Riceviamo da Antonio Bellomi un interessante excursus sulla fantascienza in Italia, che pubblicheremo a puntate. A dire il vero Antonio parla a ruota libera delle sue esperienze editoriali e di lettore di FS, ma si tratta di uno dei grandi autori italiani, uno che ha visto da vicino tutte le epoche della fantascienza qui da noi e l’ha in buona parte creata. Grazie di esistere Antonio!

(Ritratto di Giuseppe Festino)

In realtà, ho sempre letto fantascienza fin dall’età di prima lettura. Solo che non sapevo ancora che si chiamasse così. Come è successo per tanti appassionati anch’io abitavo in un paese, Garbagnate Milanese, contatti sociali nulli, a parte i due mesi estivi in montagna a Serina (BG) dove mi scatenavo in partite a pallone e passeggiate col «branco».

Dunque vivendo in un paese e sognando come tutti i ragazzi di quell’età, situazione aggravata dal fatto di essere un Acquario e quindi incline più al meditare che al fare, ho cominciato a leggere tonnellate di libri, quasi tutto Salgari, i classici della gioventù, da Robinson Crusoe (per inciso il mio primo libro in assoluto, letto cinque o sei volte di fila) a Incompreso (lettura forzata da parte dei miei che erano stufi di vedermi leggere solo di arrembaggi e pirati), e naturalmente Verne con le sue macchine fantascientifiche, nonché diversi fascicoletti della Sonzogno d’anteguerra, appartenuti a mio padre e decisamente fantascientifici: I pirati dell’aria di Pierre Vernou, Il Capitano Corcoran di Alfred Assollant e altri “gioiellini” oggi introvabili che farebbero la gioia di qualsiasi collezionista.

La prima avventura targata autenticamente fantascienza è stata un Urania, L’Atlantide svelata, di Emilio Walesko. Dicono che sia un’opera mediocre, ma a me ancora oggi sembra un capolavoro. Tuttavia per evitare delusioni mi astengo dal rileggerlo. Potenza dell’immaginifico giovanile! E da allora è stato un diluvio, di cui è inutile fare l’elenco.

Nel frattempo scrivevo racconti di fantascienza. Allora avevo un giardino enorme dove io e mio padre avevamo edificato un capanno per ospitare tutti i libri che ormai in casa straripavano. Qui andavo per studiare e per scrivere di nascosto racconti di fantascienza. Tentativi primitivi certo ma che sono serviti come base di partenza per arrivare finalmente al primo racconto professionale.

Questo fu Un piano perfetto, uscito sulla mitica Oltre il Cielo, n. 105 che portava la data dell’1/15 giugno 1962, ma che probabilmente è uscita più tardi, perché le uscite di OiC erano sempre ritardate. Raccontino mica male per un principiante d’allora. Adesso i principianti nascono col microchip della fantascienza incorporato e sfornano libri perfettini, anche se quasi sempre illeggibili.

Cesare Falessi

Falessi, il direttore della rivista, pubblicò il racconto senza neanche avvertirmi così quando acquistai il numero di OiC e aprii la rivista quasi mi venne un colpo. Ero al mare, a Cesenatico (anche per questo penso proprio che il mese effettivo fosse luglio o settembre, visto che al mare in agosto non ci sono mai andato) e dovetti sedermi su una panchina e rileggere da cima a fondo il mio immortale capolavoro. Chissà se anche agli altri autori è capitata la stessa cosa. Su Oltre il Cielo pubblicai qualche altro racconto, ma di soldi non se ne vedevano e io volevo arricchirmi con la fantascienza.

Guardando a ritroso nel tempo mi rendo conto di quanta parte la fantascienza abbia avuto nella mia vita professionale, anche se mai in via esclusiva e con vistosi intervalli in cui mi sono dedicato a tutt’altre attività. È innegabile tuttavia che ci sia stato un percorso continuativo, iniziato nei lontani anni Sessanta con l’incontro con Luigi Naviglio a un Festival di Trieste. L’anno preciso non lo ricordo e non ho un punto di riferimento temporale, forse il 1963. So solo che la rivista Futuro di Aldani non era ancora uscita e che il viaggio a Trieste l’ho fatto insieme a Giuseppe Pederiali, anche lui conosciuto per la prima volta in quell’occasione.

Dicevo che è stato l’incontro con Luigi Naviglio a immettermi nel circuito professionale: infatti, fu lui a introdurmi alla Ponzoni Editore, che allora pubblicava la collana Cosmo, dove ebbi modo di cominciare a scrivere per le riviste francesi di questo editore, fotoromanzi western che pubblicavano racconti in appendice. Su queste riviste ho pubblicato decine e decine di racconti western e qualche altro di fantascienza, pubblicato poi anche su Cosmo.

Naviglio era una persona straordinaria, che ha aiutato tantissime persone a introdursi nell’ambiente editoriale, ricevendone per lo più calci in faccia come postumo ringraziamento. Si consideri in proposito che Naviglio viveva di attività freelance, ogni racconto che scriveva gli serviva per portare il pane in tavola e fare pubblicare un altro autore significava per lui vendere un racconto in meno… e rischiare di saltare magari un pasto. Ma Naviglio era fatto così, lui doveva dare una mano a tutti, rischiando magari la pelle, come quella volta che tirò una latta di vernice in testa a un branco di manifestanti sindacalizzati che volevano rovesciare un’auto con a bordo una ragazza. Quella volta se la vide brutta e solo l’intervento della polizia gli salvò la ghirba.

La collaborazione con Ponzoni mi fece entrare anche nel circuito delle traduzioni in cui poi ho lavorato per tutta la vita, con qualche parentesi di lavoro dipendente, di cui ricordo con piacere solo la direzione delle riviste per ragazzi per la Williams Inteuropa, gruppo Warner Bros. Fu appunto attorno a quegli anni (1973) che la mia attività fantascientifica scese al minimo, anche perché avevo perso buona parte dell’interesse come lettore. Con la chiusura del gruppo europeo Williams tornai alle traduzioni, specialmente con l’Editoriale Corno, che pubblicava allora gli albi della Marvel, con brevi parentesi di lavoro dipendente con l’Armenia Editore e l’Editrice Il Picchio.

Fu appunto con la chiusura della Williams che mi trovai anche a dovermi inventare qualcos’altro per integrare il lavoro di traduzioni. Dopo tutto alla Williams avevo goduto di uno stipendio a dir poco principesco per l’epoca, e con le traduzioni degli albi Marvel non potevo certo raggiungere questi livelli.

Fu allora che pensai a Perry Rhodan. Da ragazzo, durante le ferie estive a Cesenatico, avevo avuto modo di scoprire gli albi tedeschi di questo personaggio, che venivano venduti a paccate sia nelle edicole sia usati su un paio di bancarelle lungo i canali. Allora non conoscevo ancora il tedesco, ma le copertine del favoloso Brock mi intrigavano e il loro ricordo non mi aveva mai abbandonato. Ecco allora, era il 1975 mi pare, non ricordo bene, che cominciai a pensare di portare questa serie in Italia e feci un viaggio preliminare a Heidelberg per procurarmi i volumetti editi in inglese dalla Ace Books, di cui c’era una libreria fornitissima. Fu una spesa di investimento fatta alla cieca, senza ancora nessuna prospettiva reale in vista. Poi presentai la serie a Gianni Eusebio, che avevo conosciuto alla Williams dove si occupava della produzione e che dopo la chiusura della società si era messo in proprio come editore, e l’idea gli piacque. Così portai avanti i contatti con la Pabel e acquistammo i diritti per alcuni numeri di prova.

Il primo numero, L’erede dell’universo fu subito un successo. Onestamente le prime storie di Perry Rhodan non si può dire che fossero dei capolavori, ma avevano un certo fascino che attirava i lettori. La collana crebbe, acquistammo altri titoli, da mensile divenne quindicinale e pubblicammo anche dei numeri speciali con romanzi della serie Planete Romane che era uno spin-off della serie regolare, ma con romanzi indipendenti l’uno dall’altro, mentre quelli della serie regolare formavano cicli dentro cicli, vale a dire che una storia si chiudeva in un ciclo di quattro romanzi, che però rientrava in un ciclo più ampio e così via. La cosa buffa era che ogni tanto il nome della casa editrice cambiava, D. N., Edinational, Solaris Editrice, Editrice Scorpio e altre sigle ancora, una vera girandola, perché l’editore, sempre lo stesso, apriva e chiudeva società come un fulmine, probabilmente per motivi fiscali.

Grazie a Perry Rhodan ebbi modo di conoscere autori come William Voltz, e la sua bellissima moglie dagli occhi ammalianti, Ernst Vlcek, Hans Kneifel (di cui ho il rimorso di non essere riuscito a pubblicare nulla in Italia, e naturalmente Walter Ernsting il più simpatico sbevazzone della storia fantascientifica, sempre con una birra e un whisky in mano. Con Voltz, e Ernsting, mi capitò di essere fermato alla frontiera olandese per accertamenti. Infatti Voltz assomigliava spudoratamente a un terrorista tedesco con un nome fra l’altro assai simile, tale Stolz o Stolp, mi sembra. Per cui tutte le volte che passava una frontiera veniva inquisito. Alla fine aveva preso l’abitudine di dichiarare, «Guardate che assomiglio a un terrorista, ma quello non sono io!»

A una convention di Zurigo ebbi modo di conoscere anche Erich von Daeniken, il discusso autore di tanti libri di successo di fantarcheologia, come era stata definita la sua serie di saggi sulla presenza di extraterrestri nella antichità, e amicone di Ernsting. Simpatico compagno di tavola. Cenammo in un ristorante alla moda e fortunatamente pagò lui il conto per tutta la combriccola, con una carta di credito tratta da un mazzo alto quanto un volume della Treccani. Ma le carrettate di soldi che guadagnavano glielo permettevano senza problemi. Il successo di Perry Rhodan spinse l’editore a pubblicare anche alcune collane di fantascienza da edicola che ebbero un successo variabile, come Sirio, Antares, Gemini, Galaxis. La curatela di Perry Rhodan mi procurò anche inviti a Mannheim, in Germania, e ad Amsterdam, dove gli editori non lesinarono a spese per trattare lussuosamente gli ospiti. Fu insomma una bella vita.

Purtroppo le cose belle sono sempre destinate a finire e Perry Rhodan, nonostante una vendita di circa 10.000 copie, venne chiuso perché l’editore preferì investire i soldi in attività più lucrose (leggi pubblicazioni pornografiche). Oggi per una rivista di sf che vendesse 10.000 copie gli editori venderebbero anche la nonna.

Un peccato perché all’epoca le pubblicazioni da me curate erano anche le uniche che consentissero agli scrittori italiani di pubblicare racconti con una certa assiduità… e di venire ricompensati, con cifre minime è vero, ma pur sempre in denaro sonante, dalle 5.000 alle 15.000 lire a seconda della lunghezza. E ricordo che Prosperi, Pestriniero, Gasparini e altri erano ben felici di inviarmi i loro racconti.

(Continua)

Articolo scritto da