L’immagine di copertina è stata tratta dal sito movieplayer.
Abbiamo già parlato di Riccardo Fabiani, uno dei creatori de “La Bottega del Fantastico,” e del suo romanzo in stile Fantasy, mai finito e mai pubblicato. Abbiamo voglia di presentarvi dei frammenti di quell’opera sofferta e mai conosciuta nel mondo della fantascienza e del Fantasy. In questo primo incontro, pubblichiamo la storia di come nasce un personaggio.

Riccardo è molto legato a questo personaggio che si chiamerà Quercia e usa il suo avatar in qualsiasi sito Fantasy lui voglia apparire. Ecco dunque le sue origini di guerriero.

Nella storia che segue osserverete come lo stile sia ancora piuttosto grezzo e semplice, ma si intuisce l’importanza del personaggio nato da quelle che sono probabilmente delle esperienze o dei desideri personali: prima di acquisire il suo nome definitivo, il personaggio giocante si chiama Rikar che molto ricorda il nome di Riccardo. Poi è appunto un  personaggio giocante, come impongono le regole di Dungeons & Dragon, di cui Riccardo e io stesso facevamo grande frequentazione a quei tempi. A proposito di D&D, una delle creature previste è chiamata halfling, proprio come si usava tra i giocatori, mentre credo che oggi la maggior parte dei fantasisti lo chiamerebbe mezzuomo, come dalla traduzione italiana del Signore degli Anelli.

Ultima notazione: il racconto (come altre volte) è presentato su più schede, per semplificarne la lettura non essendo cortissimo. Terminata la lettura della prima pagina, basta fare click sulla linguetta in alto successiva, per proseguire con il secondo capitolo e così via.

Buona lettura.

Il piccolo villaggio era cresciuto tra il limitare del bosco e le prime colline che facevano da preludio alle ripide pareti rocciose delle montagne, oltre le quali si stendeva il Nord, il grande Nord con le sue terre ghiacciate sferzate dai venti.

Era un miscuglio di baracche e capanne erette alla rinfusa, senza un ordine ben preciso, chiaro segno che gli abitanti non erano stanziali.

Ed anche la popolazione era un miscuglio di genti e razze diverse, tanto eterogeneo che sembrava essere più un serraglio che una comunità.

E tra le strade fatte di pozzanghere e fango, tra il puzzo di fumo e di escrementi animali era cresciuto Rikar.

Non era nato tra la gente del villaggio, Rikar: era stato abbandonato da qualche viaggiatore di passaggio quando era ancora piccolo. Aveva due, forse tre anni quando le mani frettolose di qualcuno lo avevano lasciato, stremato dalla fame e dal freddo, davanti all’ingresso dalla baracca dello sciamano del villaggio.

E così il piccolo, volente o nolente, era entrato a fare parte della tribù dei reietti, di quella gente senza un’origine, senza una casa, senza una razza.

Umani, elfi dei boschi e delle montagne, orchetti e halflings si tolleravano silenziosamente nel villaggio, consci che, al di là delle differenti origini, solo il rimanere uniti garantiva loro la sopravvivenza ai continui attacchi dei razziatori e dei numerosi branchi di lupi.

Rikar, crescendo, aveva sviluppato un carattere indipendente e orgoglioso.

Non aveva casa, non aveva famiglia ma si faceva benvolere da quasi tutti.

Era pronto tanto ad allungare una mano tesa in aiuto di chi ne avesse bisogno quanto a sferrare un pugno con la stessa mano per mettere in riga chi gli era ostile, fosse anche due volte più grande di lui.

Erano passate almeno dieci primavere dall’abbandono di Rikar nel villaggio, la tribù dei reietti aveva abbandonato ormai dieci insediamenti per crearne altrettanti nuovi, quando Klodivar, lo sciamano, lo aveva convocato nella sua baracca.

– Rikar – gli aveva detto Klodivar – Ormai sei abbastanza cresciuto perché tu venga conoscenza di alcune cose su te stesso… –

Rikar si era irrigidito subito, mettendosi sulla difensiva e serrando i pugni.

– È tempo che tu sappia che nelle tue vene scorre un sangue forte, un sangue che non è né umano né elfico. Sei il germoglio di una nuova razza, forse. –

Il ragazzo, non abituato ad essere trattato alla pari di un adulto, aveva perso molta della sua baldanza ed era rimasto con gli occhi spalancati in attesa che il vecchio continuasse.

– Le tue origini sono sconosciute anche a me, ma i tuoi tratti, il tuo carattere fanno chiaramente capire che tu sei il frutto dell’unione di un umano e un di un elfo. Due razze diverse, entrambe orgogliose e testarde, forti e determinate ma cieche e stolte nella loro stupida convinzione di non potere convivere pacificamente. –

Rikar aveva fatto fatica a seguire il discorso dello sciamano, ma tuttavia non aveva osato interromperlo… forse era giunto il momento di scoprire qualcosa di più sulle sue origini, di sapere da dove veniva e da chi era stato abbandonato.

– No, Rikar, non ho le risposte alle domande che leggo nei tuoi occhi… – aveva detto il vecchio – Non ho queste risposte. –

– Tutti i giovani del villaggio, alla tua età, sono portati dai genitori alla prova dell’iniziazione, al rito di passaggio dalla fanciullezza alla condizione di uomo. Ma chi accompagnerà te, Rikar, al terreno della prima grande prova? Un orchetto, un umano o un troll? –

Le spalle di Rikar si erano fatte curve, i pugni si erano sciolti e le mani erano rimaste molli e inerti lungo i fianchi. La paura di essere solo un intruso nella tribù, una paura sempre nascosta dietro l’orgoglio, l’animosità e la forzata allegria che gli avevano fatto da scudo per anni, improvvisamente era tornata ad affiorare prepotentemente.

Era stato come se un fiume avesse rotto gli argini e le lacrime erano sgorgate copiose dagli occhi del ragazzo, mentre stringeva furiosamente i denti nel vano tentativo di trattenerle.

– Non hai un’origine, non hai un nome, Rikar te l’ho imposto io quando ti trovai davanti alla porta della mia baracca… ma hai un futuro, ragazzo! In te scorre la forza della terra e della magia, in te è racchiuso il potere di portare a compimento disegni che per molti anni non potrai comprendere nella loro pienezza, in te risiede la forza da riportare l’ordine là dove il caos ha preso il sopravvento… –

Rikar era stordito da quelle parole, era incredulo e nello stesso tempo voleva credere alle parole del vecchio, voleva credere di essere destinato a grandi cose… voleva avere un vero nome. E soprattutto voleva diventare un uomo.

– Asciugati gli occhi Rikar e preparati… è ora che Klodivar, lo sciamano, conduca il suo erede alla grande prova. –

Klodivar, con un rapido gesto della mano, aveva gettato a Rikar un fagotto.

– Ora preparati, non abbiamo tempo da perdere – aveva detto burbero lo sciamano.

Rikar aveva svolto il fagotto, che conteneva una tunica di grezza iuta scura, un paio di corti stivali di cuoio, una cintura di cuoio, una daga in un fodero di pelle ed un ciondolo… una ghianda attaccata ad un laccetto di cuoio.

– E ricorda, Rikar! Hai tutto ciò che ti serve per superare la prova di iniziazione, ma non sempre le armi sono la soluzione di tutto. E un’altra cosa… hai già dimostrato di essere quasi un uomo… non hai avuto vergogna di piangere! –

Il ragazzo aveva indossato in fretta e furia la tunica nuova e gli stivali, i primi indumenti nuovi veramente suoi da quando era entrato a fare parte della tribù dei reietti, si era assicurato alla cinta la daga e messo al collo il ciondolo con la ghianda.

Alzando la testa e riassumendo la sua aria baldanzosa Rikar aveva detto al vecchio, con la voce un po’ roca – Andiamo dunque… padre. –

Il terreno nel quale si era tenuto il rito di iniziazione era ai margini del bosco.

A poco a poco erano giunte coppie di padri e figli, orchi e orchetti con mazze chiodate, elfi con lunghi archi e umani con lunghe spade, halfling con balestre e faretre piene di dardi.

Rikar li aveva osservati con stupore e aveva continuato a spostare il suo sguardo dalle poderose armi degli altri partecipanti alla sua corta daga.

Aveva sentito la mano di Klodivar posarsi sulla sua spalla e le parole del vecchio gli erano risuonate nella mente… Hai tutto ciò che ti serve per superare la prova di iniziazione, ma non sempre le armi sono la soluzione di tutto…

Un orco, grosso e possente, si era messo in mezzo ai convenuti e con un verso gutturale aveva richiamato l’attenzione di tutti.

– Oggi i cuccioli dei reietti cercheranno di diventare adulti, oggi chi supererà la prova si mostrerà degno di guidare le genti che compongono la tribù, oggi si faranno grandi coloro che dovranno essere dei capi domani. Tutti i cuccioli vengano qui, intorno a me! –

I giovani delle diverse razze, tutti più o meno dell’età di Rikar si erano fatti avanti e avevano raggiunto l’orco.

Rikar aveva esitato un poco, fino a quando un deciso calcione nelle parti molli non gli aveva fatto comprendere che Klodivar non gradiva la sua riluttanza.

Il ragazzo aveva raggiunto gli altri nel centro della radura in prossimità della foresta.

– Vi dividerete in gruppi di quattro – aveva detto l’orco – e dovrete trovare il Drannitor che da giorni si aggira nei pressi del villaggio. Lo dovrete trovare ed uccidere. Il gruppo che riuscirà a farlo sarà eletto al rango di adulto… gli altri dovranno aspettare ancora quattro stagioni –

Le ultime parole dell’orco erano finite n una risata gorgogliante.

– Voi quattro ad est, voi quattro ad ovest e voi quattro a sud! – aveva ordinato il bestione.

I quattro gruppi si erano diretti nelle direzioni indicate e Rikar, il tredicesimo si era ritrovato solo nel centro della radura con l’orco.

– E io? – era venuto spontaneo a Rikar di chiedere, ma il suo orgoglio lo aveva fatto tacere, preferendo guardare fisso negli occhi l’orco senza spiccare parola.

– E tu, piccolo bastardo cosa ci fai qui? Chi ti ha invitato? Lo sai che devi appartenere a qualche gruppo per essere ammesso alla prova! – aveva sghignazzato pieno di disprezzo l’orco.

– Chi ti ha portato qui, un caprone o un mulo da soma? – aveva infierito nuovamente l’energumeno.

– Non so se tu preferisca considerarmi un caprone o un mulo – era intervenuto con voce stentorea Klodivar avanzando nella radura – Ma sono io ad accompagnare Rikar, e questo penso che basti. –

L’orco era rimasto interdetto, avrebbe voluto ribattere ma la presenza del vecchio sciamano lo riempiva di timore riverenziale.

– Ma… rispettabile Klodivar – aveva biascicato l’orco – il tuo protetto è da solo, non ha un gruppo…come potrebbe partecipare al rito… . –

– Credi forse che Rikar non valga almeno quanto altri cuccioli della tua razza? Vuoi forse mettere in discussione le mie decisioni? –

L’orco, chinando la testa si era fatto indietro in silenzio, indicando con un gesto del braccio a Rikar la direzione della foresta.

– Che gli si annodino le budella – aveva pensato Rikar rivolto allo sciamano – Quel vecchio dissennato mi manda da solo ad uccidere un Drannitor…  e con solo una daga…  –

E mentre formulava questi pensieri l’immagine del Drannitor gli si era presentata nella mente.

La mole di un bufalo, la pelle coriacea e scagliosa di un drago, la coda lunga e ricoperta di corni ossei, le ali di un grande pipistrello… per non citare otto zampe munite di affilati artigli e speroni e le fauci grandi come un forno dalle quali colava bava velenosa.

– E tutto armato di una semplice daga – aveva concluso tra sé e sé Rikar…

Ma le parole dello sciamano avevano continuato a risuonargli nella mente… Hai tutto ciò che ti serve per superare la prova di iniziazione, ma non sempre le armi sono la soluzione di tutto…

Gli sterpi del primo sottobosco rigavano la parte scoperta delle gambe di Rikar, ma gli stivali in pelle e la ruvida ma resistente tunica in iuta gli rendevano abbastanza agevole il cammino.

Era partito in ritardo rispetto alle altre tre squadre, ma quei pochi minuti non potevano giustificare l’innaturale silenzio che regnava nel bosco davanti a lui.

All’improvviso aveva percepito il rumore di qualcosa di molto grosso che si faceva strada tra la vegetazione che andava sempre più infittendosi.

Rikar si era fermato cercando di localizzare meglio il rumore. Quando era stato sicuro che provenisse da nord est, cautamente, facendo attenzione a non calpestare rami secchi, si era diretto in quella direzione.

Dopo pochi istanti, non aveva percepito più alcun rumore e aveva allungato il passo.

Che fosse umano o elfico, il sangue di Rikar si era gelato nelle vene allo spettacolo che gli si era parato d’innanzi. I corpi smembrati di due giovani elfi, di un umano e di un orchetto giacevano a terra, mentre larghe pozze di sangue si stavano formando sul terreno sotto i corpi ormai senza vita dei quattro cuccioli.

– Ma come è possibile… – aveva pensato Rikar – Senza un urlo… senza un avvertimento…  –

Un altro ricordo aveva raggelato il ragazzo. I Drannitor possedevano lo sguardo del basilisco: ipnotizzavano, impietrivano le loro vittime con lo sguardo prima di finirle.

Un profondo sconforto, non voleva chiamarla paura, si era impadronito di Rikar: era dunque cresciuto fino ad allora per essere inviato ad incontrare una morte tanto orribile?

Ma un altro sentimento presto aveva preso il sopravvento sullo sconforto, una sensazione di rabbia e di odio verso la bestia, quella bestia che aveva ucciso quattro dei componenti della tribù, della sua comunità.

E per la prima volta Rikar si era sentito responsabile per i suoi coetanei, per i suoi compagni di tante piccole malefatte… per la prima volta era emersa in Rikar la responsabilità che è propria di un capo.

Con un profondo respiro e con le gambe che non tremavano più, Rikar si era addentrato ancora di più nella macchia.

Ormai aveva raggiunto il cuore della foresta: solo alberi di alto fusto lo circondavano e le loro folte chiome, che impedivano il filtrare della luce del sole, permettevano la crescita di sole felci dalle larghe foglie.

Ma erano proprio le felci schiacciate e divelte che avevano indicato a Rikar le tracce del Drannitor.

Aveva iniziato a seguirle silenziosamente con la daga stretta nella mano sudata, prestando orecchio al minimo rumore.

Non si era mai spinto così nel profondo della foresta. Passo dopo passo si era ritrovato in un’ ampia radura, al cui centro cresceva, solitaria, una maestosa quercia. Rikar era rimasto incantato dalla maestosità dell’albero.

Ma la contemplazione della pianta era stata bruscamente interrotta da un sordo sbuffare alla sua sinistra. Con la coda dell’occhio aveva percepito il muoversi di qualcosa di gigantesco… non ebbe dubbi: era il Drannitor.

Con il cuore in gola si era precipitato nella radura senza voltarsi, sapeva che un solo sguardo al mostro gli sarebbe costata la vita.

Stringendo con la destra la daga, istintivamente si era portato la mano sinistra alla gola, trovando la ghianda appesa al laccio di cuoio.

Hai tutto ciò che ti serve per superare la prova di iniziazione, ma non sempre le armi sono la soluzione di tutto

Queste parole avevano continuato a martellargli in testa nonostante il terrore che gli attanagliava le viscere…

– Una ghianda…la quercia… le ghiande sono i semi delle querce… ma certo! Quel vecchio pazzo dello sciamano aveva previsto tutto! – aveva pensato. Con il fiato mozzato, quasi in apnea, aveva raggiunto la maestosa quercia e le si era appoggiato con le spalle.

Ad occhi chiusi, sempre ad occhi chiusi, aveva sentito il rumore della carica del Drannitor che si avventava contro di lui.

– Adesso! Adesso Rikar! – aveva tuonato la voce del vecchio Klodivar nella sua testa.

Il giovane mezz’elfo si era gettato di lato, abbandonando il tronco dell’albero.

Mentre toccava rudemente il terreno, aveva sentito un fortissimo rumore, come se un masso si fosse schiantato sulle pareti di una montagna… poi il silenzio!

Lentamente, timorosamente, aveva socchiuso prima un occhio e poi l’altro, richiudendoli frettolosamente… ma tutto sembrava immerso nel più assoluto silenzio.

– O adesso o mai più! – si era detto tra sé e sé e spalancò gli occhi.

La carcassa del Drannitor, squassata dalle ultime convulsioni dell’agonia, giaceva ai piedi dell’immensa quercia, che nonostante il tremendo impatto continuava maestosa a dominare la radura…

Hai tutto ciò che ti serve per superare la prova di iniziazione, ma non sempre le armi sono la soluzione di tutto

Per l’ultima volta queste parole erano risuonate nella mente di Rikar, ma ora avevano assunto un significato ben preciso… non era stata l’arma ad uccidere il Drannitor, ma la comprensione di parole che dapprima arcane, gli avevano aperto la mente verso la salvezza.

Lentamente si era avvicinato all’enorme animale, era montato sulla sua testa e con due decisi colpi di daga ne aveva mozzato le orecchie membranose, poi con passi calmi e sicuri si era voltato, dirigendosi verso l’accampamento.

Era ormai quasi l’imbrunire e il vermiglio colore del tramonto tingeva le cime delle montagne più alte, quando il ragazzo era emerso dal sottobosco e aveva visto che l’intera tribù si era raccolta nella radura intorno ad un grande falò

Alla sua comparsa si era levato un sommesso brusio tra gli astanti ma subito era scemato quando il mezz’elfo si era fatto più vicino.

In silenzio, con passi lenti e misurati, Rikar si era avvicinato al grande fuoco. Con lo sguardo aveva cercato Klodivar, gli si era avvicinato e aveva deposto con deferenza le orecchie del Drannitor ai suoi piedi. Sempre taciturno, si era avvicinato al fuoco, la cui luce sembrava ingigantire la sua figura di adolescente.

Il suo grido aveva rotto repentinamente il silenzio che era calato nella radura.

– Quercia – aveva gridato – Il mio nome è Quercia! –

Il vecchio sciamano, aveva lasciato trasparire solo una parvenza di sorriso tra le innumerevoli rughe che gli solcavano il volto.

Da quella notte la parola “Quercia” aveva assunto il significato di “Guida” nella comunità dei reietti.

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