Proprio in questi giorni Robert J Sawyer è molto impegnato a presentare in Canada e negli Stati Uniti la sua recentissima antologia Sawyer on Science Fiction e gli abbiamo chiesto di parlarcene.

 

D.: Sawyer on Science Fiction è un’opera di oltre 600 pagine; quindi, è chiaramente un lavoro importante sulla tua vita di scrittore di fantascienza. Puoi spiegare esattamente che cosa volevi che i tuoi lettori apprendessero da questo libro?

Rob:Secondo me, il messaggio numero uno che le persone dovrebbero trarre da questo libro è che la fantascienza è importante.
Sì, è pure divertente; sì, è emozionante; sì, al cinema e in televisione può essere visivamente spettacolare. Ma il genere viene ancora troppo spesso liquidato come se fosse soltanto questo, quando in realtà è una parte importante — anzi, cruciale — del nostro dibattito sociale su come aiutarci a scegliere il futuro che vogliamo. A volte descrivendo quel futuro, altre volte mostrando la sfortunata realtà in cui ci ritroveremo se non correggiamo la nostra rotta.

D.: C’è una ragione particolare per mettere insieme questa antologia? Il successo di The Downloaded non fa certo pensare che tu stia considerando di concludere la tua carriera e andare in pensione tanto presto.

Rob: La triste verità è che, sei anni fa, proprio in questo mese, mi è stato diagnosticato un linfoma mantellare, una forma incurabile di linfoma non-Hodgkin; ne parlo nel capitolo introduttivo di “Sawyer on Science Fiction.” Attualmente sono in remissione, ma il linfoma mantellare ha un tasso di recidiva del 100%: tornerà, e quando lo farà potrebbe benissimo uccidermi. Tutti i miei ventisei romanzi sono facili da reperire, ma i 177 testi che compongono “Sawyer on Science Fiction” sono molto più difficili da trovare e quindi volevo che venissero raccolti e conservati, perché fanno parte della mia eredità di scrittore tanto quanto i miei romanzi e racconti.

D.: Se per te va bene, vorrei proporre ai nostri lettori un estratto, o anche l’intero articolo, «Defining Science Fiction», tratto proprio da “Sawyer on Science Fiction.”

Rob: Puoi ripubblicare l’intero saggio, se vuoi, oppure qualunque estratto desideri. Eccolo per i tuoi lettori:

Definire la fantascienza

Pubblicato sul numero 27 di Galaxy’s Edge
(luglio/agosto 2017)

Sono onorato di prendere il posto del mio amico Barry N. Malzberg come curatore della rubrica sulla fantascienza qui su Galaxy’s Edge. Dal momento che questa è la prima volta che ci incontriamo, credo sia utile definire i nostri termini — o, almeno, il modo in cui io uso il termine «fantascienza».

Ho quattro definizioni per questo genere. Utilizzerò sempre quella più attinente al punto che dovrò sostenere in quel contesto, ma tutte le definizioni partono dal presupposto che la fantascienza sia letteratura seria e importante, che abbia cose preziose e attuali da dire a tutti, non soltanto agli appassionati più irriducibili.

La mia prima definizione, anche la più diretta, è che la fantascienza è la letteratura mainstream di una realtà alternativa plausibile. Con «letteratura mainstream» intendo che la maggior parte dei racconti di questo genere è narrata come se il lettore conoscesse già l’ambiente in cui si svolge la storia. Se un romanzo è ambientato nell’anno 2500 su Marte, la voce narrante non dirà: «Un giorno stabiliremo una colonia sul Pianeta Rosso e renderemo più densa la sua tenue atmosfera con il vapore acqueo proveniente dalle comete», ma piuttosto: «Conosci Marte: polvere dappertutto, anche dopo un secolo di piogge artificiali». Come ha scritto notoriamente Samuel R. Delany nella sua raccolta di saggi The Jewel-Hinged Jaw, questo espediente narrativo si rivela spesso una barriera quasi impenetrabile per i lettori adulti che si avvicinano per la prima volta alla fantascienza, ma è il DNA fondamentale della nostra narrativa.

Con «realtà alternativa» intendo soprattutto il futuro, ma, poiché (come sostiene Philip K. Dick nel testo del suo romanzo The Man in the High Castle) la storia alternativa è un ramo della fantascienza. Può anche significare una diversa linea temporale, o persino il passato remoto (come in Hawksbill Station di Robert Silverberg).

Quanto a «plausibile», questo è fondamentale: la fantascienza è la letteratura dell’estrapolazione razionale e ragionevole. Si distingue dal fantasy: la SF è la letteratura di ciò che plausibilmente potrebbe (o plausibilmente avrebbe potuto) accadere; il fantasy è la letteratura di ciò che non sarebbe mai potuto accadere (in quanto richiede la magia o dei poteri soprannaturali che contravvengono alle leggi della fisica).

Sì, nella fantascienza ammettiamo i viaggi più veloci della luce (ma posso fornirvi decine di riferimenti a teorie scientifiche reali che suggeriscono come un giorno questi saranno forse possibili); e i viaggi nel tempo (stessa cosa). Tuttavia, se volete sostenere che tali concetti siano stati «adottati d’ufficio» dalla fantascienza, non lo contesterò; se trovate che ciò sia paradossale rispetto all’esigenza di plausibilità, be’, ricordate che la fantascienza ha inventato il paradosso del nonno.

La mia seconda definizione è che la fantascienza è un laboratorio per esperimenti mentali sulla condizione umana. Cioè cose che nella vita reale sarebbero immorali, impraticabili o impossibili da condurre. Se nel 1960 Stanley Milgram poteva trasformare delle persone in mostri privi di scrupoli attraverso i suoi celebri esperimenti sull’obbedienza all’autorità, nei quali i partecipanti erano indotti a somministrare all’altra persona scosse elettriche apparentemente sempre più potenti, se nel 1971 Philip Zimbardo poteva arbitrariamente dividere gli studenti di Stanford in prigionieri e guardie carcerarie e — lui in persona, nel ruolo di direttore del carcere — presiedere alle torture che ne seguivano, oggi, finalmente, ogni università richiede il consenso informato, rendendo impossibili interi settori della ricerca psicologica.

Ma la fantascienza, ponendoci di fronte a ipotesi del tipo «cosa succederebbe se…», ci permette ancora di esplorare le questioni della natura umana, alla ricerca di risposte che suonino autentiche. E, naturalmente, è soltanto nelle pagine della fantascienza che possiamo mettere alla prova ipotesi su come cambierà la psicologia umana quando la durata della vita sarà enormemente superiore all’attuale, su come le società si adatteranno al crollo del capitalismo e alla scomparsa della maggior parte dei posti di lavoro; su come affronteremo il contatto con esseri extraterrestri…

La mia terza definizione è che la fantascienza è la letteratura degli accostamenti audaci. Con questo intendo dire che è il luogo in cui la cultura tradizionale africana e i privilegi del liberalismo occidentale possono entrare in collisione e stimolarsi a vicenda; come nel pluripremiato racconto lungo «The Manamouki» di Mike Resnick, nostro stimato direttore, vincitore dell’Hugo, oppure il luogo in cui possono essere accostate e fatte interagire la fisica quantistica e la paleoantropologia, come nel mio Hominids, anch’esso vincitore dell’Hugo.

In altre parole, la fantascienza è il genere interdisciplinare per eccellenza: il luogo in cui discipline accademiche che forse non avrebbero mai occasione di incontrarsi possono felicemente entrare in collisione tra loro.

E la mia quarta definizione è che la fantascienza è l’unica letteratura frattale al mondo. A qualunque livello di ingrandimento la si osservi — una singola persona, una coppia, una famiglia, una comunità, una città, una nazione, un mondo, un sistema solare, una galassia, un universo, il multiverso — la fantascienza dovrebbe essere interessante. Nessun altro tipo di narrativa possiede questa possibilità di passare dal particolare al generale e viceversa.

Anche uno scrittore di hard SF può raggiungere questo risultato, se considera la caratterizzazione dei personaggi come la drammatizzazione di principi della psicologia scientifica, raccontando storie di persone credibili alle prese con eventi straordinari. Il fatto che la fantascienza possa funzionare altrettanto bene come esplorazione di ciò che è intimamente umano e di ciò che è grandiosamente cosmico produce storie spettacolari, come Gateway di Frederik Pohl, che è anche il mio romanzo di fantascienza preferito in assoluto, vincitore dei premi Hugo e Nebula nel 1977.

Noterete che la parola «scienza» è assente da tutte e quattro le mie definizioni. E questo non perché io sminuisca la scienza nella fantascienza — tutt’altro; mi considero uno scrittore di hard science fiction e ho pubblicato oltre mezzo milione di parole su Analog, che dal punto di vista scientifico è la più rigorosa fra tutte le riviste di fantascienza.

Ma riconduco la parola «science» del nome del genere, alla sua radice latina, sciere: sapere, conoscere. La nostra è la letteratura delle verità e spesso di verità profondissime relative alla morale, all’etica, la cultura e la religione, in un mondo altrimenti sommerso da “fatti falsi” e da quella che Stephen Colbert chiama “veritevolezza” (truthiness), la parvenza della verità adagiata su una menzogna.

Lungi dall’essere evasione — e questa, suppongo, sia la mia quinta definizione, forse la più importante di tutte — la fantascienza è la letteratura della profonda realtà.

E, già che stiamo definendo le cose, che dire di «Decoerenza», il titolo che ho scelto per questa rubrica (in sostituzione del «From the Heart’s Basement» di Barry [Malzberg])? È un termine della fisica quantistica, che considero il terreno più interessante da esplorare per la fantascienza del XXI secolo, perché affronta in modo estremamente stimolante la natura fondamentale della realtà.

La bellezza della fisica quantistica sta nel fatto che le cose possono trovarsi contemporaneamente in molteplici stati. «Decoerenza», in senso lato, è il processo mediante il quale quella sovrapposizione di stati collassa in un’unica realtà. Poiché scrivere narrativa significa prendere il generale: per esempio, tutte le possibili storie di una madre e di sua figlia che hanno litigato e trasformarlo in un racconto specifico (una madre che cerca la figlia da cui è separata unicamente per ottenere il rene necessario a un trapianto). Il termine descrive perfettamente l’arte di ciò che noi narratori facciamo.

Ebbene, se direte che le mie argomentazioni sono incoerenti, io sorriderò e risponderò: no, sono decoerenti… e me ne andrò per la mia strada tutto contento.

© 2026 by Robert J. Sawyer

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nato a Ottawa, 29 aprile 1960 è uno scrittore di fantascienza canadese. Si definisce un autore di fantascienza hard, ma di fatto il suo interesse per la caratterizzazione e la psicologia dei personaggi è molto superiore a quello tipico di tale filone. Le sue opere hanno spesso connotazioni metafisiche.

nato nel 1944, non ha tempo di sentire i brividi degli ultimi fuochi della grande guerra. Ma di lì a poco, all'età di otto anni sarà "La Guerra dei Mondi" di Byron Haskin che nel 1953 lo conquisterà per sempre alla fantascienza. Subito dopo e fino a oggi, ha scritto il romanzo "Nuove Vie per le Indie" e moltissimi racconti.