La buona padrona di casa: da alcuni anni Mary Robinette Kowal mi manda un suo racconto in occasione del mio compleanno. Inutile dire che ne sono molto onorato. Ecco quello di quest’anno, come lo ha deciso Mary Robinette.
È una riduzione e un adattamento di uno dei miei primi tentativi di scrivere un romanzo. Il racconto è stato venduto all’antologia Courts of the Fey.
La porta dello studio a casa di Grace era aperta, lo schermo del computer mostrava una immagine d’accoglienza. Accanto alla tastiera, fumava una tazza di tè. Grace guardò con la coda dell’occhio sperando di scorgere il suo folletto domestico, ma Cardellino era sfuggente come sempre. Quando sedette, il suo gatto Mallory le saltò in grembo e si sistemò per vedere meglio. Accarezzandogli distrattamente la testa, Grace fece spazio per il suo cliente spostando i fogli dal cuscino alla scrivania.
C’era un folletto in visita, incerto accanto alla sedia. Aveva il berretto calcato in testa e le arrivava appena alle ginocchia. Le grandi orecchie penzolavano per la stanchezza. Per via del buco nei calzoni marroni e per la macchia sul gilet, pensò che avesse fatto un lungo viaggio.
«Folletto, puoi sederti qui, se vuoi.»
La creaturina rugosa fece un inchino e saltò su, atterrando capovolto sul cuscino. Si sedette a gambe incrociate, con la scopa posata sulle ginocchia. Grace lo vide lanciare un’occhiata al tè, ma non gliene offrì, per non farlo sentire obbligato a servire. Aveva già fin troppi Esseri senza dimora in residenza. Lei era, per molti di loro, l’ultimo rifugio nel mondo mortale. Il che faceva abbastanza parte del suo lavoro, essendo lei figlia adottiva della Regina delle Fate.
Grace prese la tazza e ne sorseggiò il contenuto. Camomilla. Sorrise: Folletto Cardellino sapeva sempre quando aveva bisogno di essere rassicurata. Aprì il suo database. «Bene. Cominciamo con il nome della casa.»
«Casa dei Rovi, Nonna.»
Grace fece una smorfia; con l’avvicinarsi dei quarant’anni, quel titolo onorifico cominciava a suonarle spiacevolmente antipatico. Digitò il nome della casa e aprì il file. «È davvero una buona casa. La loro famiglia ha mantenuto le Tradizioni da quando ha un focolare.» Sì, ma come per molte case, l’attuale padrona osservava le Tradizioni più per abitudine che perché credesse davvero agli spiriti domestici. «E come ti chiamano?»
Il folletto si alzò in piedi e si avvicinò. Odorava di foglie secche e braci. Grace chinò la testa, per permettergli di sussurrarle all’orecchio: «Folletto Nocciolino.»
«Ah, quel Nocciolino della Casa dei Rovi.» Grace gli sorrise. «Conosco tuo padre. Come sta?»
Folletto Nocciolino il Giovane si rigirò la scopa sulle ginocchia. «L’ha preso un cane.»
Grace inspirò e si ritrasse di colpo, come se allontanarsi potesse proteggerla dalla tremenda notizia. «Mi dispiace tanto.»
Lui si morse il labbro e tormentò le pagliuzze della scopa. I folletti nascono vecchi, il volto già pieno di crepe nel grembo materno, ma questo folletto sembrava sul punto di spaccarsi in due dal dolore. Grace si rese improvvisamente conto che Folletto Nocciolino era molto più giovane di quanto le fosse sembrato; lei stessa aveva assegnato suo padre alla Casa dei Rovi solo nove anni prima.
Folletto Nocciolino il Giovane era troppo giovane per iniziare il corteggiamento, quindi come mai era lì? «Non puoi essere venuto qui per un collocamento.»
«Puoi trovarci un nuovo focolare e una nuova casa.»
«Per tutta la famiglia?»
Scosse la testa, con le orecchie che gli svolazzavano. «Tutta la Gente vuole andarsene. Da quando è arrivato l’uomo della buona padrona. Il suo cane cattivo ci dà la caccia.» Alzò all’indietro la minuscola testa ed emise un ululato. «Ha preso Papà.»
Grace desiderò sollevare Folletto Nocciolino e stringerlo, come il bambino ferito che era, ma i folletti sono creature selvatiche. Sua madre adottiva gliel’aveva insegnato. Lo lasciò sfogare e ascoltò il lieve fruscio degli Spiriti della Casa che si radunavano per testimoniare il suo dolore.
Quando ebbe completato il lamento ed essersi asciugato il lungo naso sulla manica, Grace gli domandò: «È per questo che vuoi un nuovo collocamento?»
Lui annuì.
Un pensiero le attraversò la mente: la Gente Magica era molto precisa riguardo ai titoli. «L’uomo della buona padrona… Non sono sposati? Se non è il suo Buonmarito, perché la tua famiglia non l’ha cacciato?»
«Papà ci ha provato.»
«Ah.»
«Non consacrato. Uomo cattivo. Picchia la buona padrona.»
Grace serrò i denti.
Il folletto esitò. «Lei lascia lì fuori la panna, ma noi non la tocchiamo. C’è il cane in agguato.»
Grace si morse il labbro. Non le piaceva pensare che la Casa dei Rovi potesse diventare spoglia e desolata. Ricontrollò il file. Tre famiglie di folletti, un Grasso Fatato e cinque spiritelli consideravano la Casa dei Rovi il loro focolare e la loro dimora. Dove poteva sistemarli tutti?
«Tua mamma sa che sei qui?»
Folletto Nocciolino si agitò sul cuscino. «No.»
Non poteva avere più di cinque anni. Un movimento nell’angolo attirò il suo sguardo. Folletto Cardellino le fece l’occhiolino e annuì una volta sola. Grace sospirò. «La Gente di questa casa ti accoglierà per stanotte. Manderò Robin Pettirosso a dire a tua mamma che sei qui.»
Folletto Nocciolino si alzò, le fece un inchino e saltò giù dalla scrivania. Folletto Cardellino gli prese la mano e lo guidò dall’altra parte della stanza.
E sparirono, lungo le vie e le traverse percorse dalla Gente.
Grace fece scendere Mallory da in braccio e andò alla finestra. Aprendola, lasciò che l’aria di ottobre le rinfrescasse il viso, regalandole una breve illusione di pace. Fischiò una sola volta e attese. La luna illuminava l’erba e si impigliava fra i rami trasformandoli in filigrana. Una sagoma rapida attraversò il prato e Robin Pettirosso atterrò sul davanzale. L’occhietto era pieno di sonno e fece un breve pip per chiederle il motivo della chiamata.
«Mi dispiace, caro. Ho bisogno che tu vada alla Casa dei Rovi e dica a Mamma Nocciolino che suo figlio è qui con me.»
Il pettirosso inclinò la testa e ascoltò mentre lei gli raccontava la visita di Folletto Nocciolino. Quando ebbe finito, lui annuì più volte, agitò la coda, poi con un batter d’ali volò via nella notte.
Grace lasciò la finestra aperta perché potesse ritornare.
Andò al computer e si collegò a Internet. Per prima cosa visitò il forum che gestiva, Nonna del Popolo Fatato. Detestava il tipo di pubblico un po’ “new age” che spesso attirava, ma non aveva trovato un modo migliore per contattare le persone giuste. Scorse i post per vedere se qualcuno avesse manifestato il desiderio di ospitare Spiriti della Casa.
C’erano persone che finivano per caso sul forum e imparavano delle vecchie Tradizioni senza davvero crederci, salvo poi collegarsi per parlare delle incredibili “coincidenze”, come dei piatti lavati da soli o il bucato piegato a dovere. Ma altri sapevano che la Gente esisteva e non si limitavano alle parole.
C’era un nuovo post di una donna di New York che desiderava tanto avere folletti o spiritelli. Nel suo alloggio. Ma quello era a malapena abbastanza grande per ospitare una famiglia di folletti e non aveva lo spazio per tutta la Gente della Casa dei Rovi. Grace scosse la testa. C’erano troppe poche case. La maggior parte del Popolo Fatato si era ritirato nel Regno Fatato, ma gli spiriti domestici avevano bisogno di abitazioni umane. Troppi di loro vivevano come rifugiati in un mondo che aveva sempre meno spazio per la magia. Tuttavia, avrebbe chiesto alla Zia del distretto di New York di mandare il suo Robin Pettirosso a indagare. Forse almeno una delle famiglie ospiti da lei avrebbe potuto trovare un posto.
La sua rete di Zie aveva ormai sostituito le Sapienti, che per migliaia di anni si erano occupate del focolare e della casa. La maggior parte di loro erano oggi donne in carriera, alcune erano mamme a tempo pieno, ma tutte avevano dimostrato la propria dedizione a proteggere la Gente nel mondo umano. Fornivano il punto di contatto con le brave padrone, per assicurarsi che ciascuna mantenesse un ambiente sano per gli spiriti domestici. Grace aveva preso i titoli dal folklore, perché davano alla Gente qualcosa che potesse comprendere, ma in realtà i ruoli di Zie e brave padrone erano più simili a dei guardiani di parco che controllavano l’ambiente del gufo maculato.
L’habitat della Gente si era ridotto costantemente dall’inizio dell’era industriale. Non per ragioni mistiche, ma semplicemente perché gli spiriti domestici venivano avvelenati insieme ai topi, o investiti per strada come degli scoiattoli. Anche se gli esseri umani rendevano le case sempre più ermetiche all’aria e all’acqua, la Gente non poteva lasciare le abitazioni in cui viveva; quindi, le famiglie magiche non potevano riunirsi, quindi si riducevano e poi morivano. La popolazione era crollata drasticamente nell’ultimo secolo. Benché gli sforzi di Grace avessero ridotto il numero delle morti insensate, sembrava che un pettirosso sì e uno no portasse la notizia di uno spirito domestico ucciso semplicemente perché aveva provato a sopravvivere nel mondo moderno.
Un frullo d’ali la distolse dal computer. Robin Pettirosso era alla finestra, il corpo teso per l’ansia. Trillò e danzò da una zampa all’altra. Grace si irrigidì mentre lui le riferiva di un pericolo.
Era spuntato un Babau.
Il che era peggio dell’uomo violento a cui pensava. Avrebbe voluto afferrare la sua ciotola divinatoria e chiamare la Regina delle Fate, ma quella era la paura di una bambina. Proteggere gli spiriti domestici era compito suo.
Prese una scodella di panna in cucina e la portò in salotto. Le pareti erano rivestite di vecchi pannelli di abete Douglas chiaro. Suo nonno aveva costruito la casa usando il legname della proprietà e il calore del suo tocco era ancora visibile nei dettagli.
Mallory guardò la ciotola di panna quando lei la posò sul focolare di mattoni, ma sapeva che non era per lui. Grace ravvivò la brace con un attizzatoio di ottone — aveva dovuto vendere gli attrezzi di ferro che i suoi genitori tenevano accanto al camino. Ferro e fate non vanno d’accordo.
Le braci si accesero di rosso e sprizzarono scintille nell’aria. Lei aprì una scatolina sul camino e ne estrasse quattro castagne.
Grace fece rotolare le castagne tra i palmi delle mani e fissò il fuoco. «Folletto, Grasso Fatato, spiritello e gnomo. Gente della Casa del Tordo, ascoltatemi.» Gettò le castagne tra le fiamme.
Si accomodò in una delle poltrone bergère di fronte al caminetto e aspettò. Una castagna scoppiò e udì il dolce fruscio delle foglie d’autunno. Non girò la testa, ma vide i folletti della casa sgusciare nella stanza per assaggiare la panna. I molti visi raggrinziti, color nocciola come mele secche, le fecero un saluto e lei ricambiò. Mamma Sementina aveva con sé il suo lattante. Era arrivata alla Casa del Tordo solo due settimane prima, da rifugiata al termine della gravidanza, unica folletta a essere scampata alla demolizione della vecchia dimora. Grace non l’aveva più vista dopo che aveva partorito. Il viso del bambino era rugoso quanto quello della madre e il piccolo sputacchiò un po’ quando lei gli porse la ciotola di panna per un assaggio simbolico.
Con la coda dell’occhio vide Folletto Cardellino, capofamiglia e vero erede della Casa del Tordo, sgusciare all’interno e prendere posto tra i rifugiati. Folletto Nocciolino si aggrappava a lui come una cosa appiccicosa. Nonna Annurca, la più bisbetica vecchietta che il Regno delle Fate avesse mai generato, lo seguì da vicino, trafficando intorno al giovane folletto come se fosse davvero sua nonna.
Un’altra castagna esplose come un colpo di pistola, e le scintille si arrampicarono su per il camino. Le braci si mossero da sole, ardendo rosse tra le fiamme. Tre contorte sagome di biancospini, con occhi di carbone incandescente, uscirono dal fuoco una dopo l’altra.
La panna sfrigolò quando il più anziano dei tre Grasso Fatati sollevò la ciotola alle labbra per sorseggiarla. La passò agli altri due, prima di sistemarsi sul focolare.
Le ultime due castagne scoppiarono una dopo l’altra. Nel loro eco, Grace udì un picchiettare di passi e odorò erba appena tagliata. Gli spiritelli corsero lungo le pareti laterali e si posarono come fili di ragnatela impalpabili che sfidavano la gravità. Gli gnomi rotolarono all’interno dalla finestra aperta, lasciando sul pavimento segni di terra e fili d’erba. I visi tondi e paffuti erano rivolti verso l’alto, pieni di curiosità.
Grace aspettò che anche loro assaggiassero la panna.
«Benedizioni su di voi, miei cari.» Le si spezzava il cuore nel vedere così tanti esseri fatati stipati in una casa sola, ma li amava tutti. «Ho notizie inquietanti. Mi presterete ascolto?»
Mormorarono il loro assenso, con voci non più forti del frinire dei grilli.
«Robin Pettirosso sa cosa è successo.»
Il gruppo liberò un cerchio al centro. L’uccellino volò nel mezzo e inclinò la testa, gli occhi brillanti di conoscenza. Cominciò a danzare. Il suo canto trillava e cinguettava, mentre raccontava la storia. Nel disegno delle ali e nel guizzo della coda, dipinse la Casa dei Rovi.
Robin Pettirosso cerca la Gente della Casa dei Rovi. Cerca, cerca, saltella, saltella, saltella nella soffitta. Negli angoli. Nelle fessure della casa, lui guarda. La Gente della Casa dei Rovi che si nasconde negli angoli e nelle fessure.
Perché si nascondono? Si nascondono dal Segugio. Il Segugio è terribile e feroce, li caccia. Caccia, caccia. Cacciando, li schiaccia. Il segugio, terribile e feroce, dà la caccia alla Gente e loro si nascondono.
Chi è il padrone del Segugio? La Gente della Casa dei Rovi nasconde il volto. Terribile, terribile. Il Babau spunta. Tende trappole alla Gente. Loro si fanno immobili come pietra. Il Babau colpisce la buona padrona e tende trappole alla Gente.
Si nascondono. Si nascondono. Si nascondono nel buio.
Robin Pettirosso concluse la sua danza e la Gente nella casa di Grace rabbrividì e sussurrò tra sé. Erano passati anni dall’ultima volta che un Babau era entrato nel mondo mortale. La Regina delle Fate li aveva cacciati tutti dal suo reame prima ancora che nascessero i bisnonni di Grace, ma alcuni ancora si annidavano alla Corte delle Fate Maligne. I Fatati ribelli che componevano quella corte consideravano i Babau dei mortali animali da compagnia.
Grace attese che la Gente si riprendesse. Le loro voci ronzavano in conversazioni concitate, i più giovani chiedevano addirittura cosa fosse un Babau, gli anziani cercavano di confortare quelli abbastanza grandi da capire.
Un Babau significava morte per la Gente. Avrebbe risucchiato la luce e la vita dal focolare e dalla casa. Avrebbe cacciato a uno a uno tutti gli spiriti domestici prima di uccidere la buona padrona. Poi si sarebbe infilato nella pelle di un altro ignaro mortale e avrebbe cercato un nuovo focolare.
Quando Grace trasse fiato per parlare, tutti tacquero. «Ho bisogno del vostro aiuto per soccorrere la Gente il cui focolare è in pericolo. Mi aiuterete?»
Folletto Cardellino si alzò e fece un inchino. «Nonna, non hai bisogno di chiederlo. Siamo al tuo comando.»
«Aspettate un momento.» Nonna Annurca batté la scopa sul pavimento. «Vorrei tanto che quel lurido, sboccato strego capisse cosa lo aspetta da noi, ma non siamo purtroppo in grado di affrontare un Babau.»
«Te lo concedo, Nonna Annurca.» Grace si sporse in avanti, sentendosi come la Regina delle Fate sul suo trono. «Il Babau è troppo possente perché gente come noi possa affrontarlo. Per abbatterlo serve l’acciaio duro e il ferro freddo per rinchiuderlo a dovere.» Nessuna di queste cose poteva essere maneggiata dalla sua Gente senza subire ustioni potenzialmente mortali. «Siete appena giunti nella nostra casa. Useremo le stesse cose che vi scaccerebbero dai focolari e dalle dimore, per scacciare il Babau: le credenze morenti, gli occhi dei mortali che vedono solo ciò che vogliono vedere, e non ciò che è vero.»
«Come facciamo, nonna?» chiese Folletto Nocciolino.
Il piccolo era così impaziente da far male al cuore. Ma aveva promesso a sua madre di vegliare su di lui e Grace non avrebbe mai rischiato di far avvicinare un Babau a Folletto Nocciolino. «Allora… come maschio folletto più anziano della tua casa, ho bisogno che tu resti qui di guardia. Devi essere pronto per la tua mamma e tua sorella.»
«E che ne sarà del resto di noi?» domandò Nonna Annurca.
«Mettiamo in scena una recita. I mortali non sentono lo schiocco di un folletto dispettoso, ma sentono uno sparo. E quando sentono uno sparo, cosa fanno i mortali?»
La Gente la fissò rapita. I nuovi rifugiati si guardavano attorno, sperando di cogliere qualche indizio dagli abitanti che stavano con lei da più tempo. Le abitudini dei mortali erano per loro una stranezza imperscrutabile.
Ma Grace conosceva bene cosa volesse dire essere mortale ed era proprio per questo che la Regina delle Fate l’aveva presa da neonata e cresciuta nel suo regno. Grace era stata restituita ai suoi genitori solo perché potesse servire da tramite tra il mondo mortale e quello fatato. Ora conosceva usi e sistemi delle corti umane — le corti di giustizia — e li impiegava per proteggere la sua Gente. «Chiamano la polizia,» disse, «che arriverà con il loro acciaio duro e il loro ferro freddo. Saranno loro ad abbattere il Babau per noi.»
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L’aria dell’alba aveva gelato la pelle di Grace quando aveva cominciato la corsa, ma ora la sua tuta da jogging in velour le sembrava fin troppo calda. Svoltò un altro angolo nel quartiere, osservando gli alberi mentre andava. Portava un piccolo marsupio a lato che le rimbalzava a ogni passo. L’ansia le era stata compagna fin dall’incontro con la Gente di casa la notte prima. Allungò la mano verso l’iPod silenzioso che indossava, come quasi tutti i jogger. Grace l’aveva lasciato spento per poter restare concentrata mentre aspettava che la sua Gente si posizionasse, ma l’idea di distrarsi la tentava.
Pettirosso le volò davanti, descrivendo un cerchio e cinguettando. La Gente era al proprio posto. Grace sospirò e deviò il percorso verso Casa dei Rovi.
La casa si ergeva dietro molti alberi, come se disdegnasse il quartiere che nel tempo le era sorto attorno. Un lungo vialetto fiancheggiato da querce separava Casa dei Rovi dalla strada. Grace correva sul marciapiede al margine della proprietà. Non poteva posare piede sul terreno di Casa dei Rovi perché avrebbe avvisato il Babau della sua presenza. Non era ancora il momento.
Su un olmo, la attendeva Pettirosso.
Grace si fermò accanto all’albero e finse di fare stretching finché un fruscio non le annunciò l’arrivo di Mallory. Mamma Nocciolino cavalcava il gatto; il suo volto rugoso, sbiancato dal lutto, aveva il pallore dell’osso.
«Le mie condoglianze, mamma Nocciolino, per la tua perdita.»
«Eh, era un bravo ragazzo, sì che lo era. La mia famiglia te ne ha sempre avuto riconoscenza per averlo mandato qui.» Si strofinò il lungo naso, tirando su col fiato. «Era un bravo ragazzo.»
«Anche tuo figlio è bravo. Sebbene sia assai risoluto nel sostenere che non è un bambino, e che avrebbero dovuto lasciarlo fare.» Grace sorrise al ricordo delle proteste di Folletto Nocciolino. «L’ho affidato a mamma Sementina mentre noi sbrighiamo gli affari qui.»
Le rughe le si arrampicarono in un sorriso. «Che la benedizione sia su di te, per aver badato a lui. Quando torna a casa, una sculacciata se la prende, per il fastidio che t’ha dato.»
Grace scosse la testa, scivolando nel linguaggio formale della sua infanzia da bambina delle fate alla corte della Regina. «Il fastidio non viene da lui.»
Mamma Nocciolino perse il sorriso. «Lo so bene.»
«La Gente di Casa del Tordo è qui per aiutarti. Le leggi che vi impediscono d’agire contro un ospite della vostra buona padrona non ostacolano noi.»
«Non è un ospite! Un Babau ha occupato il nostro focolare e la nostra casa.»
«Lo so, fin troppo bene.»
«Il mio ragazzo, lui non distingue un Babau da un uomo arrabbiato qualsiasi. Ma quel Babau continuava a dire che ci vuole braccare tutti se ci trovasse. E il mio ragazzo, ha pensato che dovessimo uscire di casa.» Scosse il capo, le orecchie che le svolazzavano. «Non gli ho insegnato ad abbandonare focolare e dimora… ma la perdita di suo padre l’ha scosso come non mai.»
«Spero che, dopo il lavoro di stamattina, il tuo focolare e la tua casa saranno al sicuro.» Grace diede un’altra rapida occhiata alla casa. La facciata vista dalla strada mostrava una notevole innocenza. «Quando sentirai lo schiocco di un folletto dispettoso, ti prego: chiudi la buona padrona a chiave nella soffitta.»
«Fare questo scherzo alla buona padrona? Ma lei non ha mai fatto nulla alla Gente. È sempre stata splendida, quella donna.»
«Ne sono certa. Ma noi vogliamo tenerla al sicuro per poter scacciare il Babau dal vostro focolare e dalla vostra dimora.»
«Be’, allora, nonna, faremo come dici tu.»
«Allora tutto andrà bene.» Grace estrasse un piccolo biglietto dal marsupio e lo tese verso il basso, perché mamma Nocciolino potesse prenderlo. «Vorresti consegnarlo alla buona padrona, quando l’avrai chiusa al sicuro?»
Gli occhi di mamma Nocciolino divennero grandi come due centesimi di rame. «Consegnarglielo in pieno giorno? Ma come, senza farmi vedere?»
«Potrebbe essere necessario farti vedere. Dobbiamo farle capire che cosa ha portato nella sua casa. Se non farà attenzione, il Babau potrebbe tornare, e tutto il nostro sforzo sarebbe stato vano.»
«E vabbè. Farò come dici tu. Non ci vorrà molto.»
«Con un po’ di fortuna, il Babau sarà sparito prima che passi un’ora.» Accarezzò Mallory sulla testa. «Riportala sana e salva,» gli disse. Il gatto sbatté le palpebre una sola volta, in segno d’assenso, e si incamminò nell’erba alta. «Mallory.»
Lui le lanciò un’occhiata sopra la spalla.
«Ricordati del segugio.»
Come per dire che non temeva nulla, Mallory sbadigliò, poi si fuse fra i cespugli, portando con sé mamma Nocciolino.
Robin Pettirosso inclinò la testa, gli occhi lucidi per chiedere se fosse il momento.
Grace attese finché non le parve che fossero tutti al loro posto e gli fece cenno. Lui spiccò il volo verso la casa e le girò intorno una volta, volando basso così da passare davanti alle finestre del pianterreno.
Un colpo di pistola lacerò la quiete dell’alba.
Benché si aspettasse quell’esplosione da parte dei folletti dispettosi, Grace trasalì mentre il suono fendeva il mattino. Estrasse il cellulare dalla tasca e compose il 911. Mentre attendeva l’operatrice, il suo respiro era febbrile.
Quando la vocina metallica rispose, la frase che aveva provato scattò fuori dalla sua gola. «Pronto? Stavo facendo jogging e ho appena sentito uno sparo provenire da una casa.»
«Dove si trova?»
Grace diede subito l’indirizzo. Voci indistinte urlavano nella casa. Sembravano un uomo e una donna in una lite furibonda: un campione dell’arte imitatoria dei suoi folletti. «Sento delle urla dentro.»
Nelle altre case si accesero le luci e la gente uscì sulle verande.
E poi un urlo vero, a gola piena come solo un essere umano può fare.
«Una donna ha appena urlato.» Dovevano essersi mostrati alla buona padrona, mentre la inseguivano fino alla soffitta per metterla al sicuro.
«Le pattuglie sono in arrivo, signora.»
Chiuse la chiamata. Tendendo l’orecchio, cercò di andare oltre i clamori dei folletti per percepire i veri suoni nella casa.
Un uomo in abito da lavoro le si avvicinò esitante. La cravatta gli penzolava giù. «Che succede?»
«Non lo so. Stavo correndo e ho sentito uno sparo.»
«Quel tipo che frequenta Ella…» Si fermò di colpo, come rendendosi conto che Grace non aveva idea di chi fossero le persone del vicinato. Un altro grido attirò la sua attenzione verso la casa. «Qualcuno dovrebbe fare qualcosa.»
«Ho chiamato la polizia.» Sarebbe stato un guaio se un mortale fosse entrato in casa ora, mentre la Gente era ancora in giro. «Arriveranno a momenti.»
Le sue parole sembrarono rassicurarlo, come se fosse grato di avere una ragione per restarsene fuori. Intorno a loro si radunò un piccolo gruppo di persone.
Un altro colpo di pistola esplose nell’aria del mattino e il cuore di Grace balzò in gola. Avevano programmato un solo sparo.
Attraverso la finestra aperta vide l’ombra di un uomo che si precipitava da una parte all’altra. Un istante dopo, qualcosa andò in frantumi contro un muro della casa. La donna urlò di nuovo. Si schiantarono altre stoviglie; ora la donna piangeva. I singhiozzi echeggiavano in modo strano nell’aria mattutina, rimbalzavano sulle case come se provenissero da ogni direzione.
Grace pensò che quei suoni li facessero i folletti e gli spiritelli, ma non ne era sicura. Avevano un piano, ma quello sparo di troppo non ci voleva. Grace lanciò un’occhiata in lontananza.
Un altro colpo mandò in frantumi una finestra della casa. La folla urlò e si disperse. Grace rimase inchiodata sul posto, il panico le riempiva lo stomaco; qualcosa era andato storto.
Cercò Robin Pettirosso o Mallory, ma non vide nessuno dei due. Il sole non era ancora sorto, il che significava che il Babau era ancora nel suo elemento. Non importava. Doveva comunque cacciarlo fuori dalla casa, anche se la polizia non era ancora lì.
Grace mise piede sul terreno di Casa dei Rovi per la prima volta, sapendo che il Babau avrebbe avvertito la sua presenza essendo lei figlia adottiva della Regina delle Fate. Ignorando le grida alle sue spalle, scattò sul prato fino alla porta d’ingresso.
Due piccoli gradini la portarono sul portico, poi spinse la porta.
L’atrio era un caos di stoviglie infrante. A destra c’era la sala da pranzo. A sinistra, un salotto. E davanti a Grace, la buona padrona si stringeva la caviglia ai piedi di una larga scalinata che portava al secondo piano. Un livido le stava sbocciando sotto l’occhio destro. Il colletto della camicia era strappato, lasciando scoperta una spalla. Niente sangue però. Bene.
In cima alle scale, un uomo colmava da solo tutto il corridoio. La testa gli sfiorava quasi la lampada a soffitto e le spalle strozzavano lo spazio tra le pareti. Gli occhi erano infossati nel cranio al punto da sembrare quasi invisibili. La luce rimbalzava sul suo viso, come se non potesse toccarlo, lasciando ombre dove non avrebbero dovuto essercene.
Il Babau vide Grace e dal suo sguardo lei capì che l’aveva riconosciuta. Sorrise di sbieco. «Non riuscivi ad aspettare, marmocchia della Regina delle Fate?»
La buona padrona sollevò la testa per guardarla. Grace le afferrò il braccio e la tirò in piedi. La attendevano dei guai peggiori di una caviglia slogata, se fossero rimaste lì.
Il Babau sollevò una mano guantata e le mostrò una pistola. Anche colla mano protetta dal cuoio, il ferro doveva scatenargli addosso un gelo mortale. «Questo mondo crea cose molto interessanti.»
Fuori, finalmente, si udirono le sirene.
Grace trascinò la buona padrona, zoppicante, verso la porta d’ingresso. Dietro di loro, il Babau cominciò a scendere le scale. La casa tremava sotto il suo peso.
I folletti guizzavano dentro e fuori vista mentre le correvano accanto.
Con un movimento fluido, il Babau balzò giù dalle scale atterrando davanti a loro. Si voltò con velocità innaturale e puntò la pistola contro Grace. «Pensavo di usarla contro gli animaletti della Casa, ma il ferro funzionerà altrettanto bene con te.»
Una padella gli rimbalzò sulla testa. Il Babau barcollò quando l’acciaio superò le sue difese per imprimergli un bozzo sulla carne mortale.
Folletto Cardellino era in piedi sul tavolo della sala da pranzo con un’altra padella pronta da lanciare, le mani protette dai guanti da forno, per difendersi dal freddo del ferro.
Grace spinse via il Babau e aprì la porta d’ingresso. «Uscite!» Portò la buona padrona oltre la soglia della casa ed era quasi l’alba.
Sul prato erano già parcheggiate quattro macchine della polizia. Gli agenti puntavano le armi verso la casa. Trattennero il fuoco mentre Grace guidava la buona padrona giù per i gradini. All’interno, una bestia ringhiava di rabbia.
Grace trascinò la buona padrona a terra e gridò di nuovo. «Ha una pistola!»
Il Babau apparve sulla soglia, proteggendosi il volto dal sole appena sorto. Le mani lungo i fianchi. Gli agenti urlarono. Si fermò.
Grace voleva che la minacciasse. Voleva che il conflitto continuasse, così che sarebbe stato fermato e l’acciaio freddo avrebbe posto fine alla sua minaccia una volta per tutte. Si sdraiò sulla schiena e incontrò il suo sguardo.
Grace passò al vecchio linguaggio delle Fate, così che i mortali non potessero capire il suo sfottò: «Hai deluso i tuoi padroni.»
Lui le urlò contro e sollevò la pistola.
Il mattino riecheggiò di colpi di pistola. Il Babau sobbalzò mentre il suo ginocchio si tingeva di rosso. Grace vide le due realtà simultanee, mortale e fatata: in una, l’uomo cadeva a terra e la polizia lo circondava, urlando.
Nell’altra, il Babau bruciava mentre il ferro attraversava il corpo mortale e penetrava nella carne fatata. Grace si stese sul terreno e si coprì il volto in quel momento. Ripresasi, si voltò verso la buona padrona. Il volto era bianco come latte.
Era difficile per Grace indovinare le età; ogni adulto portava i chiari segni della mortalità sul volto. Le linee sottili sul viso della buona padrona apparivano evidenti come canaloni di montagna, ma i suoi capelli erano un’ombra densa di nero anche al sole del mattino. Nel Paese delle Fate, nessuno invecchiava. Solo Grace.
Il volto della buona padrona era così teso sulle ossa che sembrava dovessero spuntarle fuori. I suoi occhi si spalancarono come se fosse stata immersa nel succo di trifoglio e vedesse il mondo per la prima volta.
E, senza dubbio, era così. Folletto Cardellino si era offerto di farlo lui stesso, se ce ne fosse stato bisogno. «Sta bene?»
La buona padrona fissava Grace, con il volto pieno di stupore. Il succo di trifoglio doveva farle vedere i tocchi delle Fate che si aggrappavano a Grace. Questo, insieme al biglietto che Grace le aveva fatto avere, doveva far capire alla buona padrona chi lei fosse.
«Io… l’ha fatto lei…?»
Prima che Grace potesse rispondere, Robin Pettirosso volò fuori dalla soffitta; roteò e spiraleggiò nell’aria.
Sta arrivando Mallory. Preparatevi.
Grace deglutì; ora c’era il Segugio. Il suo gatto sfrecciò dietro l’angolo, una linea nera come la pece. Mallory correva pancia a terra. Le sue zampe afferravano il suolo per proiettarlo dietro di sé. Gli occhi spalancati, le orecchie piatte contro la testa, ascoltava il suono della bestia alle sue spalle.
Il segugio del Babau svoltò l’angolo. Muscoli forti si muovevano sotto il pelo. Gli enormi piedi neri divoravano la terra, ogni passo cercava avidamente il gatto.
Grace si mise in piedi per attirare il Segugio lontano dalla buona padrona. Farlo correre per la sua strada, dando a Mallory il tempo di liberarsi. Il cane ululò e si levò sulle zampe posteriori, con le fauci scure che scattavano verso di lei e la fece cadere sotto il suo peso. Per terra si rotolò avanti e indietro, ma erano gli gnomi che spostavano il suolo sotto di lei. I denti della bestia sibilavano vicino, mordendo l’erba.
Rimbombò un colpo di pistola e il corpo della bestia cadde su di lei.
Sotto l’erba, una mano paffuta di gnomo le toccò la spalla, come a chiedere. «Sto bene», sussurrò lei.
La mano si ritirò con un sospiro.
Qualcuno le tolse il corpo del segugio da addosso. Un agente si inginocchiò al suo fianco.
«Resti immobile, signora.» Premette un panno contro il morso al braccio di Grace.
Lei ansimò per il dolore bruciante e si permise di tremare. Sopraffatta dal panico non si era accorta del morso del Segugio. Si sedette, per allontanarsi dall’erba macchiata di sangue. L’odore del cane le si era attaccato addosso come fumo.
Robin Pettirosso danzava sul prato, gonfiando le piume e raccontando la sua storia. Il petto rosso brillava come uno scudo di sangue mentre strusciava e saltellava.
Dietro di lui, la polizia aveva coperto con un cappotto la sagoma dell’uomo sul portico. Uno degli agenti teneva la buona padrona per il braccio, guidandola lontano dal cadavere. La donna parlò con l’agente che la scortava e il loro percorso cambiò, dirigendosi verso Grace.
«Dottor Hamel?» La voce della donna era esitante e sembrava spezzata. «Io… Il mio nome è Ella Dennison. Lei…» si fermò.
Naturalmente non poteva finire la frase; nel mondo moderno sarebbe sembrata folle.
«Sì.» Grace abbassò la voce. «Quando avremo finito con la polizia, vorrei aiutarla a capire cosa è successo stamattina.»
Doveva farlo subito, quando gli eventi erano ancora freschi nella mente. Aspettare troppo a lungo avrebbe permesso di convincersi che non era successo, che i folletti erano solo frutto dell’immaginazione. Negli anni in cui Grace aveva introdotto le buone padrone all’attenzione della Gente, aveva imparato che bisognava farlo mentre il loro mondo era sottosopra. Quando tutto sembrava caotico, un elemento nuovo si integrava perfettamente e dava a ciascuna donna qualcosa cui aggrapparsi mentre ricucivano le proprie vite.
Ella rise, senza fiato. «Sarebbe bene. Capire sarebbe bene.»
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Ella stava nell’atrio della Casa di Grace, la fronte corrugata come se cercasse qualcuno nell’ombra. Grace lanciò uno sguardo verso Folletto Cardellino, ma lui era sparito. Si rivolse di nuovo a Ella. «Posso offrirle del tè?»
«Sì, grazie.» La fragilità di Ella sembrava più evidente all’interno di quella casa che non sul prato davanti a Casa dei Rovi.
Grace la condusse nello studio e si sistemò su una delle poltrone bergère vicino al fuoco.
Due tazze di tè l’attendevano sull’isola della cucina. Folletto Cardellino si prese cura di lei come se fosse suo figlio. Grace afferrò le tazze e le portò a Ella.
Con le finestre a vetri piombati e il camino, la stanza la accolse come in una cerchia familiare. La luce del fuoco proiettava sul volto di Ella nette ombre di stanchezza.
Saltò per lo spavento quando Grace entrò, poi sorrise vedendo le tazze. «Grazie. Come va il suo braccio?»
«Va bene. Un vantaggio del vivere con la gente fatata.» Posò la tazza sul tavolino tra le poltrone. «Spero le piaccia la camomilla. Trovo che sia utile per calmare i nervi.»
«La gente fatata? Ma… non capisco.»
Gli eventi di oggi stavano già cominciando a scivolar via dalla mente di Ella. I folletti sembrano qualcosa di impossibile a chi li incontra per la prima volta. Grace si sedette nell’altra poltrona bergère. «Sta bene?»
Ella rabbrividì, come se il Babau l’avesse appena toccata. «Cosa è successo stamattina?»
«C’era un Babau a casa sua.»
«Ron? Era un tipo difficile, ma fino a oggi…»
«L’ha picchiata, vero?»
Ella si immobilizzò. L’unico segno di vita era il pulsare di una vena sul collo, tesa e vibrante. Sembrava respirare a malapena. Gli occhi scivolarono verso il fuoco. «Sì.»
Grace la lasciò guardare le fiamme, aspettando come aveva fatto con le altre creature selvatiche in casa sua.
«Non era… umano, dice?»
«No. I Babau divorano le anime degli uomini e indossano le loro forme come una maschera. L’uomo di cui la polizia ha portato via il corpo era già morto da tempo.»
«Oh mio Dio.»
Grace sorseggiò la camomilla per dare a Ella il tempo di riflettere. «Dove l’ha incontrato?»
«In un bar. Dopo il lavoro, con alcuni amici… Ho incontrato l’uomo o il…» la voce rallentò mentre provava il nuovo termine, «…il Babau?»
«Probabilmente il Babau. In genere hanno storie di abusi sulle donne.»
«Non sapevo chi avessi invitato a casa.»
«È il trucco dei Babau.»
«Tornerà?»
Grace scosse la testa. «Non qui. Abbiamo creato delle protezioni per lei che terranno fuori qualsiasi mostro lei possa invitare.»
«Mia madre mi diceva sempre di sapere che la Gente esisteva.» Ella fece una smorfia. «Io la prendevo in giro.»
«Mi dispiace di averla dovuta spaventare.»
Ella arrossì. «Credo sia la prima volta che io abbia davvero urlato di paura.»
«Una cosa è sentire racconti sulla Gente Fatata, un’altra è vedere il tuo primo Grasso Fatato. Tre di loro forse hanno esagerato un po’, ma, secondo il piano, i testimoni dovevano sentirla urlare. Mi dispiace.»
«No, va bene. I folletti me l’hanno spiegato mentre cercavano di portarmi in soffitta. I folletti! Non ci posso credere.» Ella inclinò la testa. «Lei ha urlato quando ha visto il tuo primo Grasso Fatato?»
Grace esitò. «Ero una bambina delle Fate. La Regina delle Fate mi aveva presa quando avevo quattordici mesi e mi ha cresciuta fino ai tredici anni.» Rise. «La prima volta che ho urlato davvero è stato quando la mia madre biologica ha usato un aspirapolvere.»
«Deve essere stata dura per lei.»
«Per usare un eufemismo. Non avevo mai visto niente che fosse dell’età industriale. Quindi alcune cose erano più facili che dalle Fate, altre più difficili.»
«Volevo dire, dura non conoscere i suoi genitori.» Ella inclinò la testa. «Non si sentiva sola?»
«Non fino a quando poi sono tornata a casa.» Grace posò la tazza sul tavolo. «Ma l’ho invitata qui per spiegarle la Gente Fatata. Si sente pronta a incontrare un altro folletto?»
Ella restò immobile come un cervo nella foresta. «Immagino che lei non intenda una ragazzina che vende biscotti…?»
Ormai facevano tutti le stesse battute. «No. Però ho qualche mentina, se può aiutare.»
Con una risata, parte della rigidità di Ella si sciolse. «Dice quello che ho già incontrato?»
«Sì. E credo che lei abbia conosciuto anche Mamma Nocciolino. Suo figlio è quello che ha scoperto il Babau.»
In un angolo lontano, Folletto Cardellino si avvicinò alla stanza. Fece un cenno con la testa per farle sapere che era pronto. «I folletti, e in generale tutta la gente della casa, sono creature per natura timide. Quindi anche in una casa piena come la mia, li vedo raramente, ma li sento. I tonfi, i colpi e i cigolii di una vecchia casa sono di solito collegati a qualcuno dei membri della Gente Fatata. La maggior parte delle persone percepisce il battito della propria casa senza rendersene conto, ma può vivere tutta la vita senza vedere mai uno di loro.»
«Come me,» sussurrò Ella.
«Non è insolito.» Con un cenno, Grace indicò l’angolo dietro Ella. «Se si gira lentamente, Folletto Cardellino è lì.»
Ella si girò così lentamente che Grace voleva quasi dirle che non era il caso essere così cauta. Folletto Cardellino restò immobile, aspettando il momento in cui Ella lo vedesse. Lo aveva già fatto per Grace ed era l’unico della Gente nella sua casa disposto a mostrarsi a un mortale senza una reale necessità.
Mentre Ella lo fissava, Grace disse: «Non ringrazi mai un folletto; ferirebbe i suoi sentimenti e gli farebbe pensare di non essere il benvenuto.»
«Ma…?»
«Penserebbe che il rapporto sia finito. Gli amici si scambiano continuamente dei favori. Ringraziare significa che non si desidera più nulla da loro. Come con un servitore. Se apprezza qualcosa che hanno fatto, lasci fuori una ciotola di panna.»
Ella annuì, il volto più morbido. «Dovrò lasciare una bidonata di panna quando tornerò a casa.»
Grace trattenne un sospiro di sollievo. Ella aveva tutte le qualità per diventare una buona padrona di casa.
Il suo sguardo periferico colse un movimento. Folletto Nocciolino stava sul bordo della stanza. Studiava Ella, girando la scopa tra le mani. Il piccolo si morsicò il labbro. Fece un passo avanti. Poi un altro. Sulle punte dei piedi, si avvicinò alla linea di visione di Ella.
Grace sussurrò: «Ella… permettimi di presentarti uno dei membri della tua casa. Questo è Folletto Nocciolino.»
Il folletto fece un breve inchino. «Salve, buona padrona.»
Ella emise lentamente un respiro. «Salve, Folletto Nocciolino.»
Non c’era modo di spiegare a Ella quanto coraggio stesse mostrando Nocciolino, venendo allo scoperto a quel modo. Grace si portò la mano alla bocca. Era tanto orgogliosa di lui.
«Mi sembra di doverti panna e altro ancora.» La fronte di Ella si corrugò e Grace poté vederla riflettere su come dimostrare gratitudine senza dover ringraziare. «Se… se c’è mai qualcosa di cui hai bisogno da me, non esitare a farmelo sapere.»
«Lo dici sul serio?»
«Sì.»
«E l’uomo cattivo se n’è andato?»
Il respiro di Ella le si bloccò in gola. «E non tornerà mai più.»
Folletto Nocciolino raddrizzò le spalle e si mise in piedi in tutta la sua altezza, fino al ginocchio. Si rivolse a Grace. «Allora, Zia, non abbiamo bisogno di un nuovo focolare.»
«Di questo mi rallegro.»
«Vorrei…» Nocciolino esitò e arrossì. Chiedere qualcosa apertamente era maleducato, e Grace poteva immaginare le istruzioni avute dalla madre che lei sapeva benissimo. «Mi porteresti in casa?»
Ella annuì. «Sarei felice di farlo.»
Grace sorrise alla buona padrona. «Allora facciamo la tua prima lezione: come mettere in sicurezza un’auto da usare con la Gente Fatata.»
Forse un giorno avrebbe potuto insegnare agli abitanti fatati a integrarsi completamente nel mondo dei mortali. Ma per ora, un altro habitat era stato salvato.
FINE
Titolo originale: Goodhouse Keeping
© 2006, Mary Robinette Kowal
Traduzione italiana a cura di Franco Giambalvo © 2025
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
Nata a Raleigh, ha studiato alla East Carolina University, diplomandosi in educazione artistica con una specializzazione in teatro. All'inizio lavora come burattinaia nel 1989. Si è esibita al Center for Puppetry Arts e ha lavorato per la Jim Henson Productions e con una sua compagnia di produzione: è una scrittrice, particolarmente nota nell'ambito della fantascienza e del fantasy.

Appassionato di fantascienza credo da sempre, ma scoperto di esserlo in quarta elementare quando mi hanno portato a vedere "