Oggi arriviamo al capitolo 31 di Deep Crossing di E. R. Mason. I traduttori sono di Luca Meneghello e Paolo Beretta. Naturalmente non possiamo dimenticare Antonio Grasso che ha fatto un meraviglioso lavoro di revisione. La traduzione è ormai terminata: i nostri 4 moschettieri hanno completato l’opera, che vedrà la conclusione su queste pagine entro due settimane. Ricordo ancora a tutti che stiamo provando a immaginare un “bel” titolo italiano.

Da sinistra Luca Meneghello, Paolo Beretta, Antonio Grasso

Il comandante Adrian Tarn è stato già protagonista di Scontro Mortale, dove ha interagito con una Nasebiana, una presenza aliena. La misteriosa aliena lo obbliga a intraprendere questa nuova avventura e Adrian  dovrà volare lontanissimo per recuperare un oggetto misterioso. Durante un test di volo i nostri scoprono una nave giapponese in avaria, ma Adrian e compagni riescono a salvare molti dell’equipaggio. Ora però si parte. Prima un salto sulla Stazione Spaziale, poi un pianeta mai esplorato, che Adrian e soci dovranno provare a considerare. Ma ci sono grossi problemi all’orizzonte…. 

Capitolo 27

Traduzione di Luca Meneghello

Ecco il giorno fatidico. Al Centro di Lancio, tirammo a sorte per stabilire chi sarebbe stato il pilota fino alla stazione spaziale. Mi assicurai di non essere il prescelto, dato che volevo lasciare l’onore a qualcun altro. Vinse Doc, un onore meritato.

C’era poca gente sulla pista mentre raggiungevamo la nave. Era una mattina nebbiosa, il sole una grossa palla rossastra. La maggior parte del team Genesis era lì, tra cui Julia Zeller. Non c’erano i ragazzi del supporto a terra, che al momento avevano finito. Quel che c’era da dire era già stato detto. Salimmo a bordo silenziosamente e ci assicurammo ai sedili. Shelly nella poltrona di destra, Wilson e RJ alle console di controllo. Danica ed io dietro, con Erin e Paris.

Doc ci portò su senza scosse e ci parcheggiò in un’orbita da cui raggiungere facilmente la stazione. Le manovre di attracco richiedevano che tutti restassimo allacciati, quindi rimanemmo ai nostri posti. Per me il viaggio fu piacevole, ma Paris si sentì di nuovo male a zero-G.

Raggiungemmo la ‘Ruota’ autorizzati dai controllori e volammo verso un portello di attracco del mozzo centrale, così dolcemente da non percepire il contatto. Danica e io applaudimmo Doc, quindi ci fu la solita corsa ai finestrini. Quando la pressione si fu bilanciata abbastanza da poter aprire il portello, tutti tranne i due piloti uscirono nella zona ricezione, per registrarsi e andare a esplorare le sezioni visitabili della stazione spaziale. La gravità artificiale, data dalla rotazione, cominciò a farsi sentire percorrendo il tunnel radiale. Doc e Shelly rimasero indietro, alle prese con le procedure di spegnimento. I tecnici della stazione ci aspettavano già oltre le porte stagne per i controlli finali sul sistema di navigazione del Grifone: anche se tutto era andato benissimo durante il tragitto sino alla nana bruna, il viaggio che ci aspettava richiedeva calibrazioni oltre ogni immaginazione.

Molto tempo fa, mi ero seriamente innamorato di una ricercatrice in lista d’attesa per uno dei laboratori orbitali: posizione molto ambita. Era nel settore nove-zero, al secondo livello. Quando il ricercatore che occupava il laboratorio venne accusato di violazioni etiche, l’oggetto dei miei desideri ebbe accesso al laboratorio da un giorno all’altro. Per cui decise di liberarsi di me immediatamente e in modo poco amichevole.

Mi domandavo se fosse ancora lì. Dopo un attimo di pensamenti, decisi che non valeva la pena scoprirlo. Man mano che mi spingevo lungo il tunnel imbottito, vedevo sulle pareti dei cartelli: ‘In caso di depressurizzazione improvvisa, recarsi immediatamente nel rifugio più vicino’. ‘Localizzate sempre il rifugio più vicino’. ‘I visitatori devono rimanere nelle zone pubbliche di accesso’. Altri ancora ricordavano i materiali proibiti sulla stazione. Il migliore era l’ultimo, scarabocchiato a larghe lettere su carta qualsiasi e appiccicato al muro, diceva: ‘Per fermare la rotazione della stazione, correre in direzione opposta’.

Cominciai a sentire la gravità, che mi costrinse ad appendermi alla scaletta sul muro. Presto diventò una vera e propria discesa. Mentre mi avvicinavo si aprì automaticamente un portello a pressione vicino alla ruota esterna. Scesi nella lussuosa area pubblica e mi ritrovai circondato da ristoranti, caffè e librerie; improvvisamente mi sembrò di essere entrato nella zona commerciale di un aeroporto. In un caffè vidi Wilson che ordinava per lui e per me. Anche lui mi vide e mi fece un cenno.

Sarebbe stato, per un bel po’, il nostro ultimo contatto con la gravità. La gravità artificiale è una cosa strana: ciò che si vede dal finestrino si muove lentamente perché la ruota gira, anche se, per chi sta a bordo, la stazione è perfettamente immobile. È opinione diffusa che i generatori elettronici di gravità diventeranno ben presto così efficaci da determinare la fine delle stazioni orbitali rotanti, delle navi cilindriche e dei centri di addestramento subacquei. Alla fine, quando i viaggi a zero-G spariranno del tutto, sarà dura per i produttori di pillole per il mal di viaggio.

Nella stazione si usa il fuso orario di New York, per cui eravamo arrivati un po’ prestino. L’enorme atrio era poco popolato, ma si stava animando; cominciavano ad arrivare i pendolari. Wilson e io seduti con la schiena alle finestre sorseggiavamo il nostro caffè.

“Ti sei divertito da Heidi?”

“Mi dispiace per quel che è successo, Adrian. Se quel tipo non l’avesse strattonata non succedeva niente. Ma non si può sopportare una cosa simile.”

“Sono d’accordo.”

“Avremo problemi a causa mia?”

“Se anche ci fossero, non credo possano acchiapparci.”

“Quindi saremo ricercati. Vivi o morti.”

“Come la banda Bassotti.”

“Ciao ciao, sbirri!”

A quel punto passò vicino a noi una bella donna vestita in dolcevita color ambra e minigonna arancione, distraendoci un bel po’.

“E Danica, visto come se l’è cavata coi motociclisti?” mi domandò.

“Accidenti, un diavolo.”

“Penso che mi abbia evitato un bel bernoccolo. Dove diavolo ha imparato quei colpi?”

“I suoi genitori le hanno fatto studiare arti marziali da quando aveva sei anni. Ora sembra non poterne più fare a meno. Sta’ attento.”

“Un talento decisamente pericoloso, lo so.”

“Lo so anch’io.”

“Se combatti in modo troppo pulito poi ti fregano quelli che giocano decisamente sporco.”

“So anche quello”

“Se le cose cominciano ad andare storte, ti colgono di sorpresa. In verità nessuno pensa mai di farsi veramente male e, se succede, perdi la concentrazione.”

“Mi è successo qualche volta.”

“Anche a me.”

Bevve un po’ di caffè, gli occhi persi lontano. Un messaggio risuonò da un altoparlante: “Il comandante Tarn è pregato di raggiungere la nave Grifone.”

La supervisione fu sorprendentemente breve. Al nostro ritorno alla nave fummo accolti con meraviglia per quanto fosse avanzato il sistema di navigazione. I tecnici non avevano mai visto una programmazione con una complessità ciclomatica di quel livello. Le tolleranze erano inferiori all’attesa. Quale gruppo aveva impostato i setup iniziali? Che strumenti erano stati usati per gli allineamenti? Dovetti fingere di cadere dalle nuvole. Alla fine se ne andarono, raccogliendo tutte le loro cose e borbottando a proposito del ‘livello artistico dell’IA’, da aggiungere alla loro lista di episodi epici per nerd digitali.

Richiamai l’equipaggio, uno alla volta. Arrivarono tutti in fretta, tranne Paris. Dovetti chiamarlo tre volte. Ironicamente, il mio piano originale di abbandonarlo sulla stazione sarebbe stato fin troppo facile da mettere in atto.

Danica chiese il timone e tutti fummo d’accordo; io mi presi la poltrona del secondo pilota. Dopo esserci separati dalla stazione, Danica ci portò sopra l’Antartide, a distanza sufficente per liberarci dall’influenza terrestre, in orbita sincrona tale da renderci una punta di freccia sopra il Polo Sud Terrestre. Nella zona abitativa gli schermi vennero impostati a mostrare la terra attraverso le telecamere posteriori. Sul ponte di volo, ognuno aveva un monitor con quella stessa immagine. Questa volta, non ci sarebbero stati problemi con corpi celesti lungo l’eclittica: ci saremmo tuffati dritti al di sotto della Terra. Dopo quarantacinque minuti di attesa per calcolare la traiettoria corretta, Danica inserì i codici per la sequenza di lancio e il Grifone puntò automaticamente il muso verso la direzione giusta.

Premette il pulsante dell’interfono: “Tutti pronti?”

RJ urlò: “Aspetta, aspetta. Forse non ho chiuso il gas.”

Qualcuno fu così buono da ridere.

Dopo un conto alla rovescia di cinque secondi, Danica premette il pulsante di avvio. L’accelerazione ci spinse contro i sedili e la Terra azzurra diventò subito una piccola stella brillante. Poco dopo scomparve alla vista e quindi fu il turno del sole a rimpicciolire altrettanto velocemente dietro di noi.

Capitolo 28

Traduzione di Paolo Beretta

 

Da quel momento, il Grifone fu tutto il nostro mondo e al di là delle pareti sottili c’era solo il gelo, il vuoto dello spazio. Sul pavimento e sul soffitto della zona abitativa comparvero ben presto immagini del parco di Yellowstone, assieme a portali che puntavano a stelle lontane. A velocità ultraluce, le stelle erano diverse: niente distorsioni o scostamenti Doppler del colore: l’impressione era di stare dentro a una bolla cosmica e guardare fuori. Viaggiando a velocità esponenziali rispetto a quella della luce, è impossibile concepire un’idea umana di tali distanze.

Iniziammo i turni alla guida e al controllo. Due turni di navigazione da dodici ore e ogni pilota doveva coprire almeno sei ore come capo navigatore. Ci si poteva sganciare per riposarsi, ma quelle sei ore dovevano essere effettuate comunque. Danica e Shelly chiesero di stare assieme, quindi rimanevamo Doc e io. Serviva un unico tecnico per presidiare le postazioni di controllo quindi, nel loro caso, erano previsti turni di sei ore con un backup a disposizione per le pause.

Ci adattammo ad una routine giornaliera tranquilla, ma impegnativa. Sul ponte di comando, c’erano indicatori che giravano come trottole, da non poterli nemmeno leggere, ma se si guardava fuori dai finestroni frontali, l’astronave pareva muoversi a stento. I piloti avevano impostato i monitor per visualizzare le videocamere esterne attorno allo scafo e vedere le stelle in tutte le direzioni. Nel modulo abitativo, in qualsiasi momento c’era qualcuno incollato magneticamente a una sedia che scriveva o leggeva su un tablet. RJ aveva un posto tutto suo, dove faceva solitari col suo mazzo di carte magnetiche. A volte, una carta volava via, ma lui l’agguantava subito, sbattendola sul tavolino. Molti giocatori riempirono i tempi morti con il poker e altri passatempi: alcuni erano bravi, altri meno. Il tavolo ovale divenne il centro riunioni. Paris restò chiuso nel bagno per tre giorni, come per la missione verso la nana bruna. Lo inserimmo nei turni ai controlli, ma, per quei tre giorni, non si fece vedere. Era un bell’esempio di ‘persona incompatibile coi viaggi spaziali’.

Il Grifone era abbastanza grande da non farci vivere ammucchiati. Sul ponte di comando c’erano sempre due o tre persone, gli altri si muovevano tra palestra, laboratorio scientifico, la camera stagna di poppa, i dormitori e l’area abitativa. La privacy era più che sufficiente e gli schermi alle pareti cambiavano spesso i panorami: quelli preferiti erano esotici. Passai dalla cuccetta di RJ. La porta era aperta. Lui era sdraiato su una barca, circondato da alberi di mandarini sotto un cielo di marmellata, come lui mi ha spiegato. Disse che era un’immagine tratta da un antico album musicale.

Quando mi parve giusto, tenni una riunione non prevista tra il portellone anteriore e il ponte di comando, in cui rivelai che il Grifone era dotato di sistemi di comunicazione a lunga distanza, scudi e armi. Una volta aperti i pannelli segreti, tenni un corso rapido del loro utilizzo e feci una severa paternale su quando utilizzarli e quando no. Le armi erano vietate a tutti tranne per i navigatori, dato che il loro utilizzo implicava il pilotaggio della nave. I copiloti potevano far pratica al simulatore quando volevano.

La chiacchierata su queste funzioni speciali fu un ottimo spunto per approfondire qualche dettaglio sugli sponsor e sugli obiettivi della missione. Feci del mio meglio per spiegare la inspiegabile razza dei Nasebiani e cercai di raccontare le avventure della nave Nasebiana perduta, del suo scopo e del ‘manufatto alieno’ che avremmo dovuto trovare e recuperare. Devo aver fatto un buon lavoro, perché alla fine tutti apparvero talmente sbalorditi da non fare nessuna domanda. Tutti avevano letto i documenti che avevo preparato per la riunione e si aspettavano probabilmente chiarimenti sulle grandi differenze culturali e scientifiche tra noi e i Nasebiani, al momento al di là della comprensione umana; argomento appena sfiorato. Il nostro incontro terminò così, con sguardi costernati e nessuna discussione.

Avremmo concluso il primo salto approcciando un corpo celeste inesplorato, detto ZY627a, scoperto qualche tempo prima da una sonda e mai visitato da una nave terrestre. Era più lontano di qualunque posto in cui fosse arrivato l’uomo. La sonda aveva registrato la presenza di acqua e, probabilmente, vegetazione, così l’agenzia lo considerava un posto perfetto per farci fare una sosta. Avrebbe costituito il nostro ingresso nello spazio inesplorato e fornito un’ottima base per una stazione radio. Per la prima volta sarebbero stati inviati dei dati generati nello spazio profondo da quello che sembrava un pianeta in grado di ospitare la vita nella regione polare a sud dell’eclittica. Dovevamo entrare in orbita di parcheggio, valutare una zona d’atterraggio e, se possibile, installare e attivare la stazione radio. Se l’ambiente fosse stato favorevole, potevamo prenderci una breve vacanza e raccogliere qualche campione. Per arrivare lì ci volevano però otto settimane, un salto di cinquecento anni luce.

Doc si rivelò un giocatore di carte formidabile. Capace di bluffare anche con un telepate. Lui diceva che era il risultato di anni di balle raccontate ai pazienti. Io avevo una coppia di cinque scoperti e una coppia d’assi in mano, lui aveva una coppia di quattro sul tavolo e continuava a rilanciare. Ogni volta che lui sbirciava le sue carte, mi sembrava di poter vedere nei suoi occhi il riflesso di un terzo quattro. Fu così bravo che dovetti lasciare e il bastardo intascò tutto il piatto. Non mi rivelò mai cos’avesse effettivamente in mano.

Anche Erin era uno squalo, in fatto di carte. Lei tentò con Doc la tattica della distrazione: faceva domande sul suo passato, su cosa significava fare il medico, chiedeva perché uno con la sua preparazione passasse la maggior parte della vita dietro una cloche. Doc non era reticente sull’argomento.

“Sai, mi piace parlarne, perché ci sono cose che la gente dovrebbe sapere sulla professione del medico. Io ero il genietto di famiglia e mi iscrissi a un corso propedeutico a sedici anni. Capivo al volo e credevo che curare la gente fosse la cosa migliore che potessi fare. Poi il college, una brezzolina di primavera, poi la scoglionatura dell’internato. In pratica, è qui che ti rendi conto che c’è qualcosa di sbagliato nelle persone che ti girano attorno. Ma non capisci che è il sistema ad aver fottuto il sentimento ed è già troppo tardi: tu ormai fai parte della giostra e ti tocca fare il giro come tutti. Se riesci a sopravvivere a un internato da paura, con frequenti scazzottate inevitabili, sei dichiarato colpevole di poter fare il triage. Non puoi mai adoperare le tue competenze scolastiche, appena acquisite, senza pagarne il fio. Ti sbattono in un casino a ciclo continuo pieno di ogni condizione patologica immaginabile, in cui hai solo pochi secondi per fare una diagnosi e, se per disgrazia ti sbagli, qualcuno ci lascia la pelle. Per loro, quella è una parte importante della formazione. Quando poi, finalmente, ricevi la licenza a esercitare, non sei più quello che eri a scuola e nemmeno chi volevi diventare. Il professionista è autorizzato a essere pazzo quanto gli va, ignorare tutti i casini che sa di non poter aggiustare. Io avevo bisogno di qualcosa di forte a quel punto e iniziai a bere, solo fuori servizio, però. Non volevo altri mostri oltre a quelli che mi portavo dietro. E avevo solo 27 anni. Ma per fortuna, qualcuno mise in piedi un’esibizione aerea appena fuori Dallas e lì riuscii a salire su un vecchio P38. Il pilota mi fece cagare sotto tanto che dimenticai tutti i problemi. Quella fu la mia illuminazione. Cominciai a volare nel weekend e far visita ai pazienti in settimana, poi i weekend iniziarono a durare tre giorni, infine, una mattina, alzandomi mi resi conto che passavo più tempo a volare che a far visite. Per un po’ fui nella guardia nazionale come pilota di velivoli da salvataggio, cominciai a fare esibizioni aeree nel weekend. Mi tenni aggiornato, ma ormai nelle cliniche facevo solo volontariato. Ecco, come stanno le cose: la vera, autentica natura della medicina e della sua pratica.”

“Incredibile” replicò Erin.

“Ah, nemmeno tanto, non quanto la tua di storia, scommetto” replicò Doc.

“Sarebbe?”

“Be’, tesoro, pensa a un gioiellino come te, perfettamente scolpito, creata per la gioia di uno stilista, che si mette a fare il meccanico, un po’ come faccio io. Ti pare possibile che esista una simile accoppiata?”

Erin si mise a ridere: “Ero la figlia di mio padre, come si dice. Cominciai a maneggiare attrezzi già a sei o sette anni. I miei genitori capirono che ero attratta dai veicoli a motore e mi regalarono una piccola macchina da corsa motorizzata; di plastica. Quando però la feci correre in casa, mi sfrattarono sul retro. Anche lì, però, non riuscivo a farla correre come volevo e gli fissai sopra col nastro una decina di piccoli razzi rubati ai miei fratelli; collegai gli inneschi alla batteria con un interruttore che avevo messo nella cabina di guida. Mi lanciai alla velocità massima sul marciapiede, dove non potevo andare, e accesi i razzi: guadagnai solo quattro o cinque chilometri all’ora, ma in quel preciso momento uscivano i miei genitori, che si spaventarono parecchio. Da quel giorno, mi tennero sotto strettissima sorveglianza, ma capirono che avevo trovato la mia vocazione.”

Erin mi guardò: “E tu, Adrian, com’è la tua storia?”

“Oh, no. Il mio passato preferisco tenerlo per me.”

RJ mischiò le carte, ridendo sotto i baffi: “Meglio così, gente. Ciò che racconterebbe, sarebbe vietato ai minori.”

Erin insistette. Si voltò verso il ponte, a voce alta: “Ehi, Wilson, il passato segreto di Adrian è tanto brutto?”

“Wilson si volse all’indietro, guardando oltre la postazione: “Se ti riferisci a quella volta nel Delaware, hanno esagerato tutti. Nessuno aveva un lanciafiamme, sono tutte balle.”

RJ distribuì le carte: “Io la penso diversamente.”

Le quattro settimane successive filarono lisce, senza problemi. La scontrosità di Paris Denard fece venire il nervoso un po’ a tutti, ma al di là di questo il viaggio fu gradevole. Il gruppo che avevo messo assieme si rivelò fatto da gente solida e affidabile, che sapeva dare il meglio di sé in qualsiasi situazione. Il fatto che ci stavamo avvicinando a ZY627a ravvivò l’umore di tutti. Molti si presentavano sul ponte e RJ domandava sempre: “Manca tanto?”

Io ero steso in branda e guardavo Apollo 13, un film vecchissimo. Mi resi conto che quel film era la cosa peggiore da vedere, se sei a bordo di una nave non collaudata ad alcune centinaia di anni luce dalla terra, quado ricevetti una chiamata.

“Comandante, presentarsi in plancia.” Chiamata piuttosto formale, dopo tante settimane a stretto contatto. Fermai il film e scivolai fuori.

Accalcate sul ponte di comando c’erano sei persone; Danica e Shelly davanti, RJ e Wilson alla console, Erin e Doc sospesi in aria tra le due coppie. Dovettero svolazzare di lato per farmi passare.

RJ disse: “Si tratta dell’antenna secondaria di scansione ad alto guadagno. È morta stecchita. Nessun allarme di collisione, anche se forse l’ha colpita qualcosa di troppo piccolo, o magari si è semplicemente guastata.”

“E la principale?”

“Funziona perfettamente. Tutti gli altri sistemi sono OK.”

Wilson aggiunse: “Possiamo farne a meno, ma le procedure prevedono che si vada fuori e la si metta a posto.”

“Mhmm… quindi le possibilità sono: rimanere in velocità ultraluce finché non siamo in orbita stabile oppure fermare, uscire, ripararla e tornare in velocità ultraluce. Complicato. Idee?”

Erin saltò su: “Riparare”

Annuii: “Sapete cosa? Non sarebbe male fare un bel controllo esterno del Grifone, prima di andarci a infilare in un campo gravitazionale sconosciuto, quindi facciamolo. Danica, prepara tutto e spegni i motori. Chi è l’esperto delle matrici di scansione?”

Prima che qualcuno potesse dire la sua, Erin saltò di nuovo su: “Io!”

Ci guardammo, sapendo che quello più esperto era Wilson, ma nessuno disse niente. Io lo guardai e lui fece un leggero cenno d’assenso.

“Okay, allora è meglio che ti infili la tuta. RJ, l’aiuti con la tuta? Appena pronti, andremo in decelerazione.”

Erin si lanciò contenta verso il retro della nave, seguita a ruota da RJ.

“Bene, Danica, Shelly, preparate tutto per ripartire appena possibile una volta terminato. Wilson, se ci fossero rogne ti chiamiamo.”

“Se non mi trovate, lasciate un messaggio…”

“Ah ah, Wilson, molto divertente…”

Ci sistemammo per la decelerazione e, quando i motori Stellar entrarono in modalità di mantenimento, mi sganciai la cintura e raggiunsi Erin a poppa. Nella camera di compensazione, mi stupii del suo coraggio, ma non le dissi niente. Aspettavamo che il livello della pressione arrivasse al verde e RJ controllava la tenuta. Lei aveva allacciato i lunghi capelli biondo avorio indietro e li aveva rinchiusi sotto la cuffietta bianca, il che la faceva sembrare una bambina. Il viso aveva una specie di aura rosa, che le circondava i lineamenti fini e delicati. Dovetti distogliere lo sguardo per non essere beccato. La sua bellezza era in completo contrasto con la durezza tecnologica del casco o del visore. Il volto dietro il vetro non pareva reale. Quando le tute segnalarono l’OK, premetti i comandi della porta e finalmente potei concentrarmi sulle stelle lì fuori.

Ritrovai la familiare sensazione del primo-contatto-col-vuoto. Ogni volta, la mente cerca nuove definizioni per questa esperienza: il vuoto, la vulnerabilità, come se fossi senza tuta, una cosa travolgente che si porta via un pezzo di te. Sempre. C’è la mancanza di Madre Terra, anche se lo sai che non c’è. La distesa di stelle tutto attorno è troppo remota per essere una compagnia sostitutiva.

Mi colse una fitta di paura quando mi voltai verso il Grifone. Senza nulla vicino, mi pareva troppo piccolo. Fu un altro brusco, familiare monito alla delicatezza dei corpi umanoidi, mantenuti in vita nel vuoto dello spazio solo da un piccolo guscio artificiale. Malgrado tutte le ore passate nel gelo cosmico in AEV, mi era rimasto un residuo di paura. Mi voltai verso Erin, molto vicina alla mia spalla destra. Attraverso il vetro del casco, capii che quella stessa paura la provava anche lei, molto più di me. Premetti il pulsante di comunicazione privata sulla manica: “Erin, ricorda che è tutto come nelle simulazioni.”

La ragazza, però, aveva il pelo sullo stomaco. Molti, con quella espressione non sarebbero stati in grado di dire mezza parola. Lei fissò le profondità del vuoto e disse, senza spostare gli occhi: “No, non è come nelle simulazioni. Qua c’è Dio.”

Non l’avevo mai sentito dire in questi termini anche se, alla fine, era probabilmente l’unico nome giusto, davanti a una cosa inconcepibilmente enorme e, tuttavia, in continua espansione. Forse, una volta levato tutto il resto, là fuori ti trovavi proprio sospeso dentro Dio.

“Pronta a prendere le redini?”

Lei armeggiò con i comandi dei jet e finì leggermente fuori posizione. Corresse subito: “Pronta.”

Ci spostammo sopra l’ala retratta, verso poppa, poi lungo la sezione di coda dove erano posizionate le matrici di scansione. Trovammo anelli di ancoraggio e i pannelli di servizio, in alto di fronte, semplici da togliere. Ripiegai i bracci di controllo della tuta e, con Erin sempre al fianco, sfilai il cacciavite elettrico e cominciai a svitare il pannello da trenta centimetri che proteggeva l’amplificatore dell’antenna secondaria. Si sentiva il gelo del metallo anche attraverso la tuta. Era una riparazione semplice: tolto il pannello, si sfila la scatola nera, si infila quella di ricambio, richiudi e sei a posto. Anche le luci di servizio funzionavano benissimo. A volte le viti tendevano a grippare, ma questa volta non successe. Anche le scatole si sfilarono e infilarono con grande semplicità. Chiamai la postazione interna: “A voi come sembra, ragazzi?”

La voce di Wilson mi raggiunse dal comunicatore: “Aspetta un minuto.”

Mantenni il pannello in posizione, senza fissarlo. Finalmente, Wilson mi rispose: “Wow! Gran bel lavoro, ragazzi, siete grandi.”

Erin mi aiutò col pannello mentre puntavo le viti, poi le avvitai a fondo. Appena finito, alzai la mano guantata col palmo aperto. Lei impiegò quasi un minuto per capirlo, poi però batté il mio cinque, il suo primo ‘cinque’ nello spazio. Riponemmo tutto nei contenitori, recuperammo i comandi dei jet e ci sganciammo dagli ancoraggi. Fossi stato con Wilson, ci saremmo presi ognuno un lato della nave per l’ispezione, ma Erin aveva ancora quello sguardo un po’ sognante, così procedemmo assieme. Scavalcammo la coda, scendendo dall’altra parte fin sotto lo scafo: la superficie del Grifone sembrava ancora nuova. Erin mi rimase un po’ troppo attaccata, venendomi addosso un paio di volte, ma feci finta di nulla.

Scivolammo lungo la parte inferiore e risalimmo al muso della nave. Dall’interno avevano impostato le finestre anteriori in trasparenza, così ci ritrovammo con quattro tizi che, dall’interno, ci salutavano con la manina. Erin, a quella vista, si perse del tutto e cominciò a ricambiare il saluto come una forsennata, tanto che dovetti tornare indietro a recuperarla.

Il Grifone era in condizioni perfette, poteva farsi altri cinquecento anni luce senza fare una piega. Rientrammo in camera di compensazione aspettando che le pressioni si equilibrassero. Una volta pronti, Erin sganciò il casco. Sul viso era stampato un sorriso che andava da un orecchio all’altro. Velocemente ci allacciammo le cinture, mentre i motori iniziavano il salto a velocità ultraluce. Prossima fermata, ZY627a.

Capitolo 29

Traduzione di Paolo Beretta

 

ZY627a era un pianeta meraviglioso da vedere, sorvegliato da un sole giallo, grande più o meno come il nostro sole. Danica si portò su un’orbita bassa, a circa trecento chilometri di altezza. Il panorama era stupendo, con colori blu e verdi molto intensi, anche se dicono che settimane passate nel buio dello spazio fanno apparire tutto così. Non si vedeva nessun deserto, era un pianeta rigoglioso e lussureggiante.

Wilson e RJ attivarono le scansioni, mentre l’equipaggio era inchiodato ai finestrini con tanto di binocolo, casomai la visione del paesaggio richiedesse maggiori ingrandimenti. La prima cosa che notai fu la quantità spropositata di vegetazione. I rapporti preliminari parlavano di una massa planetaria ridotta e di una bassa gravità. Giravamo a una quota troppo alta per avvistare possibili forme di vita, ma nessuno nutriva dubbi sul fatto che ci fossero.

Alla prima analisi del computer erano tutti al settimo cielo. Ricco di ossigeno, atmosfera leggermente più rarefatta, clima tropicale. Sembrava proprio l’ideale per una piccola vacanza, ma ero rimasto scottato troppe volte per fidarmi senza ulteriori verifiche. Per cui chiesi una lettura completa della composizione atmosferica prima di pensare a un possibile sbarco.  Richiesi anche delle scansioni per forme di vita. Doc era sicuro che saremmo sbarcati; era lui il responsabile per l’installazione della stazione radio, quindi si diresse verso il laboratorio scientifico a finire i preparativi. Dopo due ore in orbita, a parte alcune letture strane, le scansioni non rilevarono nulla che consigliasse di annullare lo sbarco. Furono rilevate forme di vita animale, sempre all’interno delle foreste e mai fuori. In qualche caso comparvero tracce così vistose, che l’ipotesi più plausibile era quella di un’interferenza bio-atmosferica, come per esempio fitti stormi di uccelli.

La vegetazione era talmente densa da lasciare pochi posti per l’atterraggio. Passò un’altra ora dove mappammo la superficie e, alla fine, identificammo la zona migliore: un’area ricoperta da grandi rocce e vegetazione, in cui si vedevano degli spiazzi. L’attesa diventò frenetica.

Il programma di discesa era stato concepito con la possibilità di fare un decollo rapido d’emergenza, se ci fosse stato un problema. Doc ed io avremmo installato la stazione radio, con Wilson di guardia al portello, arma in mano e sicura tolta. Erin, che aveva una certa competenza in ambito agrario, sarebbe uscita con noi per raccogliere dei campioni vegetali. Una volta attivata la stazione, se non ci fossero stati problemi, gruppi di due persone avrebbero messo in sicurezza la zona e sarebbero cominciati gli avvicendamenti fuori dalla nave. Avremmo lasciato aperti entrambi i portelli stagni, per consentire un ricambio d’aria nell’astronave.

Programmata la discesa con le coordinate giuste ripetemmo l’orbita, ci scolammo il beverone pro-G rincoglionente d’ordinanza e allacciammo le cinture di sicurezza. La discesa fu tranquilla, grazie probabilmente a un’atmosfera molto stabile. L’equipaggio esultò quando, improvvisamente il sistema frenante si attivò e sentimmo il colpo leggero dei carrelli che colpivano il suolo. Wilson spalancò il portello frontale, facendo entrare una folata d’aria profumata di natura.

Il luogo era straordinario, un ritratto dell’Eden, una terra vergine traboccante di colori e di vibrazioni. Appena fuori dal portello stagno c’era un grande spiazzo, con grandi piante dalle foglie verdi e gialle sui bordi, e alberelli coperti di aghi blu brillante sparsi qua e là. Venti metri più avanti, un masso nero e grosso quanto una casa brillava nel sole. Anche se lì c’era la forza di gravità, quella visione ci faceva volare.

Dovetti sforzarmi per staccarmi da quel panorama e trascinarmi, appesantito dalla gravità, nel laboratorio scientifico, dove Doc, molto tirato, era chino sulla stazione radio per le regolazioni finali. Era una macchina circolare color bronzo, alta fino al torace, con quattro supporti regolabili per tenerla dritta finché non fossero stati fissati i montanti per l’ancoraggio. Quando arrivai lui si alzò, impugnò la maniglia dal suo lato, e attese. Io raccolsi il trapano portatile vicino alla porta, lo misi in spalla e cercai la maniglia dal mio lato. Sollevammo assieme la stazione e non volevamo far vedere i nostri sforzi. Ci arrabattammo per portarla giù per la rampa e poi fuori, all’aria aperta. Erin stava già esplorando e raccogliendo campioni, mentre Wilson era di guardia, mezzo dentro e mezzo fuori, con in mano un fucile a impulsi, pronto al fuoco.

Il terreno sotto i piedi sembrava strano. Terriccio grasso e nero chiazzato qua e là da erba verde a foglie triangolari. Scegliemmo velocemente la posizione, posammo il blocco della stazione radio e preparammo gli attrezzi. Il trapano portatile entrò nel terreno come fosse burro; quando ottenemmo quattro fori giusti, mettemmo in posizione la stazione, estendemmo i sostegni, quindi li ricoprimmo e ricompattammo il terreno. Doc aprì la parte superiore e iniziò ad alimentare la stazione, dispiegando le antenne.

Il mio lavoro sulla stazione era concluso. Mi alzai, mi ripulii e diedi uno sguardo attorno. Fu l’ultima vera occhiata che diedi; ci eravamo troppo rilassati tutti: paradiso meraviglioso e stazione praticamente installata. Di solito è così che succedono i casini.

Il coso apparve sopra di noi talmente veloce che non ci fu modo di fare niente. Grosso quanto un aereo di linea, somigliava a una mantide religiosa, con due zampe anteriori che si sfregavano tra loro a sette metri oltre la mia testa. Due enormi occhi da insetto ci fissavano interessati.

Gridai, cercando Erin e mettendomi a correre verso di lei, mentre Doc schizzava verso il portellone. Estrassi l’arma e feci fuoco correndo. Il mio raggio incrociò quello di Wilson ed entrambi trapassammo il corpo della bestia, senza ottenere alcun effetto. Noi sparavamo, e dalla bocca della creatura usci una colonna formata da anelli che catturò Doc a metà strada prima di arrivare al Grifone. Inoltre, un fluido verde inondò la colonna di anelli, e lo ricoprì completamente. In una frazione di secondo tutto quell’orrore venne risucchiato nella bocca del mostro. Doc era sparito.

Con i nostri raggi che ancora lo trapassavano, quella cosa scomparve nella stessa maniera in cui era arrivata. Afferrai Erin per un braccio e la trascinai dentro al Grifone. La voce di Wilson disse “libero” e, qualche secondo dopo, schizzammo in risalita rapida, sfiorando i nove G. Provai a urlare, “mantieni a diecimila piedi”, ma non mi era rimasto un briciolo d’aria nei polmoni e avevo la faccia spiaccicata sul pavimento. Agli ottomila i portelloni stagni si chiusero automaticamente e, dopo qualche istante, sentii la spinta dei motori mentre l’accelerazione diminuiva. Non appena riuscii, mi tirai su. Erin aveva gli occhi spalancati e le presi per il braccio. “Sei ferita?” le domandai. Lei scosse il capo.

Superai Wilson ed entrai sul ponte. RJ era ancora alla postazione di comando, con la faccia da cadavere: “RJ, possiamo tracciare quel coso?”

Impiegò un tempo terribilmente lungo poi disse: “No, nessuno scanner lo rileva. Non lo hanno inquadrato nemmeno le telecamere finché non è stato su di voi. Se non fossi stato lì a guardare, nemmeno mi sarei accorto della sua presenza. Credo che il coso fosse traslucido e sia divenuto visibile solo quando ha voluto attaccare. Se tornassimo giù, non potremmo seguire nessuna traccia.”

“Sappiamo più o meno la direzione in cui si è dileguato. Non hai qualche tipo di traccia, temperatura, pressione, bio-firme, qualsiasi cosa?”

“Ho cercato di tutto prima che schizzassimo su, Adrian. Non c’era niente da tracciare, ecco perché non l’abbiamo visto prima.”

Imprecai piano e mi voltai verso il modulo abitativo. Paris svolazzava a faccia in giù, completamente fuori uso. “Ci sono dei feriti?”

Nessuna risposta, solo un silenzio di tomba.

Danica disse: “Siamo parcheggiati nell’orbita originale, Adrian. Quali sono gli ordini?”

“Mantieni l’orbita, ci saranno istruzioni.” Mi trascinai verso la camera di compensazione, dove Wilson ed Erin cercavano ancora di riprendersi dalla corsa a nove G.

Nel modulo abitativo, acchiappai al volo Paris e lo agganciai a un sedile. Le braccia gli galleggiavano fuori, come quelle di un fantasma.

Cercai di pensare, ma niente. Dovevo riesaminare ciò che era successo, ma la mia mente si rifiutava di farlo. Mi appoggiai al soffitto e un sottile filo di saliva usciva dalle labbra di Paris. A quel punto i suoi occhi di ghiaccio si spalancarono. Guardò in alto, nella mia direzione e la sua mente tornò a funzionare.

“Beh, spero che tu sia contento, Tarn. Era inevitabile che succedesse una cosa simile, anzi, sono sorpreso che ne sia morto solo uno. Col tuo modo di agire approssimativo, ce ne potevano essere molti di più. E ce ne saranno.”

“Piantala Denard, non è il momento, devo riflettere.”

Lui si sganciò e si spinse su: “Mi chiedo quanto tempo ci resti con te al comando, idiota incompetente. Sono sorpreso di non essere morto. Oggi hai ammazzato Doc, per te non vuol dire niente?”

La cosa durò un secondo di troppo e scattò qualcosa nella mia testa. Vedevo le sue labbra muoversi, ma non sentivo una parola. La mia mano destra comparve improvvisamente dal nulla, descrivendo un perfetto gancio che lo colpì dritto sul lato sinistro del mento. Gli si spalancarono gli occhi, mentre si metteva a svolazzare verso la zona delle cuccette come al rallentatore. Dall’angolo della bocca uscì una singola goccia di sangue. Erin, che nel frattempo era tornata, lo raggiunse e, afferrato il corpo senza conoscenza, lo trascinò nel laboratorio scientifico.

Wilson mi venne vicino: “Bel colpo. Ancora due secondi e sarei stato io ad incrementare il mio record personale.”

RJ svolazzò vicino a noi: “Grazie, quel pazzo era fuori controllo. Vi prego di scusarmi, ma dovrei andare al bagno a vomitare anche le budella.”

Wilson mi fissò, angosciato come non l’avevo mai visto prima: “Quali sono gli ordini, Adrian?”

Cercai di ritornare velocemente in me: “Cosa?”

“Quali sono gli ordini?”

“Oh, ah, chiedi a Danica e Shelly di mantenerci stabili in orbita, in attesa di nuove istruzioni.”

“Riferirò, ma lo hai già detto” rispose, sospingendosi verso il ponte di volo.

Mi guardai attorno e avrei voluto nascondermi, ma non trovai dove. Poi capii che cercavo disperatamente di fuggire da ciò che era successo sul pianeta. Non c’era un nascondiglio per me e fui travolto da quei piccoli, terribili e disperati sentimenti che ti assalgono quando qualcuno che ti è vicino muore, sperando che, in qualche modo, il nastro si possa riavvolgere e tutto possa tornare come prima, e che questa avventura resti solo un terribile ricordo. Mi misi a cercare un modo per andare indietro nel tempo e sistemare tutto. Dovevo valutare ogni possibilità.

Ma non c’era modo: avevo perso un amico, un buon amico. Quando alla fine riuscivo a dirmelo, Danica tornò dal ponte di volo.

“Posso fare qualcosa?”

“Sì. Potresti lavorare a una turnazione di tre piloti? Uno principale per otto ore con un altro di riserva. Tu e Shelly dovreste smontare tra pochi minuti, quindi io farò il primo turno. Questo mi darà del tempo per capire dove andare. Che ne dici?”

“Shelly è stata sulla poltrona di sinistra per sei ore. Se ti va bene, ti faccio io da riserva per un po’.”

“Grazie, ma noi tre dobbiamo riposare quanto basta, perché i turni saranno più lunghi. Io posso farcela, tu puoi farcela?”

“Posso, come tutti.”

“Faremo una riunione quando tutti abbiano avuto il tempo di rendersi conto di cosa è successo. Ti dispiace dare un’occhiata in giro per me?”

“Farò quel che posso.”

Avanzai verso il ponte di volo e misi la mano sulla spalla di Wilson, passando oltre. Lui mi bloccò: “Ti rendi conto che avevo arrostito quel coso proprio nel punto in cui ci doveva essere il cuore? Ci sono rimasto per venti secondi e il tuo tiro è arrivato solo pochi secondi dopo. Nessuno dei due ha fatto un cazzo di danno, nemmeno se ne è accorto.”

“Ho visto.”

“Il tuo raggio gli ha anche trapassato la testa. Due fasci, nessun effetto. Che accidenti potevamo fare?”

“Se ti viene in mente, fammelo sapere. È uno schifo.”

“Merda!”

Battei sulla spalla di Shelly. Lei mi guardò con comprensione, poi si alzò dalla poltrona. Io mi ci infilai dentro, lei mi passò il piano di volo e andò sul retro della nave. Wilson mi guardava, mentre controllavo la checklist. Nessuno dei due disse nulla, semplicemente perché non c’era null’altro da dire.

Capitolo 30

Traduzione di Luca Meneghello

 

Le scansioni successive, sempre più disperate non rivelarono alcuna traccia della creatura. Un nuovo incubo: avevo già perso qualcuno, ma mai così all’improvviso. Inoltre, era tutto sbagliato: era successo troppo velocemente, e non ci potevo ancora credere. Un attimo prima stavamo installando il ripetitore, un attimo dopo Doc era scomparso. Si poteva fare qualcosa di più? Come? Non avevo avuto il tempo minimo per reagire. Avrei potuto distrarre la creatura, per permettere agli altri di mettersi in salvo? E come? Se non riuscivo a capirlo adesso, come avrei potuto capirlo in quei venti maledetti secondi?

Passai in rassegna velocemente la lista di controllo, mi infuriai e la buttai a terra. Non era pesante: svolazzò verso il basso, rimbalzò e galleggiò via. Quasi a rispondere alla mia rabbia, un allarme apparve su uno dei monitor dei sistemi di potenza e cominciò a gracidare. Wilson era alla console tecnica dietro RJ. Fece spallucce, era un problema facile da risolvere. Per me, era bene avere un problema: mi sforzai di riflettere e di concentrarmi su quello. Dopo aver resettato il bilancio di fase, l’allarme lampeggiò un’ultima volta e scomparve.

Non c’era tempo per cercare le spoglie di Doc, nè di piangerlo. Eravamo in orbita attorno ad uno strano pianeta, a troppi anni luce da casa, con un sacco di strada ancora da fare. Comandare significa non godere del lusso di un sentimento, o forse è la migliore scusa per non essere sentimentali. Nessun comandante è tanto incosciente da mettere avanti il ricordo dei caduti, quando ci sono dei vivi da proteggere: i miei vivi erano in quella nave e provavano a dare un senso a tutto; nascondermi al posto di pilotaggio non serviva a nessuno. “Danica, prendi il mio posto” dissi.

Ci volle meno di un minuto. Stava per infilarsi nel sedile del copilota, ma la bloccai: “Per favore, prendi la guida della nave e chiama tutti qui.”

Mi spostai e le lasciai la poltrona. Lei accese l’interfono e disse: “Tutto l’equipaggio sul ponte di volo, per favore.”

Mi aggrappai alla console vuota vicino a Wilson e li guardai mentre arrivavano nella camera stagna di prua. Gli ultimi furono Shelly e Paris. Lei lo sorreggeva e gli diceva qualcosa fitto fitto. Lui era ancora parecchio confuso, come se non capisse bene cosa fosse successo. Mi stupii di non provare nessun senso di colpa nei suoi confronti.

Quando ebbi l’attenzione di tutti, feci del mio meglio per assumere un atteggiamento positivo: “Le cose stanno così. Tutti i sistemi della nave sono attivi e a punto. Siamo in orbita stazionaria e non ci saranno, ovviamente, altri atterraggi su ZY627a. RJ, sai se Doc ha completato l’attivazione del ripetitore prima della disgrazia?”

“Si, Adrian. La stazione registra e trasmette.”

“Scusa, tu o Wilson, scaricate un messaggio automatico nel ripetitore per avvisare le altre navi in possibile transito, dei pericoli del pianeta.”

“Nessun problema.”

“Bene. So come vi sentite, ma dobbiamo andare avanti: a questo punto non c’è nessun valido motivo per tornare indietro. Sarebbe come se i molti mesi passati nello spazio non avessero ottenuto alcun risultato. Quindi, se qualcuno ha un motivo valido per non ripartire, lo dica.”

Silenzio.

“Ci prepareremo e faremo il salto non appena saremo in posizione. Ultima possibilità: qualcuno deve dire qualcosa?”

Mi aspettavo che Paris ricominciasse, invece si limitò a galleggiare in silenzio vicino a Shelly.

“Direi che siamo tutti con te, Adrian” concluse lei.

“RJ o Wilson, prima di lasciare l’orbita, usate il trasmettitore Nasebiano e inviate un messaggio informando che abbiamo perso Doc e spiegando cosa è successo. Ci metterà un bel po’ ad arrivare, ma almeno lo sapranno. Non credo che Doc avesse qualcuno a parte la ex-moglie, ma aveva un sacco di amici.”

“Scriverò io qualcosa” disse Erin.

“Ottimo. Prima di lasciare l’orbita, ci ritroveremo tutti qui per un breve servizio funebre. Non è il mio forte, per cui se qualcuno vuole darmi una mano è il benvenuto. Mi dispiace per ciò che è successo. Penso che sia stato fatto il massimo che si poteva e non credo si potesse fare altro. Se qualcuno ha bisogno di supporto, venga a parlarmi e farò ciò che posso. Vedete di concentrarvi su quello che verrà: so che non è facile, ma non abbiamo altre risorse. Qualcuno deve dire qualcos’altro?”

Nessuno. L’atmosfera era ancora pesante. Il mio discorso non era stato per niente professionale, ma almeno li aveva preparati al salto. Restammo per un po’ in orbita e trenta minuti prima di partire, ci riunimmo silenziosamente vicino al portello di prua. Cercai di dimenticare i miei sensi di colpa e pronunciai poche parole di cordoglio, che però mi sembrarono vuote e futili. Altri fecero meglio di me. Wilson propose un brindisi a Doc e tutti si mossero per prendere le loro bottiglie da zero-G. Le alzammo in onore del nostro compagno caduto. Senza altri indugi, ripresi il posto di Danica per completare il mio turno da pilota. Lei prese la poltrona del copilota per il salto e tutti gli altri si assicurarono al loro posto. Malgrado quella cerimonia, mi pareva che stessimo abbandonando Doc. Quando fu il momento, uscimmo dall’orbita, e, dopo un breve conto alla rovescia, attivammo i motori e diventammo di nuovo un raggio di luce.

C’era qualcosa che avevo intenzionalmente omesso nel mio inutile discorso: il Vuoto ci attendeva non appena superato il braccio di spirale di Orione, verso il braccio del Sagittario. Il computer di bordo stava per registrare il primo ingresso mai effettuato da umani in quella zona, e sperai che non ci fosse per noi qualche altro incubo. La sottile linea azzurra sul navigatore indicava che avremmo iniziato l’attraversamento tra meno di una settimana e che saremmo rimasti lì dentro per due. I dati erano certamente giusti, perché erano Nasebiani. I documenti riservati della missione Nadir dicevano che non avremmo visto nessuna stella attraversando il Vuoto, un isolamento forzoso che poteva far credere che la nave non si muovesse. I piloti dovevano affidarsi completamente alla strumentazione e non fidarsi mai del loro istinto. Non c’era nessuna garanzia che non ci sarebbero stati effetti collaterali; fermarsi nella zona era altamente sconsigliato.

Nel tempo che ci restava per entrare nel Vuoto, ci furono discussioni per la preparazione psicologica. Sapere che stavamo per entrare in un pozzo di inchiostro non era granché per il morale, ma parlarne ci aiutò a superare il senso di perdita per la morte di Doc. Man mano che ci avvicinavamo al Vuoto, intravvedevamo una specie di foschia scura davanti a noi. Ogni giorno cresceva di spessore: le telecamere posteriori mostravano il solito muro di stelle, mentre quelle anteriori e gli oblò erano bui. La zona deserta davanti a noi sembrava attenderci in silenzio. Era come se l’essenza del nulla avesse reclamato quella zona, solo per sé.

Ci tuffammo dentro e di colpo tutte le telecamere diventarono buie. Ero sulla poltrona di pilotaggio quando successe e fu proprio così. Tutti gli strumenti erano perfettamente funzionanti, i numeri delle letture digitali continuavano a scorrere, la nostra posizione sulla linea azzurra si spostava, ma a parte queste certezze elettroniche non si percepiva alcun movimento, né tempo, né distanza. Erano tutti ai finestrini nel tentativo di vedere qualcosa in quel niente, ma non c’era nulla da guardare, né dimensioni, né profondita. C’erano più sensazioni fisiche nelle cuccette con le luci spente che fuori dagli oblò.

Noi, gli umani in una scatola di latta nello spazio, ora, i primi umani in una scatola di latta nel nulla assoluto. Qualcosa era andato perduto: eravamo abbastanza intelligenti da rendercene conto, ma troppo umani per capire cosa fosse.

Ricominciò la routine giornaliera: venne di nuovo fuori il tavolo da gioco, si usava più di prima l’attrezzatura di ginnastica, qualcuno riprese a raccontare barzellette in mensa, ma ognuno si guardava dietro le spalle, perché quel buio era spaventoso e irreale.

Il quarto giorno del nostro esilio, finalmente saltò fuori la scacchiera di RJ; alcuni volevano giocare, ma lui aveva messo una taglia sulla mia testa. I suoi pezzi in apertura sembravano sempre galline scappate da un pollaio; a metà gioco si spiaggiava in difesa, come faceva da sempre. Raccogliemmo un buon pubblico attorno a noi.

“Questa zona di spazio mi ricorda la storia del pesce” disse un giorno, quando stavo considerando il sacrificio di un pedone, cosa che valuto sempre con diffidenza.

“Non credo di conoscerla.”

“Un pesciolino rosso va a trovare un pesce rosso più grande e gli chiede: Nonno, cosa c’è fuori dall’acquario? Il vecchio pesce risponde, è un’ottima domanda, nipote. Non abbiamo tutte le risposte, ma qualcosa sì. Alcuni sono saltati fuori dall’acqua e si sono guardati attorno. Altri sono addirittura stati fuori e poi hanno fatto miracolosamente ritorno. Quel che sappiamo è che l’acquario è in una stanza gigantesca, così grande che potrebbe contenere centinaia di acquari come il nostro. Sappiamo anche dalle storie tramandate che il nostro acquario era un tempo in una stanza completamente diversa, quindi per quanto grande sia la nostra stanza, ci sono altre stanze. Quindi, siamo in una struttura piena di stanze, talmente grande da essere oltre ogni immaginazione. In effetti, questa struttura potrebbe contenere migliaia di acquari come questo.”

“Wow, dice il pesciolino, è sorprendente!”

“Certo, dice nonno pesce, non sappiamo tutto, ma almeno sappiamo che la struttura che contiente le stanze è talmente grande che non ci può essere nient’altro al di fuori di essa.”

Tenevo un dito sul pedone, ponderando le conseguenze del suo sacrificio: “E il vuoto la fuorì ti fa ricordare questo?”

“Già. Sembra così definitivo, là fuori. Come se non possa esserci nient’altro.”

“Pedone mangia pedone.”

“E pedone mangia pedone. Non ti dà i brividi?”

“Penso che siamo tutti d’accordo.”

“E dato che non abbiamo nessuna stella come riferimento, continuiamo a viaggiare con i giroscopi fino a che non usciamo dall’altra parte.”

“Esatto.”

“Potrebbe esserci un muro di mattoni e non ce ne accorgeremmo nemmeno.”

“No, il sistema anticollisione lo vedrebbe e ci avvertirebbe.”

“Beh, sì, se ci arrivassimo abbastanza vicini. Ma non avremmo la più pallida idea di cosa c’è dall’altra parte.”

“Alfiere mangia cavallo. Il che è vero per qualsiasi esplorazione.”

“Alfiere mangia alfiere. Non lo so. A me sembra un po’ diverso.” Mi guardò con la sua espressione alla Nostradamus. Una qualche premonizione aveva attivato la corda analitica di RJ. Anche se non sapeva ancora di cosa si trattasse, qualcosa non quadrava del tutto, e stava cercando il problema nascosto. Gli scacchi non erano altro che un mezzo di rilassamento per la parte più elementare del suo cervello. C’erano buone probabilità che a un certo punto avrebbe scoperto un vero problema, o magari un vero mistero. Potevo solo sperare che si trattasse di una cosa poco importante.

Giocammo fino allo stallo. RJ festeggiò, io mi scusai, lasciai la scacchiera a Wilson e me ne andai in cabina. Una volta dentro, richiamai l’immagine del parco di Yosemite con il tramonto e presi un ‘cuore di panna’ dal mini frigo. Recuperai il mio cristallo Nasebiano e lo lasciai galleggiare davanti a me. Premetti un pulsante sulla parete e una leggera forza magnetica mi attirò sul cuscino. Il cristallo si spostava piano, un blu cupo passivo, come l’oceano. Mentre galleggiava senza gravità, mi venne un’idea. Gli diedi un colpetto e lo feci ruotare lentamente. Ricordando il messaggio precedente su Paris Denard, mi chiesi se non avessi attivato qualche tipo di trasmettitore psichico. Con mia sorpresa, il cristallo emise un lampo rosso e capii subito che questo indicava la condizione di off-line di quel cristallo. Fino a quel momento non avevo proprio immaginato che dovesse essere collegato a qualcosa. Lo rimisi nella custodia e chiusi gli occhi.

Mi svegliò un disagio. La cabina era buia, chiesi della luce e lentamente si illuminò. Erano le tre di notte. Mi svegliai del tutto e aprii la porta della cabina; tutte le cabine erano chiuse. Non era sveglio nessuno, almeno sembrava. Mi feci strada fino al ponte di volo e Danica era lì. Le misi una mano sulla spalla. Mi guardò dal basso in alto, con un sorriso stanco.

“Se hai bisogno di una pausa io ci sono.”

“Se è così, ecco il timone, signore.” Si alzò e uscì. Mi infilai nel posto del copilota e comparve un allarme generale. Bilancio di fase nel sistema di potenza dei motori orbitali. Lo stesso allarme che avevo già resettato prima. Riallineai i motori, cancellai l’allarme e mi chiesi come mai fosse riapparso.

Danica tornò con un porta-caffè in mano e si sistemò sulla poltrona di sinistra: “Ehi, sei arrivato giusto in tempo. Le mie vecchie palpebre erano diventate pesanti, ma adesso ci penserà il caffè.”

“Hai avuto allarmi di potenza?”

“Solo uno. Sistema Motori Orbitali fuori fase.”

“L’ho appena avuto anch’io e per la seconda volta. Così fanno tre. Troppe coincidenze; sarà il caso che i nostri diano un’occhiata. Quando ti darò il cambio domattina, lo farò controllare da uno dei tecnici.”

Danica sorrise e levò la tazza alla salute. Io galleggiai verso la cuccetta, per completare il mio periodo di riposo. Gli allarmi di fase erano abbastanza comuni, niente di preoccupante.

Capitolo 31

Traduzione di Luca Meneghello

Con il mio turno cominciò il controllo dei sistemi di potenza. Wilson e RJ erano presso le loro console e analizzavano i dati. Io li guardavo seduto accanto.

“Davanti al motore orbitale di dritta, Adrian. Una guida d’onda fuori allineamento” disse Wilson.

“È un lavoro interno o esterno?”

“Interno. Accesso dal modulo di servizio. Ma in realtà, è zona motori. Pestiamo i calli ai Nasebiani, se ci andiamo.”

“Sicuro?”

“Paris l’ha già fatto nel simulatore, non credo l’abbia fatto Erin.”

“È un lavoro lungo?”

“Circa un’ora, ma c’è diversa roba da tirar fuori per arrivarci. E ovviamente, da rimettere a posto dopo.”

“Dobbiamo andare a subluce per farlo?”

“Esatto. Non è che mi piacerebbe infilarmi nel modulo di servizio, di fianco a uno Stellar che sta distorcendo lo spaziotempo.”

“Merda.”

“Già. Inchiodati nel bel mezzo del nulla.”

“Che succede se non facciamo niente?”

“L’allarme sarà sempre più frequente, potremmo danneggiare il sistema di distribuzione e ritrovarci fermi.”

“Merda.”

“Non ci sono molte alternative, direi.”

“Paris è già sveglio?”

“No, no.”

“Appena si alza, gli parli e gli chiedi di raggiungermi?”

“Sì, certo.”

Restai al posto di pilotaggio, cercando di abituarmi all’idea di Paris Denard che riparava un sistema critico a milioni di chilometri da ogni possibile supporto. Del resto, le sue chiappe erano sulla graticola proprio come le nostre, quindi non avrebbe di certo combinato casini. Avrebbe fatto tutto per benino. O no?

Paris si fece vedere una mezz’ora dopo, più cooperativo del solito. “Quando vuoi farlo?” fu il suo saluto.

“Sei d’accordo con i sistemisti che è una cosa necessaria?”

“Si, a meno che tu non voglia trovarti con danni più gravi, dopo.”

“Quanto tempo pensi ci vorrà?”

“Una o due ore.”

“Cosa dobbiamo spegnere?”

“I motori di dritta e una parte del sistema di ventilazione, oltre ad alcuni sensori che stanno in mezzo.”

“La ventilazione?”

“Si devono smontare alcuni condotti dell’aria.”

“E si tratta di un allineamento fisico?”

“Si, ma ci vuole qualcuno alla console. Per allineare i fasci, qualcuno mi deve dire quando la posizione è corretta.”

“Come mai è successo?”

“Hai idea di quanti sottosistemi ci siano su questa nave? Mi stupisco che sia successo solo questo.”

“Ma la procedura non presenta rischi, giusto?”

“No, non dovrebbe esserci niente di strano.”

“D’accordo. Per favore, parla con gli altri e rispondi alle domande se ce ne sono. Quando sei pronto, fammelo sapere e usciamo dall’ultraluce.”

“D’accordo.”

Si spinse via e tornò indietro. Ero sorpreso, mi era sembrato piuttosto professionale, anche se non particolarmente cordiale. Restai al posto di pilotaggio pensando al nostro stop. I motori Stellar funzionavano perfettamente attraverso il Vuoto, ma cosa sarebbe successo se non fossero ripartiti? Se non fossero riusciti a ricreare un campo una volta fermi? Saremmo rimasti bloccati lì. Che poi non era neanche lo spazio come lo conoscevamo. Il pensiero mi disturbava. Dovevo sfogarmi. RJ arrivò placido.

“Allora, siamo pronti o cosa?” chiesi con indignazione.

“Stanno preparando attrezzi e strumentazione.”

“Sono tutti avvisati?”

“Avvisati.”

“Eccoli. Dovrebbero essere pronti.”

Paris, Erin e Wilson ci raggiunsero sul ponte di volo. Quello che parlò fu Wilson. “Tutto pronto, Adrian. Paris ed Erin entrano nel cunicolo, RJ ed io alla console tecnica. Dobbiamo svegliare Danica e Shelly, perché debbono mettere le cinture di sicurezza.”

Attivai l’interfono, cercando di non sbraitare: “Equipaggio sul ponte di volo.”

In attesa del personale, inserii nel computer tutta una serie di comandi di controllo, per programmare la fermata. Apparve una linea gialla sul piano di volo in blu, con un segnale rosso che mostrava dove ci saremmo fermati. Sopra il display, a destra, si illuminò un pulsante con la scritta ‘Riavvio’. Non vedevo l’ora di poterlo premere.

Finito l’appello e con le cinture allacciate per tutti, Danica e io attivammo il nuovo piano di volo e subito gli indicatori di velocità e distanza rallentarono, anche se l’oscurità fuori restava assolutamente identica. Quando la decelerazione fu completa, lo stato della nave sui monitor passò a stazionario. La nave teneva la posizione, con occasionali brevi spinte per tenerci allineati sulla base dei dati provenienti dai giroscopi, non potendo orientarci con nessuna stella.

Paris ed Erin non persero tempo: dopo pochi minuti si accese l’indicatore dell’apertura del portello del modulo di servizio. RJ e Wilson si sedettero dietro di noi. L’attesa cominciò: speravo non più di un’ora. RJ commutò l’interfono sugli altoparlanti, perché tutti potessero seguire quel che succedeva. Cominciarono a rimuovere pannelli e strumentazione nel cunicolo, un lavoro noioso. La voce di Paris era calma e controllata, Erin sembrava nervosa.

Mezz’ora dopo, non pareva che le cose andassero troppo bene. Paris ed Erin ci dissero che avevano trovato della strumentazione supplementare nel cunicolo, interfacce per scudi e sistemi di comunicazione non presenti nel simulatore. A quel punto non erano in grado di fornire una stima dei tempi. Dovetti trovare i manuali classificati, per permettere ai nostri di studiare le procedure di rimozione e reinstallazione. Servivano degli utensili supplementari dal laboratorio scientifico. Paris volle essere sicuro che i motori Stellar fossero freddi e gli chiesi come mai: perché se avessero trovato altre interfacce, come per esempio quelle delle armi, voleva che tutto fosse spento.

Mandai Danica a dormire: non potevamo stare tutti svegli senza un orario. Mentre ero lì seduto a tamburellare le dita sul bracciolo, RJ tornò e controllò qualcosa sulla console.

“Tutto a posto là sotto?”

“A parte le sorprese che già conosci. Sto solo verificando la temperatura esterna dello scafo per Bob.”

“Per chi?”

“Per chi che cosa?”

“Hai appena detto che stai verificando la temperatura dello scafo per Bob.”

“No che non l’ho detto.”

“Certo che sì.”

“Non c’è nessun Bob a bordo. Perché mai avrei dovuto dire una cosa simile?”

“Non prendermi in giro. Non è il momento, RJ.”

“Ti sembra che prenderei in giro il pilota in un momento simile?”

“Cristo, RJ!”

Mi diede un’occhiata sconcertata, scosse la testa e se ne andò.

Passarono ore e il lavoro non andava avanti. Non avevano ancora trovato gli attrezzi che servivano. Stavano studiando come rimuovere le interfacce. Dalla telecamera del laboratorio scientifico, vedevo Paris tirar via pannelli dal pavimento e frugare nelle scatole, cercando qualcosa, mentre Wilson e RJ cercavano di aiutarlo. Quando Wilson venne a controllare qualcosa sulla console, stavo quasi per chiedergli di inviare Doc a darmi il cambio. Mi morsi la lingua giusto in tempo. Dopo poco, arrivò Erin, chiedendomi se avevo visto il suo artificiere. “Che c’entra l’artificiere?” chiesi. Non importa, poteva usare il pendaglio al suo posto.

La giornata era deprimente. Shelly arrivò in orario per il suo turno e io potei andare in camera di poppa e infilare la testa nella porta del modulo, dove in quattro si davano da fare tra strumenti e diagrammi. Era stato rimosso dal condotto di ventilazione un pezzo lungo un metro e lo avevano appeso alla parete. Per quanto mi desse fastidio rimanere fermo nel Vuoto, rimasi zitto per non peggiorare le cose. Rimasi ad ascoltarli per un po’, ma alla fine mi stancai e risposi al richiamo dello stomaco.

Con i quattro che lavoravano a poppa, Shelly a pilotare e Danica in cuccetta, la mensa era tranquilla e deserta. Era ancora più surreale del solito: ero solo, in una nave silenziosa, con una piatta e sinistra oscurità che sbirciava dai finestrini. Sentivo che il buio mi stava prendendo. A volte vedevo ombre con la coda dell’occhio, i suoni della nave mi sembravano più forti del solito. Ero da solo, seduto al tavolo e mangiavo il mio stufato di fango: il nome è per la consistenza che ha e perché, a zero G, rimane appiccicato al piatto. Mentre ingoiavo l’ultima cucchiaiata, Shelly passò galleggiando diretta verso poppa. Sicuramente Danica aveva preso il suo posto e le aveva dato il cambio.

Annoiato, impostai una vista della camera di prua su uno degli schermi e guardai i lavori in corso. Wilson entrava e usciva dal modulo di servizio, verificando non so cosa. Erin passava gli attrezzi, e rimetteva a posto le cose smontate. RJ prendeva appunti su un tablet. Tra un appunto e l’altro, fissava la paratia.

Per pura disperazione richiamai sul secondo monitor una lista di film. Restai per mezz’ora su un documentario sulla vita nell’oceano, lo spensi e tornai all’altro schermo, dove niente era cambiato, a parte Danica che si era alzata e guardava i lavori, probabilmente più d’intralcio che d’aiuto.

Da qualche parte nella mia mente si mise a suonare un piccolo campanello d’allarme. Ci volle quasi un minuto perché me ne rendessi conto: Shelly aveva lasciato il ponte mezz’ora fa, ma adesso Danica era a poppa. Non avevo fatto troppa attenzione al loro andirivieni. In preda alla tensione mi alzai, mi spinsi attraverso la camera stagna di prua e afferrai al volo la porta del ponte di pilotaggio.

Entrambi i posti erano vuoti. Tutti i display erano accesi e funzionanti. La nave era ancora in posizione stazionaria, obbediente, ma per più di mezz’ora neanche un’anima era rimasta a verificare la situazione. Mi infilai di corsa sul sedile ed effettuai un controllo veloce. Tutto era a posto, nella corretta posizione per riprendere la nostra rotta precedente. Con un sospiro, mi guardai dietro e accesi l’interfono.

“Danica, puoi raggiungermi per favore?”

Danica si fece viva con un tubetto di gelato in una mano. Diede un’occhiata al programma dei turni da sopra le mie spalle. “Il mio turno non comincia che tra qualche ora, boss. Che ti serve?”

“Puoi verificare dove sia Shelly?”

“Sta male o cosa?”

“So solo che ha lasciato la nave senza pilota per mezz’ora. E non so perché.”

“No!”

“E io sono un idiota. Ero seduto lì fuori pensando che tu fossi qui.”

“Wow! Sarà meglio che controlli.”

E se ne andò. Mi grattai la fronte, poi strinsi tra le dita la base del naso, chiedendomi se qualcosa là fuori ci stava facendo perdere la testa. Continuai ad aspettare notizie, ma non venne nessuno. Il modulo abitativo, che vedevo attraverso la porta stagna, era vuoto. Alla fine parlai nell’interfono.

“Danica a rapporto per favore.”

Dieci minuti dopo ero ancora solo.

“Shelly, a rapporto sul ponte di volo.”

Altri dieci minuti. Niente

“C’è qualcuno di voi che può venire a rapporto sul ponte di volo?”

Fui sollevato vedendo spuntare la testa di RJ: “Che posso fare per te, Kimosabi?”

“Hai visto Danica da qualche parte?”

“Prima era in palestra, ma ora credo sia nella doccia.”

“Shelly?”

“Credo stia dormendo”

“Sto diventando pazzo?”

“Chi può dirlo?”

“A che punto siamo con l’allineamento della guida d’onda? Non c’è nessuno qui alla console.”

“Ora ci vado e torno subito.”

“Non eri con loro?”

“No, in realtà stavo cercando di evitare Bob. Non avrei mai dovuto prestargli quel calibro, adesso pensa che siamo amiconi o qualcosa del genere. È una noia. Se lo vedi, non dirgli che sono stato qui, ok?”

“Bob chi?”

“Ma dai, Bob Sulick. Forse stai davvero perdendo la testa. Torno subito.”

“Ma…”

Se n’era andato. Aspettai cinque minuti, poi non ce la feci più. Qualcosa non andava. Controllai di nuovo tutti i sistemi, poi con riluttanza lasciai il ponte di volo.

Il modulo abitativo era deserto. Qualcuno aveva pasticciato con i monitor: ora ero circondato da una palude primordiale, piena di cose striscianti. Coccodrilli che cercavano di mordermi quando mi avvicinavo alle pareti. Mi guardai attorno, decisi di andare in laboratorio e trovai lì il mio professore di educazione fisica del liceo, il signor Cunningham. Indossava come sempre, la sua tuta grigia da ginnastica con scarpe da tennis. I capelli erano striati di grigio, il viso abbronzato e lo sguardo duro da ex-marine. Mi prese per il braccio e mi lanciò un’occhiata preoccupata: “Signor Tarn, la stavo cercando. Non l’ho vista oggi al campetto ad allenarsi con gli altri. Quante miglia ha corso oggi?”

Mi aveva preso alla sprovvista. Per quanto potessi ricordare, erano diversi giorni che non correvo: “Nessuna, signore. Non ancora, ecco…”

“Per la miseria, Tarn. Lei dovrebbe essere uno dei nostri attaccanti. Come fa a essere veloce se non corre? Là dietro c’è un tapis roulant. Ci porti il culo e ci resti per almeno trenta minuti. Capito?”

“Sissignore. Ci conti.”

Il ponte di volo e la guida d’onda avrebbero dovuto aspettare. Non potevo rischiare di ritrovarmelo davanti senza aver almeno fatto qualche giro di campo. Non mi avrebbero lasciato in panchina, ma mi avrebbero fatto dei casini. Mi infilai in palestra, mi legai e impostai la velocità. Mentre correvo, entrai nella trance del maratoneta, felice di scordarmi di tutto. Ogni tanto qualcuno passava, ma fortunatamente nessuno mi disturbò.

Quei trenta minuti mi fecero bene. Ora che avevo la testa sgombra, potevo tornarmene a poppa e vedere come andava il lavoro sulla guida d’onda. L’adrenalina era ancora in circolo. Ma prima una doccia veloce.

Galleggiai fuori dalla mia cabina, cercando il kit per la doccia nel mio armadietto. Qualcosa mi bloccò: mi sfregai le tempie. Che cavolo stavo facendo? Avevo corso per mezz’ora lasciando il ponte di volo vuoto? Avevo davvero visto il mio prof di ginnastica? Che cosa stava succedendo? La nave era nei guai, come potevo averlo dimenticato?

La realtà mi colpì come un cazzotto. Mi girai giusto in tempo per vedere RJ passare. Lo presi per un braccio e lo fermai.

“RJ, l’allineamento della guida d’onda, ci stanno lavorando?”

Mi rispose allegro: “È un attimo fermo, Adrian. Paris dice che un tipo con un mantello e un cappuccio nero lo sta infastidendo, per una vendetta, o qualcosa così. Ha detto di dirti che starà nascosto finché l’affare non si sgonfia e non cercarlo, perché non lo troveresti.

RJ si avvicinò, si guardò attorno circospetto e sussurrò: “Ma io so dove si nasconde…”

“RJ, non c’è nessun compartimento abbastanza grande in tutta la nave per nascondersi. Dimmi dov’è andato.”

RJ scosse la testa. “Non posso dirlo a nessuno.”

“Scusa?”

Mi guardò con l’espressione di un bimbo che sta facendo una marachella: “Ma se ci vado e mi segui, io mica te l’ho detto…”

Mi fece un cenno e lo seguii verso il modulo abitativo. La stanza non era cambiata, tranne che in un angolo: la palude ci circondava sempre di più, ma il nascondiglio di Paris spiccava come un nuovo pilastro appena installato.

Aveva recuperato diversi cartoni bianchi, i contenitori delle razioni tenuti nella stiva. Tutto il loro contenuto, cibo e altri generi di prima necessità, galleggiava intorno. Aveva nastrato i cartoni per formare uno scatolone, tipo cabina telefonica, grande abbastanza per entrarci. All’esterno, con un pennarello rosso, aveva scritto “Condotto Plasma ad Alta Energia. Pericolo! Non Entrare!”. Aveva fissato lo scatolone al soffitto e al pavimento, nell’angolo in fondo, e ci si era nascosto dentro. La realizzazione della struttura non era proprio perfetta: si vedevano gli stivali zero-G spuntare da sotto.

Mi avvicinai: “Paris?”

Nessuna risposta.

“Paris, so che sei lì dentro.”

Nessuna risposta.

“Paris, la nave è arenata qui, se non finiamo la procedura d’allineamento. Devi farlo tu.”

Nessuna risposta.

Mi girai per aver l’aiuto di RJ, che però era sparito. Mi spinsi verso il ponte di volo ma incappai di nuovo nell’allenatore Cunningham.

“Ah, Signor Tarn, per fortuna. Senta, Aikens ha uno strappo ed è fuori uso. Oggi lei gioca come quarterback in seconda linea. Se succede qualcosa, è in prima linea. Ha la lista dei codici di attacco?”

“Sissignore.”

“E dov’è?”

“Nel mio armadietto.”

“Allora vada a prenderla e si tenga pronto. Devo modificare qualche codice, nel caso lei debba cambiare posizione come centrale. Ci va subito per favore?”

“Certo, Mister!”

Partii alla svelta per andare a cercare la lista, ma mi ricordai all’improvviso che non sapevo dove fosse l’armadietto. La mia cuccetta! Doveva essere lì. La spalancai, aprii gli sportelli e cercai di ricordare dove l’avevo messa.

Ma che cosa diavolo stavo facendo? Non ero al liceo, ero a bordo del Grifone. Arenato. Non c’era nessun Mister qui. Mentre cercavo di aggrapparmi alla realtà, RJ arrivò di volata. Era eccitatissimo.

“Adrian, non puoi credere che cosa mi è appena successo.”

“RJ, siamo nei casini.”

“L’ammiraglio Takuma era qui. L’hai visto?”

“RJ, te lo stai immaginando. Come avrebbe potuto l’ammiraglio Takuma arrivare a bordo della nave?”

“Non l’hai incontrato? Ha detto che ti avrebbe cercato.”

“RJ, è un’illusione.”

“Che strano. Avrei pensato che ti avrebbe dato la notizia prima di tutti gli altri.”

“Che notizia?”

“Sono stato promosso Capitano!”

“Oh mio Dio.”

“Incredibile, vero? Ovviamente, non ti sarò d’impiccio. Mi conosci bene.”

“RJ, dov’è Erin?”

“Nella doccia, credo. Deve fare un concorso da miss qualcosa.”

“E Wilson?”

“In fondo al cunicolo della zona di servizio. Pensa di aver scoperto una stanza segreta là dietro.”

“Danica?”

“Si sta allenando in palestra per il suo prossimo combattimento. Adrian, ho in mente una turnazione nuova per la ciurma. Credi che non si debba fare subito?”

“RJ, siamo nella merda fino al collo. Dobbiamo far ripartire la nave, capisci?”

“Non sono certo io che non voglio farlo.”

“Vieni con me al ponte di volo. Vediamo se possiamo capire se la guida è allineata o no.”

“D’accordo. Come Capitano, la mia prima decisione è che andremo al ponte di volo per verificare le letture dell’allineamento della guida d’onda.”

Prima di lasciare la zona cuccette, bussai alla porta di Shelley. Nessuna risposta. Nella zona abitativa il condotto di cartone di Paris era ancora su, con lui silenzioso all’interno.

Alla console dietro il copilota, RJ premette alcuni pulsanti: “No. Il puntatore è allo stesso posto di prima, il raggio di calibrazione acceso. È tutto pronto, ma qualcuno deve fare fisicamente le regolazioni.”

Mi spinsi vicino a lui e lo afferrai per un braccio, in modo che non potesse andarsene e verificai i dati di volo. Il Grifone era ancora nella stessa posizione. Non c’era nessun nuovo allarme. Una voce dalla zona abitativa ruppe il silenzio: qualcuno cantava dolcemente. Mi spostai nella camera stagna e fui congelato dalla sorpresa, quando vidi chi cantava.

Erin, completamente nuda, era sospesa vicino al soffitto, le braccia spalancate, i capelli sparsi intorno in una perfetta simmetria. La pelle chiara e morbida sembrava raggiante. Era probabilmente la forma di proporzioni più perfette che avessi mai visto. Sorrideva come una Monna Lisa. Appesa là sopra, era l’immagine più vicina a un angelo che avessi mai visto. Come contrasto, le pareti erano di nuovo cambiate: ora mostravano una perfetta imitazione dell’inferno. Fiamme che eruttavano, lava che usciva da oscuri crepacci. Nel mezzo, l’angelo nudo, Erin, galleggiava lentamente.

Sorrise e continuò il suo canto, poi si girò e si spinse lentamente verso le cuccette, svanendo all’interno di una di quelle.

La voce di RJ risuonò all’interfono: “Attenzione, a tutto l’equipaggio. Come molti di voi già sapranno dall’ammiraglio Takuma, sono stato promosso Capitano. Prenderò possesso della posizione a partire da ora. Voglio che sappiate quanto apprezzo il vostro supporto e che cercherò di rendervi il cambio di gerarchia facile e senza intoppi. Sono onorato per questa promozione e credo che potremo creare assieme un’atmosfera favorevole sia per il personale che per la nostra missione. Più tardi vi informerò delle nuove turnazioni: vi renderete conto immediatamente dei miglioramenti apportati, come i gruppi di canto mattutini e le attività di sgranatura pannocchie di mais e zangolatura burro nel pomeriggio.”

“RJ, un attimo, per cortesia?”

“Cosa ti serve, Adrian?”

“Se io rimango alla console e verifico il puntatore, ce la fai a fare gli allineamenti della guida d’onda?”

“Beh, potrei, ma temo che i miei incarichi come Capitano siano ben più importanti.”

“Certo, ma quando una nave è in pericolo, il Capitano fa di tutto per salvarla, giusto?”

“Dannatamente giusto.”

“Quindi, a rischio della tua stessa vita e con sprezzo del pericolo, potresti entrare nel cunicolo del modulo di servizio e salvare questa nave, per favore?”

Si alzò dalla console: “Un vero uomo deve fare ciò che occorre fare.”

“D’accordo Capitano. Rimango qui in attesa dei tuoi ordini, appena raggiungi la guida d’onda.”

“Vado. Non cercare di fermarmi.” Mi superò di gran carriera, verso poppa.

Mi voltai verso la console e ci trovai seduto sopra l’allenatore Cunningham.  Si alzò e mi mise una mano sulla spalla. “Non ci crederà, signor Tarn, ma Zeke non ce la fa. Avremo bisogno di lei come lanciatore. Sappiamo che il suo punto forte è la velocità, ma oggi dovremo lavorare un po’ sul suo tempismo e vedere com’è il suo braccio.”

Mi passò la palla ovale e fece cenno a un ricevitore sulla linea di fondo. Dopo qualche discussione sugli schemi, cominciammo a fare qualche lancio. Passaggi veloci, passaggi lunghi, me la cavai bene.

“Ottimo, signor Tarn. Lei è pronto. Ora vada a riposare un po’ fino a che comincia la partita.”

“Grazie, Mister.” Mi diressi verso la mia cuccetta. Era già aperta e mi ci infilai. Mentre entravo sbattei contro il compartimento in alto e qualcosa ne uscì: il mio cristallo Nasebiano. Stava facendo delle cose che non avevo mai visto prima: la luce che emetteva era brillante, sprazzi di raggi bianchi e gialli che turbinavano come una trottola. Il centro divenne luminoso come una stella. Lo fissai affascinato.

Che cosa facevo qui? Come mai non stavo cercando di salvare la nave? Era il Vuoto! Ci stava facendo qualcosa. Tutto era cominciato quando ci eravamo fermati.

I raggi del cristallo pulsavano verso i miei occhi. Rimasi ipnotizzato e posseduto. Stava bloccando l’effetto del Vuoto. Lo afferrai, lo fissai e cominciai a comprendere. Lo infilai nel taschino della tuta, mi lanciai fuori dalla cuccetta e diedi una testata nel corridoio. Davanti a me Shelly stava entrando in una toilette. Quando mi avvicinai, si fermò e cominciò a sembrare confusa. Si guardò intorno stordita, ma tornò alle sue illusioni. Attraversai l’inferno della zona abitativa e raggiunsi il ponte di volo. Alla console, RJ mi stava chiamando dall’interfono.

“Capitano Smith per il signor Tarn, a rapporto!”

Premetti il pulsante e mi afferrai alla console: “Tarn presente, prego continui, Capitano.”

“Dove è stato? La sto chiamando da cinque minuti!”

“Mi scusi Capitano, sono stato trattenuto.”

“Lei è degradato a Cadetto, signor Tarn. Si aspetti ulteriori azioni disciplinari, al nostro ritorno.”

“Si, Capitano. Sono pronto per l’allineamento della guida d’onda.”

“Molto bene. Lo schema d’allineamento è in posizione. Qual è la lettura della correzione radiale del primo fascio?”

“Il fascio a duecento e ottanta gradi è fuori di sette gradi.”

“Correzione del fascio a duecento e ottanta. Com’è ora?”

“Centrato. Ottimo, RJ! Intendo dire, Capitano. Ora il radiale a zero-nove-zero è fuori di due gradi.”

“Correggo lo zero-nove-zero. Com’è ora?”

“Ci siamo, Capitano. La guida d’onda è allineata. Riesce a rimontare le interfacce e i condotti?”

“Avrò bisogno del suo aiuto qui dietro, Cadetto. Venga a darmi una mano.”

“Arrivo, Capitano.”

Dopo un rapido controllo del ponte di volo deserto, provai a mettere in posizione gli scudi, ma l’alimentazione era stata scollegata. Chiusi e sigillai il portello del ponte di volo e mi sbrigai a raggiungere la camera stagna di poppa, dove l’accesso al modulo di servizio era ancora aperto. Tirai giù il condotto appeso alla parete e mi infilai nel cunicolo. Strisciai e mi contorsi per raggiungere RJ che stava lavorando: strumenti sparsi che galleggiavano tutto attorno. I piedi di RJ sporgevano nel cunicolo, guardai nel buco dove si era infilato. Si fermò, uno sguardo confuso sul suo viso.

“Che cosa sto facendo?” mi chiese.

“Stai salvando la nave. Continua.”

Ancora confuso, continuò ad accoppiare i cavi con le loro prese in una scatola di servizio. Chiuse il coperchio e cominciò con il successivo. Infilai il condotto dove poteva prenderlo e attesi. Ebbi paura che qualche membro dell’equipaggio, in preda alla follia, danneggiasse la nave. Ci volle un’altra mezz’ora. A quel punto, RJ era stato abbastanza in prossimità del cristallo da superare l’effetto del Vuoto, ma era ancora aggrappato alla sua illusione di capitano. Eravamo quasi pronti a effettuare il salto, tranne per una cosa.

Ognuno doveva essere allacciato ai sedili.

Voglio collaborare.

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Nel gruppo abbiamo anche recuperato Paolo Beretta che aveva avuto problemi tecnici e che accogliamo con grande simpatia nel nuovo gruppo di traduttori. Abbiamo una chat Messenger con cui scambiarci opinioni e richieste, da cui contattare direttamente E. R. Mason per le frasi, o le parole che ci paiono complicate, o poco chiare. Inoltre tutti collaborano anche oltre le traduzioni, per la revisione dei testi, o la preparazione delle pagine finali. Aspettiamo disegnatori, per una bella copertina del libro finale! E revisori, che sono sempre graditi.