FOTO_Fabio CartaMi è capitato di leggere questo romanzo di un nuovo scrittore: Fabio Carta. Autore piuttosto giovane e davvero pieno di grandi aspettative. In particolare, con questo romanzo, dove si è lanciato in una vera e propria saga di dimensioni che promettono di diventare colossali. Questo racconto è quasi esattamente di mille pagine!

Dopo aver iniziato la lettura, mi sono scoperto letteralmente spaventato all’idea di leggere tutto e poi rischiare di dimenticare le sensazioni originali. Ho quindi scritto a Fabio, proponendogli un esperimento: “Come giudizio non posso ancora esprimermi in modo completo, in quanto ho letto meno del 20% del tutto, ma l’idea che sto rimuginando nella mia testa è quella di discutere con te, durante la lettura, per poi uscire alla fine con una specie di recensione/intervista in cui saranno trattati i vari temi di questo viaggio verso il finale.”

L’idea è proprio quella di discutere avendo ancora fresche le sensazioni di una lettura non ancora completata. A questa proposta molto stramba, Fabio mi risponde con grande disponibilità:

È la prima volta che mi sottopongo ad una recensione/intervista strada facendo; ma, soprattutto, è la prima volta che domande così pertinenti al mio libro mi vengono fatte da una persona appassionata e qualificata come te. Quanto sopra, ovviamente, per dirti che sono più che d’accordo con la tua proposta della tua intervista recensiva in itinere.

Prima di tutto, il tuo progetto è evidentemente e decisamente impegnativo. Non ti sembra un po’ un azzardo, come nuovo autore, lanciarti in una storia tanto complicata?

Confesso che non ho mai pensato di voler scrivere un romanzo così lungo. Complice il formato elettronico, ho infatti continuato a scrivere finché ho avuto qualcosa da dire. Ho scoperto lo strumento software per il conteggio dei caratteri solo quando ormai il grosso era fatto. Immagino che se avessi battuto Arma Infero su una vecchia typewriter, vedendo crescere “fisicamente” la risma dei fogli scritti, probabilmente le cose non sarebbero andate così. Puoi credermi quando dico che ho cominciato a scrivere così come ho finito, e cioè animato da un disinteressato dilettantismo il cui fine è stato solo quello di concretizzare il mio personale piacere alla narrazione. Alla luce di ciò, ritengo praticamente miracoloso il fatto di aver trovato un editore tanto audace da volermi dare fiducia; eppure così è stato. E tante grazie al coraggioso Luigi della Inspired Digital Publishing.

Occorre dire che tutta la prima parte del romanzo è dedicata alle descrizioni. In modo del tutto speciale al vero protagonista di tutta la storia: lo Zodion. Diciamo subito al lettore che nella tua dettagliata (anche se sfuggente) descrizione dello zodion un intero capitolo dedicato solo a questo. Per questo il tuo libro mi ha ricordato il celebre Il giuoco delle perle di vetro, di Herman Hesse e (temo) che tu abbia davvero voluto emularne lo stile. Non ti sembra pericoloso? Non pensi che sia difficile imitare un capolavoro simile sperando di ottenere risultati altrettanto validi?

Resto stupito e lusingato dal tuo paragone. Ho letto anni fa “Il giuoco delle perle di vetro” in un periodo della mia vita in cui, temo, non ho potuto comprenderlo appieno. Questo per dirti che non credo di averlo assimilato al punto tale da poterlo riversare – consciamente o inconsciamente – in un mio libro. Potrei citarti altri schemi narrativi a cui mi sono ispirato, altri stili, tutti risalenti alla tradizione romanzesca del XIX e XX secolo – poiché mi piace pensare d’essere un autore steampunk più nella forma che nel merito – ma tra questi non v’è Hesse. Magari solo potessi pensare di sfiorare una simile vetta; e se a tuo avviso ho presuntuosamente tentato di farlo, allora che Icaro cada rovinosamente per aver tentato di toccare il Sole.

Questo per dire che non ho voluto imitare Hesse; e se così fosse, mi scuserei per l’intollerabile presunzione. Tutto qui.

Grazie per aver definito “dettagliata ma sfuggente” la descrizione dello zodion; la preferisco al solito dittico “eccessiva e tremenda” che fin qui ho ricevuto da più parti. Personalmente ho voluto scrivere quel capitolo perché è esattamente quello che, da lettore, avrei voluto leggere.

Quali sarebbero gli schemi narrativi a cui invece senti di dovere un’ispirazione?

Un nome su tutti: Dostoevskij; e oso evocare la titanica importanza d questo autore perché senza le suggestioni esistenziali dei fratelli Karamazov, senza le pene autodistruttive dei Demoni, ebbene credo non avrei mai messo mano alla tastiera. Inoltre proprio dalla lettura di Dostoevskij ho voluto riprendere lo stile delle conversazioni piccate, delle riflessioni didascaliche, una prosa connotata da periodi molto lunghi, dalla punteggiatura che non dà ritmo ma che risponde solo a un’esigenza fisiologica del lettore, che deve poter respirare nel fiume di parole urlate.

Altri nomi? Mann, Conrad, per rimanere nell’ambito dei classici; nell’ambito fantastico Tolkien, ovviamente, di cui adoro il grandioso dilettantismo, avulso a mio avviso da ogni paradigma di scrittura creativa. E poi Herbert, Heinlein, Haldeman.

Vedo sulla copertina quella che sembrerebbe una vista schematica, quasi costruttiva di uno zodion. Veicolo che per tutto il ciclo viene trattato alla stregua di un cavallo: il conducente è un cavaliere, le sue andature sono al trotto, o al galoppo… Se tu dovessi definirmo in poche parole, come lo spiegheresti ai tuoi lettori?

Lo definirei, in pochissime parole: “Veicolo da combattimento terrestre monoposto – assimilabile a una moto o monociclo da battaglia – senza abitacolo corazzato o armi in torretta montate a bordo. Costituito da una singola macroruota giroscopica, il pilota (o cavaliere) lo conduce brandendo armi portatili in sella ad un telaio biomorfo quadrupede che, avvolgendo cogli arti la ruota, ne costituisce telaio e sistema di sospensioni. La propulsione è garantita da una turbina posta sul dorso del telaio. Solitamente i cavalieri sono usi coprire l’elettronica dei sensori anteriori, sulla testa, con maschere decorative, come non ricchi finimenti e gualdrappe il resto del veicolo.”

Tutto il romanzo è chiaramente percorso dal desiderio di dipingere a piccole e precise pennellate i personaggi. Forse quasi 400 pagine senza un vero colpo di scena mi sembrano però un po’ troppe: non era forse meglio iniziare prima la parte avventurosa?

Ho iniziato descrivendo la tana dell’Hobbit e la festa di Bilbo assieme; considerata la mole di cose da raccontare, relative alle vicende e all’ambientazione, posso assicurare che le 400 pagine di preambolo, senza colpi di scena, sono il minimo che potevo fare. Spero di non esser caduto nella trappola dell’infodump, che detesto.

Anche se al momento di queste domande non ho letto ancora tutto il libro, il lettore si domanda, perché non c’è una descrizione altrettanto dettagliata dei paesaggi? Questo pianeta di sola cenere non è un po’ uggioso?

Muareb è, lo si sarà capito, un Marte personalizzato; piccolo, riarso, la cui geografia è divisa in fasce, che sono però soltanto sfumature di un onnipresente deserto. Ho dato fondo a tutto il mio vocabolario su gole, crepacci, calanchi, strapiombi, sprofondi e chi ne ha più ne metta. Ma la roccia nuda non ama tanti fronzoli come un bosco lussureggiante o un tramonto sul mare. Comunque, più avanti nel romanzo sarà lanciata una Cerca e approfitterò di questa per variare sui luoghi e sui climi. Ma sempre dell’ostile Muareb si tratterà, statene certi.

Si accenna qui e là a una suddivisione di popolazioni, stati e varie tecnologie: devo dire che leggendo tutto questo pare un po’ difficile da inquadrare. Immagina un film: non sarebbe meglio fare dei salti di scena verso altre zone, altre popolazioni? Anche se scritto in prima persona, bastava cambiare la prima persona che raccontava: inserire storie direttamente da Gordia, o Higgs, o ognuno di quei posti di cui infine sappiamo solo il nome.

Vedo che sono riuscito a cogliere nel segno! In tutto il romanzo era mio scopo precipuo quello di creare un alone di timoroso rispetto per le terre straniere e lontane, così vaghe e remote quanto imbottite di pregiudizi e stereotipi da parte di chi ne parla. Così come si faceva un tempo, realmente, presumo. Si temeva sempre l’arrivo dei “turchi”, capaci di ogni nefandezza, latori di ogni possibile vizio, le cui merci non potevano che corrompere, i cui costumi erano un’offesa aprioristica alle tradizioni locali.

Per quanto riguarda il paragone con un possibile film, non ho mai voluto scrivere un qualcosa di compatibile a una sceneggiatura. Ho scritto nella maniera che, presuntuosamente, ho ritenuto più verosimilmente vicina al punto di vista della voce narrante.

Mi colpisce il linguaggio vagamente imperiale mussoliniano dei combattenti: per tutte le polemiche che ha già subito Fanteria della Spazio e ogni romanzo di fantaguerra, non credi sarebbe più conveniente un atteggiamento magari più distaccato da possibili riferimenti di guerra recente?

Già il nome della Falange usato nel romanzo è un chiarissimo riferimento alla Spagna franchista; e poi il fascismo, sciovinismo, conservatorismo in bilico tra nazionalismo popolare e ancient regime: tutto questo è la Falange. E Karan, da profugo voglioso di riconoscimento, ne esalta ogni aspetto. Perlomeno fino a questo punto della storia. Poiché si è tutti coraggiosi, tutti potenziali eroi prima dello scoppio della guerra. Non faccio apologia di un sistema politico dal punto di vista impersonale di un narratore invisibile, non tratteggio un’utopia né una facile ucronia nostalgica; il mio è un romanzo in prima persona, un diario su una crescita. E se l’iniziazione dell’uomo nel combattimento serve a disilluderlo di tante menzogne a riguardo, tuttavia il neofita non può che avvicinarsi al rito affettando entusiasmo e nascondendo ogni perplessità a riguardo, pena l’esclusione dal rito stesso. Inoltre quella che Karan scrive è l’agiografia di un semidio guerriero; che altro aspettarsi?

Nell’articolo in cui ti presenterò e parlerò del tuo libro sottolineerò (già lo avevi capito) la lunghezza, secondo me eccessiva del volume. Che ribatti?

C’è poco da ribattere, il romanzo è lungo, molto lungo, lunghissimo se si rapporta il numero di pagine da me scritto a quello solitamente preferito dal lettore medio. Ciò nonostante ho voluto mantenere tutto quanto avevo scritto più o meno nella prima stesura. In fondo, lo si sarà capito anche dall’uso abbondante degli arcaismi, la rapida fruibilità non è mai stata l’obiettivo del mio romanzo. Didascalico, pedante… un polpettone? Forse. Ma se fosse solo un romanzo che ambisce a un maggiore spessore rispetto alla media?

Volevo farti notare un aspetto del tuo libro. Sei d’accordo sul fatto che il romanzo sia nettamente diviso in due? Le prime 500 pagine sono essenzialmente di presentazione. Questa presentazione mi pare un po’ carente in alcuni casi. Anche se la scrittura è piuttosto buona.

Carente? Spero non di dettagli, altrimenti temo di aver fallito. La presentazione, così come dici, esiste in effetti; ho ritenuto che servisse al lettore e persino a me in fase di scrittura, un lungo preambolo come per farmi calmare i nervi e dire tutto quanto mi occorreva come viatico per il lungo viaggio narrativo che m’attendeva. Così come Tolkien ha fatto per la descrizione di Hobbiville e la festa di Bilbo. Serviva, non serviva? Chissà. E perdonatemi il sacrilego paragone. Dopotutto la lunghezza della premessa è proporzionale alla storia che segue, quella che ho già scritto e quella che ancora… rimane nella mia testa.

La seconda parte è decisamente frizzante. Gli ambienti sono ben disegnati, i personaggi in alcuni casi mancano ancora di un approfondimento. Tu non credi che un buon Editor avrebbe potuto eliminare facilmente ognuno di questi piccoli problemi?

Sono un esordiente: nessun “buon” editor, di quelli che contano, mi avrebbe mai dato retta. O lo avrebbe fatto a suon di soldoni che, in tutta franchezza, non ho mai contato di voler investire in questa mia prima avventura editoriale. E poi, alla fine, vista l’impostazione stilista del mio romanzo, così lontana dai canoni odierni, cosa pensi veramente avrebbe potuto fare un editor – formatosi magari in una scuola di “tecniche di scrittura creatica” (sic!) se non stravolgermi tutto l’impianto dell’opera? Ho voluto osare. E ancora lo voglio. 

Il libro finisce in modo decisamente aperto. Direi di più, invita a un secondo volume. Hai intenzione di scriverlo? E se sì, a che punto sei al momento?

Il secondo volume è finito, stiamo prendendo accordi con l’editore per la pubblicazione. Editing e copertina, per intenderci. E se proprio volete saperlo… visto il soddisfacente riscontro di vendite ottenute in solo 6 mesi dalla pubblicazione de “Il Mastro di Forgia”, sappiate che non finisce qui!

Eccoci dunque alla meta, caro Franco. Non ho altri disegni da proporti, nulla di particolarmente evocativo che una ricerca su Google non potrebbe far meglio di me. Per il resto ti ringrazio infinitamente per il tempo dedicatomi e resto in attesa di tue notizie: non vedo l’ora di leggere la recensione. Ciao.

Fabio Carta

E per finire devo dire solo che il libro è certamente ambizioso, avrebbe potuto essere più scorrevole nella prima parte, ma la seconda parte vale certamente la pena di affrontare questa impresa. Grazie a te Fabio.