Tratto da Il cuore misterioso. Il primo libro dei racconti, Profondo Rosso Editore.

Lo strano caso della data doppia (1969/1979) di “Laura nell’alba“…

È molto semplice. Io scrissi quel racconto nel 1969, quando avevo ventidue anni, e sempre durante quello stesso anno lo spedii in visione a Ugo Malaguti per la sua rivista “Nova Sf“. A Ugo quel mio racconto piacque e me lo prese, dicendomi che l’avrebbe pubblicato in uno dei numeri che sarebbero usciti nel corso dei primi mesi del 1970. E infatti lui l’ha pubblicato su “Nova Sf”… solo che l’ha fatto nel 1979, ben dieci anni dopo, quando io dell’esistenza di quel mio racconto “accettato” nel 1969 ormai mi ero quasi del tutto dimenticato.

Comunque, per Ugo fare così era una cosa normale: lui era solito pubblicare con enormi ritardi non solo molti dei racconti che accettava, ma persino la stessa rivista, “Nova Sf”, di cui ogni numero usciva sempre con racconti e articoli di due o tre anni prima.

Perché succedeva questo? Non l’ho mai capito. Ma immagino che semplicemente ci dovesse essere una sorta di “falla temporale”, dalle parti della sede della vecchia Libra di Bologna, un “buco” nel tempo dove tutti quelli che ci vivevano dentro esistevano con dieci anni di ritardo: costoro, quindi, oggi sarebbero ancora nel pieno del 2008…

L. Cozzi

Stava precipitando giù, sempre più giù, nel fondo della notte, e io  non sapevo se crederle o ridere delle sue affermazioni; ma il tempo trascorreva veloce e, in effetti, i suoi occhi prima tanto verdi già mi parevano smunti e scoloriti, quasi grigi, come se stessero realmente mutando. Era soltanto suggestione oppure… Laura non si sbagliava?

“Che cosa ne pensi?” mi chiese lei, mentre camminavamo lungo la spiaggia, con l’aria fresca che ci sferzava il volto e la salsedine che impregnava i nostri vestiti saturi di cento notti trascorse all’aperto. E aggiunse: “Non ti vuoi rassegnare all’inevitabile?”

Io non sapevo che cosa risponderle, perché le sue affermazioni mi suonavano troppo fantastiche e, per di più, se fossero risultate vere, avrebbero significato soltanto che io ero destinato a perderla, per sempre, mentre ogni ora che passavo accanto a lei io la desideravo e l’amavo sempre di più e non avrei mai potuto tollerare il destino di perderla.

Ma c’era un modo, per opporsi a quel fato?

Scossi la testa, confuso. “Laura, io non capisco…” risposi. “Mi sembra assurdo…”

Laura sorrise e i gabbiani del cielo si specchiarono nei suoi occhi che erano…erano davvero così smunti e grigi? Che erano…erano davvero privi ormai di quel verde meraviglioso che mi aveva tanto ammaliato la prima volta che l’avevo incontrata? Era…era possibile, quella trasmutazione, quella perdita di colore così rapida e repentina nelle pupille di una persona? Era…era credibile, una cosa simile?

Stavo incominciando a dubitare persino di me stesso, da quando Laura mi aveva fatto la rivelazione sulla sua condizione. Ma era davvero una rivelazione o solo la fantasia gratuita di una ragazzina giocosa? Era…o non era?

“Non importa se non capisci,” fece lei, mettendosi a saltellare tristemente lungo la sabbia bagnata, mentre le onde le lambivano i piedi. “Non importa. Nulla importa più…”

La richiamai a me.

“Tu importi per me. Noi…”

La fissai negli occhi, stretta e vicina. I suoi occhi che avevano scintillato di verde come il mare più puro e incontaminato, ora mi apparivano grigi e opachi, come se fossero mutati davvero. E forse era proprio accaduto ed ero soltanto io che non mi volevo decidere ad accettare quella situazione incredibile. Forse che stava davvero accadendo quello che lei mi aveva anticipato? E così in fretta, pure…?

Mentre l’abbracciavo, affondai nei laghi dei ricordi che avevamo vissuto. Laura, Laura…ti avevo conosciuta quando avevi appena preso a svanire nelle tenebre del vuoto, e ora cominciavi a scivolare troppo in fretta oltre i confini estremi fino ai quali si potevano protendere le mani soccorritrici e supplichevoli dei miei pensieri d’amore…

Laura, Laura…

Mentre l’abbracciavo, mi ricordavo di come avevamo giocato, distesi nell’erba, avvolti dal primo sole di una primavera appena fiorita, quando io ero ancora ignaro del destino che già l’aveva segnata e che solo un paio di mesi più tardi mi sarebbe stato svelato.

Laura, Laura, che te ne andavi…

Laura, se solo avessi saputo…ma saputo che cosa? E poi, comunque, che cosa avrei potuto fare per te? Che cosa…?

La risposta era come in quel vecchio verso del corvo oscuro: nulla e niente più.

Ma, ignari, avevamo guardato i treni che scorrevano veloci e avevamo giocato a chi riusciva a leggere sulle carrozze i cartelli con la loro provenienza. Era difficile, perché i convogli, pur entrando in città, procedevano ancora a velocità sostenuta e le scritte sui fianchi delle vetture non erano state create per venire lette alla distanza alla quale noi ci trovavamo.

Ma io identificavo ugualmente quei nomi. Uno ci colpì, in particolare.

“Genova,” lessi io. “Questo treno viene da Genova.”

Genova. Laura sorrise di quel suo tenero sorriso infantile, perché conosceva quella città e quel mare; vi aveva vissuto per molti, lunghi anni, prima di venire a Milano, da me…

Ma i treni passano e il tempo pure, e nessuno dei due ritorna più per la medesima strada.

Fu poco dopo che lei seppe la verità, se così si può dire, perché il professore che l’esaminò e scoprì il guaio parlò in modo strano, con i termini che io non avrei mai capito. Ma la sostanza di quel che disse era una sola: dolore. E non c’era più nulla da fare, niente avrebbe potuto trattenere ancora a lungo Laura tra noi che le saremmo sopravvissuti.

Laura, la mia Laura, Laura che non conosceva la paura e che pensava farfalle e che parlava fiori, quella Laura presto sarebbe finita. Svanita.

Laura si staccò dal mio abbraccio triste e disperato, per chinarsi sulla sabbia bagnata e scriverci una parola.

“Io me ne vado,” fu quello che lessi sull’arenile. Io rimasi immobile in silenzio, per diversi istanti, a osservare le lettere che lei aveva formato, finché un’onda coraggiosa non s’arrischiò più delle altre per venirle a cancellare. Allora mi voltai, mi accostai a lei e la strinsi di nuovo. La baciai, lei con i suoi occhi tanto verdi ora così tristemente grigi, e in quell’abbraccio il suo corpo giovane e sodo mi sembrò, per la prima volta, leggero ed esile, fragile e…etereo. Quasi incorporeo. Come se lei fosse già sul punto di svanire…

Fu solo un istante, ma terribile. Pensai a un’allucinazione, a un incubo momentaneo. A una suggestione…

“Laura, tu non puoi svanire. Non è possibile. Non esistono cose simili…né in chimica né in medicina. La tua è solo…una fissazione,” le dissi, con un nodo alla voce. Ma ero io il primo a non crederlo, perché l’avevo appena constatato di persona: l’avevo abbracciata, l’avevo stretta e lei, lei mi era parsa come poco più di una gelatina, di una forma quasi incorporea. Il processo di trasformazione era arrivato ormai alla sua conclusione, rapida e improvvisa quanto inarrestabile…

Lei mi sorrise.

“Sopravviverai, Luca,” mi disse, “e con te sopravviverà il mondo intero. Io svanirò ma non sarò lontana. Mi spargerò nell’aria e nel vento e nei fiori e nei prati e l’aria che respirerai sarà il mio nome e l’acqua che berrai il mio amore. Noi saremo insieme, per sempre, mai più divisi…”

Ma quello era solo un gioco di parole, al quale mi era difficile credere. Come mi era stato difficile, sulle prime, credere alle parole di quel professore…

“È un fenomeno inusitato,” aveva detto l’uomo, “quello che ha colpito la signorina. Non sappiamo trovarne la causa o la ragione. La scienza è completamente impotente contro questa nuova forma di male… se di male si tratta davvero. Forse a determinarlo è una particolare connessione del sistema nervoso umano con una certa radioattività latente presente oggi nell’atmosfera, oppure… lo ignoriamo. Per il momento, possiamo solo chiamare questa manifestazione incredibile con il nome dello scienziato che l’ha scoperta per primo, Richardson. Le persone colpite dall’Effetto Richardson vengono escluse a mano a mano da tutte le onde elettromagnetiche e…”

“Ma che cosa diavolo vuole dire?” avevo chiesto poi a Laura, quando eravamo rimasti soli. Con calma imperturbabile, lei mi aveva risposto, quasi che il fatto non la riguardasse di persona.

“È una specie di contrazione dell’universo personale, Luca,” mi aveva detto, con un confuso sorriso. “Più o meno. Dapprima svaniscono tutti i colori di una persona, poi il corpo stesso comincia ad assumere un aspetto etereo e fluttuante, quasi gelatinoso, fino a diventare del tutto trasparente e incorporeo, e allora rimane soltanto una macchia opaca, una sagoma molto vaga e quindi, infine… più nulla.”

Io la guardai con la bocca spalancata.

“Ma…e che cosa succede alla persona?” chiesi. “Al malato?”

Lei si strinse nelle spalle. I suoi meravigliosi occhio di verde puro non tradivano paura o angoscia, ma soltanto rassegnazione e forse, malgrado fosse ancora tanto giovane e viva, un’intensa, profonda stanchezza.

“Non si sa,” mi rispose. “Agli effetti del mondo, il soggetto colpito svanisce. Scompare. Come se non fosse mai esistito. Ma rispetto al resto dell’universo…chi lo sa? Forse la persona si trasforma in una forma di energia, in una radiazione. Oppure si confonde con l’aria, come un gas invisibile. Oppure…non lo so. Ma non è detto che svanire significhi anche morire. Forse…forse esistono anche altri piani della realtà, altri universi, altre dimensioni. Chissà…?”

Tacque e abbassò il viso. Io la fissai, con il cuore che mi martellava nel petto e il timore che mi impediva quasi di parlare. Ma riuscii a chiederle quello che voleva disperatamente sapere: “Ma tu, Laura? Tu non…?”

Lei annuì, lentamente.

“Io sono stata colpita. Sto per svanire. Secondo il professore, presto comincerò a perdere tutto il colore dagli occhi. E poi…”

Poi tutto si era tragicamente svolto come era stato predetto, senza che io potessi intervenire o che si riuscisse a escogitare un qualsiasi rimedio. Il tempo passava e lei se ne andava. Lasciava questo nostro mondo per…che cosa?”

E adesso, in riva al mare, io me ne stavo lì e la fissavo nei suoi occhi grigi, ormai del tutto privi di colore, e, mentre tornavo a stringermela al cuore, tremai, perché di nuovo il suo corpo mi era parso quasi come una forma eterea e incorporea, quale mai era stato prima. Per un istante, infatti, fu come se avessi stretto l’aria tra le braccia. Eppure era lei, Laura, e…

Laura, Laura, mi stavi lasciando…

Laura, Laura, dove te ne stavi andando?

La strinsi ancora, e piansi, anche perché ormai la sentivo bene, lei stava diventando sempre più incorporea e impalpabile, inafferrabile…

La mia Laura…

E venne infine l’alba e il sole versò le sue prime lacrime di colore sulle onde del mare. Io mi voltai per cercare Laura, che si era appisolata vicino a me, nelle ultime retroguardie della notte.

Non la trovai.

Vicino a me c’erano soltanto i suoi vestiti, sgonfi e vuoti.

Laura era finita.

Udii il grido disperato dei gabbiani e il lamento della fredda risacca senza fine. Mi alzai in piedi, asciugandomi le lacrime. Sapevo che sarebbe stato inutile cercarla, perché non l’avrei più trovata…quello che doveva succedere era accaduto. E non c’era più nulla che io potessi fare.

Come diceva quel lugubre corvo oscuro, nulla e niente più, per tutto l’infinito.

Mi incamminai stancamente lungo la riva, tra la sabbia e l’acqua, nell’alba e sotto un cielo sgombro di nubi. Mi fermai un attimo prima di tornare verso la strada. Mi voltai e fissai la grande spiaggia vuota, dove lei non avrebbe corso più. Poi misi la mano in tasca e ne estrassi l’ultima fotografia che le avevo scattato proprio la sera prima, con la macchina automatica che proprio Laura mi aveva donato la vigilia di Natale.

Osservai l’immagine. Sì, era proprio Laura, bella e inconfondibile come io avrei sempre ricordato e amato. Ma quella ritratta nella fotografia era anche una Laura che già stava mutando e cambiando. Una Laura incompleta e scolorita, solo parzialmente raffigurata…

Ma dovunque fosse andata o trasmigrata, per me lei era finita. Gettai la fotografia nella sabbia dell’arenile, e mi avviai verso la strada grigia e scura, senza più curarmi delle onde salate che presto avrebbero cancellato anche quel poco di Laura che era ancora riuscito a impressionare la mia ultima pellicola.

(1969/1979)