Robert Sawyer: Questa intervista viene da lontano: è stata fatta da me nel 2016, in occasione della pubblicazione del numero 5 della Rivista La Bottega del Fantastico. Sulla pagina indicata esiste un ‘contatore‘ di download che mi conforta, segnalando che a oggi quasi 1300 lettori hanno già scaricato la fanzine. Il che rende il Numero 5 della Bottega la mia realizzazione che ha avuto più lettori in assoluto! Tutta la storia è disponibile su questo sito in un dettagliato articolo che ripercorre tutta la vecchia e abbastanza gloriosa vicenda della fanzine. Il Numero in questione doveva diventare una pubblicazione in cartaceo, ma non sono mai riuscito a trovare un accordo con gli Editori, per cui ho pensato di pubblicare adesso alcuni ‘pezzi’ di quella rivista qui, sulla WebZine.
Questa intervista ci parla dunque di R. J. Sawyer: Canadese, considerato uno dei migliori Autori di fantascienza classica, o hard. In Italia è noto soprattutto per romanzi come Apocalisse su Argo, Starplex, Killer on-line che ha vinto il Premio Hugo nel 2003. Sawyer ha vinto anche i premi Nebula, e Aurora. Tra gli altri qui si parla molto del suo romanzo Quantum Night.
Robert ci ha concesso questa intervista esclusiva dove ha parlato della fantascienza che ama e di tante altre cose anche relative alla sua vita privata
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F.G.


copertina © di Giuseppe Festino

 

Rob ti capita spesso di trattare di nuove tecnologie, come per esempio nella trilogia WWW. Qual è il tuo atteggiamento di fronte a questa mutazione epocale? Ti pare uno strumento positivo, che aiuterà la civiltà umana, o, al contrario, pensi possa essere un fattore di disumanizzazione globale?

Se fossi un politico dovrei prendere in considerazione una certa realtà e sostenerla. Ma per fortuna questo non è il mestiere dello scrittore di fantascienza. Noi dobbiamo mettere in evidenza la maggior quantità possibile di futuri, ma sarà il pubblico a scegliere quello che preferisce. Infatti ho scritto su un certo soggetto (la nascita dell’intelligenza artificiale al di là delle capacità umane), sia presentandolo come qualcosa di straordinario nella Trilogia WWW, ma anche come un disastro capace di distruggere l’umanità, I transumani. Quale sarà l’ipotesi vincente, io non lo so… Però so di certo, che se non saremo capaci di costruire almeno una mappa sicura e positiva, come quella della Trilogia, se considereremo solo scenari negativi (L’eliminazione in Terminator, l’assoggettamento in The Matrix, o l’integrazione in Star Trek – Primo contatto) allora saremo destinati a futuri soltanto disastrosi. È chiaro che io spero possa vincere il futuro migliore – in genere sono molto ottimista sempre – e vorrei vedere vincere l’ipotesi di un’Intelligenza Artificiale mentalmente superiore, mantenendo intatta la libertà, la dignità e l’individualità delle persone.

La tua SF è definita “hard science fiction,” con una solida base scientifica. Per questo sei stato paragonato a Arthur Clarke. Ma la caratterizzazione dei tuoi personaggi è più approfondita, ricca di introspezione e intimità. Emblematico al riguardo mi sembra il tuo romanzo Rollback. D’altronde hai detto di apprezzare il “Sense of Wonder”: Come amalgami questi aspetti in apparenza contrastanti?

Sono contento che tu l’abbia notato! Clarke è il mio autore di fantascienza preferito, ma è vero che la caratterizzazione dei suoi personaggi era piuttosto superficiale, ammesso che la facesse. La mia missione nella scrittura è quella di combinare l’interiorità umana con la grandezza cosmica. Se vogliamo dirlo in altro modo, io credo che la fantascienza dovrebbe essere frattale: non importa da quale livello tu la osservi – una persona, una coppia, una famiglia, una comunità, una città, una nazione, un mondo, un sistema solare, una galassia, un universo, il multiverso – dovrebbe comunque essere interessante. Non esiste alcun altro tipo di letteratura che possieda questa potenzialità di variare tra il microscopico e l’immenso e personalmente ne vorrei sfruttare tutti i vantaggi. Poi mi chiedi come faccio a farlo! Be’ mi è sufficiente ricordare che il termine ‘science fiction’ è in realtà formato da due parti uguali – in inglese le due parole hanno entrambe sette lettere – e una parte non dovrebbe essere preponderante sull’altra. Anche se uno scrive hard SF, immaginerà i suoi personaggi come drammatizzazioni della scienza psicologica e allora riuscirà a raccontare storie di gente, anche se dovrà affrontare eventi straordinari.

Se davvero la fantascienza appare essere una letteratura di idee, tu ne sei un valido rappresentante. In tal senso, perché scrivi fantascienza? Cos’è che ti attira nel suo statuto letterario a differenza della produzione “mainstream”?

La fantascienza tratta tutto quanto lo spazio, tutto il tempo, tutte le forme di vita; per uno che voglia raccontare storie è certamente la forma letteraria che in assoluto pone meno limiti. Ho avuto modo di scrivere avventure di pura fantascienza (Far-Seer), avventure romantiche (Rollback), gialli fantascientifici (Red Planet Blues), fantascienza filosofica (Quantum Night), fantascienza thriller (Psico-attentato), non è possibile avere la stessa libertà d’azione se scrivi “mainstream.” In realtà un autore di romanzi d’amore deve continuare a raccontare le medesime storie ogni volta, un autore di gialli scrive sempre del solito detective.

Se ti venisse un’idea per un romanzo non di fantascienza, lo scriveresti?

No. Ho tonnellate di idee che non ho mai sfruttato per scrivere, ma questo perché nessun genere mi darebbe quanto mi dà la fantascienza; per esempio, se mi mettesi a scrivere un giallo, o un thriller normale, tanto per cominciare prenderei un compenso da novellino. Quello che mi fu concesso un quarto di secolo fa quando ho cominciato a scrivere SF. Chiaramente dovrei fare una scelta sulle mie idee decidendo quale far diventare romanzo e quale uccidere senza pietà. Poi dovrei non solo selezionare quella più conveniente dal punto di vista economico, ma anche quella che potrebbe essere accolta al meglio dal mio pubblico di lettori attuali.

Come consideri la situazione attuale della fantascienza? Sei d’accordo con Sturgeon, quando afferma che il 90% della produzione di SF sono “stronzate”?

Non mi piace l’attuale proliferazione della fantascienza militare; e non amo la “space opera.” Secondo me la fantascienza dovrebbe raccontare storie sociali, o meditazioni filosofiche, non limitarsi a escapismo e avventure… né a stupide fantasie con alieni che saltano in aria. Per cui, è proprio così: al momento il 90% sono delle stronzate… Tuttavia la roba nuova, il materiale che ci viene da Marguerite Reed, da Julie E. Czerneda, Paolo Bacigalupi, David Brin, o Robert Charles Wilson, è la migliore fantascienza che sia mai stata scritta.

Se tu fossi abbandonato su un lontano pianeta, ma potessi portare con te un libro di fantascienza, quale sceglieresti e perché?

La porta dell’infinito di Frederik Pohl, è il romanzo di fantascienza che ho sempre preferito. L’ho letto a 17 anni e da quel libro ho imparato tantissimo: come ho già detto prima, nella fantascienza tutto deve essere frattale, molto umano all’interno, ma anche magnificamente cosmico. Pohl ha tanto spazio in quel libro. E mi ha anche insegnato una cosa che pochi scrittori hanno capito: il personaggio principale non deve per forza essere simpatico, però deve assolutamente essere credibile.

Ma ti piacerebbe scrivere gialli? Tu hai già scritto romanzi in salsa poliziesca, tipo Killer on-line, Apocalisse su Argo, Processo alieno.

Credo che fantascienza e polizieschi si completino benissimo: in entrambi i casi il lettore deve porre molta attenzione al testo, cercare di cogliere i piccoli suggerimenti: le indagini con gli indizi, o il mondo fantascientifico, elementi che si basano tantissimo sul pensiero razionale. Oltre ai tre libri che hai menzionato, io aggiungerei Fossil Hunter, Mutazione pericolosa, Avanti nel tempo, La genesi della specie, Psico-attentato, e Red Planet Blues che sono romanzi di tipo poliziesco; è una combinazione che funziona benissimo per me e di sicuro la userò ancora.

Segui la fantascienza non americana?

Prima di tutto io non vivo in America e la risposta è chiaramente, sì. Ma la fantascienza canadese è una bestia ben distinta rispetto a quella degli Stati Uniti, decisamente più portata a storie tranquille e a finali ambigui. E poi ho ben in mente la vigorosa SF hard tipica della Gran Bretagna. Per ciò che riguarda il resto del mondo, da noi non arrivano grandi traduzioni, purtroppo, anche se ho letto Stanislaw Lem e Pierre Boulle. Poi sono stato elettrizzato dal romanzo cinese, The Three-Body Problem, che ha vinto lo Hugo dell’anno scorso.

Ti ricordi il primo libro che hai letto? Non necessariamente di SF: il primo che hai letto!

Ah, be’, ma sono coincidenti! Ho cominciato a leggere fantascienza fin da subito; il primo libro che ho letto, a parte quelli del Dr. Seuss, è stato The Enormous Egg, di Oliver Butterworth. Il romanzo parlava di una gallina che deponeva un uovo da cui nasceva un triceratopo; l’autore già aveva capito che dinosauri e uccelli erano strettamente imparentati e al di là dell’ambientazione stravagante, l’interazione e i dialoghi dei personaggi preistorici erano decisamente vivaci. È un libro stupendo, che porta avanti anche una piccola satira verso le grosse aziende, il governo, la vita nelle piccole città e la scienza istituzionalizzata.

Mi racconti qualcosa del posto dove vivi?

Abito a Mississauga, una città con più di 850.000 abitanti, che confina con la periferia occidentale di Toronto; Toronto è la più grossa città del Canada. Abito in un attico – ultimo piano di un grattacelo condominiale, – proprio al centro di Mississauga. Adoro quell’appartamento: una vista fantastica, un caminetto con il ceppo sempre acceso e tanto spazio. Un’altra cosa che mi piace è che è vicinissimo all’aeroporto internazionale di Toronto (in effetti l’aeroporto di Toronto si trova a Mississauga). Io prendo un aereo due volte al mese, per andare alle convention di fantascienza, alle conferenze scientifiche, agli eventi letterari e per i miei viaggi di ricerca: l’aeroporto è a soli 15 minuti da casa.

Ci sono cose nella tua produzione che avresti voluto fare diversamente, o magari meglio. Che cosa?

Diversamente? Certo, avrei voluto avere alcuni approcci diversi. Meglio? Lo lascio dire agli altri: per ogni libro sono certo di aver fatto del mio meglio. Però, col mio primo libro Apocalisse su Argo, uscito nel 1990, mi sono fatto una promessa: di non rileggere nessuno dei miei romanzi se non dopo 40 anni dalla loro pubblicazione, per poterli considerare con occhi nuovi. Per cui rileggerò Apocalisse su Argo nel 2030 e allora potrai chiedermi un giudizio retrospettivo. Forse avrei fatto qualcosa in maniera diversa.

Non ti è mai capitato di essere in ritardo sulla consegna di un lavoro, con l’editore che ti chiede un risultato immediato?

Ah certo. La mia professione vide di scadenze. Prima di diventare uno scrittore di romanzi ho lavorato per giornali e riviste e qui impari presto che ti serve tantissima disciplina per rispettare le tue scadenze.

Robert J. Sawyer: Terminal ExperimentDetto questo, il mio ultimissimo libro, Quantum Night, ha avuto due anni di ritardo: avrei dovuto terminarlo nel 2013, per pubblicarlo nel 2014, ma purtroppo, quando ho scritto il primo paragrafo di quel libro, il mio fratello più giovane, Alan, è venuto a trovarmi e mi ha detto che stava morendo di cancro ai polmoni. Ho subito detto ai miei editor – Ginjer Buchanan di New York e Adrienne Kerr di Toronto – che sarei andato in ritardo col libro e mi hanno supportato al cento per cento. Hanno detto tutti e due che poiché ero sempre stato molto rispettoso delle scadenze, questa era un’autentica ragione per ritardare e loro mi avrebbero concesso tutto il tempo che mi serviva.

Triste storia Rob. Grazie per averla condivi-sa. E adesso l’ultima domanda. In Italia l’illustrazione della fantascienza ha una tradizione ricca di artisti molto validi, come Kurt Caesar, Karel Thole, Giuseppe Festino, Franco Brambilla. Tu conosci qualcuno di loro? Qual è il migliore illustratore per te e perché.

Conosco Franco [Brambilla] e siamo amici. Ci siamo incontrati quando sono stato ospite d’onore alla convention di fantascienza a Milano qualche anno fa. Adoro le sue opere e le copertine che ha fatto le edizioni italiane dei romanzi WWW sono spettacolari. Poi mi piace moltissimo anche Fred Gambino, che è di origine italiana: ha fatto una magnifica copertina per l’edizione britannica del mio The Terminal Experiment (Killer on-line). Mi è piaciuta un sacco al punto che gli ho acquistato il bozzetto originale.

 

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