Mi è capitato, recentemente, di fare alcune considerazioni circa La Svastica sul Sole (The Man in the High Castle) di P. K. Dick, pubblicato nel 1962.

Il romanzo è del tutto diverso dagli stili in voga nel suo periodo e praticamente è una autentica rivelazione per il lettore italiano di fantascienza degli anni sessanta: la ‘trama’ in pratica non è subito a portata di mano; per un lungo spazio, durante lo sviluppo del libro, continuiamo a vedere personaggi diversi, in ambienti che probabilmente possono non essere comprensibili per un lettore del cosiddetto main stream, cioè la letteratura corrente, non di genere; non esiste nessuna spiegazione del perché il mondo sia in quelle orribili condizioni descritte e non ci sarà mai. Nemmeno alla fine.

versione Prime di the man in the high castleLa mia impressione è sempre stata che “La svastica” potesse avere un seguito, perché le cose lasciate insolute sono davvero tantissime e meriterebbero un bel tentativo di spiegazione. Questo è per esempio successo a certi sceneggiatori americani, che hanno creato un serial intitolato appunto The Man in the High Castle, in cui hanno ripercorso in gran parte quegli ambienti e hanno fatto rivivere quei personaggi.

In una discussione di qualche giorno fa, che mi è capitato di vedere su Facebook, un lettore diceva qualcosa del tipo: “Ho finito di leggere La svastica… Che cosa ne pensate voi, più esperti?”

La primissima risposta di un altro lettore è stata “Non uno dei migliori di Dick.”

Questo mi dice (ci dice) moltissimo. Primo, che la genialità di Dick è ancora oggi di difficile comprensione. Secondo che lo stile di cui stiamo parlando non è affatto assimilato dai nostri lettori.

Se esiste una storia violentemente contraria al nazismo, questa è proprio “La Svastica.” Ma Dick non prende mai le parti di qualcuno. Lui parla di qualcosa che è successo: i Nazisti hanno vinto nella sua distopia e non c’è molto da fare! Un capolavoro di ironia e di denuncia, che però richiede la sensibilità di buoni lettori per essere percepito. Altrimenti per qualcuno potrebbe risultare “non uno dei migliori di Dick!” Ritengo che invece sia il suo capolavoro.

In Italia praticamente fatichiamo a trovare esempi di questo tipo: l’unico che mi viene in mente, per lo meno tra i recenti, è di Dario Tonani, con il suo Cronache di Mondo9. All’inizio erano 4 racconti lunghi, poi Dario scrisse una nuova serie già volutamente organizzata, pubblicata da Mondadori assieme alla prima. Dario ci fa sapere che “le Cronache sono composte solo in parte da racconti: tra le 9 storie, 3 sono veri e propri romanzi brevi.”

Il nome Fix-up me lo aveva rivelato lo stesso Dario Tonani qualche tempo fa e me lo aveva ripetuto più di una volta. Ma io ogni volta lo dimenticavo. Ho scoperto adesso che Dario sa parecchie cose su questo stile.

Dario Tonani“La tecnica si chiama Fix-up e nacque negli Stati Uniti attorno agli anni 50: in pieno periodo di Pulp magazine, quando molti autori si ritrovarono a scrivere per uscite periodiche storie indipendenti e autoconclusive che avevano in comune protagonisti e setting. In quegli anni stava però nascendo anche una vera e propria editoria libraria specializzata e molti scrittori si ritrovarono nella situazione di recuperare quel materiale “sciolto” e disperso per raccoglierlo in opere che potessero andare in libreria. La tecnica del Fix-up permetteva loro di dare l’architettura del romanzo a una serie di storie nate come stand-alone.

Esempi? La terra morente di Vance, Cronache Marziane e persino Fahrenheit 451 di Bradbury, Io Robot di Asimov, City di Simak, Accelerando di Stross…

Il ciclo di Mondo9 (diciamo la parte racchiusa nelle “Cronache“) rientra a pieno titolo tra i Fix-up, e a quanto mi risulta è un caso raro se non unico in Italia, quantomeno in epoca recente…”

Per esempio, io ho nel cassetto qualcosa che si adatterebbe a un romanzo Fix-up: uno è un vecchissimo progetto e casualmente potrebbe risultare un Fix-up, l’altro è invece nuovo e nasce proprio per sfruttare questa tecnica, possibilmente al meglio. Tra l’altro il metodo si presta moltissimo a tecniche interessanti: tipo scrivere in collaborazione tra più autori e con più interattività. Cosa che sto appunto cercando di fare con degli amici scrittori.

Non ho nessuna idea se qualcuno sarà, prima o poi, interessato a questi progetti, ma certo è che sarebbe per lo meno la seconda uscita italiana per un romanzo con questo stile, dopo quello dell’amico Dario!

Ma questo articolo potrebbe anche essere uno spunto per molti giovani scrittori: dato che la scrittura di un romanzo è molto impegnativa, perché non scrivere racconti che si svolgono in un medesimo ambiente, un mondo che ci piaccia raccontare e alla fine collegare tutto in un Fix-up?

Non sarebbe affatto uno scadimento: come abbiamo visto, elencando gli esempi già sviluppati, i precedenti ci giungono da Autori tutt’altro che di secondo piano!