Terzo capitolo di Deep Crossing di E. R. Mason

Ricordo ancora a tutti che, oltre a cercare traduttori, stiamo anche provando a immaginare un “bel” titolo italiano. La mia proposta è appunto “A 1000 anni luce dalla Terra,” anche se non lo trovo del tutto soddisfacente. Il Capitolo 3 è stato tradotto da Antonio Grasso, che qui vedete in toto e che così si racconta:

Sono nato in Sicilia, all’ombra dell’Etna, là “dove fioriscono i limoni”, nel lontano 1947. Ho iniziato da ragazzo a leggere i libri di Jules Verne e ho continuato con la fantascienza per sempre. Ho seguito il mio sogno di progettare macchine volanti andando al Politecnico di Torino per diventare ingegnere aerospaziale. Ho lavorato per tanti anni alla progettazione e alla sperimentazione di diversi motori aeronautici e del motore criogenico Vulcain dell’Ariane 5. Attualmente vivo a Torino con mia moglie e tre gatti.

Antonio Grasso oltre a tradurre Mason, ha anche accettato di fare la correzione delle bozze e la messa a punto finale del libro che dovrà risultare da tutta questa operazione.

Grazie Antonio!

Il Centro Spaziale è diviso in due metà, il lato Operazioni con Equipaggio Umano e il lato Campo Orientale. Le Operazioni con Equipaggio occupano una parte della spiaggia e una grande parte dell’entroterra. È dove quel colosso conosciuto come lo Space Shuttle veniva usato per i lanci spaziali e, fino a oggi, molte persone lo chiamano ancora il lato Shuttle del Capo. Il Campo Orientale occupa un lato di Port Canaveral e un bel po’ dell’ampia spiaggia. È sempre stato considerato un terreno di prova e, per questa idea, qui moltissimi vettori non hanno mai lasciato la rampa e ancor più sono venuti giù in fiamme prima del previsto.

Genesis è una struttura molto vecchia situata vicino alla porta sud del Campo Orientale risalente a quando era chiamato Campo Prove Orientale. Poi, qualche stupido ammiraglio, decise che la parola “Prove” fosse troppo spaventosa per i residenti e il suo nome venne abbreviato in Campo Orientale. I nativi di Cape Canaveral hanno visto motori di razzi fuori controllo schiantarsi nel loro fiume e un B-27 precipitato sulla spiaggia, hanno sentito boati provenire dal Centro quando non avrebbero dovuto e hanno sopportato innumerevoli e costosi fuochi d’artificio sopra la loro testa per i booster che avevano sviluppato una volontà propria e sono stati eliminati dal Centro di Controllo col comando di distruzione rapida. Per fortuna hanno tolto quella parola “Prove” così nessuno si preoccupa.

La struttura chiamata Genesis è stata costruita in un’era che è oltre la mia immaginazione. Era il tempo in cui le valvole sottovuoto ed i circuiti stampati saldati a mano hanno portato gli uomini nello spazio. Il linguaggio stranamente dominante al giorno d’oggi chiamato software, allora non esisteva, ma l’uomo era diretto verso la luna, quindi era necessario un nuovo linguaggio. Era arrivato il suo momento. C’erano moltissimi zeri e uno, quindi perché non organizzarli per parlare con le macchine. Quello era lo scopo di Genesis: creare il primo software di un sistema spaziale. Inventare un nuovo modo di parlare alle macchine. Come tutto ciò che fu fatto per i Mercury e per gli Apollo, lo fecero eccezionalmente bene. Troppo bene. E oggi molti si chiedono se un giorno HAL 9000 o un sistema Skynet non ci dirigerà tutti prendendo il nostro posto.

Genesis è stato usato per moltissimi scopi quando l’idea di un software ha preso vita. È stato un think-tank amministrativo, un archivio per documenti, infine un centro di ricerca sull’energia solare per l’Università della Florida Centrale, ma un comandante navale, entrando a Port Canaveral, si è a un certo punto lamentato perché i pannelli solari lo accecavano. Genesis ha continuato a seguire vari progetti di ricerca finché il settore privato non ha deciso che costava troppo e sarebbe servito solo per i veicoli spaziali.

Non serve un badge per entrare in Genesis. Si gira a destra poco prima del cancello sud, come se volessi entrare nel vecchio bacino Trident, poi subito a sinistra e l’area recintata di Genesis è proprio lì.

Invece mi aspettava un’altra sorpresa. Al di là del cancello di Genesis, era stato allestito un nuovo posto di guardia. Un agente di sicurezza è venuto fuori e mi ha bloccato. Ho rovistato nel porta oggetti, abbassato il finestrino del passeggero e gli ho consegnato il mio badge del Centro Spaziale. È tornato nella sua baracca e ha cominciato a digitare sul computer.

Non è impossibile attraversare i cancelli del Centro Spaziale. Ma non si va lontano. Il sistema è stato testato moltissime volte da spose furibonde, aspiranti assassini, immigranti illegali, manifestanti di ogni causa, guidatori ubriachi, turisti impazienti e persone di dubbia stabilità mentale. Tutti hanno trovato un bel passaggio dentro un veicolo della sicurezza e poi sono stati trasferiti al quartier generale. Anche la radiazione residua dopo una semplice TAC può far scattare un allarme. Passando del tempo dentro il Centro, si assiste ai salti da 150 metri col paracadute, fatti da uomini armati, si vedono i tantissimi bossoli intorno dopo un fine settimana di esercitazioni della sicurezza, la mitragliatrice mimetizzata delle forze speciali che sbucano dai boschi infestati da serpenti e alligatori quando un intruso è stato rilevato dagli infrarossi di un elicottero in volo. Se una di queste persone mi intimasse “altolà”, non ci penserei un attimo.

La guardia tornò al mio finestrino con un tablet e il mio badge in mano. “Tutta la sua documentazione è già stata inserita, signor Tarn. Mi serve solo una firma in fondo. “

Ho scarabocchiato una firma elettronica in cambio del mio badge. “Buona giornata, signore.”

“Grazie.”

Con nove o dieci edifici metallici grigi tra cui scegliere, mi diressi verso quello con la porta di un hangar di cinque piani. L’ingresso principale dava su una stanza di controllo e sulla postazione di un’altra guardia. Quello sollevò lo sguardo e si alzò in piedi. “È uno scambio di badge. Mi serve il suo” disse e allungò la mano. Guardò il codice sul mio badge nuovo, lo ripose in un’apertura numerata e mi passò un piccolo badge rosso con quel numero. Senza parlare, digitò un codice su una tastiera vicino alla porta e mi fece passare.

Entrai in un corridoio creato da divisori blu a sinistra che separavano l’area di una sala d’attesa e sulla destra un muro marrone graffiato. L’aria condizionata era quasi troppo fredda. A metà del corridoio artificiale, un altro corridoio sulla destra portava a quelli che sembravano degli uffici. Sempre dritto c’era una doppia porta per il grande hangar. Aveva la propria tastiera di blocco. Accanto c’era un grosso pulsante rosso per quelli non abbastanza privilegiati per avere il codice di accesso. Avevo deciso di premere quel pulsante, ma rimasi bloccato quando un’attraente donna di mezza età girò velocemente l’angolo e quasi ci scontrammo. Lei si fermò sorpresa e indietreggiò con uno sguardo mezzo contrariato e mezzo interrogativo. La sua voce suggeriva una leggera impazienza. “Lei chi è? Posso aiutarla?”

“Adrian Tarn, e lei?”

“Oh! Oh, Comandante, la stavamo aspettando, ma non ci avevano dato alcuna tempistica. Sono felice di incontrarla finalmente. Sono Julia Zeller, Direttore Residente. È già stato nel grande hangar? L’ha visto?”

Julia era disciplinata e sicura di sé. Aveva quell’indiscutibile aria di comando. Piuttosto alta, capelli scuri raccolti dietro, sopracciglia basse a virgola alla fine, che davano agli occhi socchiusi uno sguardo da camera da letto, guance rosee e labbra rosse e morbide. Indossava uno scialle di seta scuro, stampato, lasciato aperto a V, che era fin troppo rivelatore. Sulle spalle un cardigan nero a maniche lunghe, sbottonato. Fu subito chiaro che non avrei mai potuto discutere con Julia, né esserle contro.

“Sono appena arrivato.”

“Oh bene. Sono felice di accoglierla. Non ho mai visto un progetto avanzare così in fretta. È molto sorprendente.”

“È un piacere conoscerla, Julia.” Tesi la mano e lei rispose con una stretta ingannevolmente timida e riluttante. “Da quanto tempo fa il Direttore?”

Si voltò e si diresse verso l’hangar. I nostri passi echeggiavano nel corridoio. “Normalmente si rimane cinque anni. Fa parte del curriculum di apprendimento globale. Io sono a capo della struttura da circa due anni. La sua missione ci ha davvero colpiti. È tipo qualcosa caduto dal cielo, scusi il gioco di parole. Il nostro grande hangar non è mai stato molto usato. L’ultimo programma prevedeva dei test di caduta di uno stadio intermedio. Non ho mai visto così tanti apparati trasferiti così velocemente. Ci deve essere una gran fretta dietro tutto. Lei può darmi delle informazioni?”

“Che cosa le hanno portato?”

“Abbiamo una apparecchiatura di supporto pneumatico del vecchio Constellation. Mai usato, ma vecchio. Lo hanno rinnovato tutto e adattato al modello della nuova astronave. Il simulatore poi non assomiglia a niente che io abbia mai visto. È enorme e più completo. Ha un aspetto futuristico. Lei sa chi lo ha sviluppato?”

“Lo posso già pilotare?”

“Forse ma in modo molto limitato, il che però farebbe saltare l’elaborazione di tre giorni di ventiquattro ore che renderebbe l’oggetto pronto alle prove.”

“Non facciamolo, allora. Aspetterò.”

“Comandante Tarn, lei elude le mie domande con l’abilità di un politico.”

“Julia, non deve prendersela con me.”

Lei si fermò e rise. “Oh, per tutti i piloti da caccia! Davvero non può dirmi niente di tutto questo casino?”

“Trascorrerò molto tempo qui mandando in crash molte volte il tuo nuovo simulatore, quindi sarà meglio se ci diamo del “tu”. Posso vederlo, Julia?”

Lei sorrise e indicò con la mano. “Da questa parte, Adrian.” Mi condusse al di là della sala d’attesa davanti alle pesanti porte di metallo. Diede una rapida occhiata intorno e disse: “Il tuo è 8376.” Inserì il codice, aspettò il clic e aprì la porta.

Il grande hangar in robusto acciaio sembrava una camera sterile, ma non lo era. Le pareti erano rivestite da grandi pannelli acustici grigi dal pavimento al soffitto. In alto delle grandi lampade al sodio ad alta pressione sospese a quindici metri. In fondo all’edificio era parcheggiato un carroponte giallo. Il pavimento rivestito di piastrelle bianche era così pulito che ci si poteva mangiare sopra. Il posto era animato. Qui e là una mezza dozzina di tecnici in tuta bianca e cuffie, coreografia gestita da due o tre ingegneri in camice da laboratorio. Alcuni di loro ogni tanto ci fissavano.

L’oggetto nel centro dell’hangar era così perfetto da incantare. Julia si accorse del mio stupore. “Sì, la piattaforma era già pronta quando hanno portato il simulatore. È arrivato su una chiatta. Lo hanno scaricato dalla zona industriale su un veicolo da trasporto eccezionale. Non sapevo cosa sarebbe arrivato. Hanno usato per il trasferimento un contenitore davvero enorme. Quando abbiamo aperto le porte dell’hangar l’aggeggio era completamente coperto da un foglio d’alluminio. Poi lo hanno sollevato sui cuscini d’aria, lo hanno fatto rotolare avanti lasciando che la prua strappasse il foglio d’alluminio. Ricordi il vecchio film con Charlton Heston dove lui si schianta con l’astronave in un lago? Quando ho visto per la prima volta la parte davanti, ho detto che era il materiale di scena di quel film. Quasi identica ma più grande.”

Era un’eccellente descrizione della sezione del Grifone che ora si trovava sopra la piattaforma mobile. La parte anteriore sembrava la punta bianca di una freccia con la testa a tre lame. O forse una punta di lancia. La prua era un riferimento ben preciso; pareva un’arma. C’era qualcosa di insolito nel rivestimento. Non era standard. Come se una sostanza bianca e metallica fosse stata incollata all’astronave. Gli alettoni laterali che iniziavano vicino alla prua si raccoglievano dietro diventando delle ali retraibili. Ho istintivamente cercato le targhette rosse che di solito dicono “no step” ma non ne ho trovate. Nella metà superiore e inferiore della parte davanti erano stati inseriti dei parabrezza di colore blu che formavano quasi una cupola per una migliore visione. Erano finestre a tre modalità: trasparenza, video e computer display. Intorno erano disponibili scudi esterni retraibili.

Il veicolo era molto più grande di quel che pensavo, il corpo più largo che alto. Per la spinta antigravità c’era una cupola sotto la sezione centrale e subito dopo il simulatore finiva. Nessuna riproduzione del modulo abitativo o degli impianti motore.

Julia disse: “Vedi il tipo con l’abito grigio e la cravatta e la testa nella console contro il muro dietro il simulatore? Quello che non indossa roba standard da sala prova?”

L’uomo indietreggiò, disse qualcosa a un tecnico che lo aiutava e ci guardò. Julia lo salutò con la mano. “È il Direttore Tecnico, Terry Costerly. È arrivato più o meno una settimana fa. È forte.”

Costerly si avvicinò, alzò le sopracciglia, allungò la mano e parlò salutandomi. “Terry Costerly.”

“Adrian Tarn.”

“Ah, ecco. Che te ne pare?” Accennò con la mano al grande hangar.

“Giocattoli che mi piacciono.”

Soffocò una risata, temette che lo prendessi in giro, ma poi sorrise: “Sì, piacciono anche a me.”

Il cellulare di Julia si mise a suonare. “Zeller … No, no, no, non è quel che han detto. Ho la fattura sulla scrivania. Dammi un minuto che vedo.” Sulla faccia di nuovo un’espressione aggressiva. Mi fece un cenno col capo e disse: “Dovrò lasciarti qui col tuo istruttore, Adrian. Passa nel mio ufficio quando potrai e ti farò altre domande a cui non risponderai.” Riportò il telefono all’orecchio allontanandosi.

Costerly mi osservò con la coda dell’occhio.

“Posso dare un’occhiata al ponte di volo?”

“Adesso è sigillato per i test di pressione. Saranno terminati tra circa 45 minuti. Ti va se prima ti mostro il tuo ufficio?”

“Test di pressione? C’è un vero sistema di controllo ambientale nel coso?”

“Sì, e se programmo un guasto del supporto vitale e nessuno di voi campioni riesce a riconoscerlo e correggerlo, vi lascerò svenire prima di flussare la cabina.”

“Wow! Sono impressionato.”

Mi condusse in un corridoio sul lato nord dell’hangar. Il mio ufficio era la prima porta sulla destra. Una stanza piuttosto grande. Al centro, la scrivania con alte pile di registri di bordo e manuali di sistema faceva paura. Un’ampia finestra panoramica davanti alla scrivania si affacciava sul grande hangar. Comode sedie in pelle marrone. Una lunga tabella di grafici con schemi e diagrammi di flusso su una grande bacheca fissata al muro.

“Ho usato il tuo ufficio per tutti quei libri. I miei stanno ancora arrivando a poco a poco. È da tanto che non vedevo tanta carta. Per via di quando è stato progettato il Grifone e la sua piattaforma mobile. Allora la carta era ancora usata un bel po’.”

Si bloccò davanti alla finestra sul grande hangar fissando il modello del Grifone. “Ovviamente ti rendi conto che è un simulatore di volo completo. In realtà è davvero molto più di un simulatore. I Gradi di Libertà sono oltre i sei a cui siamo abituati in quasi tutti i simulatori. Era una piattaforma Stewart standard a sei attuatori, ma l’hanno spinta ben oltre. Il coso può andare in verticale nelle due direzioni e l’impulso di accelerazione iniziale è molto più intenso del normale. Sembra proprio di tuffarsi e non ci puoi fare niente per convincere la mente che non sta succedendo”.

Mi sono seduto alla scrivania per provare la sedia. “Credevo che fossi un direttore di lancio. Come sai tante cose sulle piattaforme di simulazione?”

“Ho studiato scienze aeronautiche anche se la maggior parte delle mie applicazioni riguardano veicoli senza equipaggio. Preferivo così. I carichi utili senza equipaggio non hanno problemi a quindici o venti G, quindi perché sprecare dei sistemi antigravità. Questo è l’unico motivo per cui, ancora oggi, inviamo carichi utili con propellenti liquidi e solidi. Per cui l’atmosfera nei Centri di Controllo è un bel po’ più inquinata.”

Ho girato la sedia avanti e indietro. “Ne hai mai perso uno?”

Mi guardò come se la domanda fosse troppo personale. “Perché? Sei preoccupato?”

“Per niente”

“Una volta un piccolo motore ausiliario collegato sul fianco di un Delta Tripla X è stato distrutto dal fuoco. C’era un difetto metallurgico nell’involucro del motore che per qualche ragione non era stato rilevato. Il veicolo era appena al di sopra degli alberi e l’incendio si è propagato al motore principale. Il coso era ancora pieno di carburante. È esploso come una bomba. Raggio dell’esplosione di quasi due chilometri. Ha dato fuoco a una decina di macchine nel parcheggio. Hanno bloccato la sala di lancio perché eravamo troppo vicini, però abbiamo cominciato ad aver fumo nel sistema di ventilazione. Abbiamo dovuto usare le maschere di emergenza. Era la prima volta che succedeva. E l’unica. Ci hanno tenuto nella maledetta sala di lancio per dodici ore ad aspettare che gli incendi si spegnessero e che la nuvola arancione si dirigesse in mare. A parte questo, tutti i miei progetti sono stati regolari o li ho messi a posto.”

“C’è qualcuno che ti ama davvero per averti portato in questo progetto. Perché hai accettato? “

“C’erano dei vecchi debiti da ripagare, ma la verità è che avrei firmato comunque. Non ho ancora tutti i dati ma c’è qualcosa di grosso che sta capitando qui. Quei nuovi motori? Non ho sentito parlare di nessuna fase di sviluppo. Le specifiche tecniche ti dicono tutto quello che faranno ma non come lo fanno. E da dove arriva questo veicolo? Vorrei proprio saperlo. Lo ammetto sono curioso e va bene, ammesso che nessuna di queste cose clandestine abbia delle ripercussioni sul mio lavoro. Tu mi puoi dire qualcosa in più oltre a ciò che già so?”

“Questa mi sembra la domanda del giorno!”

“Sì, beh! Ho capito. Mi arrivano nuovi requisiti di volo, ogni ora direi. Mi sono fatto un quadro abbastanza chiaro. Quarantacinque minuti fa, hanno cominciato a mandarmi direttive per il primo e unico volo di prova. È dannatamente interessante. Lo hai visto?”

“Onestamente tutti sembrano saperne più di me.”

“Sapevi che dovrai andare verso la nana bruna G1.9, la stella compagna del nostro sole? E solo per certificare il veicolo e l’equipaggio per lo spazio profondo.”

“Non lo sapevo.”

“È quanto è appena arrivato crittografato nella mia e-mail. Questo sarà l’unico volo di prova oltre l’orbita che effettueremo prima di iniziare il lungo conto alla rovescia per la missione vera e propria. Da qualunque posto arrivino quei motori da sogno, devono essere dannatamente sicuri di loro. Potrai metterli alla prova con pochi secondi di test, e il gioco è fatto. In seguito, la stazione Gruppo di Scansione e Verifica di Navigazione utilizzerà quei dati per certificare te per lo spazio profondo.”

“Secondo te devo avere qualche altra sorpresa?”

“Ehi, almeno sono contento di aver saputo qualcosa che tu non sapevi.” Rise. “Ci sono un bel po’ di rocce che girano attorno a quella stella nana. L’obiettivo della missione di prova è individuare quello giusto. Tuttavia, la parte del piano di volo di prova sul recupero potrebbe essere sbagliata. C’è qualcosa che è troppo strano per essere giusto.”

“Tipo cosa?”

“Dice che l’obiettivo è localizzare e recuperare un manufatto simulato che verrà piazzato su uno degli asteroidi della stella nana da una sonda”.

“Cosa c’è di strano in questo?”

“Dice che il manufatto simulato è la chiave di bloccaggio dadi di una Corvette del 1995”.

“No!”

“Sì, questo è quello che dice. Hai idea del perché l’abbiano messa lì?”

“Non può essere”.

“Non può essere cosa?”

Senza rispondere, mi precipitai fuori dalla stanza. Nel parcheggio, rovistai nel cassetto centrale della mia macchina. Non c’era. Mentre ero impegnato a parlare con Bernard, il piccolo bastardo aveva mandato i suoi uomini a rubare la chiave di bloccaggio dadi della mia auto. Proprio l’idea di Bernard per uno scherzo. La mia chiave di bloccaggio dadi era probabilmente già in viaggio verso una stella nana distante sessanta Unità Astronomiche dalla Terra, dove sarebbe stata posizionata su una fredda roccia desolata per sempre, a meno che non riuscissi ad arrivarci e a trovarla. Un’idea troppo ingegnosa e che mi spaventava. Se non recuperavo quella chiave introvabile, avrei dovuto levar via i dadi dalle ruote a colpi di scalpello, un pensiero spiacevole. Ho deciso di non sottovalutare Bernard In futuro. Ma ho anche promesso di volerlo incontrare di nuovo.

Voglio collaborare.

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