Abbiamo incontrato Ezio Amadini e gli abbiamo fatto alcune domande:

Tanto per conoscerci meglio: tu non fai lo scrittore di professione, per cui che cosa fai di solito?

Da marzo 2020 sono un felice pensionato. Prima di questo ho lavorato come consulente aziendale, specializzato nelle problematiche relative  al controllo della gestione e ai sistemi informativi aziendali. Ho avuto sempre a che fare con la tecnologia informatica, sebbene essa non abbia (quasi) mai rappresentato il mio core business.

Ricostruiamo: qual è la prima cosa che ti hanno pubblicato?

La mia prima pubblicazione è stata il racconto “Roma, anno zero”, sul primo numero delle gloriosa versione cartacea de “Andromeda – Rivista di fantascienza”, curata dal bravissimo Alessandro Iascy. Poi è arrivato il mio primo romanzo, “Dies Irae”, un trhiller a sfondo fantascientifico da 700 pagine, pubblicato dalla Watson Edizioni di Ivan Alemanno che, in quell’occasione, ha mostrato di avere grande coraggio, perché il mio romanzo è stato anche la prima uscita della sua collana “Andromeda”. Osservo adesso che “Andromeda” è anche il primo romanzo di Michael Crichton che abbia letto, da ragazzo, e che resta uno dei miei preferiti: è evidente che la galassia di Andromeda ha in qualche modo influenzato la mia vita… e pensare che non ho mai creduto nell’astrologia.

Come è il tuo rapporto con le Case Editrici? Esiste un tuo preferito?

Fino a oggi ho pubblicato i romanzi (“Dies Irae” e “I costruttori di ponti”  con Watson Edizioni e alcuni racconti (tra i quali “La quinta forza” e “Sha Sha Sha”) con Letterelettriche di Vittorio Cirino, che è un grande professionista. Ho avuto sporadici contatti con altri editori, che tuttavia non si sono mai concretizzati. A dire il vero non conosco molto bene il mondo della piccola editoria (e nemmeno quello della grande), ma l’idea che mi sono fatto è che sia abbastanza complesso e fragile. Complesso, perché oggi i piccoli editori sono letteralmente schiacciati e discriminati dai giganti dell’editoria e della distribuzione e fragile perché i bassissimi margini di profitto che derivano dai progetti editoriali delle piccole CE [Case Editrici] rischiano di farle chiudere in ogni momento. Attualmente il mio editore di riferimento è Watson Edizioni di Ivan Alemanno. Ivan è una persona estremamente interessante, oltre che simpatica e abile, e le rare volte in cui riesco a rubargli una mezz’ora di tempo per chiacchierare davanti a un caffè, me ne torno a casa sentendomi più motivato come scrittore e più fiducioso.

Il tuo stile è d’azione, ma molto basato sul thriller con sfumature di che tipo?

In buona sostanza scrivo ciò che mi piace leggere e siccome associo molto la lettura ai fondamentali momenti d’evasione, le mie opere raccontano storie di fantasia, basate su trame complesse e con molti effetti speciali. La fantascienza tecnologica è più o meno sempre alla base dei miei scritti, perché mi piace immaginare e descrivere qualcosa che sia verosimile e che magari possa anche realizzarsi in un futuro più o meno prossimo. In “Dies Irae” ho ipotizzato che la SpaceX di Elon Musk avesse un ruolo centrale nella corsa allo spazio e ho immaginato che avesse costruito dei potenti lanciatori chiamati Falcon Heavy per spostare la ISS verso l’orbita geostazionaria (un pezzo alla volta). Oggi la ISS continua a girarci intorno in LEO, ma SpaceX i Falcon Heavy li ha fatti veramente e ne ha già lanciato uno nello spazio con un auto Tesla a bordo. Talmente tanto tengo a raccontare cose che siano per lo meno plausibili (dato l’assioma di base), che dietro a ogni mio romanzo ci sono mesi di ricerche e fiumi di software (scritto da me) per gestire, nel modo più rigoroso possibile, i calcoli astrodinamici e le configurazioni delle astronavi e dei corpi celesti. Non so se mi diverto di più mentre progetto astronavi e viaggi spaziali o mentre scrivo la storia.

Il tuo primo romanzo pubblicato, Dies Irae, si staglia decisamente tra quelli scritti da autori italiani. È anche molto lungo: hai avuto problemi a scrivere una storia così complessa e così piena d’azione?

Come ho detto prima, ho dovuto dedicare parecchio tempo alle ricerche e alle simulazioni, ma non parlerei di difficoltà. Ho impiegato molto meno di un anno, dedicandomi al progetto quasi a tempo pieno. È stato faticoso, ma non difficile. Soprattutto, è stata un’esperienza incredibile, con i personaggi che prendevano vita e che, alla fine, non solo erano miei amici, ma molto spesso erano loro stessi a dirmi cosa scrivere. Ovviamente ho dovuto creare una certa organizzazione: lista dei personaggi con le loro caratteristiche, configurazioni delle astronavi, calcoli astrodinamici, cronologia degli eventi, insomma, un po’ più della solita scaletta. Credo che tuttavia sia normale quando si scrive un thriller basato più sulla trama e l’intreccio che sulla psicologia dei personaggi.

Hai un romanzo che ti è già stato accettato dall’Editore, ma non è ancora uscito, causa pandemia. Di cosa si tratta?

Si tratta de “Il caso Madison”, che sarà pubblicato da Watson Edizioni nei prossimi mesi. È un prequel di “Dies Irae”, in quanto racconta di un’indagine che il protagonista Salvatore Esposito porta avanti quando ancora era un ufficiale della Guardia di Finanza, circa dodici anni prima degli eventi narrati in “Dies Irae”. Anche in questo caso si tratta di un thriller di respiro internazionale, con più storie ed eventi che si intrecciano e con la maggior parte dei personaggi già conosciuti in “Dies Irae”. La componente fantascientifica è molto più marginale, se non per alcune proiezioni futuristiche delle attuali tecnologie. I miei lettori pilota lo hanno gradito molto, giudicandolo un buon thriller avvincente e coinvolgente.

Hai delle idee nuove? Dai, facci sapere qualcosa dei tuoi progetti.

Attualmente sto lavorando al mio quarto romanzo, “Colpo di coda”, un thriller ambientato nel 2036 di fantapolitica. Sebbene Salvatore Esposito appaia in un brevissimo cameo (non sono riuscito a dirgli di no), questo romanzo non ha alcun legame con i precedenti e si svolge in mare, dove moderni sommergibili e pattugliatori prendono il posto delle astronavi. È un romanzo molto complesso è sto facendo una certa fatica a scriverlo: sono al 60% e molto indietro sulla tabella di marcia che mi ero prefissato, ma conto di finirlo sicuramente entro l’autunno. Ho un impegno con Watson Edizioni per un romanzo breve per la sua collana “Ritratti” e poi molte idee che spingono per diventare progetti e maledicono “Colpo di coda” che sta frenando tutti.

Adesso vorrei da te una risposta articolata: cosa pensi degli autori di fantascienza italiani?

Ecco, questa è la domanda che speravo di non ricevere. Premetto che non ne ho letti molti e quindi ciò che dirò è fortemente influenzato dalla scarsa entità del “campione” di riferimento. La mia impressione principale è che nessuno degli autori che ho letto intenda la narrativa di fantascienza come narrativa d’evasione e di puro intrattenimento. Percepisco sempre un grande sforzo di “fare Letteratura”, sul piano stilistico e anche su quello dei contenuti, intesi quasi sempre come contenuti di analisi sociologica, psicologica e introspettiva. Non a caso il genere più premiato in Italia è la distopia, seguito a ruota dall’ucronia distopica, che sono due generi che io proprio non sopporto. Questi autori descrivono mondi e futuri nei quali nessuno sano di mente vorrebbe vivere: scenari cupi, dove il dolore deve sempre in qualche modo trionfare. Non credo che si divertano quando scrivono le loro storie e sospetto che tirino un grande sospiro di sollievo quando arrivano alla fine… ancora vivi. Scherzi a parte, so bene che è sempre una questione di gusti. Quando leggo narrativa di fantascienza cerco ancora il sense of wonder  e la storia capace di farmi sognare, di farmi desiderare di essere lì anch’io e non mi aspetto di essere costretto a riflettere ancora e ancora sui mali del mondo, sulla cattiva natura degli uomini, sui peggiori problemi sociali e su quanto miserevole possa diventare la vita. Per questo io scrivo storie avventurose un po’ all’americana, magari ingenue, ma che quando si arriva alla fine dispiace solo di aver finito le pagine e si prova un po’ di nostalgia per i personaggi che non saranno più con noi.

Cosa credi si possa fare per migliorare la situazione degli autori e della fantascienza in Italia? A ruota libera. Inventa!

Secondo me si devono perdere il concetto di club elitario e la pretesa di voler far crescere culturalmente i lettori a tutti i costi, ignorando completamente le indicazioni di gradimento che provengono dal grande pubblico. A mio avviso si deve dare pari dignità anche alla produzione e diffusione di quella fantascienza un po’ più ingenua, fatta di avventure, di fantasia sfrenata e di divertimento. Continuare a sostenere che un personaggio non “ha spessore” se non è uno psicopatico, se non ha avuto terribili problemi con la madre o il padre o se non si porta dentro feroci sensi di colpa per le cose indicibili che ha commesso nel passato non aiuterà mai a sdoganare la fantascienza italiana al grande pubblico. Si possono raccontare belle storie anche con personaggi fatti da gente normale. Credo che siano proprio le CE a dover compiere un primo passo, abbandonando quello snobismo che oggi avvolge la nicchia in cui opera la nostra fantascienza. Ma non credo che ciò avverrà facilmente, perché scrivere storie  gradite al grande pubblico non sarebbe più “fare Letteratura”. Bisogna però anche ricordare che la stragrande maggioranza degli autori italiani proviene da studi umanistici e non ha quasi alcuna conoscenza scientifica: questo, ovviamente, incide. Io credo che la maggior parte degli operatori della fantascienza italiana (CE, autori e critici) non abbia alcun desiderio di uscire dalla sua nicchia.

Ora ti devo rivelare una cosa che non tutti sanno di me: gli autori italiani che preferisco (presenti esclusi) sono Luca Masali e Massimo Mongai. Quest’ultimo, in un intervento che mi ha personalmente concesso nel 2015, affermava che la fantascienza in Italia non sarebbe andata tanto male: bastava non chiamarla fantascienza! Tu che ne pensi a proposito?

Direi che Massimo Mongai, che tuttavia è un grande maestro del passato e anche una piacevole eccezione nel nostro panorama, aveva perfettamente ragione. Ho letto diversi libri, osannati dalla critica odierna, che ho fatto molta fatica a considerare di fantascienza: se si vuole esplorare a fondo l’animo umano mediante l’arguzia e la profondità dei dialoghi, cosa bellissima, non serve trasportare un gruppo di personaggi dentro un’astronave: basta chiuderli in una stanza qualsiasi. A mio avviso la fantascienza deve partire sempre da una storia nella quale l’aspetto fantastico mescolato a quello scientifico siano i cardini centrali intorno ai quali ruota tutto il resto. Descrivere un alieno attraverso problemi esistenziali del tutto simili o riconducibili a quelli di un terrestre non è scrivere fantascienza, a mio avviso, ma utilizzare l’etichetta della fantascienza per scopi diversi. Con questo non voglio dire che la narrativa fantascientifica non debba favorire riflessioni e interrogativi esistenziali, ma solo che non deve perdere di vista la propria origine, che è quella di inventare storie dove il vero protagonista deve essere sempre il fantastico.

Ezio AmadiniPer concludere: te l’ho chiesto, ma adesso fammi un bel programma di iniziative, quello che ti piacerebbe veder nascere per la fantascienza. Cerchiamo di ragionare in grande!

Prima di tutto mi piacerebbe che venisse dato più spazio (in termini di apprezzamento, risalto e promozione) alla letteratura fantascientifica di intrattenimento, tipo space opera, avventura, invasioni, ecc… Anche qui in Italia storie come Star Wars, Avengers, Indipendence Day e via dicendo hanno avuto grande successo, ma se un autore provasse a scrivere un romanzo di quel genere, verrebbe immediatamente condannato dalla critica e additato di superficialità, di mancanza di spessore e di banalità.

Poi mi piacerebbe molto che venissero prodotte serie TV italiane basate su romanzi di fantascienza italiani: non c’è niente in grado di promuovere un genere letterario come la trasposizione cinematografica e televisiva.

Il che era più o meno quello che auspicava Mongai nel suo articolo…

Ecco! Infine mi piacerebbe che la politica, più o meno palese, abbandonasse i romanzi di fantascienza italiani.

 

 

© Franco Giambalvo & Ezio Amadini, 2020

 

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