Qualche tempo fa un addetto stampa mi ha presentato un giovane attore, che ha anche scritto un libro di brevissimi racconti: un po’ fantastici, un po’ no dal titolo: Antropozoologie – Studio verosimile di una realtà grottesca”.

Moni Ovadia

L’attore/scrittore si chiama Biagio Iacovelli, ha ventotto anni, ha frequentato l’Accademia Teatrale di Roma “Sofia Amendolea” e al cinema ha recitato a fianco di attori tra cui Giorgio Albertazzi, Remo Girone e Moni Ovadia, autore della prefazione di questo libro.

Significativa un’affermazione di Moni nella sua prefazione: “Non nego di aver pensato: ‘ecco qui un altro aspirante scrittore in un paese di pochi lettori’ ma trattandosi di un’opera prima, ho deciso che se riteneva la mia prefazione significativa, non potevo rifiutarmi.”

Lo stessa cosa ho pensato io: se questo giovane aspirante scrittore vuole un mio parere, posso farlo volentieri.

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Il libro è piccolo, si legge in un’oretta. Ha delle stimolanti illustrazioni di Eleonora Iacovelli, con suggestioni Interpretative di Filippo Gazzaneo. L’Editore è Eretica Edizioni, a cura di Giordano Criscuolo.

Ma ora mi pare giusto lasciare soprattutto spazio a Biagio Iacovelli e chiedergli  quali siano le sue speranze recuperando lo stile intervista, che da un bel po’ non appariva su queste pagine.

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  1. Tu sei fondamentalmente un attore: il fatto che il libro abbia la prefazione di Moni Ovadia dimostra che tipo di attore tu sia. Ma ci spieghi brevemente in che campo agisci preferibilmente?

Si, sono principalmente un attore. Ho conosciuto Moni sul set de “La Sindrome di Antonio” (2016 – Imago Film) in cui recitavo da protagonista: abbiamo lavorato insieme per un paio di giorni e sono stati due giorni rivelatori: venire a contatto con un Maestro del suo calibro ti riempie l’anima, così quando ho finito il libro gli ho scritto per dirgli che sognavo una sua prefazione, mi ha risposto subito affermativamente, dicendo “Evviva i sogni”. Gliene sarò grato a vita. Nonostante questo, però, sono principalmente un attore di teatro: in questo momento, oltre ai progetti che occasionalmente mi affascinano, lavoro stabilmente con la compagnia teatrale capitolina I Cani Sciolti, ormai come una seconda famiglia.

  1. Queste storie, tutte brevissime, molto spesso riferite a miti, in che modo rispecchiano il tuo carattere, la tua anima?

I racconti sono nati in diversi momenti della mia vita e chi li legge può constatare facilmente l’evolversi del mio stile e delle tematiche (sono raccolti in ordine cronologico di gestazione). Quelli più legati al mito, che sono i primi, rispecchiano una parte determinante della mia natura: sono un grande appassionato di mitologia in generale,  greca e cristiana, perché credo che i racconti mitologici siano la colonna portante di ogni tipo di narrazione e che ancora abbiano il loro potere “archetipico” di renderci più chiari alcuni concetti sul mondo e sulla nostra natura.

  1. A questo punto, cosa vorresti fare (come si dice) da grande? L’attore, o lo scrittore? Magari entrambi?

Sono e resterò sempre prima di tutto un attore. Ma la scrittura esercita su di me un fascino senza tempo. Quindi immagino che, se mi sarà possibile, porterò avanti parallelamente le mie due passioni. D’altronde l’arte ricerca sempre lo stesso obiettivo sia da un palco che dalle pagine di un libro!

  1. In molti racconti segui una vena fantastica decisamente pessimistica: noi di fantascienza la definiamo ‘distopica’. Tu sai che attualmente questa è una scelta molto diffusa tra gli scrittori di questo genere? Lo hai fatto apposta?

Onestamente no, non l’ho fatto apposta. Quando ho scritto i miei racconti non avevo ancora neanche lontanamente l’idea di pubblicarli, quindi meno che mai avevo in mente strategie di “marketing”, per così dire. Ognuno dei miei racconti è nato dall’esigenza di rendere chiari, innanzitutto a me stesso, alcuni concetti che mi passavano per la mente. E, d’altronde, credo che, in questa epoca, se la tendenza è quella di scrivere spesso di distopie, è perché il mondo che ci circonda questo ci suggerisce. Però, allo stesso tempo, credo che scrivere di mondi distopici sia in fin dei conti un esercizio ottimistico: rendere palesi gli aspetti grotteschi del nostro tempo, ci dà la speranza che chi legge possa riuscire a vederli e, di conseguenza, lavorare per andare in una direzione diversa.

  1. Come chiedo sempre agli autori ‘nuovi’, o a quelli che non conosco, a questo punto hai idea del genere che vorrai fare in futuro? Cioè continuerai con questo tipo di storie, o invece vorresti andare verso qualche altra cosa?

Ce l’ho chiarissimo! Ho appena finito il mio secondo libro, non posso svelare di più. Ed è stato per me naturale seguire l’evolversi della mia scrittura verso le succitate distopie,questa volta prediligendo l’amara ironia che contraddistingue alcuni racconti.

  1. Ho persino pensato che potresti diventare commediografo. Non ti interesserebbe?

Ecco, questa è una domanda che mette il dito nella piaga. Essendo un attore, mi piacerebbe tantissimo scrivere per il teatro, eppure mi riesce estremamente difficile, faccio fatica anche io a capire il perché. Ma chissà, magari in futuro ci riproverò: sono cocciuto come pochi al mondo e detesto non riuscire a fare qualcosa (cosa che è spesso e volentieri una maledizione).

  1. Quali sono i tuoi progetti futuri? Ovviamene uscendo dalla pessima situazione attuale.

Esatto, è molto difficile concentrarsi sui progetti futuri in questo momento. La cosa importante è uscire da questo “incubo” con meno ossa rotte possibili. E bisogna uscirne tutti insieme, da popolo unito. Anzi da razza umana unita. Nel frattempo mi dedico alla scrittura. E, quando sarà tutto finito, tornerò di corsa a teatro, su un palco, perché credo che, dopo tutto questo, la cultura e l’arte siano un punto fondamentale da cui ripartire.

  1. Mi piace proporre ai lettori poche righe del racconto “La festa”: si tratta di una storia decisamente distopica e fantastica:

Questa settimana il Sole si è spento già tre volte. Gli Spazzasole hanno fatto i loro soliti interventi di manutenzione, ma continua tutte le volte a spegnersi, non c’è nulla da fare. E ieri le piogge acide hanno sciolto Betsy. Betsy è il mio cane. Betsy era il mio cane. Betsy è il quarto che si scioglie.”

È uno dei racconti che mi è piaciuto di più, per via della sottile ironia che lo impregna e che (secondo me) dovrebbe essere il tuo stile da adesso in poi.

Mi piace molto l’estratto che hai deciso di scegliere. E mi fa sorridere molto il consiglio (o esortazione) che mi fai: è esattamente lo stile del mio secondo libro. Senza saperne nulla ci hai preso in pieno!