L’antologia

Non so se si possa definire un caso memorabile, ma certamente è un evento da sottolineare: tra le iniziative di Urania, storica rivista di Fantascienza firmata Mondadori, nella sezione Millemondi,  a luglio 2019, è nata una nuova antologia intitolata Strani Mondi.

Come ci ricorda uno degli Autori di allora e di oggi, Dario Tonani, era successo solo un’altra volta, nella primavera del 1998, sempre su Urania Millemondi.

Secondo gli strilli di copertina, questa nuova sezione dovrà rispettare una cadenza quadrimestrale: saranno dunque tre libri all’anno, con caratteristiche antologiche.

In precedenza, usciva un volume a stagione, ma come tutti, anche Urania deve affrontare i suoi problemi editoriali.

Franco Forte

Franco Forte

Dopo la scomparsa di Giuseppe Lippi, questa storica rivista è passata ufficialmente nelle mani di Franco Forte, Editor, giornalista e scrittore che seguiva da tempo il lavoro di Lippi.

Forte, porta qualcosa di più in Urania, perché ha lavorato a stretto contatto di Silvio Sosio che è probabilmente il più importante Editore di Fantascienza in Italia, alla cui corte si sono formati moltissimi talenti italiani del nostro genere letterario.

“….Un primo appuntamento che speriamo di rinnovare ogni anno…”

Questa è l’affermazione più rilevante di Franco Forte nel suo articolo introduttivo:

I Racconti

L’antologia propone 15 racconti. Credo siano tutti inediti.

Non conosco tutti gli autori selezionati, ma una breve presentazione in testa a ogni storia ci rende noto che tutti hanno vinto diversi premi. Il che dovrebbe rappresentare una garanzia.

Ma la mia impressione di lettore è che la qualità generale non sia eccellente!

I ‘finali’ in genere non sono molto originali: su quindici racconti, quasi nessuno ha un lieto fine e alcuni non possiedono nemmeno un vero finale.

Nella fantascienza italiana esiste solo un modo di raccontare: quanto siamo cattivi, quanto siamo sporchi, quanto facciamo del male a noi e agli altri…

L’operetta morale è all’ordine del giorno in ognuno di questi racconti.

Mi sono sempre chiesto che cosa costringa gli autori italiani a seguire questo schema severo e depresso.

Mi spiego: nella scrittura globale si sente la ‘rampogna’ dell’autore, o dell’autrice. Si percepisce la difficoltà di ‘vivere’ e si sente molto poco il ‘sense of wonder’.

Non voglio comunque fare nomi in negativo perché sono contento dell’iniziativa, anche se meno soddisfatto dalla squadra.

Le cose belle

Due o tre racconti mi sono sembrati più interessanti o almeno mi hanno sorpreso.

A sort of Homecoming” di Sandro Battisti, che mi ha preso prima a pugni e poi mi ha conquistato.

Il suo stile è davvero interessante: una specie di Joice della fantascienza, con un modo di raccontare basato tutto sul ‘suono’ delle parole, più che sulle descrizioni di ciò che succede.

Ad esempio… all’inizio troviamo il seguente passaggio:

Non poté fare a meno di ammirare, per qualche fuggevole istante, la selvaggia suggestione del panorama desertico sottostante e poi, più in là, lo spazioporto che si apriva al loro attracco: sedici dimensioni quantiche erano avvolte in un lago di collasso frattalizzato e l’orizzonte si rincorreva nei suoi impianti craniali per istanti successivi, collazionati in landscape di matematica esoterica. […] L’olografia, in un momento assai prossimo alla singolarità postumana, appariva come un esotismo tecnologico improbabile; ai tempi dell’Impero Connettivo, invece, era assurta a ostentazione tecnologica dell’élite governativa, un’estetica desueta da nomenklatura Soviet.

La mia reazione immediata è stata: “Questo è matto!”

Invece, proseguendo nella lettura, improvvisamente mi sono accorto che pur non capendo tutto, la storia mi si creava nella mente. Potrei raccontarla: impegnandomi un po’, si capisce.

Non so se sarei in grado di affrontare un intero romanzo di questo genere, ma confesso che questo racconto alla fine è piacevole. E anche finemente ironico!

Tra l’altro è uno dei pochi che non finisce male. Potrebbe anche essere, perché non ho capito il finale?

Comunque non scherzo: si tratta di una vera scoperta.

L’altro racconto (pur con finale tragico) tuttavia secondo me divertente è Il turismo spaziale come incontro fra culture di Davide Del Popolo Riolo.

È uno di quei casi in cui la storia si svolge in Italia: esattamente a Torino.

Mi è piaciuto il modo di scrivere, l’umorismo (prima del finale ovvio!) e la rivisitazione di una Torino fantascientifica.

Per quel che riguarda il finale, credo di intuire l’impellente necessità da parte dell’Autore di trovare qualcosa di stupefacente per chiudere.

Forse io ne avrei fatto a meno.

Infine voglio segnalare un racconto certamente speciale: Ipersfera – Solo per maggiorenni e fino alla morte di Lukha B. Kremo.

È una specie di video game dal ritmo piuttosto intenso. Non è un racconto credibile, nemmeno per una mente del tutto presa dalla fantascienza, ma devo dire che si legge d’un fiato e soprattutto l’autore non lascia mai capire come andrà a finire…

Questo è l’unico racconto con finale veramente, ma veramente a sorpresa!

E le altre

Ho scritto che non voglio fare nomi in negativo, ma a mio parere, non tutti gli altri autori hanno superato l’esame.

In genere perché la storia è già sentita, insomma: storia vecchia. O si svolge in un mondo con parametri poco interessanti. Oppure è una rimasticatura di qualcosa che lo stesso autore ha già scritto altrove.

Si ha l’impressione che alcuni ambienti siano già stati creati in precedenza e diverse storie partono da una situazione che si direbbe già ‘raccontata’, ma senza nessuna ulteriore descrizione esplicativa. Troppi racconti si sviluppano in ambienti poco decifrabili.

Direi che questo confonde il lettore occasionale, non particolarmente abituato al genere.

Tutto questo mi sembra un noioso difetto.

In qualche altro caso c’è un esagerato amore per la violenza, il marcio e il rugginoso: tutte cose che al sottoscritto non fanno tanto piacere. Prendetelo come un mio limite!

Mi pare comunque che un’antologia come questa sia una bella idea; anche se solo una volta all’anno, secondo me è un po’ poco. Ma possiamo chiedere di più?