E così finiamo Deep Crossing di E. R. Mason. I nostri quattro moschettieri, Luca Meneghello, Antonio Grasso, Gladis Ubbiali e Paolo Beretta sono impegnati nella revisione. la cui responsabilità è tuttavia nelle mani di Antonio!  Come annunciato la volta scorsa, per alcune settimane lavoreremo senza pubblicare altri interventi, fino a quando non sarà pronta la copia definitiva del libro. Ricordo ancora a tutti che un po’ di aiuto non è certo rifiutato, anzi è molto gradito!
Tuttavia, annuncio un grandissimo “regalo” da parte di Franco Brambilla, che ci ha preparato una copertina davvero straordinaria. La vedrete al momento della pubblicazione finale, ma garantisco che è una bomba!
Grazie Franco!

Da sinistra Luca Meneghello, Antonio Grasso, Gladis Ubbiali e Paolo Beretta.

Il comandante Adrian Tarn era il protagonista di Scontro Mortale, dove aveva contattato Millennia, un’aliena Nasebiana, che oggi gli chiede di recuperare un oggetto misterioso: l’Udjat. Prima di partire le esperienze complicate non mancano: in un test di volo i nostri scoprono una nave giapponese in avaria, ma riescono a salvare molte persone dell’equipaggio. Poi, inizia il viaggio, ma la prima tappa è dolorosissima: ‘Doc’, un membro dell’equipaggio, muore orribilmente divorato da un insetto gigantesco. Alla fine di una terribile esperienza, i nostri scoprono un pianeta che si chiama Terra! Assomiglia alla Terra in modo impressionante, ma è una Terra bloccata agli anni ’30. Questo posto è certamente la soluzione di tutti i misteri, come scopriremo in questi ultimi capitoli!

Capitolo 37

Traduzione di Luca Meneghello

Il terzo sbarco del team fu alle 05:00, tempo di Terra II. Avevo abbastanza confidenza nelle capacità relazionali di Erin da autorizzarla a cambiare qualche grammo d’oro nella valuta locale. Se tutto andava liscio, i nostri potevano prendere il tram fino alla biblioteca risparmiando otto chilometri di scarpinata. Rimanemmo in orbita per verificare che la transazione avvenisse senza problemi.

Paris aveva verificato il prezzo d’acquisto il giorno prima: l’oro era a un dinaro il grammo. Al banco dei pegni Erin riuscì a spiegarsi perfettamente: il proprietario offrì 15 per i 25 grammi, ridacchiai quando Erin chiese 20. Il proprietario cedette, anche se continuò a bofonchiare che ci avrebbe rimesso. Erin gli chiese di includere degli spiccioli per il tram. Lui le domandò se voleva un intero dinaro in monetine, lei assentì e qualche minuto dopo potemmo vedere un Paris sorridente che la aiutava a salire a bordo della carrozza.

Rassicurati dal successo del primo contatto commerciale, cambiammo orbita per cercare una base militare che ufficialmente non esisteva. Era il segreto di Pulcinella: i militari dicevano che non c’era, il resto del mondo sapeva benissimo dov’era. C’era un aeroporto molto esteso, su un altopiano circondato da montagne: le piste erano lunghissime, affiancate da hangar di forme bizzarre, chilometri e chilometri di recinzioni e filo spinato con posti di guardia e pattuglie in perlustrazione. Al centro del complesso, un alto edificio che dominava su piccole costruzioni e hangar. Ci doveva essere qualche test in corso: un grosso aereo con sei motori a elica era in attesa sotto un riparo, con molte persone attorno. L’impressione era che in quella operazione fosse coinvolta l’intera base.

Ci stabilizzammo a quindici chilometri d’altezza, sopra un banco di nubi. C’era un forte vento a duecentodieci chilometri all’ora, ma la nave lo gestiva benissimo. Le nostre scansioni non rilevarono nulla. Grazie al programma a infrarossi di Paris studiammo l’edificio più grande, però non c’era nulla di interessante. RJ non accettava l’idea di lasciare perdere. Secondo lui, non trovare niente era esattamente quello che ci si doveva aspettare da una base segreta: era necessaria una visita di persona. Quando obiettai che era troppo pericoloso mi mostrò il piano che aveva congegnato.

Il piano non era male. Aveva le frequenze radar della base: saremmo scesi alla luce del sole, abbastanza lontani da non essere visti, dopo aver disturbato le frequenze in modo da renderci invisibili al radar. Il Grifone sarebbe rimasto a terra in attesa, cercando segni vitali a lungo raggio in modo da garantire una rapida via di fuga. In biblioteca aveva cercato informazioni sulla ditta che effettuava le pulizie del complesso: il loro furgone arrivava alla base tutti i giorni verso le due del pomeriggio. Ci saremmo nascosti sulla strada, avremmo fermato il motore con uno scanner manuale e saremmo saliti sul retro. Una volta all’interno avremmo preso in prestito abiti e attrezzature e ci saremmo travestiti da addetti alle pulizie. Per uscire, avremmo fatto la stessa cosa. Il piano era incasinato per me, ma RJ era convinto che avrebbe funzionato. Gli disse che ero preoccupato, ma lui pensava che se volevamo sapere cosa fosse successo alla nave Nasebiana e se nella base ne avevano una, dovevamo entrare, altrimenti io sarei tornato dai Nasebiani per dire che avevamo avuto troppa paura. “Oh, dannazione, RJ!”

Per preparare tutto servì meno di un’ora. RJ stampò dei tesserini falsi, con foto e logo della compagnia. Non aveva idea del loro aspetto reale, ma tesserini approssimativi erano meglio di niente. Passai il tempo a pensare alle vie d’uscita in ogni parte di questa idiozia di piano, ma le mie strategie di fuga mi piacevano ancora meno del piano stesso. Shelly fece scendere la nave tra gli alberi, il più vicino possibile. Ci nascondemmo tra i cespugli vicino a una strada di argilla gialla. Ascoltando con attenzione si poteva ancora sentire il motore del Grifone in attesa. Nel cielo sopra di noi, un enorme quadrimotore disegnava una scia bianca. Sganciò un velivolo più piccolo, che balenò nel cielo prima di planare a motore spento fuori dalla nostra portata.

Il furgone delle pulizie arrivò in orario, ma quando il motore si fermò dovemmo corrergli dietro per salire. Mi fece piacere non trovare nessuno nel retro. Disattivai l’arma e mi aggrappai a un sostegno. Il tragitto fu rumoroso e pieno di scosse, il furgone puzzava di ogni possibile composto cancerogeno conosciuto dall’uomo. Non c’erano camici da mettere, quindi le nostre tute di volo e i badge sarebbero dovuti bastare. Al cancello di ingresso sentimmo una voce amichevole e delle risate. Il furgone ripartì, grattando le marce. Ci fermammo di colpo, i materiali all’interno slittarono e sbatterono contro le pareti. RJ sbirciò fuori, saltò giù e mi fece freneticamente segno di seguirlo. Cercai di tenere il passo.

Eravamo sul lato più esposto dell’edificio grande. Il cancello da dove eravamo entrati era distante, ma visibile. Una guardia era rivolta verso la nostra parte, ma non fece caso a noi. L’unico possibile nascondiglio era la porta di un ufficio a una decina di metri: ci avvicinammo velocemente, secchio e ramazza alla mano: non era chiusa a chiave, RJ aprì ed entrò. All’interno non c’era nessuno, chiusi la porta a chiave dietro di me.

“RJ, non sono sicuro che questo piano sia una buona idea.”

“Beh, ormai siamo dentro, no?”

“Fino al collo, e puzza.”

“Sta andando benissimo. Vedrai.”

Nella stanza troneggiava una scrivania piena di carte, con una sedia girevole dallo schienale troppo reclinato. La porta di uno sgabuzzino dietro alla sedia era solo accostata. C’era un’altra porta, con il vetro smerigliato, che conduceva all’interno dell’edificio. In quel momento apparve la silhouette di due persone che parlavano a voce smorzata. RJ e io ci guardammo come se fossimo stati colti con le mani nella marmellata. Secchio e ramazza, ci infilammo nello sgabuzzino e chiudemmo la porta. Estrassi l’arma e la regolai per stordire.

Le due voci entrarono e la conversazione fu più udibile. “Ma alla fine ce l’hai fatta, no? Sei stato in grado di riprendere il controllo.”

“No, andava bene, davvero. Dobbiamo solo capire cos’è stato.”

“E sei sicuro dello 0,98?”

“Si, a quello stavo facendo parecchia attenzione.”

“Non è divertente, Vance. Perdere il controllo non è uno scherzo.”

“E lo dici a me, Curt? Dimentichi che le chiappe sul sedile erano le mie.”

“Ok, ok. Andrò a vedere cosa fanno in laboratorio. Nessun altro tentativo finché non ci capiamo qualcosa.”

“Siamo vicini Curt. A un passo.”

Rumore della porta che si apriva. “Perché non vieni giù al laboratorio con me? Vediamo che cosa ne pensano i ragazzi.”

“D’accordo, hai ragione.”

La porta si chiuse. Restammo in attesa, in silenzio. Quando fui sicuro che la via fosse libera, rinfoderai l’arma, aprii la porta e mi trovai faccia a faccia con un tizio che nessun uomo dovrebbe mai incontrare.

Me stesso. Ero io, in tuta da volo verde, vecchio stile, tutta stropicciata. Come se fossi allo specchio. Lui se ne stava lì, sbilanciato, altrettanto scioccato. Gli mancava una cicatrice che ho sul collo, ma ne aveva una sulla fronte in più: tutto il resto era identico, un gemello perfetto.

Cominciammo le danze. Fece un passo indietro e sollevò le mani in difesa. Mi piegai all’indietro portando su le mani. L’altro mi prese un polso, per piegarmelo dietro la schiena, proprio come avrei fatto io. Con un passo di lato mi liberai dalla presa, lui rispose con una manata verso il viso per farmi cadere con un piede dietro al ginocchio, la mia mossa preferita. Lo contrastai spingendo la sua mano sopra la testa e mi girai verso di lui, cercando di colpirlo al plesso solare. Si spostò di lato per schivare il colpo e mi afferrò il braccio per tirarmi in avanti. Mi girai con la schiena verso di lui e usai il suo peso per bilanciare la trazione, quindi finii la rotazione in posizione di difesa. Fintò con la destra e cercò di colpirmi con un gancio sinistro. Entrai nella sua guardia e deviai l’avambraccio con la spalla destra, quindi lo spinsi verso la scrivania che afferrò per non cadere, rovesciando per terra tutte le carte.

Ci spostammo, allontanandoci. Il suo sguardo era teso e determinato, e mi preoccupava. Aprì la bocca per chiamare aiuto, quando RJ, che se ne stava con gli occhi sbarrati sulla porta dello sgabuzzino, finalmente uscì e gridò: “Signori, vi prego!”

L’altro me guardò RJ e si bloccò, anche lui con gli occhi sbarrati. “Patrick? Ma che diavolo succede? Non è possibile! Un gemello? No… sei troppo giovane!”.  Fece un passo indietro e si appoggiò alla scrivania per sorreggersi. Quindi ci fissò sbalordito: “Ma chi cavolo siete voi due? Avete dieci secondi per rispondere prima che chiami la sicurezza.”

Ero ancora senza fiato e non avevo risposte valide. RJ alzò una mano e parlò tranquillamente: “Aspetta, possiamo spiegare, ma ci vorranno più di dieci secondi.”

“Di questo ne sono sicuro.”

“Dacci una possibilità. Calmiamoci un attimo! Non siamo qui per combattere, né per fare del male.”

“Due impostori in una base di ricerca ad alta sicurezza? Non vedo ancora nessuna risposta convincente.”

Avevo ripreso fiato e riuscii finalmente a dire qualcosa di stupido: “Non siamo di queste parti.”

Mi guardò con disprezzo: “Dimmi qualcosa che non so, imbecille.” Si spostò di qualche centimetro più vicino alla porta.

RJ cercò di mantenere la tregua: “Trenta minuti in questa stanza. Non ti chiediamo altro e capirai.”

“Continui a non dirmi niente di nuovo, e hai finito i dieci secondi da un bel pezzo.”

“C’è una spiegazione per tutto, se mi dai il tempo.”

“Da qualcuno travestito per assomigliarmi? È troppo tardi per voi, i vostri piani sono falliti. Arrendetevi.” Si raddrizzò e guadagnò un altro centimetro verso la porta.

“No, no, non è così. Siamo dalla parte giusta, dammi la possibilità di spiegare” insistette RJ.

“Cavolo, vorrei proprio sentirlo anch’io!” dissi.

RJ scattò: “Non sei per niente d’aiuto!”

“So di cosa si tratta. Siete dell’Armata Rivoluzionaria Popolare. State cercando di infiltrarvi in questa base travestiti come me e il mio migliore amico, ma avete commesso un errore. Patrick Manning è morto cinque anni fa. Chi è il vostro informatore? Il vostro piano era sballato fin da subito. Non potete scappare dalla base: arrendetevi prima che qualcuno si faccia male” disse, cercando di guadagnare altro terreno verso la porta.

RJ domandò: “Chi è morto cinque anni fa?”

“Dovreste sapere che devo chiamare la sicurezza.”

“Ti prego di non farlo. Se ci consegni sarà un casino. Abbiamo bisogno del tuo aiuto.”

Esitò: “Pensate che collaborerò con voi? Cristo, le vostre informazioni fanno davvero schifo.”

Fu allora che notai l’arma nella mano di RJ. L’altro me stesso se ne accorse a sua volta.

“Che cos’è quello?”

“Mi dispiace di averti messo in questa situazione. Ti prego di credermi, non importa cosa succeda, non ti verrà torto un capello” dissi.

“Tu? So che di te non mi posso fidare. Lasciatemi uscire un attimo, è tutto. Se siete davvero dalla parte giusta, tutto finirà per il meglio, ok?”

“Devi sapere che quando avremo finito, niente di male sarà successo in questa base e non rimarranno tracce di noi” dissi, in un breve momento di ispirazione.

“Senti, non sono un agente segreto. Voi ragazzi dovete arrendervi. Altrimenti ci saranno sparatorie e sangue e tutta una serie di cose spiacevoli. Lo capisci?”

“Mi dispiace, ma non ti posso permettere di consegnarci” risposi.

“Ora aprirò lentamente la porta e andrò a cercare qualcuno con cui potrete parlare. Non serve che qualcuno si faccia male, ok?”

La voce di RJ divenne solenne: “Per favore, no.”

“Adesso calmati, andrà tutto bene.” Cominciò a muoversi lentamente, impercettibilmente verso la porta. Dopo aver visto l’arma di RJ stava cercando di guadagnare tempo, proprio come avrei fatto io. Con la coda dell’occhio vidi che la mano di RJ tremava leggermente. Mi accorsi che anche l’altro me l’aveva notato: si stava chiedendo se ce l’avrebbe fatta a raggiungere la porta. Io invece mi stavo chiedendo se RJ era sia veloce che determinato, poi ricordai il capo dei motociclisti, al bar di Heidi.

RJ non aspettò che l’altro facesse la prima mossa. Sconsolato, scosse la testa di lato, sussurrò: “Maledizione” e sparò un impulso. Il mio doppio si irrigidì e cadde: lo afferrai al volo per le spalle prima che sbattesse per terra e lo abbassai gentilmente.

“Centro perfetto!”

“Ci hai messi proprio in un bel casino.”

“Era su stordire, vero?”

“Cristo, certo che era su stordire!”

“Comunque, bel tiro.”

“Questo tizio è il tuo gemello identico!”

“Me n’ero accorto.”

“Questo cambia tutto.”

“Almeno hai sparato a quello giusto.

“Ha detto che mi conosceva.”

“Sembravi piacergli, figurati.”

“Non è divertente.”

“Mi aiuti a metterlo comodo? È il minimo che si possa fare, per me stesso.”

Trascinammo l’altro me alla scrivania e lo adagiammo sulla sedia. Ci appoggiammo alla scrivania a riprendere fiato.

“Pensi che abbiamo fatto troppo rumore?”

“No, dannazione.”

“Davvero sono così brutto quando dormo?”

“No, sei peggio.”

“Beh, resterà fuori combattimento per almeno altri venti o trenta minuti.”

“Sai che i suoi abiti ti vanno a pennello?”

“Molto divertente!”

“E che il suo badge è valido all’interno dell’edificio?”

“Vuoi che mi metta i sui vestiti e verificare se davvero posso andare a curiosare in archivio?”

“Cosa si può volere di più? È il piano perfetto.”

“Potevi dirmelo prima che lo trascinassimo qui.”

“Be’, devo pensare a tutto io?”

Rimettemmo l’altro me sul pavimento e ci cambiammo gli abiti. Rassettai la tuta di volo verde, poco familiare, e mi raddrizzai: “Come mi sta?”

“Sta come a Vance Cameron. Almeno, questo è quel che dice la targhetta del nome: Colonnello Vance Cameron, per essere precisi.” RJ mi attaccò il badge al taschino sul petto.

“La cosa più difficile sarà cercare di ricordare il mio nome!”

“Io invece passerò il tempo qui pregando che tu ritorni abbastanza in fretta, prima che l’altro te si svegli e io gli debba sparare di nuovo.”

“Oh, davvero spiacevole. Poi, come andiamo via? Anche se dovessimo farcela, ci ha visti. Si sveglierà, lo dirà a tutti e cominceranno a cercarci per cielo e per terra.”

“Un disastro alla volta, Kimosabi. Intanto prova a trovare qualche informazione sulla nave Nasebiana, poi ci occuperemo del resto.”

“Bene, ora sono molto più tranquillo. Tutto a posto qui?”

“Chiuderò la porta dietro di te e non risponderò al telefono.”

“Tieni il comunicatore acceso.”

“Ma va?”

Aprii lentamente la porta nella sala e controllai nelle due direzioni. Nessuno in vista. Provai a darmi un’aria rilassata, uscii e girai a destra. RJ chiuse a chiave dietro di me. C’era una doppia porta a vetri chiusa, a sinistra. Cercai di muovermi per non incontrare chiunque fosse lì dentro, ma non funzionò. Una voce ovattata mi chiamò: “Colonnello Cameron! Un momento!”. Un tecnico in camice bianco sporse la testa: “Colonnello, aspetti. Dobbiamo mostrarle una cosa.”

Non c’era modo di evitarlo. Mi fermai e tornai indietro, salutandolo con la mano. Mentre tornavo si agitò e mi indicò il laboratorio, dove altri tre camici bianchi guardavano dalle finestre di un tunnel del vento grande come un’automobile. Mi aspettavo di essere smascherato, ma non successe.

“Raggiungeremo la velocità del suono al prossimo tentativo, glielo garantisco. Possiamo risolvere i problemi di controllo, si tratta di buffeting. Guardi qui come pensiamo di risolverlo.” Aprì un disegno della sezione di coda del razzo e batté un dito sull’equilibratore mobile e sullo stabilizzatore orizzontale. “La perdita di controllo avviene soltanto durante il buffeting, appena prima di Mach 1. Se modifichiamo l’equilibratore dovrebbe funzionare: aumenteremo la superficie portante, così da darle un controllo più accurato. Potrebbero esserci danni strutturali in caso di sovra correzione con un equilibratore di queste dimensioni ma, facendo attenzione, si dovrebbe mantenere il controllo.”

La mia memoria fece un salto all’indietro. Questo era un problema di aerodinamica degli albori dell’epoca supersonica divenuto un classico, ogni pilota l’aveva studiato. Il cosiddetto Mach Tuck. Appena prima del regime supersonico, la portanza sulla coda si sposta all’indietro per via del buffeting. Un certo Yaeger aveva avuto esattamente lo stesso problema.

Scossi la testa: “Il Mach Tuck.”

“Cosa?”

“Mi scusi, un termine che ho appena inventato. Il Mach Tuck. Il profilo di portanza si muove a seguito del buffeting causato dall’onda d’urto.”

“Certo, quindi allarghiamo l’equilibratore e questo risolve il problema. Riacquistiamo il controllo.”

“No, il disegno dell’equilibratore va bene. Bisogna riuscire a regolare lo stabilizzatore, in modo da poterlo riportare in posizione neutra. Una regolazione di fino.”

Era stupito: “Regolare lo stabilizzatore orizzontale? Da dove ha preso l’idea? Regolare lo stabilizzatore… a quella velocita? Potrebbe funzionare, certo, è quello che ci serve. Smorza il buffeting e allo stesso tempo permette il controllo.” Mi guardò con l’ammirazione del fan di una stella del rock.

Puntai il pollice dietro di me: “Archivi.”

“Ah, d’accordo. Comincio a lavorarci adesso. Non avremo il tempo di provarlo nel tunnel. Le farò sapere.”

Salutai e scappai, tirando un sospiro di sollievo per essermela cavata. Seguii il tappeto verde nel corridoio fino ad una sala d’aspetto con un bancone bianco, dattilografe e schedari alle pareti. Due segretarie stavano classificando dei fogli in un raccoglitore di legno. Non rallentai, sperando di passarla liscia ignorandole. Di nuovo, non funzionò.

“Colonnello Cameron, vuole che faccia portare la sua macchina alla porta dell’ufficio o lavora fino a tardi?” mi chiese una delle donne.

Davanti a me c’erano tre corridoi tra cui scegliere. Rallentai, come se andassi di fretta. Con un raro lampo di ispirazione, mi girai e assentii: “Si, grazie, me la faccia portare. Comunque più tardi la guiderò io.”

Sembrò perplessa: “Certo, signore, lo so. Lo fa sempre.”

Alzai una mano in un goffo ringraziamento, indicai il corridoio davanti e me e mormorai: “Per gli archivi…”

Sorrise e indicò il corridoio a sinistra: “Da quella parte, signore.”

Mi diedi una manata sulla fronte e mi girai per seguire l’indicazione.

“Dev’essere stato un test di volo selvaggio stamani” disse lei ridendo.

Sorrisi, scossi la testa e marciai oltre, riuscendo a oltrepassare quattro porte chiuse senza essere fermato. Su una doppia porta con finestre di vetro, alla fine del corridoio, una targhetta indicava: ‘Disegni e progetti’. Sfortunatamente c’erano diverse donne al lavoro nella stanza. Per un istante desiderai aver portato Wilson con me. Spinsi la porta ed entrai.

Le donne erano indaffarate con cataste di documenti sparsi. Una bionda dal rossetto ciliegia lasciò un istante il suo classificatore e venne al banco ad accogliermi.

“I test del tunnel del vento?” chiesi.

“Siamo davvero occupate, Colonnello, dovrà cercarseli da solo: sezione H, sulla destra. Sono certa che saprà cavarsela. Per cortesia, alla fine rimetta tutto a posto, la prego…” mi gratificò di un lungo sorriso e di un occhiolino, quindi tornò ai suoi documenti.

Spinsi le porte alte fino alla vita che chiudevano l’area e raggiunsi la sezione H. File e file di schedari che raggiungevano il soffitto, con scale a pioli su binari per raggiungere i cassetti più alti. Non ci misi molto a rendermi conto che stavo sprecando tempo. Senza farmi notare mi spostai da una sezione all’altra, cercando di mandare a memoria la mappa della stanza. C’era una stanza di lato con un lucchetto a tastiera sulla porta. Dalle finestre sulla porta, diedi un’occhiata all’interno: un ascensore con un sigillo rosso sulla pulsantiera ed un segnale minaccioso sulla gabbia. L’ascensore non saliva: scendeva soltanto.

Salutai tutte, le lasciai e ritornai all’ufficio di Cameron: “RJ, apri.” La serratura scattò e la porta si aprì di quel tanto da permettermi di entrare.

“Qualcuno è venuto in macchina e ha bussato alla porta esterna.”

“Già, è il nostro mezzo di fuga. Si è svegliato?”

“No, ma si è agitato. Qual è il piano?”

“Lo mettiamo nel bagagliaio e usciamo dal cancello. Andiamo con la macchina fino al bosco, lo carichiamo sulla nave e ce lo teniamo fino a che non abbiamo finito qui.”

“Non abbiamo ancora finito?”

“Negli archivi principali ci sono solo dati sui test di volo, ma in una stanza di fianco c’è un ascensore riservato. Va solo in basso. Scommetto che la roba grossa è di sotto: dobbiamo tornare dopo l’ora di chiusura.

“E se qualcuno stesse aspettando il Colonnello Cameron a casa?”

“Non essere sciocco. È come me.”

“Lo stesso…”

“Daremo un’occhiata a casa sua dall’orbita, per vedere se c’è qualcuno. Vuoi fare una scommessa? Allora, sei pronto ad andartene da qui?”

“Si, ma la prossima volta lo stordisci tu, d’accordo?”

“Va bene. Quando arriviamo alla nave, lo mettiamo sotto sedativo. È troppo furbo per correre rischi. Mi conosco.”

“Sarà un te parecchio incazzato, allora.”

“Cielo, che idea spaventosa!”

Capitolo 38

Traduzione di Luca Meneghello

Ero fuori dall’ufficio del Colonnello Vance Cameron a sorvegliare. Diverse persone lavoravano a un velivolo in lontananza. C’era sempre la guardia al cancello. Salii sulla berlina blu oltremare di Cameron per studiare i comandi. Aveva il cambio manuale. Il pedale dell’acceleratore era rotondo, quello del freno enorme, più piccolo quello della frizione. La prima marcia era a sinistra indietro, la retro a destra indietro. Feci retromarcia piano fino alla porta, attesi per verificare che nessuno guardasse da quella parte, poi aprii il bagagliaio. Dopo un’ultima occhiata, tornai da RJ.

“Pronto?”

“Ce la facciamo?”

“Ho parcheggiato in modo che la guardia non veda. Non c’è nessuno là fuori.”

“E se si sveglia e comincia a far chiasso?”

“Ci vorrà poco per superare la guardia. Dopo non c’è più nessuno.”

“Lo prendo per i piedi.”

Raggiungemmo la porta un po’ sollevandolo, un po’ trascinandolo. Mi sentivo colpevole quando allungai la testa e controllai di nuovo. Nessuno in vista. Infilarlo nel bagagliaio non fu una cosa veloce e oltretutto per niente facile. In quel tempo potevano benissimo scoprirci, ma non successe. Chiuso il portellone, restammo con le mani in tasca e l’aria falsamente innocente da criminali inesperti. RJ sarebbe rimasto nascosto fin dopo il cancello. La guardia mi fece il saluto militare mentre passavo.

Non si vedevano limiti di velocità. Il tachimetro mostrava numeri per me privi di significato. Feci del mio meglio per guidare a una velocità normale, temendo per tutto il tempo di essere fermato da una pattuglia. Al punto di svolta trovammo un sentiero tra gli alberi e i cespugli e forzammo la povera berlina tra le buche fino al Grifone. Wilson, Danica e Shelly erano stati avvisati in anticipo, anche se avevano seguito gli eventi dalle telecamere sui colletti.

Dal bagagliaio si sentivano già dei rumori. Parcheggiammo a poche decine di metri dal Grifone, uscimmo e ci posizionammo dietro l’auto, le armi spianate. Wilson guardava dal portellone aperto del Grifone.

“Appena vede l’astronave, cercherà di scappare nei boschi” disse RJ.

“Già, lo farei anch’io” dissi.

“Se ricominciate a litigare, almeno sarà uno scontro alla pari.”

“Divertente. Preferisco vincere.”

“Tocca a te stavolta” mi ricordò.

“Purtroppo” borbottai.

RJ prese le chiavi e le infilò nella serratura. Aprì il bagagliaio e fece un passo indietro e di lato. Lo sportello si alzò di un mezzo metro a mostrare lo sguardo di un Colonnello Cameron particolarmente incazzato.

RJ disse: “Scusaci, Colonnello.”

Sparai un breve impulso e lo sportello si richiuse.

Con l’aiuto di Wilson, caricammo il Colonnello sul Grifone e lo assicurammo a un sedile di fianco a un visore esterno spento. Wilson gestiva tranquillo tutta la faccenda, mentre Shelly, aveva quello sguardo sgomento che poteva azzittire un intero asilo. Decollammo e volammo a controllare come se la stavano cavando Erin e Paris, sostando solo un attimo per verificare, all’indirizzo trovato sui suoi documenti, che la casa del Colonnello non avesse ospiti che potessero sentire la sua mancanza.

RJ era alla sua console e sorvegliava l’interno della piccola casa del Colonnello: “Avevi ragione. Non c’è nessuno in casa e niente veicoli in garage. È una casa per militari della base. Ha dei vicini, comunque, che sono a casa.”

“Siamo fortunati.”

RJ si girò a guardarmi: “Ti sei almeno reso conto di cosa significhi?”

“Oh no. Odio quando cominci così”

“Ti ricordi nel tardo ventesimo secolo, quando la gente si lamentava che gli UFO li spiavano e li rapivano?”

“Oh accidenti.”

“Noi siamo loro.”

“Noi siamo in missione.”

“Anche loro lo erano, probabilmente.”

“Stiamo solo cercando di sistemare delle cose.”

“E chi ha deciso che le cose non dovevano andare come vanno qui? Chi distingue un intervento altruistico da una imposizione contraria all’etica?

“Non capisco.”

“Quanto deve essere importante un fine per giustificare un mezzo?”

“Che faresti nel caso in questione?”

“Non lo so. Non ho alcuna risposta. Ho solo voglia di brontolare un po’”

“Ma pensa!”

“Tutto quello che so è che adesso siamo gli alieni che spiano le case della gente e li rapiscono.”

Un gemito dalla zona abitativa. RJ disse: “Lo sportello del bagagliaio ha attutito lo storditore. Si sta svegliando. Hai detto che lo avresti sedato. Vuoi anche imbavagliarlo e bendarlo?”

“RJ…”

“Sei sicuro che siamo noi i buoni?”

“Stavo solo dicendo che non c’è bisogno di sedarlo o bendarlo, Cristo!”

“Davvero?”

Mentre Danica pilotava, con Wilson e RJ alle console tecnica e Shelly seduta al tavolo, mi accomodai su un sedile e fissai il colonnello. Gli occhi si agitavano, ma erano appannati e cercavano di mettersi a fuoco: la visione non era ancora a posto. L’uso degli arti era ridotto a deboli contrazioni, ma il cervello era già al lavoro. Anche se cosciente a metà si capiva che era un pilota collaudatore. La mano destra, quella della cloche, già si stringeva. Avrebbe potuto essere il risveglio da una picchiata mortale su un aereo sperimentale. Potevano essere necessarie delle reazioni istantanee. Lottò per raggiungere la piena coscienza e si irrigidì quando mi vide. Il suo sguardo incontrò il mio.

“Bentornato, Colonnello.”

“Ci dispiace per l’inconveniente, Colonnello” disse RJ dalla sua postazione.

Il Colonnello sobbalzò nel sedile, lottò con i legacci che gli bloccavano braccia e gambe e si preparò a difendersi.

“Mi scuso anche per quelli, Colonnello. Sono una misura temporanea finché non troviamo una soluzione” dissi

Si guardò attorno: “Ma dove cavolo…”

“Questa è la mia astronave, il Grifone. Non vogliamo farti alcun male. Quando avremo finito, potrai tornare alla base”

Guardò le cinghie che lo trattenevano e rispose sarcasticamente: “Ah, non mi temete, è chiaro?”

“Non posso liberarti, per adesso. Ti conosco troppo bene. Tenteresti un trucco con la mia nave o con l’equipaggio. Neanche tu correresti il rischio, se fossi al mio posto.”

RJ parlò: “Stai confondendo anche me, Adrian.”

“RJ…”

“Scusa, era solo un’osservazione.”

Il Colonnello osservò la nave, poi mi guardò sdegnato: “Mi hai drogato. Lo sento. È tutta una messa in scena. Vuoi informazioni sui test supersonici. Perché la ARP è interessata al Mach 1?”

“Colonnello, non sei stato drogato. Quelli che senti sono gli effetti dell’assenza di gravità. Siamo in orbita sul pianeta, a circa 36.000 chilometri, a una velocità di oltre 3 chilometri al secondo. Anche se i termini chilometri probabilmente non significano molto per te. Credimi, siamo molto alti e molto veloci.”

“Stronzate.”

Allungai la mano e premetti il pulsante per aprire lo schermo della finestra. Sotto di noi, banchi di nuvole sul continente. Il Colonnello si sporse per guardare, poi si risedette e ghignò: “Bella simulazione. Dove avete preso i display a colori?”

“Hai ragione, potrebbe essere tutto falso. Ma che ne dici di questo?” Presi la penna che sporgeva dal taschino della sua tuta di volo. La tenni a un palmo dal suo viso e la lasciai andare. Galleggiò via dolcemente.

Fece una pausa e corrugò la fronte. Guardò prima me, poi la penna che galleggiava: “Ok, bel tentativo, lo concedo. Ma potremmo essere su un velivolo in picchiata tutto questo tempo. Tra un minuto o due torneremo a sentire il peso quando usciremo dalla picchiata.”

“Benissimo, Colonnello, ma mentre aspettiamo che NON succeda, permettimi di provare a spiegarti perché sei qui.”

Mi guardò con un’espressione meno dura: “Non possiamo essere in picchiata. Non così tanto tempo.”

“Non soffri di mal di spazio, vero? È logico, nemmeno io ne soffro.”

“Dov’è che siamo?” mi chiese.

“Sai cos’è un orbita geostazionaria?”

“No”

“È quando una nave orbita alla stessa velocità a cui ruota il pianeta, in modo da restare in un punto fisso rispetto al pianeta di sotto. Il tuo pianeta ha due lune, quindi dobbiamo effettuare delle correzioni continue per gli effetti gravitazionali, in più c’è l’influenza del vento solare e di altre pressioni di radiazione, ma grosso modo siamo stazionari sopra una delle vostre città.”

RJ si spinse via dal sedile e galleggiò sopra di noi. Il Colonnello lo fissò mentre si librava per aria: “Mio dio. È vero.”

“Colonnello, devo scusarmi per la mancanza di buone maniere del mio Comandante.” disse RJ, guardandomi come un genitore deluso. “Questo è il Comandante Adrian Tarn. Come ti ha appena detto, questa è la sua nave, il Grifone. Io sono RJ Smith, sistemista. È un’offesa per tutti noi doverti tenere legato, ma sappiamo che non possiamo darti fiducia. Tu sei fin troppo simile al nostro Comandante, e sappiamo tutti di cosa lui sarebbe capace.”

Mi accigliai: “Ehi, RJ, senti un po’…”

“Colonnello, posso offrirti qualcosa da bere?”

“No, niente che non possa tenere in mano.”

“Giusto. Ho un’idea che dovrebbe permetterci di evitare le cinghie. Dammi qualche minuto, sarò subito di ritorno.”

“RJ?”

RJ mi fece cenno con la mano e sparì a poppa.

“Perché mi avete portato qui, dovunque qui sia?”

“Siamo qui per il Carro di Capal.”

Un lampo di paura attraversò lo sguardo del Colonnello. Simulò ignoranza: “Per che cosa?”

“Ce n’è un pezzo in mostra al Museo Provinciale di Storia Naturale. Non è un segreto. Hai appena fatto saltare la tua copertura fingendo di non sapere cosa sia.”

“È soltanto una leggenda, nessuno ne sa nulla.”

“Abbiamo visto i documenti segreti del governo. Hai di nuovo fatto saltare la tua copertura.”

“Dovresti sapere che ci sono cose definite ‘segreto di stato’ che la gente non può discutere liberamente, senza avere poi dei problemi.”

“Nessuno lo deve sapere. Qui da noi non sarà rivelato nessun segreto e noi ce ne andremo senza lasciare traccia.”

“Mi dispiace. Il governo fa interrogatori periodici di sicurezza. Se sospettano la più piccola violazione, usano il siero della verità. L’unico modo di proteggersi è di non avere davvero mai detto nulla a nessuno.”

Mi sedetti ed annuii: “Capisco. In questo caso, non possiamo metterti a rischio. Del resto, stai per infrangere la barriera del suono. Non vorrei mai compromettere questo risultato. Faremo quel che dobbiamo fare senza che tu faccia nulla, ma abbiamo bisogno che tu rimanga qui fino a quando non avremo finito.”

RJ ritornò con una banda argentata in mano e alcuni telecomandi della dimensione di una moneta. Me ne porse uno e mise in tasca gli altri.

Si posizionò dietro al Colonnello e gli assicurò la banda al collo: “So che è un metodo barbaro.” RJ puntò il dito verso di me: “È colpa sua, mio caro, perché è lui che è uscito dallo sgabuzzino troppo presto.”

“Mi spiace. Non potevamo lasciarti giù o saresti stato costretto a denunciarci. Quando avremo finito, ti riporteremo dove devi essere e non ti succederà niente. O almeno lo spero.”

“Certo. E io devo solo promettere di non dire nulla, giusto?”

“No, devi solo pensare a cosa succederebbe se raccontassi quel che ti è successo. Cosa credi che penserebbero della tua idoneità?”

RJ ci interruppe: “Il collare ha un trasduttore che emette lo stesso impulso storditore che abbiamo usato per metterti fuori causa. Tutti noi abbiamo un comando per attivarlo. Ora ti toglierò le cinghie: penso che capirai da solo cosa può capitare se provi a fare una furbata.” RJ sganciò i lacci e si spinse indietro. Il Colonnello cominciò a galleggiare, aggrappandosi allo spigolo della finestra per stabilizzarsi.

“Magari un giretto della nave ti consolerà un po’ di quello che hai dovuto subire. Credo che la parte più interessante sia il ponte di volo. Seguimi Colonnello” gli dissi.

Si muoveva bene in assenza di peso, come un pesce in acqua. Nessun movimento superfluo delle gambe. Ottimo. Ero orgoglioso di me stesso, per quanto stupido potesse sembrare. Passammo di fianco alla camera stagna e lui guardò fuori dagli sportelli.

“Non credo che tu voglia aprirli” dissi.

Mi diede un’occhiata neutra: “Vero.”

Andai a lato della console tecnica, per farlo passare e fargli vedere la console di volo. Davanti a noi, sulla vetrata frontale, c’era tutto il pianeta. I controlli di volo erano bloccati sull’orbita, mantenendoci sincronizzati. Danica guardò dietro: “Salve, Colonnello. La linea del tramonto è giusto davanti. Tra un po’ passeremo nella notte.”

Lui guardò avanti: “Mio dio.” Fu tutto ciò che seppe dire e quando la meraviglia fu attenuata aggiunse: “Tutto questo, e una ‘bambola’ come pilota?”

Danica fece un verso tipo “Tsk.”

“Fai attenzione, Colonnello. Danica potrebbe volare in cerchio intorno al tuo aereo e poi batterti sul ring subito dopo.”

Dopo le presentazioni formali con il resto dell’equipaggio, lo guidai compartimento dopo compartimento mentre vedevo la sua mente espandersi dopo ogni nuova scoperta. Fece tutte le domande giuste. Aveva abbastanza conoscenze tecniche da capire che queste cose erano avanti di decenni rispetto al suo tempo.

Quando il giro finì, ci sedemmo in silenzio al tavolo ovale mentre RJ e Wilson tornavano alle console e Shelly andava a riposare. Dopo un lungo silenzio, mi chiese: “Adesso che cosa succede?”

“Devo tornare nella base… impersonandoti. È per questo che non ti ho ancora restituito la tuta di volo: l’ho tenuta in cabina, per adesso. Devo scendere con l’ascensore negli archivi. Mi sarà più facile adesso, ma il tuo aiuto sarebbe prezioso.”

“Non sarà facile come ti sembra. Non sono autorizzato a scendere ai livelli inferiori. Sono solo uno che guida razzi, lo sai?”

“Cosa c’è là sotto?”

“E questo ci riporta al punto di prima. Come posso sapere se voi siete i buoni o i cattivi?”

“Io sono te, non è così?”

“Davvero? Come puoi essere me? Forse non è stata chirurgia estetica. Troppo di te è una replica esatta di me. Quindi, come puoi essere esattamente me?”

“Non lo sappiamo, ma ci stiamo lavorando. C’è tutta una serie di cose identiche tra il vostro ed il nostro pianeta che non ci siamo ancora spiegati.”

“Già, non mi hai ancora detto niente a proposito del vostro pianeta. Magari sei qui per raccogliere informazioni, per poi invaderci, prendere il controllo e farci diventare una colonia.”

“No, siamo troppo distanti. Una cosa inimmaginabile: è stato pericoloso arrivare fino a qui. Scusami, ma ho di nuovo scordato le buone maniere. Vuoi acqua, caffè o qualcos’altro?”

“L’acqua andrà benissimo.”

Nella cambusa, presi una borraccia da zero-G e la riempii di acqua fredda. Gliela lanciai a zero G e la prese al volo con naturalezza. Di ritorno al tavolo sorseggiai il caffè. “Per essere sincero, ti capisco bene: pensiamo nello stesso modo. Come ti ho detto, non serve il tuo aiuto. È meglio fare in modo che tu possa vivere la tua vita, come se non fosse successo niente.”

“Non ce l’ho con te” disse.

“Nemmeno io ce l’ho con te.”

“Quando hai intenzione di scendere?”

“Stanotte, quando c’è meno gente. Non ho voglia di stordire qualcun altro.”

“Ma su, via…” sollevò la borraccia.

“Una cosa è certa.”

“Quale?”

“D’ora in avanti, non riderai più quando qualcuno ti racconterà di essere stato rapito dagli alieni…”

Capitolo 39

Traduzione di Luca Meneghello

Il programma era ambizioso. Visita della base alle 01:00, appuntamento per recuperare Paris ed Erin alle 04:00. Questa volta sarei andato da solo. Paris ed Erin se la stavano cavando bene. A mezzanotte avevano mangiato in un caffè vicino al parco e ora avevano cominciato la camminata di ritorno. Uscimmo dall’orbita per scendere verso la base del Colonnello Cameron. Lui mi raggiunse vicino alla camera stagna proprio mentre ci preparavamo alla discesa.

“L’ascensore ti porterà tre piani in giù. Al terzo piano, c’è l’archivio dei documenti segretati. C’è una porta e poi un corridoio verso una postazione di sicurezza con una guardia H24. Di fianco c’è un armadietto con una serratura a combinazione. Quella è l’entrata della scala per il livello quattro, quello che ti serve. Certo che piacerebbe anche a me vedere cosa c’è là dentro.”

“Come mai hai cambiato idea?”

“Mi sono convinto che non siate i cattivi. In più, se ti beccano là sotto, la mia vita è rovinata.”

“Lo avevo pensato pure io. Ci sono allarmi?”

“Non allarmi attivi, a meno che la base non sia già in stato di allerta. Ai livelli inferiori vengono effettuati controlli periodici, H24, quindi l’allarme era diventato un problema: spegnere e riaccendere ogni volta… Ci sono delle telecamere a circuito chiuso nel corridoio principale al terzo livello e al quarto. Non sono monitorate: creano registrazioni che sono sovrascritte ogni 24 ore. Se nessuno si accorge di te entro 24 ore, nessuno ti vedrà e dopo un giorno saranno automaticamente cancellate.”

“Cosa ne pensi se RJ installa un comunicatore, per parlarti se ne ho bisogno mentre sono là sotto?”

“Va bene.”

“Spero di fare in fretta. Se tutto va bene, ti mostrerò le foto del quarto livello.”

“Un’altra cosa. Nel cassetto in basso a destra della mia scrivania c’è una cartellina su Patrick Manning. Sono i rapporti medici della malattia che ha ucciso Manning, il tuo RJ. Se fossi in te li prenderei e me li studierei.”

Fui colto alla sprovvista. Il suo RJ era deceduto a cinquantacinque anni, il mio non c’era ancora arrivato. Provai un senso di gelo. Assentii per ringraziarlo e mi diressi alla porta: “Colonnello, il tuo collare funziona anche a distanza. Se esci dal portello, ti ritroverai a dormire sull’erba…”

Rise sarcasticamente: “Si, me l’ero immaginato.”

“Goditi la nave: non rimarrai qui molto, poi ce ne andremo per sempre.”

“È una promessa?”

Rallentammo e ci bloccammo. La voce di Danica dall’altoparlante disse: “Libero.” Sganciai il portellone e, una volta equilibrata la pressione, lo aprii e saltai nell’erba. Mi girai e vidi Wilson e il Colonnello chiuderlo dietro di me. La berlina mi aspettava.

I fari che sobbalzavano nel bosco erano molto visibili, ma per fortuna non c’era nessuno. Mentre mi avvicinavo al posto di guardia, la voce del colonnello Cameron mi raggiunse. “Fermati al cancello e mostra il badge. È un gesto di rispetto.”

Feci come mi diceva.

“Lavora fino a tardi, eh, Colonnello?”

“Qualche bagattella da finire.”

“Cos’è una bagattella?”

“Del lavoro rimasto da fare.”

“Ok” mi fece cenno di entrare.

Aprii la porta dell’ufficio ed entrai. La scrivania era ancora sgombra, la lampada caduta non si accese. Di fianco alla porta un interruttore attivò le lampade sul soffitto. Controllai il corridoio: non c’era nessuno, solo qualche luce accesa. Non c’era ragione per rimanere lì.

Il bancone delle segretarie in fondo al corridoio era buio e deserto. Tutte le luci erano spente nel passaggio che portava agli archivi. Questa volta, le porte erano chiuse. Un rapido controllo con scanner F6 mi fornì i codici. Il posto era inquietante. L’aria era fredda, nessun corpo umano per riscaldarla. La porta in fondo aveva un lucchetto identico, usai di nuovo lo scanner. Entrai al buio e mi guardai attorno. Niente luci, né persone. L’ascensore era lì.

Il lucchetto a tastiera era un po’ più complesso, lo scanner ci mise un po’. Sulla gabbia dell’ascensore c’erano dei sigilli rossi: li staccai con attenzione per poterli riattaccare dopo. La pulsantiera mostrava tre livelli, come descritto dal Colonnello. Premetti il 3 ed estrassi l’arma, settandola per stordire. La discesa fu veloce.

Il livello 3 era un labirinto di schedari portadocumenti. Una luce di emergenza tremolava sulla parete. Per un attimo mi persi, poi finalmente vidi il bagliore di una luce dalle finestre in vetro di una porta. Dietro la porta, un lungo corridoio che arrivava al banco di una guardia, come indicato da Cameron. La guardia era seduta, lo schienale piegato all’indietro, la testa in giù verso un giornale. Misi via l’arma e presi la mia lettera fasulla di autorizzazione e la tenni di fronte.

La guardia stava ronfando alla grande. Rimisi la lettera in tasca, estrassi la pistola e, con il pensiero a delle buone scuse, stordii la guardia. Sobbalzò, ma non si mosse. Pensai che adesso eravamo in due a sperare che nessuno avrebbe controllato le registrazioni.

La porta segreta era esattamente al suo posto. La tastiera era del modello più complesso, ma lo scanner riuscì a crackare il codice. Una scala a chiocciola scendeva ripida. In fondo si aprirono automaticamente delle porte pneumatiche. Porte di sicurezza a intervalli irregolari si susseguivano da entrambi i lati di un lungo corridoio cupo. Il pavimento bianco a piastrelle, era sporco, le pareti recavano i segni di carrelli che le avevano rigate. C’erano cartacce e altra roba per terra, con un vago odore di formaldeide. L’ambiente metteva i brividi. Una alla volta, aprii le porte e fotografai le stanze. La maggior parte conteneva soltanto robaccia irriconoscibile. I ragazzi delle pulizie non passavano mai da qui: tutti i cestini dell’immondizia erano stracolmi. Alcune aree sembravano usate con frequenza, altre erano abbandonate. In una stanza c’erano macchine a raggi X obsolete, un forno, prodotti chimici, una centrifuga da tavolo.

La quinta porta a destra, l’unica con i sigilli rossi, si rivelò quella giusta. Aprii i sigilli, il più delicatamente possibile e scansionai la tastiera. Aperta la porta, vidi una stanza debolmente illuminata da una luce gialla. Su un supporto metallico al centro c’era una un’astronave dorata, a forma d’uovo, piuttosto rovinata. La finestra circolare a prua mostrava un unico sedile centrale. Niente motori, solo ugelli per i razzi di frenata. Dalla sezione di coda mancava un impennaggio. La nave e tutto il resto di quella stanza erano ricoperti da uno strato di polvere grigia-marrone; la luce del mio scanner rivelò solo le mie impronte per terra. Tutto intorno c’erano delle console ricoperte da teloni di plastica trasparente: due possibilità, o avevano già effettuato tutti i test possibili, oppure ci avevano rinunciato. Feci le mie foto e scansionai l’elettronica della nave. Tutte le scansioni mostravano circuiti biologici, morti da tempo. Scansionai anche le console e poi me ne andai.

Il viaggio di ritorno fu più facile di quello di andata. Riattaccai i sigilli rossi con un nastro trasparente che mi ero portato per quello. La guardia al livello tre era ancora fuori combattimento. Sulla porta del Colonnello notai un biglietto che non avevo visto prima: era il programma del nuovo volo di prova supersonico. Nell’ufficio, aprii i cassetti della scrivania e trovai la cartellina del doppio di RJ. Chiusi tutto a chiave e me ne andai. Mentre salivo sulla berlina notai dei ramoscelli attaccati al paraurti, dal lato del guidatore. Li tolsi e mi diressi all’uscita. La guardia insonnolita mi fece un cenno con la mano mentre passavo davanti.

Ci sedemmo attorno al tavolo ovale a studiare le stampe della nave Nasebiana. Questa volta, il Colonnello Cameron accettò l’offerta di un caffè in segno di pace. Sorseggiammo tutti in silenzio.

“Non è una vera nave, è un modulo di salvataggio” dissi.

RJ assentì: “Niente motori.”

Il Colonnello finì il caffè e mi guardò sospettoso: “Cosa facciamo adesso, Comandante? Ho un volo di test dopodomani e non vorrei mancarlo.”

Mi allungai, gli sganciai il collare di metallo e lo misi sul tavolo.

“Adesso ti fidi di me? Sai che non dovresti” disse il Colonnello.

“Nel tuo prossimo volo sarai il primo uomo a superare la barriera del suono.”

“Non è detto. Ci sono problemi di controllo dell’aeroplano.”

“Mi hanno chiamato nel laboratorio mentre eri svenuto in ufficio. Ho spiegato, o meglio tu hai spiegato, come fare. Un sistema di regolazione dello stabilizzatore orizzontale, il quale può eliminare l’instabilità.”

“Quindi? Mi lasci andare? Sono libero di uscire da quel portello?”

“Non proprio.”

“Vabbè siete in quattro, ma vale la pena di provarci, o no? Perché non dovrei provarci?”

“Dalle sei alle otto ore.”

“Che cosa?”

“Il caffè. Dormirai per le prossime sei-otto ore.”

“Oh, merda.”

“Ti chiuderemo in macchina, le scansioni qui non mostrano pericoli. Quando ti sveglierai, fai attenzione alla guida, potresti essere ancora un po’ stordito. Mentre dormi avremo il tempo di finire quel che dobbiamo fare, poi non ci vedrai più. Saremo lontani anni luce.”

“Non ti piacciono i lunghi addii.”

RJ aggiunse: “Ricordati però, Colonnello: investi qual che hai sul drogaggio del silicio, sarà la fine dell’epoca delle valvole termoioniche.”

Con gli occhi che cominciavano ad appannarsi, rispose: “Grazie per questo cenno del futuro. Spero che…”

Fu tutto. Lo rivestimmo con la sua tuta di volo, facendo attenzione che non ci fossero dei souvenir strani nelle tasche. Accendemmo le luci esterne del Grifone e lo trasportammo fuori con affetto, nella notte buia e umida. I sedili reclinabili erano uno dei pochi optional della berlina. Shelly lo avvolse in una coperta del Grifone, l’unico ricordo materiale che gli sarebbe rimasto. Lo salutammo in silenzio, salimmo a bordo e decollammo per andare a recuperare Erin e Paris.

Ci aspettavano piuttosto irritati, avevano avuto un problema: uno sciame di un qualche insetto volante li aveva attaccati. Non avevano potuto evitare quei piccoli bastardi. Recuperammo i due guerrieri ricoperti di punture rosse su faccia e mani. Non li assicurammo nemmeno alle cinture e li portammo subito al laboratorio medico. Ci mettemmo al lavoro sulle punture, mentre Shelly decollava piano. Per fortuna fu più che sufficiente una pomata: rossore e infiammazione sparirono subito.

Nonostante la brutta avventura con gli insetti, i due erano raggianti. Avevano scoperto qualcosa di talmente incredibile da volercene parlare subito, senza riposare. Il loro entusiasmo era contagioso, così ci riunimmo immediatamente. Dopo una razzia della cambusa ci raccogliemmo intorno al tavolo ovale, senza nemmeno accorgerci della transizione all’assenza di peso. Wilson non era preparato, volò via e dovette pedalare in aria per ritrovare un sedile.

Cominciò Erin: “Ci sono dei nostri duplicati là sotto. Quando abbiamo scoperto il primo, ne abbiamo cercati altri e scoperto che ce ne sono ovunque. Sono sempre stati lì, ma non li avevamo visti.”

Paris aggiunse: “È cominciato tutto con Einstein. Studiando i microfilm dei giornali abbiamo visto una sua foto su una rivista di archeologia. Si chiama Alexander Porvios ed è un fisico all’università. Fin qui, nessuna sorpresa.”

Ci guardammo tra noi rimasti a bordo, poi li informai: “Lo sappiamo. Alla base aerea abbiamo incontrato un altro me stesso. Abbiamo anche dovuto portarlo a bordo per un po’.”

Era probabilmente l’unica cosa in grado di stupirli, e lo fece. Ci fu una lunga pausa, poi Erin chiese: “Avete preso contatto? Il primo contatto con loro?”

Riassunsi loro la nostra storia, che ascoltarono con molto interesse. Una volta finita, Erin si guardò attorno e mi chiese: “Che cosa significa tutto questo?”

RJ allacciò le mani dietro la schiena e disse: “È semplice.”

Lo guardammo in attesa.

“Di che tipo di nave Nasebiana si trattava, Adrian?”

“Un Deposito Campioni. Le usano per documentare la vita nella galassia.”

“E quanto hai detto che può vivere un Nasebiano?”

“Almeno duemila anni, di solito di più. Non muoiono, in realtà: vanno e vengono nel nostro piano di esistenza ogni tot anni, finché alla fine non riappaiono più.”

“Capisci che significa? L’ipotesi di Shelly era che gli umani fossero stati portati qui a inseminare il pianeta. È una buona ipotesi, ma non del tutto accurata. Abbiamo trovato un modulo di salvataggio: significa che ci sono stati problemi con la nave Nasebiana e hanno raggiunto Terra II con il modulo. La nave madre era un Deposito, con campioni raccolti ovunque nella galassia. Campioni come molecole di DNA: il Nasebiano sul modulo ha portato con sé il materiale che gli serviva per salvarsi e gli ingredienti per ricreare una cultura avanzata a partire dall’Homo Erectus che viveva qui a quei tempi. Dapprima gli avrebbe fornito ciò che serviva per sopravvivere, in seguito anche le capacità di fabbricazione industriale necessarie per recuperare e riparare la nave madre: aveva a disposizione più di duemila anni per il suo progetto.”

Eravamo stupefatti. Dopo un lungo silenzio, fu Paris a parlare: “Sembra in perfetto accordo anche con il resto.”

“Il resto? C’è dell’altro?” chiese Shelly.

Paris annuì: “Le piramidi di Terra II sono state costruite sulle rive del fiume Euros nella foresta del Salara, nella regione di Salara. Secondo la leggenda è il luogo di nascita della cultura su Terra II. La foresta di Salara è formata da ampie pianure boscose circondate da altopiani. Gli archeologi hanno appena cominciato a studiare la zona e le sue caverne. Ci sono prove che i primi uomini moderni siano apparsi in quest’area. Non hanno ancora la datazione al carbonio, né alcuna altra datazione radiometrica, ma sono bravi con lo studio della stratigrafia: i reperti più antichi risalgono a 1500 o 1600 anni fa. A quel punto c’è un grosso salto evolutivo: dai Neanderthal ai Sapiens praticamente in una notte. In più, ci fu un’esplosione demografica. Tra 1100 e 1200 anni fa, hanno cominciato a costruire le piramidi, che furono completate in un tempo record. Da allora, conoscete il resto della loro storia. Questi sono fatti accertati dagli archeologi, ma secondo le leggende era il dio Capal a guidare l’uomo a quei tempi. Lo stesso Capal che scese con un carro dai cieli per guidare e aiutare l’umanità.”

“Wow!” disse Danica all’interfono.

“Wow!” confermò Wilson.

Shelly chiese: “Bene, la prossima domanda mi inquieta. Che fine ha fatto il nostro dio Nasebiano Capal?”

Paris rispose: “Questa parte della storia è incredibile. Dovrete essere di spirito aperto.”

Wilson disse: “Incredibile? Scherzi, dopo quello che ci hai detto?”

Paris lo ignorò: “I geroglifici sono molto più leggibili qui di quanto siano sulla nostra Terra. Dato che la storia di Terra II è così contaminata, loro non sono ancora stati in grado di tradurli con successo. I dati ci dicono quando sono state costruite le piramidi e in che modo, cosa che sulla Terra è ancora oggetto di discussione. Inoltre, ci dicono anche che la grande piramide non sarebbe una tomba, ma una macchina.”

Wilson sbuffò: “Una macchina fatta interamente in pietra?”

Paris continuò imperterrito: “L’interno della nostra Grande Piramide è ancora un mistero. Non sembra essere stata progettata perché gli uomini ci entrino o si muovano dentro. Appena entri, sei di fronte a un passaggio che sale, un corridoio liscio e stretto, troppo ripido perché un uomo vi possa salire senza attrezzature o una scala. Il passaggio porta alla grande galleria, un altro corridoio stretto in salita con il soffitto estremamente alto, anche questo difficile da scalare. Quando entrarono nella piramide per la prima volta, i passaggi erano bloccati in vari punti da enormi lastre di pietra praticamente impossibili da smuovere. Quando furono finalmente estratte, nella camera del Re fu trovato un sarcofago vuoto senza coperchio. C’erano parecchi piccoli passaggi che portavano alla superficie, puntati in diverse direzioni del cielo. Nessuno di essi era in relazione ad alcunché di significativo rispetto a stelle o costellazioni.”

Paris si fermò per prendere fiato. Attese, per vedere se qualcuno volesse dire la sua, poi proseguì: “Vediamola in questo modo. Se una tribù primitiva scoprisse un motore diesel grande come una casa, nella foresta! Il motore è talmente grosso che possono entrare dai tubi di scarico e camminare attraverso i cilindri, i circuiti del carburante e di raffreddamento. Non avrebbero nessuna idea dello scopo di quella cosa, né di come sia stato costruito. Questo è proprio quello che succede a noi con la Grande Piramide.”

Wilson chiese: “E magari puoi anche spiegarci come funziona quel coso?”

Paris assentì: “Come ogni macchina sofisticata, ha diverse applicazioni. È un generatore di potenza, un dispositivo di comunicazione e una unità di trasporto. Se riempi il sarcofago con il materiale appropriato, riempi la camera sottostante con il liquido giusto e rimpiazzi la punta con un gigantesco cristallo, una volta realizzato l’allineamento planetario corretto, la macchina entrerà in funzione.

“Wow!” disse Wilson.

“E non è finita. Sono sicuro che conoscete il calendario Maya, quello che predice la data esatta della Rivelazione, quando gli umani scopriranno di non essere l’unica razza intelligente nel sistema solare. Bene, qui hanno un calendario simile: utilizza lo stesso disegno, dei fulcri interconnessi da ruote grandi e piccole che girano a rappresentare il tempo. È esposto nel museo, solo che questo non solo indica i movimenti di Terra II, ma ha anche una ruota che traccia un oggetto chiamato Stella di Capal. Può trattarsi soltanto di una cosa: la sua astronave. Ha tracciato la posizione della nave, poi una volta pronto si è trasportato a bordo.”

“Fantascienza!” disse Erin.

“Ci vuole un atto di fede per crederci” disse Wilson.

“Quindi, seguendo il tuo ragionamento, il Nasebiano se n’è andato da un pezzo” aggiunse Shelly.

Paris assentì: “Tutti i riferimenti a Capal sono al passato remoto, come se fosse morto o partito. Ma c’è un’altra cosa: i pochi riferimenti relativi all’UdJat fanno allusione al fatto che sia custodito nella piramide più piccola. Dovremo andare là se vogliamo più informazioni.”

Tutti guardarono me. Dovetti scuotermi dallo stupore causato dalla storia che avevo appena sentito: “Hai sentito tutto, Danica?”

“Certo, Adrian, e ho le coordinate. Potremmo anche spostarci su un’orbita più bassa e lasciare Newton fare il suo lavoro.”

“Allora fallo.”

Capitolo 40

Traduzione di Luca Meneghello

Le pianure di Salara e gli altopiani circostanti erano bellissimi, persino dall’orbita. Gli alberi della giungla brulicavano di vita. Il fiume Euros, era ampio, serpeggiante e blu cobalto. Dal fiume si diramavano dei canali, alcuni evidentemente artificiali e antichi. A nordest del complesso delle piramidi c’era un gigantesco foro nel terreno, il fondo si perdeva nel buio. Tutta l’area era isolata e selvaggia, come se un pezzo di Sud America fosse stato preso e trasportato qui.

Il complesso delle piramidi era strano. L’area circostante era stata disboscata, lasciando un tappeto bruno con aree erbose, ai margini dell’area c’erano campi coltivati. Alcuni edifici agricoli erano disseminati in vari punti tutt’attorno. Svariati sentieri attraversavano i boschi in direzione di piccoli borghi formati da piccole abitazioni a un piano in mattoni d’argilla e altre strutture stravaganti. C’era parecchia attività, ma nessuna sembrava essere correlata al commercio o al turismo. Arrivati proprio sopra, eseguimmo delle scansioni dettagliate. RJ si sedette alla console e cominciò le analisi ad alta risoluzione. Per la prima volta, provai qualcosa simile alla colpa, perché spiavo quella gente. RJ mi guardò come se fosse lo stesso anche per lui.

Il resto di noi si radunò attorno al tavolo, in attesa di dati. Quando arrivarono anche Erin e Paris, cominciai a parlare: “Allora, che cosa sappiamo di questa gente? Come mai ho la sensazione che non dovremmo atterrare in segreto tra loro.”

Erin disse: “Lo volevo dire pure io, Adrian. Credo che tu abbia ragione. Non so se sarà possibile visitare il complesso: è gente piuttosto isolazionista, amichevole ma non aperta agli stranieri.”

“Non mi sembra di vedere molta tecnologia là sotto. Non saranno magari dei fondamentalisti?”

“Difficile dirlo, da qui. La loro società è stata descritta come tribale, culturalmente isolata ed eccentrica da un punto di vista religioso. Dei gruppi di studiosi hanno chiesto di essere ammessi e sono stati sbrigativamente respinti. Il commercio è scarso: lo permettono solo per gli oggetti di cui hanno un bisogno specifico, e sembra che non abbiano bisogno di molto dal mondo esterno. Non è chiaro quanta tecnologia abbiano o sappiano usare.”

“Si sa di qualcuno che si sia introdotto tra loro?”

“Si, qualcuno. Due o tre esploratori li hanno raggiunti nel corso degli anni, ma non hanno mai fatto ritorno. Sembra che il prezzo del biglietto di ingresso sia il non ritorno.”

“Oh, cavolo!”

“Ci sono delle loro fotografie con lance, coltelli e archi, nessun’arma più potente, ma stranamente anche durante gli anni di guerra nessun’altra nazione li ha mai disturbati. Sono sempre stati lasciati tranquilli.”

“Quanti sono?”

“Abbiamo solo stime. Qualche migliaio.”

“Ma non è questo, in teoria, il luogo originario della popolazione del pianeta?”

“Sono i discendenti dei costruttori delle piramidi. Sostengono di servire Capal e seguire i suoi insegnamenti ancora oggi.”

Restammo in silenzio, a pensare. Speravo che qualcuno avesse una buona idea, o almeno qualche domanda migliore. RJ mi chiamò alla console: “Adrian, noto qualcosa di strano.”

“Ah sì? Perfino tu?”

“No, davvero. Dovresti venire qui a dare un’occhiata.”

Ci alzammo e volammo verso il portello anteriore. RJ si era girato verso di noi. Indicò un monitor in alto, una vista ingrandita del complesso. Dovunque c’era gente che lavorava nei campi e trasportava oggetti, le attività normali di una qualsiasi società primitiva.

“È la tua città!” gli dissi.

“Questa è una foto fatta nel momento in cui siamo arrivati.” Fece una pausa e indicò un secondo monitor lì vicino. La stessa zona, ma non c’era più nessuno, nessun giardiniere, nessun contadino, nessuno che camminava. Il posto era deserto se non per diverse persone in fila, in vari punti del complesso. Come se stessero aspettando qualcosa, o facessero la guardia a qualcosa.

“Questa è stata scattata qualche minuto fa” disse RJ “Non noti nulla?”

“Non lo so.”

“Le nostre scansioni. O per pura coincidenza tutti questi hanno smesso di lavorare quando abbiamo cominciato le scansioni, oppure le hanno sentite in qualche modo.”

Mi aggrappai al soffitto irritato e mi passai la mano libera in faccia: “Deve essere una coincidenza, RJ.”

“Chi è che ha detto che non crede alle coincidenze?” rispose.

“Ma…”

Prima che potessi finire la frase, Danica mi chiamò dal posto del pilota: “Ah, e se pensi che sia strano quello, non potrai credere a questo, Adrian.”

RJ aggiunse: “Le vedo anche io.” Indicò lo schermo principale della sua console. C’erano delle coordinate stampate in bella vista. Mi guardò e scosse la testa, incredulo: “Devono essere le coordinate d’atterraggio.”

“Proprio in mezzo al complesso” confermò Danica.

“Oh, andiamo, ragazzi. RJ, trova l’origine del segnale.”

RJ pestò alcuni tasti e mi guardò accigliato: “L’apice della piramide più piccola. La trasmissione arriva dritta da quella piramide.”

“No, è troppo.”

“È chiaramente un invito, Adrian. Che facciamo?” chiese RJ.

“Aspetta un dannato minuto. Rischiare un paio di vite è già abbastanza brutto, ma portare giù tutta la nave è tutta un’altra cosa.” Mi guardai intorno: “Voialtri pensate che dovremmo atterrare lì?”

Cominciarono a parlare tutti assieme: non riuscivo a capire una sola parola. Ognuno litigava con tutti gli altri e contemporaneamente diceva la sua. Altrettanto improvvisamente smisero di parlare e mi fissarono: secondo loro, ero stato pienamente informato.

“Siamo ben armati e abbiamo gli scudi” disse Wilson, un po’ ridicolmente.

“Certo Wilson, ma loro che cosa hanno?” gli risposi.

Lo guardammo tutti.

“Ci sono state altre trasmissioni, RJ?”

“Nessuna. Questo è tutto.”

“Paris, tu sei l’esperto. Potremmo lasciar giù tutti gli altri in un posto sicuro, poi tornare io e te e atterrare?”

Ricominciarono a parlare. Questa volta riuscii a capire che non si trattava di una idea molto popolare. Quando tutti smisero di parlare all’unisono, soltanto due parole rimasero ad aleggiare nell’aria, per riassumere: “…bella stronzata!”

“Se hanno la tecnologia per rilevare le nostre scansioni, non riusciremo ad atterrare di nascosto” disse Wilson.

“Qualcuno ha un’idea migliore?” chiesi.

Nel silenzio che seguì, sentii una vibrazione contro il torace. Allungando una mano, sentii il cristallo Nasebiano pulsare. Lo estrassi e lo vidi illuminarsi di rosso ciliegia, con spirali di bianco. Era la prima volta che il cristallo reagiva da quando eravamo emersi dal Vuoto.

“Signori, allacciate le cinture.”

Mi scostai e mi misi nel sedile del copilota: “Danica, fuori il carrello. Ci poseremo, ma mantieni tutti i sistemi pronti. Al primo segno di problemi, va in orbita in salita di emergenza, anche se non fossimo tutti a bordo. Ce la fai a lasciare indietro qualcuno?”

Mi guardò solennemente: “Si.”

La discesa era carica di apprensione. Era il tipo di scommessa che Adrian Tarn non faceva mai: nessun asso nella manica, nessun piano B, nessuna via di fuga. Non sopravvivi a lungo se fai questo tipo di cose: “non avevo altra scelta” sono le quattro parole usate più spesso per giustificare i peggiori errori, sin da quando la parola ‘errore’ è stata inventata. Tuttavia, scendemmo lo stesso.

Le cime delle piramidi furono visibili dai finestrini laterali e divennero più alte di noi, mentre rallentavamo. La nave oscillò a contatto con il terreno e si assestò sui carrelli. Il ronzio dei motori si abbassò al minimo, ma rimase lì. Decidemmo di utilizzare la camera stagna di poppa, in modo da poter far scendere la rampa di carico: permetteva un accesso alla nave più rapido in caso di panico. In caso di ostilità, avremmo potuto sganciare la rampa e partire al volo.

In armeria aprii il cassetto delle armi leggere, con l’intenzione di prendere una pistola al plasma. Fui sorpreso e allarmato nello scoprire che nessuna pistola era attiva. Ne presi una per esaminarla da vicino: era fuori uso, e così tutte le altre. Anche i fucili non erano attivi. Non una sola arma era efficiente, erano state tutte disattivate. Non avremmo avuto nessun’arma disponibile durante la nostra visita.

RJ mi raggiunse, guardò le armi e realizzò velocemente cosa stava succedendo: “Beh, sarebbe stato comunque di cattivo gusto.”

“Anche morire lo è. Con qualche momento d’imbarazzo, in più.”

“Ho la sensazione che avrebbero già potuto realizzare la nostra dipartita, se lo avessero voluto.”

“Beh, ora sappiamo come mai questa gente non è mai stata disturbata da tentativi di invasione. Se provi ad attaccarli, le tue armi smettono di funzionare.”

Le cavie eravamo Paris e io. Erin obiettò parecchio. Aveva studiato le loro abitudini. Poteva evitare che commettessimo dei passi falsi. Solo Dio sapeva quanti passi falsi potevo fare. Le dissi che non pensavo fosse una buona idea, ma insistette che invece sì. Le dissi che ero sicuro che non lo fosse, rispose che lasciarla sulla nave non era tra le opzioni, poi mi lanciò una occhiata che avrebbe perforato una paratia. Non mi rimase che dire: “Forse hai ragione.” Partì a cercare le sue cose.

Quindi le cavie eravamo Paris, Erin e io. Pensai a Wilson, ma decisi che comunque saremmo stati sopraffatti in ogni caso: non c’era motivo di fargli correre dei rischi inutili. Quando il portello sibilò in apertura, ci si presentò una vista abbacinante della grande piramide dorata. Era così luminosa da non poter capire se la struttura fosse ricoperta d’oro o fosse solo uno scherzo della luce. Un sentiero ricoperto di marmo arrivava fin là. Mentre ci piegavamo per passare dal portello apparvero due figure a una decina di metri, che ci attendevano. Parevano del tutto indifferenti al fatto che una nave spaziale fosse appena atterrata al centro della loro piazza. Erano vestiti con tuniche bianche e oro fino al ginocchio, un grembiule pieghettato davanti, blu e oro. Una fascia bianca, anch’essa plissettata, drappeggiata sulla spalla destra e fissata alla cintura. Braccia e gambe erano ricoperte di tatuaggi colorati e indossavano dei copricapi elaborati pieni di gioielli con una grande gemma proprio in fronte. Ognuno portava un bastone ricurvo, dorato, pesantemente inciso, alto da terra fino alla spalla.

Anche se di norma non faccio caso alla moda, mi sentii improvvisamente conscio dell’inadeguatezza delle nostre banali tute grigie da volo. In un attimo di consapevolezza un po’ sciocca, mi chiesi se il blu non sarebbe stato una scelta migliore. Adrian Tarn, consulente di moda per vestiti egizi. Lottai per conservare un’espressione impassibile, mentre studiavo i due inviati che ci davano il benvenuto e ci fissavano. C’erano dei sentieri di pietre colorate che conducevano ai vari edifici e nella foresta circostante. Alcuni si allargavano a formare grandi simboli e immagini, poi si restringevano di nuovo. Non c’era vento, ma l’aria era profumata di gelsomino. Ci fermammo alla base della rampa per assorbire tutte queste sensazioni, ma erano troppe: eravamo sopraffatti.

La mia prima impressione fu che i due fossero dei sacerdoti. Aspettavano pazienti, senza dire una parola. Avanzai in testa al gruppo. Dietro di noi potevamo udire il Grifone ronzare al minimo. Mentre ci avvicinavamo, si inchinarono lievemente, si voltarono e imboccarono un sentiero che conduceva alla piramide minore. La più grande riluceva dorata ma non aveva entrate visibili; in cima, la pietra apicale era stata rimossa, come una chiave dalla toppa.

Alla base della piramide minore, una lunga rampa saliva dolcemente verso una doppia porta, gigantesca e spalancata, decorata in bronzo e argento. Erin avrebbe voluto passare avanti, ma il lento incedere dei due sacerdoti glielo impediva. Al culmine della rampa gettai una rapida occhiata dietro: la zona era deserta, non un’anima viva, ma mi sentivo come se fossero in migliaia a spiarmi.

Nella piramide, entrammo in una anticamera ombrosa e fresca illuminata da torce alle pareti. Ci soffermammo stupiti: avevano rilevato le nostre scansioni dallo spazio e usavano torce per illuminare i templi. RJ sarebbe stato fuori di sé. L’anticamera era un forziere pieno di opere d’arte e tesori. Il pavimento era di pietra bianca lucida, i soffitti alti e riccamente dipinti, statue con ricchi copricapi in mostra ovunque e oro, argento e bronzo. Le pareti erano adornate da vivide immagini: una struttura antica mantenuta come nuova. Il posto era immacolato.

I due sacerdoti ci fecero attraversare la stanza fino al muro di fondo, una lastra di granito massiccio, lucida e ricoperta di geroglifici. Al centro un grande cartiglio con immagini di animali, incise profondamente. I sacerdoti mi sorpresero quando si divisero e si misero ai due lati; non sapevo se dovessimo inchinarci o rendere omaggio in qualche modo. Guardai Erin, ma era confusa quanto me. Un sonoro gong ci trasse d’impaccio: guardammo stupiti la lastra scorrere verso destra rivelando una stanza grande quanto uno stadio, una cattedrale decorata dalla luce e dall’arte. Le pareti erano coperte da pitture intricate e da simboli strani. Lungo le pareti erano allineate statue alte circa dieci metri. Colorati raggi luminosi, riflessi dal sole, si incrociavano nella stanza. In distanza, una singola persona lontana sedeva su un trono di marmo bianco, con una colonna di luce che scendeva dall’alto.

I sacerdoti si fermarono: ci guardammo preoccupati, poi decidemmo per la lunga camminata verso il trono. Il lucido pavimento era quasi scivoloso, l’aria profumava come un giardino fiorito.

La donna era vestita d’argento dal collo ai piedi. Era un abito simile a quello che avevo visto indossare dall’inviata Nasebiana a bordo della nave Electra. Lei si alzò e scese dal piedistallo per venirci incontro mentre ci avvicinavamo. Aveva i capelli dorati, così dorati che la luce del sole che scendeva dall’alto li faceva risplendere. Era umana, ma circondata da un’aura Nasebiana: un bagliore, che avevo visto una sola volta in vita mia, formava un ovale illuminato attorno a lei: la stessa aura che aveva circondato l’inviata Nasebiana. Ero sopraffatto: avrei voluto avvicinarmi il più possibile, immergermi in essa, era come incontrare qualcuno perfettamente puro e libero da ogni peccato, la definizione stessa del bene. Aveva occhi blu profondi e sfolgoranti e, come l’inviata, era difficile fissarli per più di qualche istante. Aveva un naso sottile, la pelle chiara come un bambino, le orecchie nascoste dalla cascata lucente dei capelli.

“Grazie per essere venuti. Avevo previsto il vostro arrivo” disse, ma senza aprire mai la bocca; le sue labbra non si muovevano.

Volevo chiederle come dovevamo rivolgerci a lei, ma prima che potessi parlare, ci fu la risposta:

“Amoura.”

Paris ed Erin erano stupiti: un fiume di meraviglia scorreva nelle loro menti.

Amoura pensò e noi capimmo: “Avete molte domande, ma avete bisogno di poche risposte. Lasciate che ve le offra.” Giunse le mani delicate nelle maniche e proseguì: “Mio padre era Capal. Scese su questa Terra molto tempo fa. Non stava bene. Organizzò la vita qui e alla fine la mia antenata divenne la sua protetta e l’aiutò a ristabilirsi. I Nasebiani si riproducono in modo diverso dalla vostra specie: anche in assenza di contatto fisico, la mia antenata scoprì di attendere un figlio, una concezione causata dal contatto prolungato con l’ospite Nasebiano. Diede vita a una bambina e un nuovo ciclo vitale ebbe inizio. Quando ebbe la capacità e le risorse necessarie, Capal tornò in cielo. Io sono la continuazione della sua linea ereditaria, donata al mondo da Capal. Un giorno anche io darò alla luce una figlia e inizierò il processo di ascensione: l’evoluzione graduale a una dimensione più elevata. Mia figlia rimarrà a continuare la linea, come ho fatto io.”

“Io sono l’Udjat che voi cercate: tutto quello che un Udjat è, io lo sono. In tempi recenti una specie lontana ha cominciato a visitare questa Terra. Essi hanno avuto sentore della mia presenza. Quando me ne andrò, non resterà più nulla di interessante per loro: la mia gente, gli altri abitanti di questo mondo e i visitatori, saranno di nuovo al sicuro. La mia gente ha preparato il vostro arrivo per molti anni: niente di quello che vedete intorno cambierà. Hanno già preparato tutto il necessario per farmi viaggiare con voi: rimarrò in stasi per tutta la durata del viaggio. Ci sono già degli accordi per ricevermi, quando arriverò. Ho risposto alle vostre numerose domande?”

Apparentemente lo aveva fatto, visto che restammo lì, con le facce attonite.

Poi continuò: “Se volete andare a preparare la vostra nave e la vostra gente, sarò condotta a voi.”

Mi inchinai. Non sapevo esattamente perché. Tutto il mio orgoglio era svanito, una cosa non da poco per Adrian Tarn. Non vidi la reazione degli altri due, ma senza dubbio avevano già espresso tutta la loro meraviglia. Quindi ci voltammo e tornammo alla nave. Fu allora che mi resi conto di non aver detto una sola parola e di non aver fatto nessuna domanda, esattamente come gli altri. Ce ne tornammo alla nave ad aspettare l’arrivo di un ibrido Umano-Nasebiano, una prospettiva che mi fece sentire euforico e inadeguato contemporaneamente.

Capitolo 41

Traduzione di Paolo Beretta

Tenemmo la nave con i motori al minimo e, nell’attesa, ero al tavolo ovale, questa volta con la presenza della gravità, travolto dall’ennesimo scherzo del destino. Erin riassunse per gli altri, che la fissavano imbambolati. Mi guardai in giro come per cercare un raggio di sole e invece vidi Paris vicino a me:

“Adrian, dobbiamo parlare.”

“Certo, che succede?”

“È una cosa privata, possiamo usare il laboratorio? Adesso è vuoto.”

Andammo al laboratorio a poppa. Paris accostò la porta, senza chiuderla del tutto. Una lama di luce dal vicino portello stagno entrò dalla fessura.

“Ci sono delle cose che ritengo debbano essere chiarite” esordì, e non mi era mai sembrato più determinato.

“Paris, non serve. So che tra noi le cose non sono andate mai nel migliore dei modi. Sono sempre stato un cattivo giudice del carattere umano e mi sarei dovuto comportare meglio con te fin da subito.”

“Lascia perdere, Adrian. Non ti eri poi tanto sbagliato, nei miei riguardi. Una parte di quanto devo dirti è piuttosto sgradevole, quindi mi conviene andare dritto al sodo. Se smonti la piccola luce sopra la mia cuccetta, ci troverai dentro una scheda di memoria, con tutte le informazioni che ho racimolato sui motori Stellar, sugli armamenti e sugli scudi. In agenzia ci sono due tizi che fanno affari illegalmente con gente non della Terra e che a ogni costo vorrebbero mettere le mani sulla tecnologia Nasebiana. Nel modulo ci sono anche i loro nomi, è la mia assicurazione sulla vita. Sai perché abbiamo avuto un guasto all’antenna? Stavo forzando delle trasmissioni sulla banda XYK attraverso quell’antenna, per inviare i dati. Nessuno si è accorto di niente.”

“Ma perché? Perché farlo?”

“Scherzi? Ci sono persone là fuori che possono offrirti una grossa porzione di un pianeta abitato, se accetti di lavorare per loro. Puoi vivere il resto della vita quasi come un dio.”

“E tu volevi farlo?”

“No. Un dottore in fisica quantistica del mio livello? Cazzo, no. Loro però mi avevano offerto i nomi della gente che aveva sterminato la mia famiglia. Avrei fatto qualsiasi cosa per avere quei nomi.”

“Beh, questa per lo meno la capisco. Forse avrei fatto lo stesso al tuo posto. Dimmi però: uno dei nomi sulla tua lista dei cattivi era Bernard Porre?”

“Non scherziamo! No no. Porre è innamorato della sua personale percezione della perfezione e la sola idea di infrangere la legge lo farebbe cadere in deliquio. Anche se non credo di poter esprimere giudizi su nessuno.”

“E come mai questo ripensamento?”

“Il viaggio ha cambiato parecchie cose. Ha fatto molto più che aprirmi gli occhi. È stata la cosa migliore che potesse succedermi. La figura dal nero mantello era solo il mio recente passato che mi cercava.”

“Paris, è un momento strano per cercare di uscirne puliti, no?”

“Ho le mie ragioni, però. Tra l’altro, non è mai troppo tardi per confessare i propri peccati, che dici?”

“Senti, forse riusciamo a risolverla. La missione sarebbe fallita senza di te e credo che questo compensi tutte le cose. Tornati a terra, riusciranno a prendere i cattivi e non ti vedo dalla loro parte. Quando torneremo, so di poter gestire la situazione: devono risolverla nel migliore dei modi e tu sarai lasciato fuori dai casini. Al nostro ritorno sono convinto che riuscirò a fare in modo che tu ne esca pulito e libero.”

“Questa è l’altra cosa che devo dirti, Adrian. Non tornerò. Resto qui.”

“Eh? Ma sei impazzito?”

“C’è un’altra cosa che non ti ho detto. Mia moglie è qui: una copia esatta sotto ogni aspetto, tre o quattro anni più giovane di quanto sarebbe stata vivendo, ma è lei.”

“Come fai a saperlo?”

“Nella biblioteca, dove abbiamo scoperto i duplicati, ho guardato per curiosità. Ho trovato una sua fotografia scattata alla raccolta di fondi per l’ospedale a New Province City. Sono quasi svenuto: è l’ospedale più grande della città, non molto lontano dalla biblioteca. Sono scappato di corsa e ho preso un tram mentre voi eravate ancora via. Ho promesso a Erin di dirti tutto, quando fosse venuto il momento. Spulciando i turni del personale ospedaliero in un momento in cui non c’era nessuno alla reception, ho gironzolato in zona aspettando che mia moglie prendesse servizio al pronto soccorso, poi mi sono procurato una ferita per essere medicato. Quando lei è passata davanti all’infermeria, l’ho chiamata col suo nuovo nome, Maretta. Lei si è bloccata e mi ha fissato per un’eternità: io le ho detto le stesse identiche parole che avevo usato con mia moglie a suo tempo. Lei mi ha dato le stesse risposte, ha mandato via il tirocinante e mi ha medicato. Tra noi è scoccato un nuovo colpo di fulmine. Ho scelto un argomento che sapevo piacerle e le ho chiesto di trovarci a pranzo. Ha accettato e io devo tornare.”

“Porca merda, Paris…”

“Devo assolutamente tornare…”

“Questo non è il tuo mondo, Paris.”

“Adesso lo è.”

Ci fissammo per un lungo, muto istante rivelatore. Non ebbi bisogno di verificare la sua certezza, quel vecchio adagio che dice “gli occhi sono lo specchio dell’anima” era stato più che sufficiente. La vita passata di Paris Denard era ormai impressa su di me.

“Potevi già sparire prima nell’ospedale, vero? Saremmo diventati scemi per trovarti.”

Lui mi guardò in silenzio.

“Ma sei tornato per concludere la missione, anche se sapevi che forse non ti avrei permesso di rimanere. Sapevi che non avremmo potuto farcela, senza di te.”

Continuammo a fissarci, e alla fine ci si capiva davvero.

“Dio santo, Paris, in cosa ti stai cacciando?”

“La sposerò, Adrian, e riavrò di nuovo mia moglie e mia figlia.”

“E se qualcosa non va? Cosa farai se le cose tra voi non funzioneranno? Se lei ti scarica dopo qualche settimana?”

“Conosco quella donna meglio di quanto conosca me stesso. Le darò tutto ciò che vuole prima ancora che lei sappia di volerlo. È un test di cui conosco già tutte le risposte.”

“Dopo la nostra partenza, non ci saranno altre navi terrestri su questa rotta, mai più.”

“Se mai dovessero essercene, di’ loro di non affannarsi. Non mi serviranno.”

“Sicuro?”

“Assolutamente”

“Cristo, Paris…”

“Me lo lasci fare?”

“E se ci fosse un altro te stesso, là fuori da qualche parte?”

“Cambierò il mio aspetto. Nessuno di quelli incontrati da Erin e da me ha mai mostrato di conoscermi. E nessuno all’ospedale. Non credo esista un altro me stesso in quel mondo.”

“Comunque, chiedi molto.”

“Potete lasciarmi qui fuori. Torno da solo in città.”

“Famiglia, amici sulla terra?”

“Nessuna famiglia, sono sempre stato un solitario. Mancherò a ben pochi.”

“Paris…”

“Lo so che per te è una rottura di coglioni. Potresti essere messo sotto inchiesta perché mi hai lasciato qui.”

“Di quello poco mi frega, tanto riesco a finire nei guai sempre Se vorranno mettermi sotto inchiesta, dovranno probabilmente prendere il numerino e mettersi in fila. Si può dire che abbia conseguito un dottorato in infrazione di regole.”

“Ci potrebbero pure essere conseguenze legali.”

“Di solito, quando succede sono sulla spiaggia con una canna da pesca in mano.”

“Allora sì? Rischierai la tua carriera per me?”

“Rimani a bordo, ma tieniti pronto a essere sbarcato.”

“Per favore, Adrian, non fare scherzi. Per me è tutto.”

“Ti chiamerò io al portello stagno di prua quando sarà il momento.”

Ci interruppe un colpetto alla porta. Da fuori RJ mi chiamò: “Adrian, è meglio se vieni qui.”

Tornammo nell’area abitativa e tutti erano incollati ai finestrini. Ci facemmo largo coi gomiti: migliaia di persone circondavano la nave, un oceano umano di abiti colorati, cartelli, striscioni e il nome “Amoura” da tutte le parti. Poi cominciò il rumore: rullanti, piatti, corni e tamburi, tutti assieme. Non si vedeva nessuno che controllasse, ma sulla nostra destra si mantenne aperto un ampio corridoio. Strizzai gli occhi e vidi venire verso di noi una vera e propria processione, gente con abiti sontuosi, grandi medaglioni dorati appesi al collo, lunghi bastoni e reliquie consacrate sollevate sulla folla.

La lunga processione avanzò lentamente, ci vollero venti minuti prima che il cuore di quel corteo fosse visibile. La nostra ospite d’onore era all’interno di un sarcofago, intrecciato con fili d’oro. Era sagomato a seguire la forma del corpo e le spaziature nella trama facevano parzialmente vedere il luccichio dell’argento della sua veste. Stava su una lettiga, coperta da un drappo rosso fiammante, scortata da sei portantini. Si bloccarono davanti alla nave e, lentamente, si voltarono verso la rampa d’accesso. La folla si fece silenziosa, senza che fosse necessario alcun segnale. Alla base della rampa, i portantini si mossero all’unisono fino a giungere su. Allora rimescolarono le posizioni tra loro in un movimento fluido e coordinato, senza far muovere la lettiga. Non avevano bisogno di indicazioni: era una danza. Portarono il sarcofago dentro la nave, senza mai toccare una porta o una parete, fino ai dormitori. Io ero in piedi, presso la cambusa, ma fui ignorato.

La stanzetta di fronte alla mia aveva la porta aperta, per accoglierla. Il capo portantino, nel corridoio, si mise di fronte per allineare la lettiga, poi fecero scivolare la lettiga nella stanzetta con molta cautela e infine la fissarono con delle cinghie riccamente ricamate. Estrassero da alcuni sacchetti cose che sembravano incenso, offerte e oggetti di devozione, quindi si voltarono verso di me in paziente attesa. Capii subito che la mia presenza non era opportuna e me ne andai. Il resto dell’equipaggio era muto come pietra: si udiva solo il ronzio di sottofondo del Grifone. La cerimonia durò circa dieci minuti, poi i portantini se ne andarono in fila indiana, giù dalla rampa, sempre lentamente, senza dire una sola parola. La cella dell’ipersonno era stata sigillata. Amoura era entrata in stasi.

La folla restò fuori dalla nave, molto tranquilla. Io mi diressi verso il ponte di comando e chiesi a Danica di impostare una rampa di salita il più possibile dolce e lenta con una pausa a quindi metri, che mi sembrava del tutto opportuna. Wilson e io demmo un’ultima occhiata ai volti austeri della folla, poi ritraemmo la rampa e chiudemmo il portellone. Danica aumentò la potenza dei motori molto gradualmente, consentendo alle persone di allontanarsi dalla nave. Arrivammo a quindici metri, ci fermammo e ritirammo i carrelli, quindi salimmo rapidi via da tutta quella gente.

Sul ponte di comando, andai da Danica: “C’è ancora una fermata da fare.” Lei alzò lo sguardo, fissandomi incuriosita.

“Dobbiamo sbarcare Paris, lui resta qui.”

“Come?”

“Ha i suoi buoni motivi e io sono d’accordo con lui.”

“Ma noi non torneremo più..:”

“Lo sa.”

“E perché?”

“Stai in orbita fino a sera, poi riportaci giù nello stesso punto dello sbarco.”

Mi guardò con un’espressione tenera, che non le avevo mai visto prima. Annuii, perché non trovavo parole adatte al momento.

“Imposto la rotta per il punto di sbarco geosincrono di Provincial City, Comandante.”

Mentre ci preparavamo alla discesa, Paris salutò tutti, nella prima oscurità della sera imminente. Lo incontrai nella camera stagna, senza bisogno di chiamarlo. Gli consegnai ogni piccolo pezzo d’oro, argento e platino dal laboratorio. Aprimmo assieme il portellone a quindici metri d’altezza, ammirando le lunghe ombre della foresta su Terra II. Danica arrestò la discesa a poco più di mezzo metro dal terreno; senza esitare, Paris saltò giù e si voltò verso di me. Ci salutammo con un cenno. Gridai a Danica che eravamo a posto e iniziammo lentamente la risalita: io guardai ancora Paris. Era un altro uomo ed era una nuova amicizia che, con rimpianto, non avevo più. Il momento fu così intenso che mi ero piegato in avanti, con il portello aperto, incapace di spezzare quell’incontro. A trenta metri, ormai gli occhi non si vedevano più: feci un cenno di saluto, che lui ricambiò, e chiusi il portello. Si voltò e sparì nei cespugli, un uomo che tornava indietro nel tempo. Serrai il portello e rimasi lì, in piedi, pensando a ciò che uomini e donne sono disposti a fare per amore. Mi resi conto che niente e nessuno ne era escluso: avevo avuto la prova che, se amavi abbastanza la tua famiglia, non c’era niente nell’universo che non avresti fatto per proteggerla o per trovare la strada per tornare da lei. Paris aveva trovato la strada e la stava percorrendo. Da qualche parte dentro di me, in un luogo profondo che normalmente evito, udii una voce dirmi che ce l’avrebbe fatta.

Danica ci portò in orbita e, una volta in posizione, attivò i motori orbitali per portarci fuori dal pozzo gravitazionale di Terra II. A quel punto, mantenne la posizione per consentirci di prepararci al salto. I portantini di Amoura avevano fissato bene il sarcofago nella cella, per cui restavano solo i fissaggi dell’ultimo minuto e poi le cinture. La posizione corretta per il salto poneva Terra II sulla nostra destra, così ci prendemmo tutti un momento per volare verso i finestrini e dare un ultimo sguardo a quella perla verde e blu, che ruotava pigramente alla luce del sole, una visione totalmente diversa da quella che ci aveva accolto all’arrivo. Ora sapevamo che ci viveva una razza sorella, che sarebbe stato quasi impossibile non considerare una famiglia. Loro stavano per entrare nella maledetta era atomica, lì dove impari a farti male da solo. Ma adesso avevano un fisico quantistico che veniva dal futuro. Forse sarebbe riuscito a rendere il passaggio meno traumatico, forse una seconda Hiroshima, su Terra II, non sarebbe stata necessaria.

Bloccati ai sedili, in attesa del salto, seguimmo le ultime trasmissioni da Terra II. RJ, seduto vicino a me, disse: “Mi mancheranno queste trasmissioni 2D in bianco e nero.”

“Puoi sempre togliere il colore.”

“Non è la stessa cosa, non c’è l’intenzione. Manca l’onestà del monocromatico.”

“Ci sono anche versioni in bianco e nero dei classici.”

“Già, almeno quello…”

Improvvisamente, su uno schermo comparve una ‘Edizione straordinaria’. Uno speaker, con dietro una scritta che annunciava il superamento del muro del suono. Un portavoce militare aveva confermato che oggi, alle 09:50 ora standard, il Colonnello Vance Cameron, alla guida dell’aereo a reazione Flair 1, aveva abbattuto il muro del suono presso una base militare non meglio specificata. Al momento, non erano disponibili ulteriori dettagli. Comparve sullo schermo l’immagine di un pilota che scendeva da un aereo a reazione. Il Colonnello venne ripreso mentre si allontanava con ancora indosso il casco e con la maschera a ossigeno che gli pendeva sul petto. Superò la telecamera, si bloccò, si voltò e la fissò. Sembrò quasi stesse guardando noi. In quel momento, il Grifone saltò a ultraluce e l’immagine svanì nella neve della mancanza di segnale.

Wilson disse: “Porca miseria, ce l’ha fatta…”

RJ si voltò verso di me: “Credo che i nostri segreti saranno al sicuro.”

Danica e Shelly iniziarono la prima tratta del viaggio. La nave su cui stavamo non era più la stessa con cui eravamo partiti, da quando Amoura era salita a bordo, era diventata qualcosa di diverso. Avevo pensato che, una volta ripresa la routine quotidiana, la sensazione sarebbe svanita poco per volta, ma quell’aura invece rimaneva, come una tinta dorata sospesa, con scintille dello stesso colore che comparivano agli angoli della visuale e che ti facevano voltare lo sguardo, solo per scomparire appena le cercavi. Nel corridoio l’effetto era anche più marcato. Provavo apprensione e incanto, al pensiero di dormire in questa atmosfera. Chissà perché, credevo di non meritarmelo.

Fummo tutti toccati, in modi anche più personali. Eravamo avvolti da una sottile allegria, come se fosse la vigilia di Natale, o la mattina in cui ti portano a Disneyworld, o il giorno del campeggio estivo con la famiglia. Era così e non smetteva mai, né diminuiva. Tutti dovemmo fare uno sforzo per smettere di sorridere come ebeti, ma non sempre si riusciva. Era l’effetto Amoura, anche se non lo si nominava mai esplicitamente. Si facevano battute tutte molto divertenti, se si raccontava una storia, era sempre molto avvincente, le partite a poker erano più divertenti del solito, erano felici sia quelli che vincevano, sia quelli che perdevano. L’idea di luna storta era stata eliminata dal vocabolario. Non era euforia, ma piuttosto un’attesa di euforia.

Il tempo divenne prezioso, ma non nel senso comune del termine. I minuti erano talmente gratificanti da non volerli sprecare. Il salto nel Vuoto fu facile, le settimane per arrivare lì erano sembrate pochi giorni. Non erano previste fermate questa volta. Basta con i professori di educazione fisica del liceo, né concorsi di bellezza o incontri di kick boxing, e nessuna figura dal nero mantello.

Sbucando dall’altra parte, però, ci aspettava una sorpresa. Eravamo in mezzo alle stelle senza accorgercene, ancora a ultraluce, ma Shelly, chiamò: “Adrian…” con un tono che distolse tutti quanti dalla loro attività per prestare la massima attenzione.

Fuori dai finestrini di prua, si stagliava l’astronave più grossa che avessi mai visto. Aveva la forma di un pancake, con appendici qua e là e delle gondole a poppa. Sembrava essere tenuta assieme da piccoli raggi di luce. Io la fissavo inebetito da dietro Shelly, quando una voce mi chiamò: “Adrian, è il caso che tu venga subito qui.”

“Non adesso.”

“Sì, adesso” rispose RJ.

Tornai indietro, scorgendo altre due navi identiche alla prima, una a sinistra e una a dritta.

A quel punto parlò Wilson, dalla postazione tecnica: “Adrian, guarda il monitor.”

Mi voltai verso lo schermo più vicino, a leggere il messaggio che giungeva dall’esterno, una lettera per volta.

‘Comandante Tarn, richiedo permesso di prelevare passeggero e diari di missione. Millennia.”

Non sono uno a cui viene facilmente la pelle d’oca, ma mi successe leggendo il nome Millennia e il cuore perse qualche colpo. Si trattava dell’inviata Nasebiana, con cui avevo condiviso buona parte della mia ultima, disgraziata missione ed era su una di quelle navi. Il desiderio di rivederla era enorme e mi resi conto che lei poteva sentirlo. Stavo trattenendo il fiato, mentre il mio cristallo Nasebiano nel taschino si era messo a vibrare. Mi diressi alla stazione di fianco a quella di Wilson, per digitare di persona la risposta.

‘Autorizzazione concessa, coi nostri più calorosi saluti.’

Ci fu un lieve ronzio, mentre venivamo avvolti da una luminescenza bianca che non durò più di trenta secondi. Sul Grifone parve di colpo, che tutti i colori fossero sbiaditi. Non c’era gravità, ma tutto sembrò stranamente più pesante e non c’era più la bellezza di prima. Improvvisamente avevo fame. Guardando gli altri, capii che anche loro l’avevano. Mi diressi verso la zona abitativa e aprii la stanzetta di Amoura. Vuota. Wilson mi chiamò.

“Non hanno ricopiato i diari, li hanno proprio presi, Adrian. Non ci sono più né diari di missione, né diari personali. Non è rimasto mezzo riferimento a Terra II.”

“Credo di poter dedurre che qualsiasi informazione sulla missione è da ritenersi classificata” risposi.

Wilson annuì. Prima che potesse replicare, Shelly mi chiamò: “Adrian, dovresti venire a vedere.”

RJ si piazzò dietro di me. Mentre mi spingevo alla postazione commentò: “Giornata piena…”

Le navi Nasebiane erano scomparse. Shelly puntò una delle sue unghie rosse laccate sul display di navigazione. “Due giorni” disse.

Io guardavo e riguardavo il monitor, cercando di capire quel che vedevo. La traccia blu sullo schermo riportava la nostra posizione a soli due giorni dalla Terra. Nel periodo in cui le navi Nasebiane ci avevano scortato, avevamo percorso in pochi minuti una distanza che, normalmente, avrebbe richiesto settimane. Eravamo a soli due giorni da casa, giusto il tempo per organizzarci, essere pronti per la fase di rientro e concludere la missione.

Provammo a controllarci e cercammo di adattarci a una realtà senza Amoura. Mi sedetti al tavolo con RJ, per recuperare le carte del solitario che erano sfuggite. Sembrava allegramente folle: gli serviva un asso di cuori, ma il mazzo che aveva in mano era troppo basso e non ce l’avrebbe fatta. Parlò mentre contava le carte: “Hai visto cosa è successo, sì?”

“Oh, cavolo, un’altra brillante intuizione, per farmi sentire un idiota.”

“Lo vuoi sapere o no?”

“Spara.”

“Secondo le tue scansioni, le capsule di salvataggio Nasebiane sono una combinazione di circuiti biologici e artificiali.”

“Esatto.”

“Quindi, questa combinazione è il motivo per cui i Nasebiani non possono attraversare il Vuoto, come pure il perché la prima nave Nasebiana sia finita nei guai, portando alla nascita di Terra II.”

“Ci sarei arrivato pure io, prima o poi.”

“A questo aggiungi che, in quella zona, c’è qualcosa che è incompatibile con la loro presenza, anche se Capal sembra aver risolto il problema. Credo che questa serie di avvenimenti sia la cosa che più si avvicina all’imbarazzo, per i Nasebiani. Quindi hanno fatto sparire tutti i dati relativi a Terra II e li forniranno solo su richiesta ben motivata.”

“Un affare bello incasinato, un pianeta intero…”

“E la domanda rimane: che fine ha fatto Capal?”

“Azzardo un’ipotesi: è da qualche parte che gli piace?”

“C’è un’altra cosa che, forse, farei meglio a non dire.”

“Oh, santo cielo, le intuizioni imbarazzanti sono già brutte di loro.”

“Insomma, lo vuoi sapere o no?”

“Avanti, tanto qualsiasi dignità, ormai, è andata alle ortiche.”

“I Nasebiani hanno guidato la nostra Terra nello sviluppo della propulsione ultraluce con molta attenzione. I Nasebiani sono anche responsabili per Terra II, quindi non lasceranno che il posto vada fuori controllo. Vorranno introdurre degli aggiustamenti e il Vuoto, è un problema per loro. Quindi, avranno bisogno di qualcuno che possa eventualmente tornare laggiù, qualcuno che conosca bene la situazione.”

“Oh mio Dio!”

“Beh, è solo un’idea…”

Capitolo 42

Traduzione di Paolo Beretta

Atterrammo sulla stessa pista di lancio dalla quale eravamo partiti, tanti mesi prima. Durante la notte aveva piovuto e c’erano pozzanghere sull’asfalto. Le costruzioni e la vegetazione brillavano nella luce del mattino e l’aria era fresca, anche in assenza di vento. Col portellone di poppa spalancato e la scaletta abbassata, il gemito dei motori andò scemando pian piano, lasciandomi un po’ di rimpianto perché non sarebbero più ripartiti, almeno non presto.

Nonostante fossero le 6:10, trovammo un’accoglienza più numerosa del previsto. Dignitari in tenuta formale, un gran numero di persone di Genesis, alcuni familiari che avevano viaggiato solo per essere presenti. Una folla nutrita dietro a tutti loro sollevò anche qualche striscione di benvenuto. Era una cerimonia troppo pomposa e fui contento che nessuno avesse portato la banda. Ci ritrovammo inchiodati lì, in attesa che la processione di personalità più o meno inutili sfilasse sul podio, poi fummo presi da parte con discrezione e ci dissero che l’equipaggio dell’Akuma era stato dapprima posto in un coma indotto e poi ibernato, sicché i medici avevano avuto il tempo di studiare una possibile terapia. Per una curiosa coincidenza, l’ultimo di loro era stato risvegliato giusto il mese prima. Erano tutti guariti benissimo. Anche il Capitano Mako Hayashi si era ripresa completamente, con i ricordi ancora più intatti degli altri, grazie soprattutto al suo isolamento autoimposto nel magazzino refrigerato dell’Akuma. La guarigione di quelle persone aveva monopolizzato le prime pagine dei giornali nelle ultime settimane e, dopo l’approvazione da parte dell’ambasciatore Nasebiano e gli encomi in relazione all’Akuma, il nostro rientro era un’occasione troppo ghiotta perché un politico se la facesse sfuggire.

Quando tutte le manfrine dei vari rappresentanti terminarono, ci dissero che non c’era un pulmino per noi, ma limousine flottanti, i veicoli a repulsione più lussuosi e costosi mai visti. Niente gomme, niente sospensioni, sistema di supporto a contrasto gravitazionale. Quelli dell’equipaggio si lanciarono come pulci su un cane bagnato. Nella mia macchina trovai una bottiglia di champagne in ghiaccio, con un biglietto.

Ti lascio un paio di giorni per abituarti alla gravità, ma poi tieniti pronto: arrivo… Nira’

Non era previsto nessun briefing. Ogni informazione sarebbe stata fornita dai Nasebiani, mentre a noi venne ordinato di non nominare mai Terra II o qualsiasi cosa ad essa correlata. Al momento, non me ne sarebbe potuto fregare di meno; l’unica cosa alla quale anelavo era stare a mollo in una vasca da idromassaggio bella calda, con un drink in mano. Il resto dell’equipaggio non disse nemmeno dove andava e non ci salutammo affatto. Ma non è come sembra: molti progettavano di andar via subito, solo per verificare di essere ancora capaci di farlo, non certo per essere il più lontano possibile dagli ex colleghi.

Il telo di copertura della Corvette era talmente pieno di polvere che dovetti arrotolarlo piano e con attenzione. La carrozzeria era lucida ed ebbi voglia di portarla subito in strada. Invece diedi una carezza al vetro, rassegnandomi tristemente a una birra e a una dormita.

Il mattino seguente guidai fino a Genesis, per recuperare alcune cose che avevo lasciato là. Ai cancelli d’ingresso, una guardia diversa dalla solita mi fece cenno di passare. Con sorpresa trovai RJ seduto in un angolo dell’ufficio, comodamente sistemato, i piedi appoggiati sulla sedia e una tazza di caffè forte e fumante in mano. Spulciava sul tablet un articolo relativo all’Akuma.

“Non crederai a quello che mi è capitato” esordì, senza nemmeno alzare gli occhi.

“RJ, sei una visione celestiale per questi occhi stanchi.”

“Nemmeno t’immagini quanto.”

“Hai intenzione di vivere nella foresta o qualcosa del genere?”

“Già, campeggio al Forever Florida. Farò un po’ di volontariato con gli animali, sporcandomi le mani e mangiando radici selvatiche. Magari mi becco pure un bel raffreddore. E poi correre dietro a belle naturaliste, sedersi attorno a un fuoco e raccontare storie…”

“Allora come mai sei qui?”

“Mi sono voluto fermare, per il medico.”

“Quale medico?”

“Ti ricordi quel rapporto medico che hai portato da quel posto in cui non siamo mai stati? L’ho portato dal mio dottore di fiducia. Ha avuto un po’ di problemi per capire la terminologia e gli ho detto che era colpa della traduzione. Lui ha chiamato qualche collega e, tra tutti, sono riusciti a decifrare il mistero. A quanto pare, si dovevano effettuare urgenti scansioni cerebrali, perché i dati erano stati probabilmente male interpretati. Mi hanno fatto gli esami direttamente nel loro studio e a quel punto erano ancora più preoccupati. Il paziente aveva un piccolo aneurisma nel posto peggiore possibile; era necessario un trattamento, senza indugi. Sicché hanno caricato il paziente su un’ambulanza… anni luce avanti e indietro e non mi hanno nemmeno fatto guidare fino all’ospedale. Il trattamento è durato tre quarti d’ora, compreso togliersi e rimettersi i vestiti, una procedura di routine. La zona incriminata poteva scoppiare, ma le scansioni poi non hanno mostrato altri problemi. I medici erano così contenti che se ne sono andati a pranzo con i tecnici della risonanza e alcuni dei tecnici erano femmine. Si sono pure dimenticati di dirmi di andare a casa, ma adesso sono qui. E a te, com’è andata?”

“Cristo, RJ…”

“Sì, c’è entrato pure lui da qualche parte, senza dubbio. E tu? Pianificato nessun evento che stravolga la vita?”

“Nira sta arrivando.”

“Ah, ecco, questa è la risposta. Beh, c’è un’altra cosa che, probabilmente, non dovrei dirti…”

“Oh no, che altro c’è?”

“Vuoi saperlo o no?”

“Dimmelo ormai, la frittata è fatta.”

“Il caro Bernard Porre è nell’ufficio di Julia.”

“Merda! Dici che ho tempo per scappare?”

“Nisba, è qui solo per te, ti ha seguito come fosse un randagino…”

“Preferirei il randagino”

In quel preciso momento, sentii bussare timidamente alla porta: era Bernard. Aprì e s’infilò in ufficio, spingendo la sua valigetta nella porta che cercava di chiudersi. Una volta entrato, si spazzolò la giacca blu Nehru, concentrandosi su quella finché non fu perfettamente in ordine. Finalmente, alzò lo sguardo:

“Signor Tarn, Signor Smith…”

“Signor Porre, qual buon vento la porta?”

Sembrò voler dire qualcosa, ma la giacca lo distrasse di nuovo. Finalmente, riportò l’attenzione su di noi: “Signori, vi porgo i miei omaggi. Signor Tarn, le ruberò solo qualche minuto, se può concedermelo. Signor Smith, se vuole la sua presenza è comunque gradita.”

“Bernard, l’ultima volta che ci siamo visti aveva promesso che se ne sarebbe andato per sempre.”

“Signor Tarn, l’umiliazione è tutta mia. Non solo mi ritrovo a dover tollerare di nuovo la sua aberrante presenza ma, a rendere ancora più completa e bruciante la mia indignazione, devo pure consegnarle un riconoscimento. Riesce a immaginare un destino più atroce e beffardo, le chiedo?”

“Un riconoscimento? Lei dovrebbe darmi un riconoscimento? E in che modo la sua presenza qui dovrebbe essere considerate un riconoscimento?”

“L’unico mio desiderio è prendere quanto prima commiato da lei. A tale scopo, le richiedo solamente di controfirmare questa ricevuta.” Sfilò dalla valigetta un fascio di fogli spillati e li fece cadere sulla scrivania.

“Solo l’ultima pagina, cortesemente…”

“Carta? State usando della carta per una ricevuta? E mi sta chiedendo di firmarla?

“Bravo!” zufolò RJ.

“Bernard, ci saranno almeno due dozzine di pagine qui dentro…”

“Ventisette per la precisione. Dicono semplicemente che lei accetta la consegna e si adeguerà a tutte le condizioni richieste.”

“Devo leggermi tutte e ventisette le pagine?”

“Solo se intende godere della mia compagnia per tutto il tempo. Se invece firma e basta, io scomparirò come il vento…”

“Lei è veramente bravo a far fare alla gente quello che loro non vogliono fare, Bernard…”

“Ritengo sia un dono.”

Firmai brontolando. Bernard rimase in silenzio, poi estrasse una piccola scatola dalla valigetta e la spinse verso di me. A prima vista sembrava la confezione regalo di un orologio. Pensai che fosse la tradizionale consegna dell’orologio d’oro al dipendente, così la aprii e rimasi a fissare il contenuto, confuso e stranito: “Ci dev’essere un errore, queste sono le chiavi del ponte di comando del Grifone. Oh, un attimo, ho capito… sono un souvenir, certo… ma perché tutte le scartoffie, Bernard? C’è qualcosa di classificato o cosa?”

“Oh, cielo, che indignazione… Sì, si tratta di un regalo, un dono dai nostri grati amici Nasebiani, Signor Tarn. Come per lei, loro ci hanno fatto un’offerta che non potevamo rifiutare. Al momento, abbiamo un lotto di motori Stellar a Washington che possiamo studiare a piacimento, anche se non ci è consentito tentare di utilizzare quella tecnologia finché non saremo in grado di riprodurla. La condizione era che la proprietà del Grifone fosse trasferita a lei, incluso il necessario supporto di terra. È stato predisposto un vecchio hangar vicino al VAB e, anche se la cosa mi causa un grande e profondo dolore, debbo comunicarle che il Grifone è a sua completa disposizione.”

“Mi sta dicendo che il Grifone è mio?”

“La prego, tollero a malapena il solo pensiero…”

“E posso andarci dove voglio?”

“Per le destinazioni al di fuori delle attuali mappe stellari, deve fare prima richiesta presso un’agenzia Nasebiana per l’approvazione.”

“Questo è un altro scherzo, come quando si è fregato la chiave delle gomme dalla Corvette.”

“E ancora non riesco a capire come abbia potuto recuperarla. Il campo di asteroidi che avevo scelto doveva essere denso a sufficienza da distruggere quella sonda, invece mi ritrovo con un altro gruppo di neuroni che alimenterà la confusione nella mia mente circa il suo immeritato successo, per tutti gli anni a venire.”

“Il Grifone è mio?”

“L’agenzia potrebbe richiedere i suoi servigi, di tanto in tanto. Lei ovviamente non è obbligato ad accettare, ce ne guardi il Cielo! I Nasebiani hanno anche suggerito di portare la nave al loro centro di servizio Enuro nei prossimi sei mesi, per poter installare il sistema di gravità artificiale. Non erano molto contenti delle limitazioni cui ha dovuto sottostare senza quel sistema. Hanno anche chiesto se, eventualmente, potesse in futuro offrire loro assistenza e, anche in questo caso, non c’è l’obbligo di accettare da parte sua.”

“Il Grifone è mio?”

“Mi ricorda qualcosa che ripeteva spesso mia moglie…”

RJ intervenne: “Lei è sposato?”

“Mi riferisco a quando la mia figlia minore ritornò dopo aver sostenuto il suo quattordicesimo esame di guida, sventolando ai quattro venti la sua patente così che tutto il mondo potesse vederla. Riesce a immaginare quale fu il commento di mia moglie, Signor Tarn?”

“Bernard, io non riesco nemmeno a immaginare sua moglie.”

“Comunque, disse testualmente: Oh, mio Dio, le vie aeree non saranno mai più le stesse!”

Stava per aggiungere qualcosa ma si fermò, scacciando una formica che aveva osato avventurarsi sui suoi pantaloni: “Ora capisco il senso di quelle parole, Signor Tarn. Consegnandole queste chiavi, posso solo ipotizzare che la galassia non sarà mai più la stessa.”

Io guardai RJ. Lo vidi con gli occhi spalancati, la tazza di caffè rovesciata e un piccolo rivolo della bevanda che scivolava giù.

Bernard raccolse i documenti dalla scrivania e si diresse alla porta: “Signor Smith, com’è la Corvair?” Giunto alla porta si voltò, come per aggiungere qualcosa. Invece, ci salutò con la mano e scomparve.

RJ mi guardò, col caffè che continuava a scivolare fuori dalla tazza: “Porca merda!”

La mia visita a Genesis doveva essere una cosa rapida, giusto una puntata veloce nel programma della giornata, invece tornavo a casa con la testa completamente rintronata. Non riuscivo a processare correttamente quello che mi era capitato. Parcheggiai la Corvette in garage e, senza alcuna ragione apparente, rimasi a fisare la saracinesca che si chiudeva. Presi una bottiglia di bourbon, buttai qualche cubetto di ghiaccio in un bicchiere e me ne versai una dose generosa, con la mano un po’ tremolante a causa dell’idea del Grifone parcheggiato in un hangar del Centro Spaziale che aspettava solo me. Entrai in salotto e accesi la luce. Rimasi paralizzato dallo stupore, anche se per una cosa completamente diversa: davanti a me, comodamente sdraiato su una poltrona, c’era un sorridente Reeves ‘Doc’ Walker.

Mi aggrappai al bracciolo del divano. Quasi rovesciai il mio drink e, comunque, riuscii a versarne un po’ sul tappeto. Con una mano mi stropicciai gli occhi, confidando che quella visione sarebbe scomparsa subito dopo, ma non lo fece. Invece alzò una mano e parlò: “No, tu sei a posto. Sono io per davvero.”

“Ma che diavolo…”

“Ti spiego tutto, ma forse farai meglio a sederti.”

Mi scolai un bel sorso di bourbon e mi sedetti lentamente e con cautela, senza mai staccare gli occhi da Doc, per paura che la visione sparisse di colpo.

“In realtà non sono qui. Sono seduto davanti a una postazione di controllo al centro di una piramide mastodontica su Nasebia. Incredibile, vero?”

C’era comunque ancora la possibilità che si trattasse di un’allucinazione, così mi accomodai col bicchiere incollato alle labbra, cercando di trovare un sistema per convalidare la realtà.

“Abbiamo circa mezz’ora prima che la rotazione terrestre ci porti fuori dalla finestra utile per la trasmissione, ma è comunque un sacco di tempo.”

“Non eri morto su ZY627a?”

“No”

“Io però ho visto quella cosa che ti mangiava. Eri completamente coperto di bava e poi, di colpo, eri sparito. Non c’era niente che potessimo fare.”

“Già. Un attimo prima ero immerso in quella schifezza verde, l’attimo successivo stavo in piedi su una specie di piattaforma Nasebiana di teletrasporto, candido e pulito come un angioletto.”

“Una nave Nasebiana? Ti ha salvato una nave Nasebiana, proprio all’ultimo minuto?”

“Più che altro, all’ultimo secondo. I Nasebiani, in segreto, ci hanno scortati in modalità invisibile per tutto il viaggio prima del Vuoto. Se non ti rendevi conto della loro presenza, non avresti continuato a pensarci e, secondo loro, questo implicava un’interferenza minore. Non potevano andare oltre il Vuoto, era il massimo che riuscissero a fare. Quando quella super cavalletta fece la sua comparsa, stavano tenendo sotto controllo il nostro atterraggio. Mi spiego meglio: quando i Nasebiani ti chiesero di intraprendere questa missione, nella loro mentalità era come intromettersi nel destino di un’altra persona. È una cosa estremamente inusuale, per loro, fare certe richieste a una specie inferiore come la nostra. Quindi, non potevano permettere che morissi, altrimenti si sarebbero ritenuto responsabili di aver combinato un casino enorme nella linea temporale della mia vita. Quando un umano muore succedono un sacco di eventi scientifici piuttosto complicati a livelli che noi nemmeno possiamo immaginare, di conseguenza interrompere quel particolare tipo di linea temporale è una cosa incredibilmente delicata, ma questa è tutta un’altra faccenda. Insomma, quando la super cavalletta decise che io dovevo essere il suo pranzo, mi tirarono fuori e mi portarono a Nasebia. Non potevano rispedirmi sul Grifone perché sarebbe stata un’altra violazione delle loro regole; la cavalletta mi aveva catturato, no? Quindi, rispedirmi sulla nave sarebbe stato in conflitto con l’ordine naturale degli eventi, e quelle sono cose che loro non fanno.

“Dio santo, Doc, tutta la faccenda ci ha fatto male, male parecchio.”

“Lo immagino, mi dispiace che abbiate dovuto passare tutto quello che avete passato. D’altro canto, è quello che succede quando gli umani si mettono a esplorare, no?”

“Ma i Nasebiani non detestano stare vicino a noi?”

“Abbastanza. In realtà, a loro non piace nemmeno star troppo vicini ai loro simili. La questione è che la loro aura, se mi passi il termine, si è talmente allargata nel corso dei secoli, che loro invadono reciprocamente gli spazi personali anche quando non sono nella stessa stanza. Quindi, qui su Nasebia, ognuno di noi riesce a sentire tutti gli altri in ogni momento e la presenza fisica nelle vicinanze rende solo le sensazioni più marcate. In un certo senso, qui non si è mai soli. Oltretutto, c’è una specie di sensazione di euforia permanente in ogni momento quindi, per me, è come vivere in uno stato di felicità continua assieme a un pugno di fantasmi. Ma credimi se ti dico che, una volta provata questa sensazione, nessuno sente il bisogno di andarsene. Di sicuro non lo sento io.”

“Ma come vivrai?”

“Sarò per loro un nuovo tipo di inviato, posso fornirgli mezzi migliori per interagire con gli umani. Non è tanto il problema di comprendere noi, ma il nostro di comprendere loro. Contattare te è stato il mio primo incarico ufficiale. Al di fuori di questo, me ne resto qui a studiare con i miei tempi e divertendomi come un matto. Posso provare cose che tu nemmeno immagini.”

“Posso riferire la bella notizia anche al resto dell’equipaggio?”

“Certo, anzi mi faresti una cortesia. Le loro vite sono state influenzate dalla mia presunta morte. Sapere che invece sto bene sarà importante, per loro.”

“Potrò contattarti, in caso di bisogno?”

“Sì, in effetti potrai. Passa attraverso l’agenzia per le relazioni interstellari, sarete i benvenuti sia tu che il resto dell’equipaggio. Digli che richiedi un contatto e io mi farò vivo da qualche parte, non appena ne ho la possibilità.”

Mi resi conto in quel momento che avevo ancora il bicchiere appoggiato alla bocca. Bevvi il bourbon e abbassai la mano: “Abbiamo fatto un bel lavoro sull’Akuma, no?”

“Un gran lavoro, un segno ben fatto lungo lo scorrere del tempo, direbbero qui. Un’altra cosa: la missione su Terra II si è rivelata una cosa grossa qui. I Nasebiani non sapevano niente di Amoura, così quando hanno saputo dell’arrivo di un ibrido metà Umano e metà Nasebiano, è stata la prima volta che li ho visti veramente eccitati. Lei si occuperà della gestione galattica della Terra, per noi sarà un grande salto in avanti.”

“E Terra II?”

“Ci stanno lavorando. È così lontana che rappresenta una vera sfida, oltre al fatto che quella zona di spazio è poco compatibile con la biologia spirituale Nasebiana. Comunque, si sentono in obbligo di tenerla d’occhio, in fondo è la patria di Amoura. Non deve essere stato un caso, secondo loro non esistono cose come la casualità, ma fanno fatica a far rientrare tutto in uno schema. In aggiunta, c’è anche la faccenda di Capal. Non sono riuscito a capire i loro sentimenti nei suoi riguardi. A volte ho l’impressione che sia un ribelle, anche se non mi sembra il caso.”

“Doc, ho una curiosità: i Nasebiani credono in Dio?”

“Ah, bella domanda Adrian. Di sicuro non ti sorride l’idea di domandarglielo di persona e ritrovarti la risposta scaricata dritta nel cervello, giusto? Non è una questione di fede, coi Nasebiani, per loro Dio è una realtà: lo identificano con le leggi base dell’universo e del cosmo. Dio era qualsiasi cosa ci fosse prima del Big Bang. Il nostro discorso sulla fede, per loro non ha molto senso. Se hai fede, sei vivo e reale, di conseguenza credi in Dio. Ammettono che, in qualche caso, anche un ateo sia comunque un essere intelligente, visto che può considerare Dio come le leggi dell’universo al lavoro. Guarda, mi sono dannato per cercare di capirci qualcosa, ma ti fanno impazzire. Mentre studiavo la questione, mi è tornata in mente una cosa che avevo letto in un vecchio romanzo di fantascienza. Diceva più o meno così: può un deserto senz’acqua far fiorire un giardino? Può un universo che non contiene alcuna intelligenza, generare miliardi di vite intelligenti?”

“Doc, sono contento che non ti abbiamo perso.”

“Il tempo è quasi scaduto. Una cosa, Adrian. Non ho più paura della gente. Ho capito che la mescolanza di anime immature e mature è la via più veloce, per entrambi, per poter imparare. Ricordati di tener d’occhio il tachimetro, amico. Ci si vede in giro!”

E di colpo non c’era più. La stanza, improvvisamente, mi parve vuota. Il bicchiere di bourbon era praticamente vuoto, avendo versato la maggior parte del suo contenuto sul tappeto. Il ghiaccio era quasi tutto sciolto. Confuso, tornai nella cucina e mi feci un altro drink, sicuro che ne avrei avuto bisogno più che mai.

***

Nei giorni successivi, mandai il modulo di memoria di Paris all’agenzia per le relazioni interstellari. Tre settimane dopo il nostro ritorno, cominciarono a girare messaggi di testo circa una celebrazione con l’equipaggio del Grifone, a un mese dall’atterraggio. Wilson si era preso un appartamento sulla Satellite Beach, il più vicino possibile all’Heidi, Shelly stava in un condominio sulla Merrit Island, Erin era tornata a casa dal suo gatto e dai suoi genitori, apparentemente in quest’ordine. Danica tornò a casa volando su un vecchio jet da addestramento T38 che aveva noleggiato. RJ stava ancora a campeggiare al Forever Florida.

Il giorno del ritrovo, Nira ed io viaggiammo verso Sud sulla A1A fino a quando non intravedemmo l’Heidi. Il posto era pieno e per trovare un posto sicuro per conservare la verniciatura nuova della Corvette, dovetti parcheggiare sul retro. Mentre chiudevo la macchina, la Corvair blu stinto di RJ entrò e parcheggiò di fianco a noi. Se ne uscì con indosso un paio di jeans larghi, scarpe da lavoro consunte e una T-shirt con scritto ‘Torniamo all’Analogico’. A vederlo, con la mia camicia bianca, la giacca sportiva marrone e i pantaloni neri mi sentii subito fuori contesto, mentre Nira rideva. Il buttafuori ci accolse all’entrata, un tizio con l’aria di chi sa il fatto suo. Per l’equipaggio del Grifone, l’ingresso era gratis.

Avevano apparecchiato una bella tavolata nell’angolo più lontano. Danica ed Erin erano arrivate insieme con lo stesso volo. Si erano già accomodate e ci videro arrivare in mezzo alla folla chiassosa. Alzarono i bicchieri pieni di vino facendoli tintinnare. Danica era in jeans, con una camicetta di cotone bianca nascosta sotto un cardigan grigio. Shelly si era scelta un completo nocciola con una camicetta bianca pieghettata. Erin indossava un dolcevita blu con una gonna nera a fiori sopra il ginocchio. Arrivammo al tavolo proprio mentre Wilson sbucava tra la folla brandendo due bottiglie di birra bionda. Allungò il collo fuori dal suo dolcevita nero e si fece strada fino alla sedia, da cui poi alzò una delle bottiglie verso di noi: “Capitano Nemo e Contadino della Vallata, accompagnati dalla Principessa di Marte, sono felice che ci abbiate raggiunti!” Jeannie, nel suo vestito da cameriera, distribuì bevande a destra e a manca, poi si mise dietro a Wilson, appoggiando le mani sulle sue spalle.

Ci sedemmo tutti e la tavolata si fece tranquilla. Ci guardammo l’un l’altro con quel muto affetto che può nascere solo da mesi e mesi di confinamento esotico tutti assieme. È una combinazione di amicizia e familiarità e, quando il pericolo è stata una parte essenziale dell’esperienza, quell’amicizia diviene un legame forte come la lama temprata di Excalibur. Nulla la può spezzare.

RJ alzò il bicchiere: “Signore e signori, vorrei iniziare con un brindisi per Doc, un buon amico che oggi non è con noi.”

Tutti alzarono silenziosamente i loro bicchieri e risposero al brindisi, ma prima che iniziassero a bere alzai una mano, gridando: “Aspetta!”

Si bloccarono tutti, fissandomi con uno sguardo interrogativo, mentre facevo segno di posare i bicchieri. Mi sporsi in avanti e raccontai loro, al meglio delle mie capacità, la storia recente di Reeves ‘Doc’ Walker, la persona che mi aveva accolto solo qualche giorno prima, in maniera così inaspettata, nel salotto di casa mia. Man mano che i dettagli venivano rivelati, attorno al tavolo il silenzio diventava sempre più intenso. Erin si asciugò una lacrima, Wilson sedeva con la testa piegata da un lato, nel timore che fosse tutto uno scherzo di cattivo gusto e Danica mi fissava con uno sguardo minaccioso, come per avvertirmi che non fosse veramente uno scherzo. Il volto di RJ era senza espressione, Shelly, con gli occhi sbarrati, teneva una mano davanti alla bocca spalancata. Conclusi dicendo che se qualcuno avesse avuto dubbi, non doveva fare altro che mettersi in contatto con l’agenzia per le relazioni interstellari.

Il silenzio rimase opprimente, con gli sguardi fissi su di me, come aspettando qualcosa di più. Finalmente, RJ ruppe l’incantesimo. Alzò il bicchiere e propose un brindisi: “Signore e signori, agli amici non più perduti!”

A uno a uno si unirono tutti all’augurio. Facemmo tintinnare i bicchieri e ci mettemmo comodi, superando la tensione della sorpresa.

Erin fu la successiva: “Propongo un brindisi a Paris Denard, un uomo che ha viaggiato più lontano di chiunque altro per poter tornare a casa.”

Brindammo tutti assieme, quindi la tavolata si divise in gruppi più piccoli che chiacchieravano tranquillamente. Man mano che il tempo passava, il fastidio di aver vissuto rinchiusi insieme per troppo tempo, gradatamente, svanì. Alcuni gradirono i drink con un po’ troppo entusiasmo, ma io e RJ riuscimmo a mantenere una certa rispettabilità. A un certo punto, il proprietario entrò da una porta di servizio e ci salutò. Io presi da parte Jeannie e le dissi che volevo parlare con lui, per essere sicuro che le cose tra noi fossero a posto. Lei scortò RJ e me attraverso la folla, facendo poi le dovute presentazioni.

Si scoprì che era un ammiratore sfegatato del Grifone e non c’era nessun rancore per la nostra ultima visita, come non c’erano debiti da saldare. Una cosa però potevamo farla per lui: una bella foto dell’equipaggio del Grifone, con tanto di autografi. Gli dissi che l’avrei accontentato volentieri, però una foto simile non esisteva. Lui disse che quella sera era il momento ideale per farne una. Se avesse potuto appendere l’unica foto autografata esistente dell’equipaggio del Grifone, per lui sarebbe stato un tesoro inestimabile. Fummo tutti d’accordo, così ci stringemmo la mano. Fece per uscire dal bancone per andare a recuperare la macchina fotografica, quando fu interrotto da un rumore di vetri rotti, subito seguito dalla voce stentorea di Wilson, che sovrastò il brusio della folla:

“Ragazzi, non sto cercando grane!”

FINE

Voglio collaborare.

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Nel gruppo abbiamo anche recuperato Paolo Beretta che aveva avuto problemi tecnici e che accogliamo con grande simpatia nel nuovo gruppo di traduttori. Abbiamo una chat Messenger con cui scambiarci opinioni e richieste, da cui contattare direttamente E. R. Mason per le frasi, o le parole che ci paiono complicate, o poco chiare. Inoltre tutti collaborano anche oltre le traduzioni, per la revisione dei testi, o la preparazione delle pagine finali. Se ci fossero degli Esperti di edizione sarebbero sempre molto graditi!