Il terribile, violento quarto capitolo de “La giovinezza di Tarzan tra le scimmie” vede il nostro eroe uscire da una terribile situazione, scampando alla morte per un vero miracolo. Per leggere gli altri capitoli seguite la presentazione qui di seguito:

 

La giovinezza di Tarzan tra le scimmie: Capitolo I

La giovinezza di Tarzan tra le scimmie fa parte della nostra esplorazione sui capolavori fantastici fuori Copyright, secondo l’archivio di Liber Liber, ci è piaciuto riportare qui per lo meno il primo capitolo di un’opera davvero mitica, che non credo sia stata letta...

La giungla di Tarzan: Capitolo II

La giungla di Tarzan compare nel libro di Edgar Rice Burroughs solo al secondo capitolo, che è quello che riportiamo qui oggi. Abbiamo iniziato questa presentazione originale offerta da Liber Liber, con il primo capitolo: La giovinezza di Tarzan, uscito il 20 Gennaio...

Tarzan: una piccola creatura umana: Capitolo III

Il terzo capitolo de "La giovinezza di Tarzan tra le scimmie" è quello più tragico per la famiglia Greystoke e ci piace lasciarlo così, come lo ha voluto il suo autore: in trepida attesa di un futuro migliore.Per leggere gli altri capitoli seguite la presentazione...

Capitolo IV

Kerciak, il vecchio bertuccione, era preso da un violento impeto di collera e si abbandonava tra le scimmie della sua tribù al più cieco furore.

Le scimmie fuggivano arrampicandosi sugli alti alberi, appendendosi ai rami che appena potevano reggerle, col pericolo che si spezzassero, piuttosto che affrontare la collera del vecchio Kerciak. I maschi più grossi erano fuggiti in tutte le direzioni ma uno fu agguantato e si udì la sua spina dorsale scricchiolare sotto la forza delle zanne potenti di Kerciak. In quell’istante una femmina che si era lasciata scivolare da un albero, fu agguantata dall’antropoide e, con un morso gli lacerò le carni su un fianco, poi raccolto un ramo menò colpi all’impazzata finché fracassò il cranio della povera scimmia. Kala che avanzava sul sentiero col suo piccino fra le braccia sentì le urla della vittima e ritornò sui suoi passi allontanandosi correndo, ma Kerciak, la inseguì e stava per afferrarla, quando la scimmia con un balzo misurato riuscì ad aggrapparsi al ramo di un grosso albero, salto pericolosissimo suggerito dalla disperazione e che per lei rappresentava l’unica via di scampo. Ma nell’atto di afferrare il ramo allentando le braccia, il piccino le cadde a terra e la madre incurante del pericolo con un grido disperato ritornò presso il corpo sfracellato del suo piccolo: Kerciak che la morte del figlio di Kala aveva calmato passò oltre senza toccarla.

Era questi un poderoso animale che pesava almeno 350 libbre. Aveva la fronte piatta e sfuggente, gli occhi venati di sangue, piccoli e vicinissimi al naso camuso, le orecchie erano larghe e sottili sebbene fossero più piccole di quelle degli altri scimmioni della sua tribù.

Per la sua ferocia, per i suoi poderosi muscoli era stato riconosciuto capo indiscusso della piccola tribù in cui era nato circa vent’anni prima. Nella piena vigoria delle sue forze non c’era alcun quadrumane in tutta la jungla che ardisse non riconoscere i suoi diritti sovrani, anche le belve lo temevano.

Solo Tantor l’elefante non si lasciava intimorire e Kerciak quando lo sentiva barrire anche lontano fuggiva coi suoi compagni a nascondersi nel folto della foresta.

La tribù su cui il poderoso scimmione faceva valere incontestabili i suoi diritti regali e dove colla forza e colle zanne sempre pronte a mordere otteneva la più incondizionata ubbidienza, era composta di circa settanta membri suddivisi in otto o nove famiglie alla loro volta composte di un maschio, di una femmina e dei loro figli.

Kala era la più giovane femmina di Tublat, cioè naso rotto ed il piccolo che si era ucciso cadendo dall’albero era il suo primogenito. Sebbene non avesse più di dieci anni era snella, alta e robusta e la sua fronte sporgente indicava un’intelligenza superiore a quella dei suoi compagni e un senso affettivo abbastanza sviluppato, per questo motivo ella soffriva atrocemente per la morte del piccino. La sua intelligenza non faceva che renderla più pericolosa delle altre.

Calmato il furore di Kerciak gli scimmioni ad uno ad uno scesero pigramente dagli alberi per riprendere il loro lavoro interrotto. Mentre i piccoli giocherellavano fra gli alti cespugli, gli adulti scavavano il terreno erboso alla ricerca di scarafaggi e di lombrichi che costituivano il loro pasto preferito. Altri passavano di ramo in ramo alla ricerca di frutta, uova e di uccellini implumi.

Non era ancora trascorsa un’ora quando Kerciak con un poderoso urlo convenzionale raccolse i componenti della tribù e diede ordine di seguirlo. Camminarono per lungo tempo lungo i sentieri aperti dalla poderosa mole degli elefanti, con la loro andatura dondolante e goffa e posando le mani al suolo per spingersi in avanti. Dove non vi era traccia di sentiero si afferravano ai rami degli alberi. Kala seguiva i suoi compagni stringendo al seno il suo piccolo morto. Verso il pomeriggio arrivarono sulla piccola collina che dominava la baia sulla cui riva Clayton aveva costruito la sua capanna. Kerciak, che aveva visto diversi suoi compagni cadere sotto le folgori del bastone nero dello scimmione bianco, nel suo cervello di bruto pensava di impossessarsi di quella cosa micidiale e, di voler entrare a scoprire quella dimora misteriosa.

Così con tutta la sua tribù si recava sovente sulla piccola collina per scrutare e seguire le mosse dello scimmione bianco, sempre però tenendosi occultati per paura del misterioso bastone nero.

Visto che la porta era aperta, strisciando lentamente e con tutte le minime cautele per non produrre alcun rumore, si avvicinarono alla capanna. Senza grugnire, senza emettere urli di rabbia Kerciak era ormai sulla soglia e guardava incuriosito nell’interno della strana abitazione, dietro a lui drizzati in piedi vi erano due maschi e Kala col suo piccolo cadavere fra le braccia. Scorsero lo scimmione bianco con le braccia appoggiate alla tavola e la testa abbandonata sul petto; sul rozzo letto si rivelava sotto una tenda il corpo di una donna mentre in un angolo da una piccola culla uscivano lamentosi vagiti.

Kerciak silenzioso entrò e stava per alzare le poderose mani su Clayton, quando l’inglese rialzò la testa e scorse con orrore i tre scimmioni e tutti gli altri che stavano per entrare con loro. Ma non riuscì ad evitare la stretta mortale di Kerciak che, afferratolo alla gola, strinse colle sue mani pelose sempre più forte, fino a soffocarlo.

Il capo degli scimmioni lasciò cadere pesantemente al suolo il cadavere della sua vittima poi si diresse verso la culla, ma Kala aveva già preso il bimbo per sottrarlo alla furia bestiale ed ora si allontanava correndo per rifugiarsi su un alto albero vicino. Nel raccogliere il bimbo di Alice Clayton la scimmia aveva lasciato cadere nella culla il suo piccolo morto. La sua squisita maternità gli aveva fatto rivivere in quella creatura sconosciuta l’affetto per il suo piccolo morto.

Sugli alti rami dell’albero, strinse delicatamente il piccino che si lamentava. Per l’istinto materno che è istintivo nei selvaggi, comprese e porse il seno al bambino affamato. La fame avvicinò il figlio del lord inglese al primitivo antropoide e il piccolo succhiando il latte vivificatore cessò di piangere.

Gli scimmioni rovistarono dappertutto e, sollevata la tela, Kerciak quando scorse la donna bianca con uno strappo gettò lontano il sudario per affondare nella gola bianca e fredda i suoi artigli, ma quando si accorse che la donna era già morta, si volse indifferente e continuò a frugare tra gli oggetti del morto.

Guardava con apprensione il fucile appeso alla parete, ma ora non osava toccarlo. Con tutte le cautele del caso si avvicinò alla canna nera, pronto a balzare all’aperto qualora avesse tuonato, come quando era messaggero di morte per coloro che avevano osato assalire la scimmia bianca.

Tuttavia la bestia aveva compreso che quella cosa strana diveniva pericolosa solamente maneggiandola; ma prima che si decidesse a toccarla indugiò alcuni minuti. Camminava a brevi passi innanzi al fucile senza staccare mai lo sguardo da esso, appoggiandosi sulle lunghe braccia come su un paio di grucce mandando cupi grugniti inframezzati dall’urlo lacerante che risuonava sinistro nel silenzio.

Finalmente si fermò davanti all’arma, avvicinò la mano enorme e stava quasi per toccare la canna, quando la ritrasse improvvisamente e riprese a camminare dondolando. Voleva dimostrare a se stesso di non aver paura e con mille smorfie cercava di farsi coraggio per decidersi a prendere fra le mani il fucile.

Tentò un’altra volta di staccarlo dal muro, ma le sue mani al freddo della canna si ritrassero istintivamente. Questi tentativi si ripeterono più volte fin quando prese il coraggio a due mani, si avvicinò e, dopo averlo osservato attentamente, staccò il fucile dal gancio. Rassicurato dal fatto che il fucile non gli recava alcun danno lo esaminò attentamente facendo scorrere la sua grossa mano dalla bocca fino al calcio, toccò il mirino, l’alzo, la cassa, il grilletto.

Intanto le altre scimmie si erano accovacciate sulla porta della capanna e guardavano attentamente quello che faceva il loro capo.

Improvvisamente le dita di Kerciak spremettero il grilletto, un colpo assordante risuonò nella piccola stanza, e le scimmie fuggirono a precipizio urtandosi e calpestando quelle che cadevano.

Kerciak terrorizzato sempre col fucile in mano si lanciò verso la porta e attraversò correndo la radura.

Si fermò sull’orlo della foresta, poco lontano dalla capanna e solo allora si accorse di aver ancora tra le mani il fucile. Aprì le mani come se fossero state scottate da quell’ordigno infernale: il fucile cadde a terra, ma egli non lo raccolse. Così Kerciak comprese che il bastone nero non faceva alcun male se non lo si toccava. Trascorse un’ora prima che le scimmie si tranquillizzassero e ritornassero a completare l’esplorazione della capanna, ma, siccome Kerciak uscendo aveva inavvertitamente chiusa la porta, con loro disappunto non poterono entrare, perché l’ingegnoso saliscendi costruito da Clayton impediva loro di riaprire. Dalle finestre non potevano entrare perché erano saldamente munite di una robusta difesa. Girarono attorno alla capanna diverse volte poi, lentamente, ritornarono verso l’altipiano nella foresta.

Kala era ancora sull’albero e, quando Kerciak la chiamò e comprese dal tono della voce che era abbastanza calmo, scese lentamente di ramo in ramo e seguì i suoi compagni.

Le scimmie si avvicinavano curiose per osservare il piccino che Kala teneva stretto fra le braccia, ma questa le accoglieva con grugniti e minacce e sfoderando le sue poderose zanne. Quando però si accorse che le loro intenzioni erano amichevoli, mostrò loro il piccino ma non permise che lo toccassero. Pareva che intuisse che quel piccino era fragile e delicato e sapeva che le loro poderose mani sarebbero state delle ben rudi carezze per la sua creaturina adottiva.

Siccome ricordava che suo figlio era morto cadendo dall’albero, ora camminava lentamente, cauta e guardinga tenendo sempre stretto al seno il piccolo figlio della scimmia bianca. Le altre madri portavano i loro bimbi sulle spalle che si afferravano colle braccia al loro collo e colle gambe passate sotto le ascelle. Ma Kala, ancora sotto l’impressione della recente morte del suo bimbo, non si fidava e stringeva sempre più al seno il piccolo Lord Greystoke che, colle piccole manine si attaccava ai peli rudi e neri della femmina. Ella voleva evitare che finisse tragicamente come l’altro.

TITOLO: La giovinezza di Tarzan tra le scimmie
AUTORE: Burroughs, Edgar Rice
TRADUTTORE:
CURATORE:
NOTE:
CODICE ISBN E-BOOK: n. d.
DIRITTI D’AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: www.liberliber.it/online/opere/libri/licenze

+ posts

(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.