per tutto simili ai terrestri, come noi violenti ed aggressivi, ma forse non più di noi.

Per quello che ne sapevo senza dubbio più barbare e comunque tecnologicamente meno evolute. Ma anche questo non era detto: la tribù di cacciatori che avevo incontrato era a livello di civiltà neolitica, ma sul pianeta ci poteva essere anche altro: in fondo anche sulla Terra che avevo lasciato convivevano tecnologia nucleare e, nelle foreste amazzoniche o malesiane, quella neolitica.

Se fossi stato ucciso, sarei stato resuscitato all’interno di questa macchina, comunque in questo luogo nel quale stavo scrivendo.

Forse. In realtà non era detto. Era successo questa volta, ma sarebbe successo di nuovo? E se sì, sarebbe successo sempre, o per un numero limitato di volte? Avevo sette o mille vite? O solo tre? Non che ci tenessi a fare l’esperienza, intendiamoci.

Ero morto. Ero stato ucciso. E non era stata una esperienza gradevole. Non è come addormentarsi, vi assicuro.

No, non avrebbe dovuto mai più accadere di nuovo. La sicurezza fisica era a quel punto il mio obiettivo principale. Anzi, rapidamente divenne la mia ossessione. Cominciai a stilare liste su liste di oggetti che avrebbero potuto essere utili per sopravvivere, per difendermi, per muovermi. Le scrissi e le riscrissi all’infinito.

Ci lavorai con metodo ed a lungo. Mi resi conto che era inutile chiedere di tutto. Occorreva chiedere qualcosa che mi sarebbe stato utile, ad esempio, nella radura o nella savana nella quale ero stato catturato, o su una montagna di quelle che intravedevo alla fine della savana. Insomma occorreva un progetto articolato di sopravvivenza. Alla fine chiesi, ed ottenni, ciò che mi sarebbe servito.

Chiesi di nuovo e prima di tutto armi e munizioni.

Esclusi il carro armato, era stata una scelta sciocca. Quanta nafta poteva portare il serbatoio? Quanta nafta in più potevo chiedere? Contenendola dove? Inoltre i tank vanno bene in pianura o su pendii leggeri, nelle foreste, no davvero. E comunque non sapevo portarlo un tank, e imparare avrebbe portato via tempo inutilmente, dato che prima o poi ne avrei dovuto fare a meno.

Chiesi di nuovo una mitraglietta Uzi e relativo munizionamento, 200 caricatori da 50 colpi l’uno. Poi pensai alle tigri ed ai selvaggi e raddoppiai la provvista.

Poi chiesi un fucile di precisione, un Anschutz Savage, calibro 312 HiSpeed, con cannocchiale; aggiunsi alla lista bombe a mano, da assalto (solo con lampo e rumore) e da difesa (tipo ananas, a frammentazione); un paio di grossi coltelli da combattimento, un lanciamissili, il più elementare possibile, con una riserva di 30 colpi. Mine antiuomo di tre tipi diversi, per un totale di almeno 80 pezzi.

Poi armi ad avancarica. Proprio così: un paio di fucili ottocenteschi, con pallettoni e pallini, una decina di chili di polvere da sparo. E chiesi anche alcune migliaia di capsule detonanti, ognuna delle quali equivaleva ad un colpo ma di peso ed ingombro molto più limitato della polvere da sparo. Sapevo che la polvere da sparo (diversamente dalle capsule) è relativamente facile da farsi (chiesi alcuni libri sull’argomento) e quelle armi avrebbero potuto funzionare a lungo, anche quando avessi finito le pallottole per le armi più moderne.

Già che c’ero chiesi anche un paio di archi e di balestre, con frecce e verrettoni in abbondanza, oltre a punte e penne di bilanciamento per fabbricarne altre.

Chiesi attrezzi di tutti i tipi: dal martello ai chiodi, dalle tenaglie ai trapani, dalle seghe alle asce, eccetera. Tutto ovviamente non elettrico.

Chiesi anche contenitori di vetro, di plastica, di metallo, di molte forme e dimensioni, per conservare cibi.

Poi viveri a lunga conservazione di tutti i tipi, dal latte in polvere alla carne in scatola, dalla frutta sciroppata in scatola ai salami; sale in quantità (prevedendo salature di cibi locali ed in attesa di trovare il modo di trovare il sale in loco).

Medicine: dai cerotti agli antibiotici a largo spettro, bende, anestetici, siringhe automatiche, un termometro, alcuni ferri chirurgici, uno stetoscopio, dei manuali di pronto soccorso, dei libri di medicina.

Libri, poi, di tutti i tipi: manuali di istruzioni, una piccola enciclopedia della tecnologia che mi avrebbe permesso di ricostruirmi, forse, un modo di vivere decente. Ma anche libri da leggere: di tutto, dai gialli di Nero Wolfe che conoscevo a memoria fino a tutta la “Recherche” di Proust che sulla Terra non ero mai riuscito a leggere perché la trovavo troppo noiosa; e molti altri autori. Il tutto in edizione estremamente ridotta per spazio e ingombro.

Una macchina da scrivere portatile (un vecchio modello, una Lettera 32 della Olivetti: tutta di metallo praticamente indistruttibile; a casa ne avevo una vecchia di 40 anni che faceva ancora alla grande il suo mestiere), dieci nastri di ricambio (anni e anni di scrittura garantita) carta, matite, penne, cancelleria varia.

Un mangianastri a pile, ovviamente, ed una riserva di torcioni per un paio di mesi ed un bel po’ di cassette di musica, per lo più classica. Poi lo avrei dovuto buttare, ma almeno un po’ mi avrebbe aiutato.

E molte altre cose che non vi sto a elencare per esteso: da un mini gruppo elettrogeno che avrebbe potuto funzionare, forse, con una cascata d’acqua, a una bussola (che non avevo idea se avrebbe mai funzionato su un pianeta diverso dalla Terra); da una riserva di spezie a una ventina di chili d’oro sotto forma di monete, lingottini e catenine ornamentali; gioielli, pietre preziose.

Scelsi l’oro perché pensai che probabilmente, a meno che fosse super abbondante sul pianeta, anche lì sarebbe stato un metallo prezioso, da usare negli scambi.

L’oro è sempre stato un metallo prezioso per tutte le civiltà terrestri e il motivo non è una specie di misteriosa “auri sacra fames” biologicamente determinata, ma semplicemente il fatto che è un metallo estremamente malleabile, con il quale anche solo battendolo con una pietra si può fare di tutto, e soprattutto che non si ossida mai, quindi finisce per creare intorno a sé leggende di Immortalità.

E gioielli e pietre per gli stessi motivi: gli esseri umani sulla Terra (uomini e donne), in ogni tempo ed in ogni luogo hanno sempre amato adornarsi di gioielli di tutti i tipi.

Insomma l’idea era: avere di che fare scambi e di che difendermi.

Per portare tutto ciò furono necessari 12 muli, che provvidi a chiedere, scoprendo così che potevo chiedere esseri viventi. In teoria avrei potuto chiederne altri, e chiedere carri per trasportare il tutto. Ma il problema era che ero solo, e già controllarne dodici sarebbe stato difficile.

E già che c’ero chiesi anche un po’ di altri animali: un po’ di galline, gallo compreso, due capre femmine ed un caprone; tanto per far razza ed avere uova fresche.

Quando mi furono consegnati direttamente lì, nella stanza in cui li chiedevo, apparvero liberi, senza gabbie o stie.

Non vi dico la confusione. Provvidi a chiedere gabbie e stie e ci misi alcune ore per venirne a capo. Poi mi resi conto che mi servivano anche il cibo per quegli animali, e un luogo adatto e quindi “ordinai” una stalla su misura.

Improvvisamente mi resi conto che quel gallo, quelle galline, quella capra, forse venivano dalla Terra… ma forse no, mi dissi subito. Per un attimo li avevo sentiti quasi come fratelli, come amici.

Anche in questa occasione mi accorsi solo in un secondo momento di cosa mi ero dimenticato, di cosa avevo chiesto in quantità eccessiva e di cosa in quantità esagerata; ma sapete com’è, degli errori che facciamo, ce ne accorgiamo sempre dopo.

E d’altra parte, la situazione nella quale mi sarei trovato non era davvero una situazione prevista in un qualche manuale! Voi cosa avreste scelto al mio posto? Una radio, per esempio? E per farci che? Io la presi, intendiamoci, ma a parte il fatto che andava a batterie e che quindi dopo poco si scaricò, ma per sentire chi? Presi anche due walkie talkie, pensando che avrebbero potuto essermi utili quando avessi trovano un alleato, un amico. E un carica batterie da collegare all’impianto da “allacciare” a una cascata. Sempre che anche quello avesse funzionato.

E non fu facile, chiedere e ottenere. Sempre per quella maledetta mania di dover dettagliare tutto fino al limite del dettaglio d’archivio della macchina, ogni richiesta era una fatica improba!

Il tempo volò. E dopo quindici giorni esatti, fui di nuovo “immesso” sul pianeta, con la stessa identica non-sensazione della prima volta, con tutte le casse di tutti i materiali che avevo richiesto e con i dodici muli ed i loro basti.

Mi ritrovai di nuovo all’aperto in una radura di un bosco, molto piccola, con un sentiero largo pochi centimetri davanti a me. Mi chiesi se le radure erano una costante. Ero teso e spaventato, stavolta, e molto sulla difensiva.

Decisi di non allontanarmi dal luogo in cui ero certo ci fosse una “uscita” dal computer, con il vago progetto di stipulare una alleanza con coloro che fossero usciti da lì dopo di me, anche se per quel che ne sapevo potevano passare anche anni prima che uscisse qualcun altro.

Cominciai a scavare una fossa. Avevo deciso infatti che gran parte del materiale che avevo portato con me lo avrei lasciato lì, in una “cache”, in una buca non troppo profonda, e impermeabilizzata con teli di plastica, e che sarei tornato di volta in volta a prendere ciò di cui avevo bisogno.

Ci misi un paio di giorni a completare l’operazione, dormendo poche ore per notte, all’interno del cerchio formato dai muli legati fra loro, a titolo di difesa preventiva. Speravo che se fosse riapparsa una tigre (o chi per lei, umani compresi) avrebbe assalito loro prima di me; e che loro comunque forse l’avrebbero annusata prima di me: una specie di “muro” di carne, insomma. Dormii con la mano sull’Uzi, e dormii male, svegliandomi diverse volte in preda alla paura.

Poi mi venne in mente che potevo disporre alcune mine antiuomo tutt’intorno al cerchio dei muli e a una certa distanza per di più; e collegarle a dei fili di nylon. Cosa che feci (dopo aver letto con molta attenzione i manuali di istruzione), il che mi aiutò a dormire un po’ di più.

Dopo qualche giorno, mi avviai sul sentiero per poche centinaia di metri, tornai indietro e lo percorsi nella direzione opposta; passai l’intera giornata a conoscere il territorio immediatamente circostante.

Il bosco era una faggeta, di alberi alti, con un sottobosco fitto ma non troppo e molti sentieri, apparentemente “scavati” nel verde o da animali o da piccoli torrenti primaverili da disgelo. Di nuovo non c’erano sentieri “calpestati” da piedi umani, per lo meno apparentemente.

Trovai uno di questi torrenti più grande e stabile, un piccolo fiume, un po’ più a valle, e quindi decisi a maggior ragione di stabilirmi vicino a una fonte d’acqua, sia per l’acqua in sé sia per l’idea di trarre da una cascatella naturale la corrente elettrica.

Trovai una piccola grotta, 200 metri più a valle e mi ci stabilii; misi tutte le provviste sul fondo, coperte da rami e da cespugli, tenni le armi a portata di mano e ammucchiai della legna secca vicino all’ingresso ma non l’accesi: non volevo che qualcuno vedesse la luce del fuoco finché non fossi stato certo di essere in grado di difendermi. Dormi alla meno peggio, svegliandomi diverse volte, in parte per i rumori esterni, in parte per gli incubi che affioravano.

Sapevo di essere vivo e che in questo c’era una qualche logica, ma il mio corpo ricordava solo l’orrore di una morte subita poco prima: improvvisamente cominciavo a sudare freddo e a tremare, senza potermi arrestare, era proprio come se il mio corpo non potesse accettare l’idea di essere stato ucciso e di essere ancora vivo.

Il corpo credo possa accettare la morte. Credo però che non possa accettarla due volte. La può accettare, ma non ricordare. Non so, forse sto dicendo delle sciocchezze, ma quando avevo un po’ di tempo per pensare, e pensavo a cose di questo tipo, avevo l’impressione che il mio corpo “ricordasse” a prescindere dal fatto se io ricordavo o meno.

Cercavo di non pensare al fatto che ero probabilmente già morto due volte: non sapevo come razionalizzarla questa cosa; questo non era l’aldilà, questo era un altro pianeta. Ma io ero senza dubbio morto due volte. E se “io” smettevo di pensarci, se “io” riuscivo a non pensarci, il mio corpo invece no: lui era sempre presente a questo orrore e non si voleva adattare. E a volte mi affiorava il pensiero che forse l’unico modo era uccidersi, e rinato, continuare ad uccidermi, finché chi mi risuscitava non si fosse stancato ed io sarei morto definitivamente, finalmente!

Passai due settimane in questo stato, finché non mi calmai; nel frattempo mi ero orizzontato a sufficienza.

Mi trovavo sul costone esposto a sud di una montagna simile ad una montagna terrestre, alta probabilmente oltre i 4000 metri.

Sempre approssimativamente e considerando il caldo, l’altezza del sole ed altri particolari, tutti basati sulle mie impressioni di montanaro della domenica, dovevo essere circa a 1000 metri di altezza, in una zona temperata del pianeta e in una stagione che si avviava verso il caldo estivo. Intorno a me molti animali, fiori, le prime bacche, e le giornate che si allungavano. Questo lo dedussi subito dal gioco delle ombre su un orologio solare che mi ero costruito in uno spiazzo vicino alla mia capanna. A forza di fare piccole esplorazioni e con l’aiuto del binocolo, avevo trovato il luogo dove stabilirmi.

Era in prossimità del torrente, che faceva un’ansa in discesa; io mi ero messo nell’ansa, così da avere il torrente in alto e in basso al tempo stesso, per future opere idriche: avrei preso l’acqua dall’alto con dei tubi di terracotta o di bambù, l’avrei usata ai miei scopi, per restituirla al torrente in basso.

Nell’ansa c’era una specie di radura, leggermente inclinata, con diversi cespugli, e su un lato del costone della montagna c’era un’ampia grotta, che era essenziale ai miei progetti.

Cominciai a costruirmi una capanna di tronchi. La capanna era dapprima una capanna di rami costruita alla meno peggio come copertura della grotta, che era ampia, areata e asciutta, e che aveva il grandissimo pregio di avere altre tre uscite, tutte e tre piccole e nascoste nella vegetazione, ma al tempo stesso praticabili.

L’uscita della grotta, e quindi la capanna che ne occultava l’ingresso, era esposta a sud e aveva una bella visuale sulla vallata; al tempo stesso era abbastanza coperta dal bosco così da poter sperare di non essere notato dalla vallata stessa, quando avessi fatto luce o fumo.

Quando mi fui rassicurato che non c’erano tracce umane nei paraggi e dopo aver disposto un sistema di mine antiuomo tutt’intorno alla radura, e sempre tenendo l’Uzi a portata di mano, cominciai i lavori.

L’idea era di costruire una piattaforma davanti all’ingresso della grotta, poggiata a monte nella rientranza stessa della grotta, e a valle su due o più pilastri di tronchi; su questa piattaforma avrei costruito la mia vera e propria capanna di tronchi stile “farwest” americano, con i tronchi a incastro a angolo retto negli angoli e il tetto inclinato per far scivolare la neve. Avrei vissuto nella capanna, ma avrei usato a molti altri scopi anche la grotta.

Fu dura. Ma il lavoro funzionava da terapia fisica e psicologica, inoltre mi irrobustiva. Il problema non era trovare o abbattere gli alberi, quanto trasportarli; non volevo infatti creare una radura troppo grande intorno alla casa, per di più una radura artificiale, con i ceppi dei tronchi tagliati; qualcuno avrebbe potuto notarla.

In prospettiva, infatti, volevo mimetizzare anche la capanna, in modo che sembrasse una parte della radura e del costone.

I muli mi potevano aiutare, ma non poi tanto, dato che di sentieri non ce n’erano. Per altro, nel frattempo, me ne erano morti cinque (di malattia, incidenti, uno sbranato da una tigre) e due erano scappati, per cui ne avevo solo 5, che tenevo per lo più alla cavezza nella grotta.

Tagliai gli alberi molto più a monte, sfrondandoli e facendoli scivolare piano piano a valle con un sistema di corde e di pulegge e servendomi di un paio di muli per volta.

Riuscivo a lavorare in questo modo un paio di tronchi al giorno. Un giorno lavoravo e un giorno cacciavo o raccoglievo. E queste due attività erano sorprendentemente facili: la selvaggina (cervi, daini, galli cedroni, la tipica selvaggina da foresta europea o americana) abbondava come in un film naturalista ed era facilissimo catturarla o ucciderla; dopo un po’ non usavo più neppure l’arco o il fucile e mi limitavo a porre trappole, alcune con le tagliole che avevo chiesto alla macchina, altre che avevo imparato a fare leggendo i manuali che avevo richiesto; c’erano molti cespugli di bacche diverse e tutte dolci e commestibili, e funghi identici a quelli della Terra (oltre ad altri mai visti, che ovviamente non colsi) e un tipo di albero da frutto che non avevo mai visto e che produceva una specie di “pane” direi, una specie di zucca, chiara e farinosa e quasi senza sapore, che però tagliata a fette, lasciata seccare o tostata poteva sostituire benissimo il pane.

Dopo due mesi di dodici ore di lavoro al giorno la piattaforma era ultimata insieme ai muri perimetrali e alle travi portanti del tetto, che coprii di rami, terra e frasche.

Mi dedicai alle altre difese passive intorno alla capanna. Scavai un primo fossato e con la terra che scavavo alzavo un muretto verso l’interno. Sul muretto misi dei paletti acuminati, sottili e di diversa lunghezza e vi trapiantai dei rovi; trapiantai dei rovi anche sulla sponda opposta del fossato, così che a prima vista, chi vi fosse passato vicino avrebbe visto solo una fitta muraglia di rovi alta un paio di metri dietro la quale una più alta e fitta muraglia. Certo quando i rovi fossero abbondantemente cresciuti.

Questa doppia muraglia era come un cerchio di trenta metri di diametro che circondava la mia casa, partendo dai costoni della montagna; da un lato della muraglia il lavoro fu molto difficile, perché era proprio sullo strapiombo; e dagli altri la feci un po’ più alta.

La mia casa sporgeva dalla grotta, e quindi la nascondeva, verso una radura circondata dalla doppia muraglia. Dall’esterno e da pochi metri più in basso non si poteva vedere niente; la casa poteva essere notata solo dall’alto, ma per risolvere questo problema mi ero recato proprio sulla sporgenza che mi sovrastava ed avevo notato quanto fosse difficile e senza senso arrivarci; comunque per precauzione decisi di mettere delle trappole in tutta quella parte della montagna: chi fosse arrivato sul bordo della montagna (sopravvivendo alle mine!), in quel punto si sarebbe visto crollare il suolo sotto i piedi e sarebbe precipitato; sia che io ci fossi, sia che non ci fossi. Come ulteriore precauzione, ultimato il tetto con tegole di legno, lo coprii di un leggero strato di terra su cui adagiai delle zolle di terra ed erba sperando che attecchissero.

Allargai la “cintura” delle mine antiuomo a oltre 500 metri di raggio dalla casa e circa dieci metri prima di ogni mina, misi dei teschi di animali su dei pali, come a dire, vai avanti a tuo rischio e pericolo. Giusto per un residuo di un piccolissimo scrupolo.

In prossimità del torrente più a valle trovai una specie di bambù, delle grosse canne di palude, ma molto grosse; me ne feci bicchieri e contenitori di tutti i tipi, ma anche tubature per ricevere l’acqua direttamente in casa dal torrente: fu un impianto decisamente artigianale e di cui avrei dovuto cambiare diversi pezzi man mano che si corrodevano le canne, ma vi assicuro che farmi una vera e propria doccia dopo quattro mesi di quella vita fu un’esperienza esaltante!

Ormai ero ben piazzato. Sotto la piattaforma scavai una cisterna che impermeabilizzai con muschio, foglie, malta e fieno, in un modo molto rozzo ma efficace (avevo ancora molti fogli di plastica a disposizione, ma preferivo usare materiali naturali che reperivo intorno a me); un piccolo tubo vi portava l’acqua e un altro ne portava fuori l’eccesso; avevo così una riserva d’acqua anche in caso di assedio; chiusi i muri intorno e sotto alla piattaforma con rocce e rovi secchi e coprii di piantine di rampicanti e di rovi tutta la base della casa e altri punti strategici, con la prospettiva di riuscire in poco tempo a coprirla tutta.

Avevo ormai a disposizione una capanna di tronchi quasi completamente mimetizzata, e che con la prossima stagione, se i rovi attecchivano, lo sarebbe stata completamente; con all’interno un camino di sassi fissati con una maltaccia di fango e fieno, la cui cappa finiva nella grotta; il fumo si disperdeva dopo essere passato all’interno della grotta stessa, da tre diverse uscite, più a monte, e in modo tale da essere praticamente invisibile. Ero perfettamente mimetizzato. Solo chi mi fosse capitato letteralmente addosso per caso mi avrebbe potuto vedere.

Continuai a cacciare e a mettere da parte quanta più selvaggina potevo per affrontare l’inverno: le carni le affumicavo nella grotta e avevo visto che si mantenevano bene; avevo trovato anche varie ricette di cibi da sopravvivenza in un libro sul ritorno alla natura che avevo comprato anni prima ma non avevo mai letto seriamente e che mi ero fatto ristampare dal computer; fra questi la ricetta del “pemmican”, il cibo invernale degli indiani nordamericani: pesce secco affumicato e sminuzzato con carne secca; non era granché, ma era cibo che non si rovinava.

Il pesce lo pescavo con facilità in uno dei molti laghetti formati dal torrente più a valle: trovai perfino dei salmoni.

Nei contenitori di canna impermeabilizzati con foglie aromatiche secche conservavo diversi tipi di marmellate di bacche; non sapevo quanto sarebbero durate e restate commestibili ma c’erano buone speranze; le marmellate le avevo fatte bollendo le bacche dapprima nelle pentole che avevo portato con me, poi in recipienti di coccio che mi ero fabbricato da solo quando avevo scoperto della creta in un’ansa del torrente. Usavo i vasi di vetro che mi ero portato appresso, ma, di nuovo, cercavo una tecnologia compatibile con l’ambiente in cui ero.

Nel frattempo, mangiavo ingordamente anche al di là della fame, e soprattutto il più grasso che potevo, con il dichiarato scopo di ingrassare: proprio come fanno gli animali che vanno in letargo.

Frutta secca, funghi secchi, pezzi di carne cotti e conservati nello strutto ricavato dal grasso degli animali che uccidevo; insomma passai tutta la primavera, l’estate e parte dell’autunno a fare provviste, legna compresa.

E feci bene. Non avevo idea di quando sarebbe arrivato il freddo e di quanto forte sarebbe stato; potevo legittimamente supporre che sarebbe stato simile a quello delle montagne europee o nordamericane corrispondenti, tipo Centro Europa o nord degli Stati Uniti. Il che significava anche 30 gradi sottozero.

Quando arrivò, fu pesante. Fossero meno 30 o meno 40 non saprei dirvi: non avevo pensato a chiedere alla macchina un termometro da esterno. Fu freddo. Ma molto freddo.

Per fortuna avevo conservato (e conciato alla meno peggio con il sale e il sole) tutte le pelli degli animali che avevo ucciso e le avevo cucite grossolanamente fra loro; quando calava il sole andavo a letto vestito, dentro il mio sacco a pelo di piume e sotto una pila di pelli, con fuori appena un pezzetto del naso per respirare. E avevo freddo.

La mattina non mi alzavo finché il sole non era alto, accendevo il fuoco e tornavo sotto le pelli, e solo quando un po’ di tepore si diffondeva nella mia capanna mi alzavo e mi organizzavo la giornata.

Che consisteva per lo più nel mangiare, nel fare un po’ di movimento per non paralizzarmi del tutto. Provai anche a scrivere e a tenere un diario, ma non durò a lungo, così come anche la lettura non mi aiutò, anzi.

Leggere di un mondo che potevo considerare perso per sempre mi deprimeva. Ero arrivato infatti alla conclusione che per poter mantenere un minimo di salute mentale, alla Terra non ci dovevo pensare più. Questo era il mio mondo e qui dovevo restare. Quando avessi avuto qualche informazione in più su quello che mi era successo avrei potuto… cosa? Niente. Non avrei potuto quasi sicuramente fare niente, quindi tanto valeva non pensarci più.

Per la prima parte dell’inverno uscii raramente dalla capanna; man mano che il freddo si fece più forte mi passò proprio la voglia di uscire. Passato l’equivalente del solstizio invernale di quel pianeta, quando le giornate cominciarono ad allungarsi di nuovo, cominciai a uscire più spesso e a trovare perfino bello il luogo in cui ero.

La neve copriva tutto, ovviamente, ma era una neve strana: per non so quale fenomeno non era una neve tutta e soltanto bianca; forse cristalli minerali presenti nel pulviscolo atmosferico, forse una particolarità d’altro tipo nella luce del sole di quel sistema, non so, il risultato era che la neve era bianca, sì, ma percorsa da incredibili striature di colore, appena accennate, molto flou, tenui, ma con tutti i colori dello spettro; il risultato era, sotto il sole, soprattutto all’alba e al tramonto, una variegatissima serie di colori cangianti.

La conseguenza più spettacolosa erano le pellicce invernali degli animali: anch’esse variegate di bianco e colori tenui, e spesso cangianti.

Che fosse un adattamento naturale o voluto da qualcuno, quegli animali avevano delle pellicce incredibili, che sulla Terra sarebbero costate cento volte quelle normali.

Grazie a questa loro mimetizzazione erano bellissimi e difficilissimi da identificare, sia le prede che i predatori, che per altro non erano molto pericolosi per me, per fortuna: lupi ed aquile per lo più; a queste non interessavo, e quelli non si fecero vedere, anche se ne vidi un branco una delle poche volte che uscii dal recinto, a valle per altro. Avevo visto degli orsi, d’estate, ma essendo tutti scomparsi dovevano essere andati in letargo come i loro omologhi terrestri. E meno male: un esemplare maschio di orso che a primavera vidi a duecento metri da me sarà stato alto almeno tre metri. Per il resto sembrava un normalissimo Grizzly. Voglio dire, non sarebbe stato strano a quel punto trovarsi di fronte ad un ‘Ursus spaeleus’, l’orso delle caverne estinto 30.000 anni fa. Avete presente? Vivevo nel terrore d’incontrarne uno.

La fortuna mi aveva aiutato nella scelta del luogo in cui costruire la capanna: era riparata dai venti dominanti nella zona per cui le tempeste non erano mai troppo turbolente e a parte i 45 giorni più duri, poi fu possibile vivere abbastanza confortevolmente.

La solitudine mi spinse alla depressione dapprima, poi alla meditazione.

Dato che dormivo, mangiavo e non facevo quasi nulla, presi l’abitudine di stare il giorno seduto a meditare, a fare esercizi di respirazione yoga, a cercare di concentrarmi su progetti, programmi, sul mio futuro in quel pianeta.

All’inizio fu soprattutto per rilassarmi e per passare il tempo, poi divenne una esperienza che non esiterei a definire mistica: ero sette, otto ore al giorno in contemplazione di una natura dura e spietata, ma anche bellissima e il risultato fu una crescente sensazione di integrazione, direi, di inserimento nella natura.

Ebbi delle visioni. Non saprei come definirle altrimenti. Animali, colori, alberi tutt’intorno a me sembravano parlarmi, interagire con me; ogni mattina mi alzavo uscivo e salutavo (in silenzio, con gesti e pensieri, senza parole) un grosso abete che era oltre la barriera e gli chiedevo com’era andata la notte; e lui, in qualche modo, mi rispondeva.

Erano probabilmente allucinazioni da solitudine e da troppo ossigeno, certo; ma non ci credetti allora e non ci credo ora.

Era semplicemente un momento di pausa nella mia vita, come non ne avevo mai avuti prima e come non ne ebbi mai dopo, nel quale mi era dato tempo e pena per “sentire” la vita che scorreva intorno a me.

A primavera decisi di avventurarmi verso la valle. Mi ero fabbricato delle racchette da neve e con il mio equipaggiamento mimetizzato mi avventurai verso il basso.

Seguii il torrente, per lo più e dopo due giorni giunsi a valle, segnando regolarmente la strada che facevo con incisioni apparentemente casuali sui tronchi. Almeno speravo potessero apparire casuali.

A valle faceva molto più caldo. Il sole batteva più a lungo e più forte, e in fondo alla vallata, che si affacciava su una pianura più lontana e più grande, intravidi campi coltivati ed un villaggio fortificato.

Quella vista mi emozionò e mi spaventò anche. Avevo un fortissimo desiderio, me ne accorsi solo allora, di andare incontro a degli esseri umani, ma al tempo stesso avevo la paura di chi sa che cos’è la sensazione della morte, e non intendevo ripeterla per niente al mondo.

Mi misi ad osservare a distanza il villaggio, con il potentissimo binocolo che la macchina mi aveva fornito.

Essendo dotato di visione notturna potevo studiare il fortino anche di notte. Sembrava essere un avamposto di confine, con vicino capanne di coloni, gente che si era avventurata sin lassù da qualche altra parte del pianeta.

Erano evidentemente a guardia del passo che portava nella vallata più grande, cui si arrivava dopo aver passato la catena di montagne su cui sorgeva la mia capanna e dall’altro lato della quale ci doveva essere un’altra pianura, e forse una qualche civiltà.

Gli occupanti del fortino erano evidentemente guerrieri: portavano armature di cuoio e metallo, con corazze, spallacci e gambali, una via di mezzo fra le armature di un legionario romano e quelle di un soldato del rinascimento; portavano armi bianche quali spade, scuri, asce da combattimento, mazze, lance e balestre di due tipi, una leggera e portatile evidentemente da combattimento ravvicinato e una più grossa, che tirava verrettoni più lunghi e pesanti ed evidentemente più letali. Sembravano armi di acciaio o come minimo di ferro battuto quindi tecnologicamente già evolute, molto più dei selvaggi che avevo incontrato la prima volta.

Da quel che potevo vedere con il mio binocolo, nel forte sembrava ci fosse anche una popolazione mista, tipica dei luoghi di frontiera: da lontano sembravano mercanti, prostitute, schiavi, viaggiatori di tutti i tipi. I costumi e gli abiti erano i più diversi, da quelli quasi familiari, pantaloni e corsetti e gonne, a quelli più strani, come tute intere a disegni astratti, fino alla nudità quasi totale; altri elementi come gioielli, ornamenti, trucco, seguivano la stessa apparente anarchia totale di stili.

Non sapevo che fare. Aspettare? A che scopo? Rischiare l’incontro? Con quali prospettive? Quello era un posto di frontiera, dovevano essere abituati agli stranieri. Ma io quanto lo ero? Quanto ero alieno per loro? In che lingua ci avrei parlato?

Decisi di aspettare ancora un po’. Rimasi così nella zona, cacciando e sempre sorvegliando quello che accadeva, per altri 5 giorni, senza che accadesse niente e senza prendere una decisione.

Il sesto giorno, di mattina, ero al torrente, lontano dal forte ma relativamente vicino alla strada che vi arrivava e ne veniva, a cercare di pescare una specie di salmoni con una barriera di canne e un cesto di vimini improvvisato, quando udii dei rumori sul greto poco più a valle, in un punto dove sapevo esserci un guado.

Mi nascosi, maledicendo il fatto di aver lasciato l’Uzi nell’accampamento 200 metri più a monte. Ero sceso alla barriera per vedere se avessi catturato qualcosa, con l’idea di tornare subito e non mi ero portato appresso nessuna arma: con me avevo solo un coltello.

I rumori aumentarono ed erano chiaramente rumori di lotta.

Non resistetti alla curiosità, mi avvicinai e vidi un gruppo di armigeri del forte che aveva bloccato un carro. A terra alcuni uomini morti, in abiti colorati, e fra di essi un paio di bambini forse decenni; e uno degli armigeri.

Altri tre armigeri stavano finendo di uccidere in un modo orribile uno degli uomini mentre gli altri, sette od otto, stavano violentando tre donne.

Rivedere da vicino degli esseri umani era già uno choc in sé e per sé, assistere a una scena di violenza così spropositata e apparentemente perfino banale per quegli uomini, lo fu cento volte di più.

Non pensai, non decisi. Fu tutto molto automatico. Come se i mesi passati da solo avessero contribuito a creare un nuovo me stesso. Fra l’altro in quei mesi, oltre a cacciare, mi ero allenato al tiro al bersaglio, proprio per cacciare meglio; mi ero allenato a portare pesi, e il lavoro mi aveva irrobustito in modo veramente notevole. Ero magro, scattante e forte come non ero stato mai in vita mia.

Mi allontanai in silenzio e lentamente, poi corsi veloce al mio campo; raggiuntolo senza nemmeno pensare a quello che stavo facendo indossai il giubbotto antiproiettile di fibra, presi l’Uzi, la carabina telescopica e dei caricatori e corsi verso il guado.

Ero pieno di rabbia per quello che avevo visto. Mi ero ovviamente identificato, anche troppo, e non ci avevo pensato un secondo, avevo deciso d’istinto: dovevo fermare quegli assassini e l’unico modo era ammazzarli. Stavolta non avevo dubbi o esitazioni.

Quando li raggiunsi ansante dietro un dosso, mentre regolavo e caricavo la carabina, mi resi subito conto che l’uomo torturato era evidentemente morto, una delle donne non gridava nemmeno più e quando la lasciarono capii che era morta anche lei.

Mentre si accingevano a continuare la violenza sulle altre due, mi misi in posizione da cecchino, sdraiato sulla pancia in mezzo all’erba con un piccolo cespuglio davanti alla canna e da cui la canna sporgeva e freddamente cominciai a uccidere quegli uomini. Nel corso dell’inverno mi ero allenato tanto, soprattutto con balestra e fucile ad avancarica, ma anche con il fucile da cecchino, ed ero diventato un tiratore più che discreto.

Decisi di sparare prima a quelli che erano lontani dalle donne, per essere sicuro di non sbagliare, dato che erano in piedi: erano a circa cinquanta metri.

Cinquanta metri per un tiratore allenato non sono molti, per uno non allenato moltissimi, credetemi, sia pure con un cannocchiale. Comunque ne uccisi tre prima che gli altri otto si accorgessero che c’era qualcosa che non andava; smisero di violentare le donne ed estrassero le armi; ma non sapevano chi e come li attaccava; e riuscii così ad ucciderne altri tre.

I due rimasti ripararono dietro il carro, avendo capito dal rumore degli spari e dal fumo dove ero e furono raggiunti da altri tre che non avevo notato.

Forse non avevano mai visto prima armi da fuoco in azione, ma erano evidentemente veloci a imparare. E quella di imparare velocemente in combattimento sembrava essere una di quelle caratteristiche che la vita sul pianeta premiava con la sopravvivenza. Io l’avevo già imparato sulla mia pelle.

Mi individuarono e da dietro il carro cominciarono a tirare frecce e verrettoni nella mia direzione urlando come forsennati, tentando sia il tiro diretto, teso, sia quello a parabola. Quando un paio di frecce mi arrivarono troppo vicino decisi di non rischiare oltre.

Scesi dal dosso su cui mi trovavo verso il torrente e mi ci immersi fino al torace tenendo alte le armi e mi avviai fra le canne verso il guado 30 metri più in là: avevo notato un canneto fitto che arrivava fin sulla sponda del torrente e mi ci infilai, giungendo, coperto, a ridosso del loro accampamento, vedendoli, di lato, nascosti dietro al carro. Loro continuavano ad urlare ed a lanciare frecce verso la posizione in cui ero prima.

Due degli uomini preso il coraggio a due mani, indossati elmi e scudi, estrassero le spade e si gettarono urlando verso la posizione che avevo occupato fino a pochi minuti prima.

Io uscii, non visto, dall’acqua ed in punta di piedi, dal lato opposto a quello in cui erano diretti loro.

I tre dietro il carro non mi videro, ma le donne sì. Anzi, la donna, l’altra era svenuta. Tacque, guardandomi spaventata.

Ero arrivato a dieci metri dagli uomini quando uno si voltò, mi vide ed urlò armando la balestra.

Con l’Uzi falciai lui e l’uomo che gli era vicino, ma l’Uzi, forse per l’acqua forse per altro, dopo la prima raffica si inceppò, proprio mentre un verrettone mi faceva il pelo alla guancia destra. La carabina era a tracolla e non feci in tempo ad impugnarla.

Il terzo uomo mi si gettò addosso con la spada e rotolammo a terra; non era più un’opera di giustizia ma pura e semplice lotta animale per la sopravvivenza. La cinta della carabina si staccò e l’arma rotolò via.

Mentre lottavo con lui i due che erano sulla collina si accorsero di tutto e tornarono correndo verso di noi.

Non so come, uccisi il mio aggressore piantandogli il coltello in pancia; mi rivolsi ai due che correvano verso di me, cercando di arrancare sulla spiaggia per raggiungere la carabina disperatamente.

I due scesero e passando vicino alle due donne in un accesso di furia le colpirono entrambe.

Il primo mi era addosso quando mi voltai con la carabina e premetti contemporaneamente il grilletto. Il colpo lo prese non a bruciapelo ma letteralmente con la pancia attaccata alla canna della carabina che per la compressione dei gas, mi esplose fra le mani, stordendomi per un attimo. L’uomo fu praticamente tagliato in due.

L’altro si fermò un attimo poi vedendomi intontito e spaventato riprese coraggio e venne verso di me ghignando.

Alzò la spada sulla testa con entrambe le mani. E un attimo prima che potesse abbassare le braccia era passato da parte a parte dalla punta di una lancia.

Era una delle due donne, la più giovane, ferita, con le vesti stracciate ma ancora in grado di salvarmi la vita.

Urlò qualcosa che non compresi, era agitata, stravolta. Tornò indietro e si diresse verso l’uomo che avevo ferito ed era ancora vivo.

Gli prese il coltello dal fodero, gli disse qualcosa con una voce ed un tono dolcissimi e lo sgozzò. Si rivolse poi agli altri e controllò chi fosse ancora vivo. Tre erano in effetti solo feriti, fra cui quello che doveva essere evidentemente il capo del drappello.

Uccise i primi due nello stesso modo, poi sempre sorridendo e parlando dolcemente si dedicò al terzo.

Studiò le sue ferite e vide che era stato colpito alla spalla, probabilmente al polmone, e che respirava a fatica. Lo fece accomodare meglio, gli mise un giaciglio sotto il petto per aiutarlo a respirare, e, mentre io la guardavo instupidito, dalla lotta, dall’adrenalina e dalla percezione di ciò che avevo fatto, lei, serafica, gli aprì la giacca, gli tagliò la camicia e denudatogli il petto cominciò a torturarlo con il coltello. Non credevo ai miei occhi.

L’uomo cominciò ad urlare e lei a ridere ed a singhiozzare al tempo stesso, sempre affondandogli il coltello fra le carni.

Poi, approfittando della sua nudità, prese ad accarezzarlo sui genitali, sempre sussurrandogli qualcosa, questa volta con la bocca vicino alle orecchie. Cercava di eccitarlo evidentemente, ed incredibilmente, ci riusciva anche! Mi venne in mente di aver letto qualcosa del genere, una prassi sulla terra, non so se Somala o Tuareg, popoli presso i quali spesso erano le donne che torturavano i prigionieri.

L’uomo urlò come un maiale scannato quando lei lo evirò. Lo spruzzo di sangue sembrò il getto di una fontana.

L’urlo dell’uomo e quell’orribile spettacolo mi scossero, raggiunsi la donna la scostai, con un braccio e con l’Uzi che avevo ricaricato (non si era inceppato: era solo finito il caricatore) lo uccisi con una breve raffica.

La donna soffiò come un gatto arrabbiato e fece per attaccarmi con il coltello, poi si fermò, non so se perché ci avesse ripensato o perché le puntai contro l’Uzi.

Si voltò e si diresse verso la donna che era con lei, si chinò e la scosse gentilmente. Quella disgraziata era ancora viva. Parlarono un po’, l’una con fatica, l’altra piangendo. Poi la più giovane estrasse uno stiletto dai capelli della donna ferita e quasi con delicatezza pose fine alle sue sofferenze pugnalandola al cuore.

Non dissi niente e non intervenni. Avevo visto la ferita della donna e non so cosa avremmo potuto farle, se non abbreviare le sue sofferenze.

A quel punto la giovane assassina cominciò a piangere, lentamente, dolcemente, come di chi è solo triste e non sa perché.

Io scesi al fiume, mi lavai del sangue e della polvere che avevo addosso, poi tornai al carro, presi le mie armi, raccolsi una balestra e delle frecce e mi fermai vicino alla donna, a un paio di metri.

— So che non mi capisci, ma sarà meglio che ti sforzi. Da un momento all’altro su questa strada potrebbe passare qualcun altro, e potrebbero essere gli amici di questi assassini. Se vuoi venire con me — e feci il gesto di me e di lei ed indicai verso la montagna — devi venire ora.

Lei mi guardò, pensierosa, poi si guardò intorno. Chi dice che il linguaggio è un povero mezzo di comunicazione? Ci sono momenti in cui ci si capisce perfettamente e al volo, anche se non si parla la stessa lingua.

Annuì con la testa. Si alzò e fece una cosa che lì per lì pensai dimostrasse che era impazzita: si spogliò completamente dei suoi abiti femminili e rimase nuda. Pur nello stato in cui ero rimasi stupito da quanto era bella. E muscolosa.

Si diresse al suo carro e ne estrasse dei fagotti da cui trasse abiti da uomo: pantaloni, casacche, mantello, stivali, che indossò. Poi raccolse una cotta di maglia di una delle guardie e delle armi: scelse una balestra leggera, una daga, uno stocco e tre faretre; prese una sacca che riempì con dei viveri.

Poi tornò verso la sua compagna e le sciolse dai capelli un nastro multicolore, con il quale legò i suoi. Poi venne verso di me e mi guardò come a dire:

— Allora, bello, dove andiamo?

Tornammo alla mia capanna, anche se ci misi il doppio del tempo per fare dei giri lunghi e viziosi; non volevo che lei potesse ricordare con facilità come ci si arrivava.

Camminammo in silenzio; e in silenzio rimanemmo per le due settimane successive, non solo perché non parlavamo l’uno la lingua dell’altra ma soprattutto perché lei evidentemente non aveva una grande voglia di socializzare. Io la mia, l’avevo vista volatilizzarsi nel combattimento.

Lei spesso piangeva, anzi, passò le prime tre notti a piangere. Io no. Passai le prime tre notti sveglio. Non so se fosse la presenza di lei ad agitarmi, o cosa. Però pensai a lungo a cosa avevo fatto. Avevo ucciso degli esseri umani. Ero un assassino come loro. Razionalizzai facilmente, è ovvio, non c’era dubbio sul fatto che, almeno quelli che avevano ucciso in quel modo barbaro gli uomini e la prima donna, erano degli assassini che meritavano la morte. E dopo era stato semplicemente uno sporco e confuso affare.

Ma… avrei potuto evitarlo? E mi rispondevo di no, non avrei potuto. Se avessi tentato mi sarei ritrovato prigioniero ed esposto a morte o a schiavitù (e quella era senza dubbio una civiltà schiavista: ne avevo visti molti di schiavi in catene dentro al forte).

E allora? Alla fine, mi accorsi che se stavo ancora lì a pensarci tanto era solo perché c’era una parte di me, un residuo di uomo civile, chiamiamolo così, che non credeva a quello che ero stato capace di fare e che non lo poteva sopportare. Capito questo decisi che, di quella parte di me, non me ne importava assolutamente più niente. E mi addormentai.

Dopo che lei fu uscita dal suo dolore, ci adattammo facilmente l’uno all’altra. Cominciammo a tentare di comunicare verso il ventesimo giorno che era lì e fu lei ad insegnarmi la sua lingua. Era una buona cacciatrice e una discreta cuoca, così ci alternammo nel fare l’una o l’altra cosa, a turno, anche per partire da oggetti concreti e azioni utili per imparare il suo vocabolario.

La sua lingua. Già. Beh, non sono laureato in glottologia o filologia o che; parlo bene inglese e mastico un po’ di francese e a scuola ho studiato latino e questo è quanto per quel che riguarda la mia conoscenza delle lingue e della storia delle lingue.

Però ricordo di aver letto che la radice di tutte le lingue europee è comune e che risale, insieme al Sanscrito, alla famosa migrazione indoeuropea con relative lingue. E che questo è particolarmente evidente mettendo a confronto le lingue europee per quel che riguarda alcune parole fondamentali, come madre, padre eccetera.

Beh, ripeto, io non ne so molto di lingue, ma la lingua che parlava lei era sicuramente una lingua di origine indoeuropea. Non riuscivo a immaginare perché e decisi che non ci avrei sprecato sopra troppi pensieri. Ma era una lingua familiare in qualche modo; molto meno aliena degli squali a sei zampe che avevo visto in pianura. O della neve.

Fu facile impararla anche perché non avevamo molto da fare e a quel punto, dopo un anno di solitudine, avere vicino una persona con la quale parlare e non poterlo fare, era una piccola tortura.

Quando fummo in grado di capirci mi raccontò la sua storia: si chiamava Spiga di Grano, per via dei suoi capelli biondi; era una ballerina e una acrobata e quella massacrata al guado era la sua famiglia.

Era tradizione delle ballerine della sua tribù (una tribù di nomadi diffusa ovunque, disse lei) fare l’amore a pagamento, soprattutto con i nobili dei castelli dove andavano a fare i loro spettacoli; anche sua madre e sua sorella, le due donne uccise, lo facevano e i loro mariti non ci avevano mai trovato niente da ridire, anche perché era quasi impossibile sfuggire alle mire dei principi locali quindi tanto valeva approfittarne; ma mai, nessuna di loro, sarebbe entrata in un harem di un “fatriscios“, un nobile; prostitute sì, tranquillamente; ma sempre libere di scegliere e di dire sì o no.

Il “fatriscios” comandante del forte, giù nella valle era di altro parere, e quando lei si era rifiutata, le aveva mandato dietro quegli armigeri per punire lei e la sua famiglia. Ma era solo questione di tempo: era un “larès“, un-uomo-morto-che-cammina anche se ancora non lo sapeva nessuno.

Uomini e donne della sua tribù erano tutti addestrati al combattimento, per necessità. E quelli che aveva ucciso al guado non erano i primi per lei. Devo dire che era affascinante: bella, energica, spietata e dolce al tempo stesso. Mi faceva, onestamente anche un po’ paura.

Facemmo l’amore alla fine del terzo mese che era da me. E fu lei a sedurmi. Anzi, dovrei dire, fu lei a quasi-violentarmi. Una abitudine degli abitanti di quel pianeta, a quanto sembrava.

Un giorno, al ritorno da una impegnativa caccia, arrivati nella radura con un cervo di traverso a una sbarra, ci fermammo a riposare, ansanti: lei disse che era affamata, estrasse il coltello ed aperto il fianco del cervo ne tirò fuori il fegato ancora fumante, che morse avidamente; ne mangiò un paio di morsi emettendo gridolini di piacere, poi ne tagliò una fettina che pulì bene, con la lingua per altro, sporcandosi più che mai il mento di sangue, e me la offrì ridendo ed emettendo piccoli grugniti e guaiti, come giocando; io risposi al gioco e morsi il fegato e lo staccai a morsi dalle sue dita.

Così facendo le morsi, leggermente e per caso, le dita; lei me le lasciò mordere, anzi spinse un po’ di più le dita verso le labbra e la bocca. Io continuai a mordicchiarle ma giuro che per me era niente di più che continuare il gioco.

Per lei però no. Si fece seria, smise di guaire, e mi si avvicinò; mi abbracciò ferocemente, quasi per bloccarmi, ansando eccitata; poi mi gettò a terra e mi si mise sopra. E mi baciò quasi con violenza con la sua bellissima bocca sporca di sangue di cervo.

Facemmo l’amore lì all’aperto, fino a sera, sotto il sole e sull’erba e devo dire che, sarà stato per l’astinenza di ormai quasi due anni, sarà stato per le circostanze, ma fu qualcosa di veramente memorabile.

Dopo mi disse che non capiva perché non l’avessimo fatto prima; lei si aspettava da un momento all’altro che io la prendessi, era ovvio: me lo doveva, non fosse altro per gratitudine; ma credeva di non piacermi o che non volessi o non potessi farlo per un voto o per impotenza.

Solo per questo aveva aspettato tanto. E quella mattina non aveva proprio resistito: la caccia la eccitava sempre.

Una belva. M’ero messo in casa una belva, io che non avevo neanche convissuto con una donna in vita mia per paura di perdere la mia libertà!

Quando Spiga di Grano mi chiese come mi chiamavo, gli dissi che non lo sapevo più.

Lei sorrise e disse che allora il nome me lo avrebbe dato lei.

Ci pensò un po’ poi sorrise e disse:

— Ecco, l’ho trovato, quando ti ho visto la prima volta, quando mi hai salvato la vita, al fiume, io ho pensato che tu fossi il dio del fiume, perché eri bagnato e venivi dall’acqua, e quel fiume si chiama Mosto, come l’uva che fermenta nei tini per fare il vino. E tu sarai Mosto, il Guerriero dai Grossi Attributi Virili, Con Le Armi Che Tuonano, E Che Vive Sulla Montagna!

E rise con la più bella risata che io abbia mai sentito in vita mia.

Qualche volta ho pensato che la pelle liscia delle donne giovani, bionde e di carnagione chiara sia una buona prova dell’esistenza di Dio.

L’inverno venne e passò, ma quasi non me ne accorsi questa volta. C’era Spiga di Grano a farmi passare il tempo con una velocità incredibile. Quando la primavera tornò le dissi che dovevo tornare a valle. Lei non mi chiese nemmeno perché, disse solo una cosa:

— Quando partiamo?

 

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