La distinzione tra passato, presente e futuro è solo
un’illusione, per quanto ostinata
Albert Einstein

Mattina del 10 luglio 1916 – pendici del Monte Corno

La compagnia di fanti, al seguito del suo comandante, avanzava lenta e furtiva lungo le sterpaglie, le siepi e gli alberi sempreverdi. I soldati erano provati dalle marce forzate e dai precedenti scambi di cortesie con il nemico, a seguito dei quali erano stati costretti a salutare per sempre diversi compagni. Nonostante ciò, la loro determinazione non era mai stata così forte.

Il monte costituiva un punto di osservazione che consentiva di dominare tutta la valle sottostante. Era giusto affermare che chiunque controllasse il Monte Corno avrebbe avuto il dominio sul saliente del Pasubio.

Vito aveva appena compiuto vent’anni, la sera prima i suoi compagni avevano brindato a lui a suon di grappa.

Sull’altopiano c’era difficoltà nel procurarsi adeguate scorte di cibo e acqua, anche a causa delle incursioni del nemico sulle linee di rifornimento. Ma la grappa, ecco, quella non mancava mai, riusciva a zampillar fuori da ogni zaino, da ogni tendone e da qualsiasi pertugio fosse in grado di contenere la più piccola bottiglia. Addirittura, la usavano i medici per alleviare il dolore delle ferite, e veniva data in punto di morte ai soldati falciati dal fuoco nemico.

Si, anche durante gli assalti suicidi ai nidi delle mitragliatrici austriache i soldati portavano con loro la grappa. Bisognava essere ubriachi per lanciarsi in quelle folli corse verso la morte: se si tentennava, i Carabinieri del Regio Esercito avrebbero crivellato i riluttanti, fugando ogni dubbio agli indecisi. Quegli assalti erano talmente stupidi che spesso erano gli stessi soldati austriaci a gridargli contro di non avanzare, di non andare verso una morte certa quanto inutile.

Vito odiava Cadorna, odiava il generale della brigata di cui aveva fatto parte prima di essere riassegnato, odiava l’altopiano.

Nato e cresciuto a Cefalù, era abituato al sole e al mare, al suo mestiere di pescatore. Sua nonna Concetta gli parlava spesso del Regno delle due Sicilie, di quanto si stava bene sotto i Borboni, contrariamente ai tiranni di Roma. Lui non è che l’avesse mai presa molto sul serio, perché era convinto che in realtà non fosse cambiato nulla, che i miserabili fossero rimasti sempre gli stessi, che l’unica differenza rispetto a prima fosse soltanto il centro del potere.

Vito Sgalambro non sentiva alcuna appartenenza, combatteva perché non poteva essere altrimenti, perché se non l’avesse fatto l’avrebbero rispedito a casa in un sacco, avvolto nel disonore.

Voleva solo tornare a casa, in compagnia del suo orologio da taschino donatogli da un suo amico aviatore.

O meglio, così era stato fino a poco tempo prima…

In tutta la tragedia, nel dolore insensato della guerra, fu illuminato dalla potente luce di un giovane tenente dai baffi folti e dalla barba curata. Un uomo colto, più colto di quanto Vito credeva si potesse diventare, un patriota che di colpo fece divampare in lui la fiamma della causa irredentista.

Il tenente Cesare Battisti amava i suoi uomini, combatteva al loro fianco e li guidava nell’avanzata, non era come i codardi che li mandavano al macello negli assalti.

Pochi giorni prima, in un’azione ardita, Vito era stato ferito di striscio ad una gamba, ma era riuscito a portare a casa la pelle. Alla sera, Battisti si sedette al suo fianco e gli offrì un sigaro, per poi brindare a lui con l’immancabile grappino.

«Putèl, tu g’hà do palle!» così gli disse, e poi rimase con lui per ore a parlare di filosofia, della patria, del socialismo e di giustizia.

Il giovane non poté che ascoltare, ammaliato da quella grandiosa capacità di visione. Fece di tanto in tanto delle domande, alle quali il suo superiore rispose col sorriso.

Vito adorava il tenente Battisti, lo avrebbe seguito ovunque, sarebbe finanche morto per lui, come aveva scritto, con grande fatica (era poco più che analfabeta), proprio il giorno prima in una lettera inviata alla famiglia.

Quella mattina Vito camminava, piegato sulle ginocchia, pochi metri alle spalle di Battisti. Lo osservava, lo studiava, cercando di capire cosa gli passasse per la testa.

Il tenente sembrava capace di vedere attraverso gli alberi e le frasche. Ogni tanto sollevava il pugno, intimando alla compagnia di fermarsi, dopodiché avanzava da solo di alcuni metri andando all’avanscoperta.

Giunsero in un punto dove il terreno formava una conca, era abbastanza grande da contenere tutti i membri che costituivano l’avanscoperta della compagnia Vicenza.

Battisti si sedette, al suo fianco c’era Fabio Filzi. I due erano intenti a leggere una mappa, distesa alla bene e meglio su alcune pietre. Dopo alcuni minuti, il tenente alzò la testa e cercò con lo sguardo Vito.

«Sgalambro, vieni!»

«Signor Tenente, a disposizione!» rispose il giovane mal celando un certo orgoglio.

«Tu sei agile come un cerbiatto. Mi serve che ti arrampichi su quel costone, da lì dovresti essere in grado di individuare la presenza di eventuali avanguardie austriache.» fece Battisti indicando l’obiettivo.

Era distante e il terreno era scosceso, avrebbe potuto impiegare anche due ore per raggiungerlo, inoltre il percorso era caratterizzato da diversi avvallamenti che gli avrebbero impedito di mantenere il contatto visivo con il gruppo.

Nonostante ciò, Vito non riuscì a trattenere la propria fierezza per l’incarico ricevuto.

«Certo Signore, grazie!»

Battisti lo guardò socchiudendo gli occhi.

«Mi ringrazi? Potresti non tornare, sai?»

«Lei pensi a rimanere vivo, Tenente, che stasera dovrà offrirmi un altro sigaro!»

Cesare Battisti sorrise, un sorriso malinconico, quindi diede un binocolo al suo esploratore.

«Sarebbe bello, Sgalambro…»

Vito rispose con uno sguardo fiero, fece il saluto militare, corrisposto dal superiore, e si avviò in missione di gran carriera.

“Se fossimo tutti come quel ragazzo avremmo già vinto la guerra”, rifletté Cesare Battisti mentre osservava il giovane allontanarsi tra i cespugli.

Vito corse veloce in mezzo gli alberi, con il fucile in spalla e il binocolo appeso al collo. Aveva percorso alcune centinaia di metri, quando raggiunse il punto più alto di un avvallamento. Poco dopo c’era un rientro del terreno, che gli avrebbe consentito di rifiatare un po’, o almeno era quello che credeva. Guardò l’orologio, ma subito dopo si buttò a terra d’istinto, con gli occhi sgranati e il cuore in gola.

Lì, a pochi metri da lui, riconobbe l’inconfondibile e minacciosa sagoma di un elmetto austriaco.

Era un giovane esploratore, avrà avuto più o meno la sua età. Lo guardò, vide i suoi occhi e percepì il suo stesso, identico umore e le sue paure, ma aveva la divisa di un colore diverso dal suo. Vito venne attraversato da un pensiero di pietà, ma si rese conto che se non avesse agito subito avrebbe compromesso la missione e messo in pericolo le vite dei compagni. Non poteva far fuoco, perché avrebbe attirato sulla zona l’attenzione del nemico, avrebbe dovuto eliminare quel soldato all’arma bianca.

Estrasse il coltello e si alzò quatto come una lince proprio mentre il nemico passava sotto di lui. Proprio mentre stava per compiere il balzo, dei sassi sotto di lui franarono facendolo scivolare in basso. L’altro si voltò, in preda al terrore, non ci pensò su e fece partire un colpo. Non fu un gran successo, a causa dell’emozione sparò in aria, dando a Vito la possibilità di serrare le distanze brandendo il coltello in posizione rivolta nella mano destra. L’altro si rese conto che non avrebbe avuto tempo di caricare di nuovo il fucile e lo gettò in terra, estraendo a sua volta il coltello.

I due si scrutarono negli occhi, rimanendo a distanza ravvicinata, pronti al combattimento.

Dopo alcuni istanti, tuttavia, un boato tagliò l’aria.

Vito lo conosceva bene, era l’inconfondibile suono del Minewerfer da diciassette centimetri.

Quegli imbecilli degli austriaci, nonostante ci fosse un loro soldato, stavano bombardando l’area, pensò il giovane. Non dovevano essere poi tanto diversi dagli ottusi ufficiali italiani che aveva incontrato prima di conoscere Battisti.

Tre, quattro, cinque colpi di mortaio giunsero nelle vicinanze, quando infine il suo avversario, forse per un attacco di panico, gli saltò addosso con fare scoordinato.

I due si rotolarono a terra, cercando ognuno di fermare la lama dell’altro. D’un tratto, una granata colpì proprio lì vicino, a pochi metri, sbalzandoli entrambi su una parete di terra.

Vito cercò di aprire gli occhi, riprendendosi dallo stordimento, e all’inizio attribuì allo choc quello che era riuscito a scrutare.

Dopo un po’ riuscì ad alzare il busto, quindi sollevò di nuovo le palpebre.

Passarono alcuni interminabili istanti, frammenti di esistenza in cui Vito cercò di razionalizzare quanto stesse accadendo intorno a lui. Era un umile pescatore, aveva frequentato le scuole elementari completando soltanto la prima, ora era al servizio del Regno d’Italia ed era un fiero commilitone di Cesare Battisti. Non era in grado, non poteva esserlo, di concepire fenomeni che andassero oltre la realtà delle cose quotidiane viste fino ad allora nel suo Mondo.

Ipotizzò di essere morto e che il luogo dove si trovava fosse una porta per il paradiso, o per l’inferno, ma non aveva mai creduto a quelle cose. Si rese conto di essere ancora vivo perché sentiva il sapore del sangue, che gli scorreva in bocca a causa di un colpo ricevuto poco prima. Aveva ancora il coltello in mano, che fortunatamente non gli si era conficcato addosso; gli faceva male la schiena a seguito dello scossone provocato dall’esplosione della granata. Il suo nemico era ancora vicino a lui, privo di sensi e riverso sul nulla.

Si, perché in quel momento “nulla” era il termine più appropriato che gli veniva in mente per definire ciò che li circondava.

* * *

Vito rimase immobile, in piedi, o almeno gli sembrava. Era incapace di realizzare cosa si trovasse sotto li lui, sentiva soltanto che i suoi stivali poggiavano, in un modo o nell’altro, su un’invisibile superficie.

Stette così per un tempo che non seppe quantificare, ghermito da quello che i suoi occhi faticavano a definire. Intorno a lui la realtà appariva evanescente, arcana.

La luce, alternata all’oscurità, ruotava in un vortice privo di un inizio, di una fine e di una logica. Aree chiare si alternavano a zone più oscure parallele ad esse. Aveva l’impressione di trovarsi nell’occhio di un ciclone, dove ogni cosa tangibile era stata ingoiata da una corrente impetuosa. Solo volgendo lo sguardo verso l’alto, a volte, riusciva a intravedere sprazzi di un qualcosa che somigliava al cielo.

Lasciò cadere il coltello, che con suo grande stupore sembrò posarsi delicatamente sul suolo immateriale che lo sorreggeva, venendo infine inglobato da esso.

Solo lui e il suo avversario erano rimasti parte della realtà osservabile. Lo vide muoversi, stava riprendendo i sensi. Non se ne curò più di tanto, non poteva e non doveva più essere una minaccia, non in quel posto.

Una volta aperti gli occhi, pensò Vito, sarebbe di certo rimasto atterrito davanti a quel fenomeno oltre la logica, oltre quello che gente come loro avrebbe potuto mai concepire.

La reazione dell’austriaco fu abbastanza prevedibile: non appena riprese i sensi iniziò a scalciare, lagnandosi ferocemente come se fosse stato in preda al peggiore degli incubi. Quindi alzò lo sguardo fino a incrociare quello di Vito. I suoi occhi raggelarono e indietreggiò in preda al panico, poggiando i gomiti sull’astrazione che faceva da pavimento.

Vito alzò entrambi i palmi delle mani.

«Calmo, stai calmo, non voglio farti del male.» si sforzò nel pronunciare la frase in italiano corretto, nella speranza che l’altro, in qualche modo, comprendesse.

Il tentativo sembrò avere effetto perché l’attenzione di quel tipo tornò subito a focalizzarsi su ciò che si trovava intorno a loro.

Rimasero in silenzio a lungo, più di un’ora, entrambi concentrati in un tentativo, fin da subito vano, di dare una collocazione razionale a quanto stava accadendo. L’unico aspetto positivo era la temperatura, all’apparenza superiore ai venti gradi.

«Io mi chiamo Vito.» disse sperando di non aggravare la situazione.

L’altro sobbalzò, ma tornò subito nei ranghi, voltandosi verso di lui.

«Vito… Vito Sgalambro.» ripeté toccandosi il petto con la punta delle dita.

«Ho capito, ho capito… parlo la tua lingua, scendevo in Italia molto spesso prima della guerra, vendevo formaggi. Io mi chiamo Gunther Mayer.»

Vito aveva ormai da tempo imparato a comprendere l’italiano parlato in quelle zone, ma faticava ancora un po’ ad esprimersi in modo da risultare perfettamente comprensibile. Il suo dialetto, quello di Cefalù, ogni tanto faceva capolino con inopinati quanto grossolani rigurgiti. Prese coraggio e parlò di nuovo.

«Credo che neanche tu abbia idea di cosa sia tutto questo.»

L’altro scosse la testa.

«No, neanche la più lontana. Però ora che ci ripenso avremmo dovuto essere morti, quegli imbecilli dei miei commilitoni ci stavano bombardando con i mortai da diciassette.»

«Non preoccuparti, alcuni miei ufficiali sono anche peggio: pensa che quando non avanziamo verso le vostre mitragliatrici ci sparano con le loro!»

I due si guardarono per alcuni istanti, quindi scoppiarono in un riso isterico. Erano consapevoli che non avrebbero potuto rimanere lì per sempre. Prima o poi sarebbero morti di stenti, sempre che qualcos’altro non li avesse uccisi prima. Il problema era che non esisteva un “altrove”, i loro movimenti sembravano confinati all’interno di un recipiente invisibile, al di fuori del quale esisteva solo il caos. Era probabile che il turbinio che li circondava, composto di ignoto e paura, incessante e psicotropo, avrebbe finito con il renderli pazzi se avesse proseguito a oltranza.

Passarono alcune ore, o almeno così diceva l’orologio di Vito. I due restarono immobili e accovacciati, con la testa fra le ginocchia. Ogni tanto sollevarono lo sguardo, con la speranza che qualcosa intorno a loro mutasse, perché quel contenitore senza pareti era ancor più angosciante della guerra stessa.

I due giovani soldati, senza alzare il capo, scambiarono due chiacchiere sulla vita che conducevano prima che iniziasse la guerra, si dissero l’un l’altro il nome della propria amata. Si promisero, infine, che se di colpo si fossero ritrovati di nuovo sul crinale, ognuno dei due sarebbe tornato dai propri commilitoni senza parlare dell’altro. Non seppero dir nulla su come avrebbero affrontato l’eventualità di trovarsi, di nuovo, faccia a faccia nel mezzo della battaglia.

Nella speranza che qualcosa fosse cambiato, Vito prese coraggio e guardò di nuovo intorno a lui.

All’apparenza gli sembrò tutto come prima e provò di nuovo quell’avvilente senso di impotenza. Tuttavia, man mano che i suoi occhi si riabituavano a quelle luci, percepì un leggero cambiamento, senza riuscire a dare ad esso una dimensione finita.

«Gunther, sei sveglio?»

L’austriaco alzò la testa e si guardò intorno a sua volta, senza dir nulla.

«Qualcosa è cambiato…» fece Vito.

«Cosa?»

«Forse è solo una mia sensazione, ma ecco, a me sembra che le luci stiano girando più lentamente.»

L’altro si concentrò, guardandosi intorno.

«Maledizione, hai ragione!»

Vito si alzò in piedi, mosso dall’istinto, concentrandosi sull’incedere di quella realtà eterea e fluttuante.

Era come pensava, in qualche modo il vortice variopinto intorno a loro stava rallentando. Guardò in alto e non credette ai suoi occhi: riusciva a distinguere la vetta del Monte Corno, ma la stessa talvolta appariva innevata, poi avvolta dal verde, poi ancora immersa nel candore.

I due non riuscirono a dare un senso a quella visione, ma era evidente che qualcosa stesse accadendo.

Pian piano anche la realtà intorno a loro divenne visibile, anch’essa in un intermittente cambiamento. Qualunque cosa esso fosse, qualunque fosse la legge che lo governava, il luogo dove erano andati a finire si stava pian piano dissolvendo. I due provarono un senso di conforto. La loro speranza era quella di essere restituiti alla realtà a cui appartenevano, che, per quanto fosse meschina, era comunque preferibile a quella gabbia dalle sembianze di un oscuro antro dai contorni impalpabili.

Le pareti iniziarono a dissolversi sempre con maggior rapidità, rendendo possibile scrutare ciò che si trovava nelle loro immediate vicinanze. Tutto apparve all’inizio enormemente accelerato. I due notarono lo scioglimento della neve, seguito dalla ricrescita dell’erba e delle foglie degli alberi. Dopo alcuni istanti distinsero il movimento dei ramoscelli spostati dal vento, o addirittura piccoli uccelli posarsi su di essi.

Infine, i vortici di oscurità che prima li avvolgevano si dissolsero del tutto, e divenne per loro possibile trovare l’agognato ristoro nel confortante calore di un raggio di sole.

* * *

In quello stesso istante, a sud di Mazar I Shariff, regione afghana, nel sito segreto numero 13 della Global Intelligence Agency.

L’agente Ivanka era al lavoro, vestita di nero, seduta sulla sua postazione nel bunker ricavato all’interno delle montagne. La donna fu richiamata dall’oloproiettore, che si accese emettendo un segnale d’allarme.

La rappresentazione in tre dimensioni mostrò il pianeta Terra, sul quale si trovavano sparsi otto punti, contraddistinti da un’icona. Il computer ingrandì subito la zona del globo dove si trovava uno di essi, il cui simbolo iniziò a lampeggiare emettendo una luce di colore rosso, accompagnata da un cicalino.

La donna trasalì e seguì la procedura. Inviò subito un segnale cifrato che mise in allarme le autorità militari del luogo contraddistinto dall’icona, qualsiasi cosa si trovasse a quelle coordinate sarebbe stata confinata.

 Attivò poi il suo comunicatore da polso. Trovò il coraggio e fece partire una chiamata verso la stanza numero uno, quella con la quale nessuno degli agenti della GIA voleva avere a che fare.

«Signore…»

«Mi dica, agente Ivanka.» rispose una voce calma e rilassata, intrisa di mistero.

La donna deglutì. Raramente si era relazionata con quell’uomo, che, nonostante ciò, si era rivolto a lei con un tono stranamente amichevole quanto informale.

«Signore, l’anomalia numero quattro ha cessato di esistere.»

Nella stanza numero uno, distante circa duecento metri, il crepitio di una vecchia poltrona di pelle annunciò che l’uomo seduto su di essa era intento ad alzarsi.

«Molto bene, agente Ivanka, faccia preparare il mio shuttle, dobbiamo essere lì il prima possibile, mi accompagnerà lei personalmente.»

Una figura oscura, sulla quarantina, dal viso tagliente e gli occhi di ghiaccio, con un abito grigio e i capelli legati dietro la testa si alzò in piedi, accendendo una sigaretta.

Sotto di lui una vecchia scacchiera, disposta trasversalmente rispetto alla poltrona, lasciava presumere che fino ad allora era stato intento a sfidare sé stesso.

Tenendo in bocca la paglia fumante, si avvicinò a un’interfaccia posta su una parete di roccia e digitò alcuni codici. Durante l’operazione aspirò più volte il fumo con la bocca, per poi espirarlo dal naso in una smorfia di piacere.

Ultimata l’incombenza si diresse dritto verso l’uscita del suo ufficio, che si spalancò automaticamente; quindi, affrontò il lungo corridoio che lo separava dallo spazioporto dove la sua navetta lo attendeva per la partenza.

Al suo passaggio gli altri agenti scattarono, mossi dal timore reverenziale verso la potente aura emanata da quell’essere, del quale nessuno conosceva il nome.

Giunse a grandi falcate nell’hangar, l’agente Ivanka si era già precipitata sul posto di gran carriera, per evitare l’incresciosa circostanza di far perdere prezioso tempo al suo superiore.

Salirono sul velivolo, il sibilo dei due reattori lacerava l’aria. Le due pilote erano già nelle loro postazioni.

«Siamo pronti al decollo, Signore.»

L’uomo prese posto a fianco della giovane donna mentre il vascello si librava nell’aria. La guardò negli occhi, sfoggiando un sorriso affilato come un rasoio, spense la sigaretta che teneva in bocca e ne estrasse due nuove.

«Fuma, agente Ivanka?»

* * *

Vito e Gunther volsero lo sguardo ovunque, intorno a loro.

Non compresero, mai avrebbero potuto e non poteva essere altrimenti, ciò che era appena accaduto e cosa fosse successo in quelle ore trascorse all’interno del vortice.

Avevano paura a muoversi di un solo passo, seppur all’apparenza si trovassero nello stesso punto dove si erano incontrati per la prima volta.

La vetta del Monte Corno era ancora lì, o almeno sembrava essere lei, così come erano al loro posto tutti i riferimenti geografici che l’occhio abituato dei due soldati aveva memorizzato. Ma era l’unico aspetto che l’ambiente circostante aveva in comune con quanto erano stati abituati a percepire fino ad allora.

L’aria era fina, non c’era più l’olezzo graffiante delle esplosioni, l’umidità sembrava perfettamente bilanciata e talvolta era possibile percepire piacevoli fragranze di muschio e piante in fiore.

La temperatura, il vento, tutto faceva parte dello stesso equilibrio. Sembrava che quella parte di mondo esistesse all’interno di una scatola invisibile che ne preservava l’integrità, quasi fosse il giardino curato di un re.

Già, perché tutto era contraddistinto da un innaturale ordine. La fitta vegetazione cresceva composta, in un impeccabile assetto. Le sterpaglie erano presenti, ma anche loro sembravano aver acquisito, nel loro modo d’essere, la stessa simmetria perfetta.

Il cinguettio degli uccelli era pressoché costante. Dopo alcuni istanti i due giovani notarono un piccolo gruppo di caprioli procedere in fila indiana qualche decina di metri in basso.

Gli animali si fermarono un attimo e li guardarono da lontano, poi proseguirono non curandosi più della loro presenza.

Vito sgranò gli occhi. Fino a poche ore prima, poche ore in quella che era stata la sua vita, quelle bestie sarebbero fuggite a gambe levate e ne avrebbero avuto ogni motivo; nella disperazione della guerra, gli animali selvatici erano ormai parte integrante della dieta dei sempre affamati soldati che combattevano sull’altopiano, sia di quelli del Regio Esercito che dei loro avversari Austro-Ungarici.

I due giovani volsero lo sguardo in alto rimanendo di stucco.

Strani oggetti erano visibili in lontananza, immobili nel cielo: sembravano distanti chilometri, forse decine di chilometri. Nello stesso istante, misteriose luci attraversavano lentamente la volta.

In quegli istanti, Vito e Gunther, seppur quanto si trovava intorno a loro si mostrasse in tutto il suo meraviglioso equilibrio, non poterono che rimanere atterriti davanti a quella che nelle loro menti si palesò come una perversa perfezione.

All’improvviso uno strano rumore, mai sentito prima, cominciò a farsi sempre più insistente. Un bizzarro quanto diabolico ronzio, anch’esso contraddistinto dalla stessa artificialità dell’ambiente circostante, suggerì ai due soldati che qualcosa di strano si stava avvicinando.

D’un tratto, uno strano volatile, oggetto o agghiacciante creatura, fece capolino tra le cime degli alberi.

Vito e Gunther sentirono il cuore in gola quando si accorsero che quella cosa mai vista era, al di là di ogni dubbio, diretta verso di loro.

L’oggetto giunse a circa tre metri di distanza, rimanendo più alto rispetto alle loro teste.

Aveva un colore chiaro ed era lungo all’incirca mezzo metro. Mostrava un corpo centrale, collegato a due cerchi esterni al cui interno vorticava velocissima una specie di elica. La sezione interna si orientò verso di loro, mentre i due anelli esterni rimasero paralleli al suolo.

Iniziò ad accendersi una luce su quello che, ai loro occhi, pareva il muso di quell’assurda bestia.

Prima in modo all’apparenza scoordinato e casuale, poi con un lampeggio intermittente che fu accompagnato dall’accensione di una seconda luce, fissa, e da uno strano fischio di bassa intensità.

L’oggetto rimase fermo per alcuni secondi, quindi si dileguò sparendo tra gli alberi.

Vito Sgalambro e Gunther Mayer tirarono un sospiro di sollievo, ma la quiete apparente durò poco, pochissimo.

Un nuovo suono, questa volta ben più corposo, sembrò d’un tratto provenire da due direzioni. Era possibile percepirlo sia a valle, dove il campo visivo era ampio, sia verso l’alto, dove invece la prospettiva era limitata dal profilo del Monte Corno.

Il suono aumentò di intensità, fin quando sulla verticale di una radura non apparve un grosso oggetto, a circa cinquecento metri, alla base del crinale.

I due ragazzi erano abituati a vedere le macchine volanti del loro tempo, dai caccia triplani agli enormi dirigibili, ma quella cosa andava ben oltre ciò che era concepibile dalle loro menti.

Era veloce oltre ogni immaginazione e giunse a pochi metri da loro in men che non si dica.

Rimase in silente levitazione sul terreno scosceso, seguita da un secondo oggetto, identico, che fece altrettanto nella zona collocata a monte.

Erano composti da un corpo principale, tozzo e lungo circa venticinque metri, di forma vagamente simile a quella di un parallelepipedo, alle cui estremità erano collocati quattro enormi cilindri; due nella parte frontale, due in quella posteriore.

I ragazzi si abbracciarono, per poi inginocchiarsi in preda al panico.

La paura, se possibile, aumentò ancora quando dal ventre di quei due colossi si spalancò un portello. Ne discesero diverse sagome, portando con sé dei bagagli, simili a grosse valigie che rimasero sospese a mezz’aria.

Gli esseri erano vestiti con una uniforme bianca mai vista e avevano una sorta di elmo, con un pannello trasparente attraverso il quale, da quella distanza, era possibile distinguere appena le fattezze di un volto umano.

Quelle persone sembrarono non voler perdere tempo e, in pochi minuti, formarono un perimetro tutto intorno a loro costituito da paletti, alla cui estremità si accendeva ritmicamente una luce di colore chiaro.

Quando il lavoro fu ultimato, uno degli uomini iniziò ad armeggiare con ciò che sembrava una specie di quadro di comando, anch’esso fluttuante nell’aria.

Un rumore alto e intenso tagliò l’aria dopo pochi istanti, seguito da alcune scariche e lampi, simili a quelle che i due ragazzi avevano visto all’interno del vortice.

Tutto durò meno di un minuto, poi gli uomini con la tuta bianca si tolsero l’elmo e provvidero ad estrarre dal suolo quegli strani paletti.

Si avvicinò alla zona un nuovo oggetto volante, molto più piccolo dei due di prima.

Era lungo meno di dieci metri e mostrava due carenature collocate a metà. L’oggetto restò alto di poco sul suolo e a pochi metri di distanza verso valle. Agli occhi dei due giovani aveva delle fattezze più rassicuranti rispetto a quelle delle due rozze e minacciose macchine che lo avevano preceduto, inoltre emetteva un sibilo ben più leggero e discreto.

Da un portello saltò giù una creatura leggiadra che si avvicinò ai due ragazzi, i quali rimasero di stucco nel guardarla.

Era la cosa più bella che avessero mai visto in vita loro.

Li superava in altezza di una spanna, in parte avvantaggiata dagli strani stivali la cui base si alzava sul tacco. Aveva una tuta scura, attillata per tutto il corpo, che ne esaltava le fattezze e le movenze da cerbiatta. La pelle di quel del viso da elfo era chiara, liscia e priva di difetti, nessuna ruga, nessuno spazio per i fiori del tempo e della fatica. Le mani, affusolate e anch’esse curate, culminavano in lunghe unghie dipinte con uno smalto il cui colore variava a seconda della luce.

I due istintivamente nascosero dietro la schiena le mani, provate da ogni fatica e sporche di terra.

La ragazza gli sorrise, scuotendo la testa. Nel far ciò mostrò una dentatura perfetta, innaturale per i loro standard. I lunghi capelli castano chiaro scendevano lisci e liberi, mentre i due occhi verdi erano adornati da un discreto disegno floreale, un tatuaggio forse. Neanche le nobildonne e le principesse del mondo in cui avevano vissuto fino ad allora potevano paragonarsi a un simile splendore.

La donna cercò di comunicare con loro, ma parlava una strana lingua, forse inglese ma non avrebbero potuto giurarci. Allora la videro armeggiare con uno strano oggetto che portava intorno al collo.

In quell’istante si avvicinò una seconda figura, facendoli rabbrividire per l’oscurità che emanava e che ottenebrò anche la donna al suo fianco.

«Non possono comprenderti, agente Ivanka, questi due vengono dal passato, secoli, la loro lingua non è nella memoria del traduttore»

L’uomo osservò con attenzione le loro uniformi, quindi il suo sorriso aguzzo fendette l’aria.

Fece il gesto più ovvio, il lasciapassare con cui guadagnarsi la simpatia di un soldato della Prima guerra mondiale.

Estrasse un pacchetto di sigarette, ne mise una in bocca e ne offri due. I ragazzi le presero dopo aver contemplato il gesto come il più grande dei tesori.

Mostrò loro uno strano oggetto. Lo accostò alla paglia, che si accese senza alcuna logica, lasciando sbigottiti i due soldati. L’uomo fece cenno ai ragazzi di avvicinarsi e fece accendere anche le loro sigarette.

«Italiano?» fece all’improvviso rivolgendosi a Vito nella sua lingua.

Il giovane trasalì, quindi mosso dall’istinto arrangiò un goffo saluto militare.

“Soldato Vito Sgalambro, Signore!»

L’uomo sorrise, grattandosi la fronte con la mano in cui teneva la sigaretta.

«Riposo, Sgalambro.»

Quindi rivolse l’attenzione all’altro giovane.

«Mi chiamo Gunther Mayer.»

«Bene, Gunther, mi dispiace dirle che alla fine la guerra l’hanno vinta gli italiani, ma credo che in questo momento la cosa sia ormai irrilevante.» disse in un buon tedesco, per poi esprimere lo stesso concetto nella lingua del compagno.

I due giovani non credettero alle loro orecchie.

«Che… che giorno è oggi?» domandò Vito.

«Ecco, domanda molto pertinente, oggi è il tredici ottobre 2482.»

L’istinto portò il giovane a guardare il suo orologio, erano passate otto ore dall’istante appena prima del suo incontro con Gunther.

“Co…come è possibile.» sussurrò il ragazzo con lo sguardo ormai sprofondato nell’abisso.

L’uomo delle sigarette lo osservò.

«Vedete, amici miei, non credo che voi due abbiate gli strumenti per comprendere, anche alla lontana, di cosa io stia per parlarvi. In ogni caso, è probabile che siate caduti in una deformazione spazio-temporale provocata, non possiamo dirlo con esattezza, da un pozzo gravitazionale, da un piccolo buco nero o da qualche altro fenomeno a noi sconosciuto. Ciò vi ha fatto giungere fino a noi.»

Quelle parole rimbombarono nelle menti angosciate dei due ragazzi. Apparvero loro come una sentenza ingiusta e inappellabile, anche se entrambi non riuscirono a dare a esse la benché minima collocazione nello stato delle cose.

L’uomo delle sigarette li osservò, in tutta la loro vulnerabilità; quindi, si rivolse a uno dei membri del suo gruppo.

«Puzzano come capre, accompagnateli su una delle navette, fateli lavare e dategli dei vestiti.»

«Le loro divise?»

Il fumatore fece un tiro, sputandolo poi in un’espressione gaudente.

«Le lavi e le sterilizzi, le prenderò io.»

L’uomo si rivolse poi ai due giovani, facendo loro un gesto di invito, indicando la persona con cui aveva appena parlato.

«Signori, seguite il tenente e accomodatevi sulla navetta laggiù, dove potrete darvi una sistemata. Nel frattempo, vi porteremo a Milano.»

L’agente Ivanka si voltò verso il suo superiore.

«Cosa intende fare?»

L’espressione dell’uomo andò ben oltre le parole.

«Farli diventare dei cittadini di questo mondo.»

«Ma non hanno un’identità, una casa, un lavoro, un fascicolo sanitario, una posizione previdenziale e fiscale, questi due non esistono!»

«Crede che ciò costituisca un problema per persone come noi, agente Ivanka?» rispose l’altro con una lama affilata sul viso.

«Ma Signore, non possiedono le benché minime basi sociali e culturali, dovremmo tenerli al sicuro.»

«Abbiamo una grande occasione: quella di scrutare le capacità di adattamento di un essere umano a seguito di viaggio nel tempo. Sono perfetti per lo scopo: ignoranti, sperduti, privi di riferimenti, due miserabili sopravvissuti.»

L’agente Ivanka inorridì di fronte a tanto cinismo.

Il suo superiore percepì l’intensità del suo sguardo.

«In ogni caso non li sottovaluti, Agente, questi due vengono da un’epoca dura, spietata…» l’uomo si rivolse poi a tutti i membri della squadra «anzi, ora che ci penso fate attenzione con la profilassi, i nostri amici potrebbero avere la spagnola

Vito osservò il mondo dalla finestratura laterale della navetta da trasporto. Si era appena fatto una doccia, cosa che gli aveva dato un inaspettato quanto appagante senso di ristoro, ed aveva indossato una tuta. Era comodissima e teneva perfettamente costante la temperatura e i livelli di sudorazione. In tutto ciò era stato aiutato da una strana macchina bipede, che aveva la bizzarra capacità di parlare, facendosi chiamare C13.

La sua concezione delle cose non riusciva a metabolizzare, mai avrebbe potuto, il turbinio di nuove informazioni che di colpo lo stavano tempestando. Quasi preferiva la guerra a quell’immoto tepore fatto di dubbi. No, pensò, la guerra non è mai la risposta giusta, ma sentì il cuore lacerarsi per la certezza di non poter più rivedere sua madre e la sua fidanzata.

“Milano”, rifletté mentre in lontananza riusciva a distinguere il duomo, “a suo tempo avremmo impiegato giorni a raggiungerla, invece siamo partiti dall’altopiano solo venti minuti fa.”

L’orologio, nel frattempo, gli indicò che tutto era iniziato nove ore prima, ma non aveva ancora stabilito se si trattasse di un nuovo sogno o del peggiore degli incubi.

Era quasi sera, la navetta li fece scendere su una superficie dove trovarono ad attenderli diverse guardie armate, o almeno così pensarono i due giovani vedendo gli oggetti che quella gente imbracciava.

«Che dobbiamo fare con questi due?» domandò il prefetto, convocato d’urgenza per l’occasione.

L’uomo davanti a lui accese una sigaretta, l’ennesima.

«A breve vi forniremo le loro generalità, i documenti e i certificati per il reddito universale.»

«Mi scusi, ha detto le loro generalità?»

«Proprio così, immagino che siano nati da qualche parte, o sbaglio? Piuttosto, trovi loro un alloggio per due persone, lo faccia equipaggiare con un androide per l’assistenza a persone non autosufficienti.»

«Ma ho diversa gente in coda per gli alloggi, non posso fargli saltare la fila!»

L’altro sputò il fumo direttamente sul viso del suo interlocutore.

«La sua opinione in merito è ininfluente.» disse osservandolo con uno sguardo in grado di trapassare la carne.

Il prefetto raggelò.

«Va bene… va bene.»

* * *

L’uomo delle sigarette, così lo chiamava Vito, si avvicinò ai due giovani, che nel frattempo erano scesi dalla navetta.

Aveva una strana maschera in viso, li scrutò talmente a fondo da farli sentire nudi come vermi; quindi, uno strano ghigno si disegnò sul suo volto appuntito.

Poco dopo lo raggiunse l’agente Ivanka, che tirò fuori due dispositivi simili a quello che lei teneva al collo.

La donna si avvicinò e applicò i congegni in modo tale che potessero essere utilizzati anche dai due giovani viaggiatori nel tempo. Vito e Gunther provarono un senso di conforto nel vedere quella creatura leggiadra armeggiare su di loro.

«Ora potete parlare liberamente con chiunque. Il suo apparecchio, signor Sgalambro, è impostato sulla lingua italiana parlata nel suo tempo. Il suo, signor Mayer, come può intuire tradurrà tutto in tedesco. Potete regolarli attraverso l’interruttore alla vostra sinistra.»

I due ragazzi seguirono le istruzioni e testarono il funzionamento dei due apparati non appena l’agente Ivanka si rivolse loro.

«Ora dovreste comprendere le mie parole.»

La voce della donna, che parlava inglese o russo correnti, venne commutata all’istante in una lingua comprensibile ai suoi interlocutori.

Vito e Gunther sorrisero, un sorriso istintivo e genuino dovuto alla sensazione, almeno apparente, di essere meno soli rispetto a quando erano appena arrivati.

«Quale sarà ora il nostro destino, Signor…» domandò Vito.

L’uomo delle sigarette ci pensò alcuni istanti.

«Dawson, sono il signor Clint Dawson!» rispose mentre l’agente Ivanka lo osservava esterrefatta. «Ma non importa, tra poco verrete portati nel vostro nuovo alloggio e non ci vedremo più. Il mio compito è esaurito, d’ora in avanti dovrete far riferimento alle autorità del luogo, che provvederanno al vostro inserimento in questa nuova società.»

Un tipo si avvicinò, consegnò una sorta di plico al signor Dawson, il quale estrasse uno strano bracciale. Lo applicò al polso di Vito, che percepì per un brevissimo istante un dolore intenso, come una puntura di calabrone. La stessa sorte toccò a Gunther.

Una volta ultimata la procedura, Dawson si riprese i due oggetti e li ripose in un contenitore, poi porse ai due giovani due piccoli oggetti dalla forma discoidale.

«Vi abbiamo appena somministrato il trattamento sanitario di base e impiantato un chip a firma biologica. Ora per controllare tutto ciò che vi riguarda, compresa la vostra nuova identità, dovete semplicemente avvicinare questo particolare dispositivo al punto in cui è stato effettuato l’innesto.»

«Nuova identità?» domandò Gunther.

«Si, signori miei, ricomincerete da zero, con un nuovo nome.»

Vito avvicinò il disco al polso e immediatamente apparve una sua immagine a tre dimensioni, con a fianco i dati che lo riguardavano.

«Mario Dalem, nato a Napoli il dodici settembre 2462…»

«Lucas Werner, nato a Salisburgo il dodici febbraio 2461…»

«Molto bene, signori Dalem e Werner, come vedete ci sono mille crediti sul vostro conto personale, non molti ma abbastanza per vivere dignitosamente. Tra un mese ne riceverete altrettanti, a meno che nel frattempo non riusciate a trovare un lavoro che ve ne faccia guadagnare di più.»

I due giovani incrociarono lo sguardo della donna al seguito del signor Dawson: era stranamente compassionevole e lasciava trasparire un lieve alone di tristezza.

«Non vedremo più neanche te?» domandò Gunther.

L’agente Ivanka scosse la testa, con un movimento gentile che sembrò restituire un po’ di empatia a quel mondo tremendamente efficace ma, almeno all’apparenza, freddo e abulico.

Un’automobile, o comunque un qualcosa di diverso rispetto alle navette su cui erano saliti e molto più piccola, si avvicinò loro. Vito e Gunther notarono subito che non aveva ruote.

«Signori, è arrivato il momento di salutarci, questo taxi vi porterà alla vostra nuova abitazione.»

Dawson, seguito dall’agente Ivanka, scortò i due giovani, che si accomodarono all’interno.

L’uomo non disse nulla, limitandosi a fare un cenno con la mano. La ragazza continuò a fissarli per tutto il tempo, con la stessa espressione di pietà. Vito e Gunther restarono appesi a quello sguardo, desiderosi di godere della sua bellezza fino all’ultimo istante.

* * *

Il taxi viaggiò per alcuni minuti. I due ospiti osservarono con inopinato distacco il mondo esterno che scorreva oltre il pannello trasparente. Scesero davanti a una villetta a due piani, in un quartiere residenziale.

«Voi starete alloggiate al piano terra, dove troverete tutto ciò che vi serve.» disse l’uomo alla guida prima di congedarsi.

I viaggiatori si avvicinarono e, una volta in prossimità di quello che doveva essere l’ingresso, istintivamente estrassero il disco.

Con un leggero e delicato rumore di ingranaggi, il portone si spalancò.

Trovarono ad attenderli una strana creatura robotica, che a dirla tutta li spaventò abbastanza.

Si faceva chiamare C09 e si presentò come “androide (parola a loro sconosciuta) di servizio”, che li avrebbe aiutati in tutte le incombenze domestiche, compresa la preparazione dei cibi.

Il cyborg illustrò loro il funzionamento dei vari dispositivi di cui l’abitazione era dotata, poi accese un oloproiettore con delle trasmissioni di intrattenimento.

I due ragazzi si sdraiarono; i letti levitavano sul pavimento.

Per quanto la cosa fosse inconcepibile per le loro menti, erano talmente stanchi e frastornati da non dar alcun peso a cosa avevano attorno.

Vito estrasse il suo vecchio orologio e lo fissò: erano passate esattamente dodici ore da quando aveva visto Gunther scendere lungo il crinale.

Dodici ore dall’istante in cui aveva deciso di ucciderlo, dodici ore nelle quali quello sconosciuto, quell’austriaco invasore, era diventato la cosa più simile a un amico che gli fosse rimasta.

Rimasero immobili, smarriti in un’infinita caduta libera verso l’ignoto, con i loro occhi vacui fissi su quelle incomprensibili immagini in tre dimensioni che scorrevano sull’oloproiettore.

Intanto, all’esterno, uno spettro si aggirava nelle tenebre in compagnia del suo inseparabile tizzone, anelante di scoprire a quale destino sarebbero andate incontro le sue due cavie.

* * *

Nell’universo, quello di cui Vito e Gunther non sapevano di far parte, nulla accadeva per caso, nella luce e nell’oscurità.

Esso voleva, anzi bramava, solo una cosa: equilibrio.

Perché nel silenzioso e perenne ruotare delle meccaniche colossali ogni evento, anche il più piccolo, reclamava inesorabile una sua eco di pari intensità: un nuovo inizio dove il disordine primordiale trovava il suo ennesimo sfogo, in una spasmodica quanto infinita rincorsa. Era sempre stato così, in ogni angolo possibile del cosmo.

Questo, l’uomo delle sigarette, lo sapeva bene.

 

Filippo Zelli lo abbiamo conosciuto per il suo primo romanzo, Lightbringer, di cui abbiamo parlato su questa rivista. Sembrerebbe essere una di quelle persone a cui il COVID19 ha cambiato la vita: probabilmente in meglio e con un tocco di stile epocale. Con il lockdown ha profuso più impegno nel suo progetto, non potendo dedicarsi alla sua professione ufficiale di avvocato che aveva subito uno stop. I cancelli di Hynterion altro non è che l’universo letterario di Filippo e che lo terrà impegnato a lungo.

 

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