Siamo al capitolo 36 di Deep Crossing di E. R. Mason. Nella prossima puntata il romanzo giungerà al termine, ormai completamente tradotto da Luca Meneghello, Antonio Grasso, Gladis Ubbiali e Paolo Beretta. In questo momento è in atto una complicata revisione che sarà effettuata in maniera silenziosa: per alcune settimane lavoreremo senza pubblicare altri interventi, fino a quando non sarà pronta la copia definitiva del libro. Ricordo ancora a tutti che un po’ di aiuto non è certo rifiutato, anzi è molto gradito!

Da sinistra Luca Meneghello, Antonio Grasso, Gladis Ubbiali e Paolo Beretta.

Il comandante Adrian Tarn, protagonista di Scontro Mortale, in quel romanzo aveva contattato un’aliena Nasebiana, che oggi lo costringe a volare lontanissimo per recuperare un oggetto misterioso. Durante un test di volo i nostri scoprono una nave giapponese in avaria, ma riescono a salvare molte persone dell’equipaggio. Poi, il viaggio. La prima tappa è dolorosissima: un membro dell’equipaggio muore orribilmente divorato da un insetto gigantesco. Poi finalmente la meta: un pianeta che era veramente impossibile da immaginare, soprattutto così,lontano da casa. Eppure, non sembra anche a voi che quel pianeta…?

Capitolo 32

Traduzione di Luca Meneghello

Impossibile tenerli tutti seduti. Sarebbe stato come radunare una mandria di cavalli selvaggi, ma senza un recinto: bisognava acchiapparli e legarli, uno alla volta. Capitano Smith almeno era di aiuto: aveva il cervello ancora ingarbugliato, ma finché mi stava vicino era gestibile. Nel laboratorio, dopo una ricerca nel database medico, prendemmo il sedativo più forte che trovammo a bordo; il Capitano aveva un bottiglia d’acqua.

Paris fu il più facile: era ancora nascosto nel suo scatolone. Mi misi lì vicino, senza neanche parlargli, e aspettai. Dopo un po’ la nostra vicinanza lo rese nervoso: le pareti del suo rifugio cominciarono a muoversi. RJ provò a sollevarle e guardar dentro, ma furono subito tirate giù. RJ continuò con i suoi sforzi e dopo poco la faccia di Paris comparve in una fessura.

“Paris, bevi questo: vedrai che quello col mantello sparisce. Ordine del Capitano.”

Nascosto nell’ombra, ci lanciò un’occhiata dubbiosa e spaventata. Nei miei confronti aveva la sfiducia più completa, ma sorprendentemente prese la pillola dalla mano di RJ, se la mise in bocca e accettò l’acqua. Fortunatamente l’effetto fu rapido.

Fuori uno. Mentre RJ assicurava il corpo inerte di Paris al sedile, mi presi un momento per togliere l’immagine dell’inferno dagli schermi. Da lì in avanti fu una caccia al tesoro. Uno per uno li trovammo tutti e, in qualche modo, presero le pillole. A ogni successo, un nuovo carico veniva portato ai sedili, assicurato e controllato. Temendo che Erin fosse ancora nuda, usai i miei codici per sbloccare la sua cuccetta: lei era all’interno, vestita con jeans, camicetta bianca, e una magnifica coroncina da miss fatta di carta e gioielli di bigiotteria. Stese la mano, aspettandosi un inchino e un baciamano, quindi ci permise di portarla ai sedili, guardandosi intorno condiscendente e salutando sudditi e ammiratori invisibili.

L’ultimo fu Wilson. Era ancora nel cunicolo del modulo di servizio: mi ero completamente dimenticato di lui durante il lavoro alla guida d’onda. Non potendo lasciar solo RJ, lo feci venire con me: bastò seguire il russare, Wilson era proprio in fondo. Prese la pillola senza svegliarsi completamente, senza sapere cosa stesse succedendo, quindi ricominciò immediatamente a dormire. Persino a zero-G tirarlo fuori per i piedi fu un’impresa: i vestiti si impigliavano ovunque e le spalle erano troppo larghe. Ci volle una buona dose di imprecazioni, graffi e testate negli spigoli.

Con RJ seduto felice al posto del copilota feci i controlli pre-salto, pregando che tutti i sistemi fossero a posto. Era una di quelle occasioni in cui ci si rende conto di non pregare abbastanza: un ‘Grazie, Signore’ ci stava tutto. Le luci di allarme del modulo di servizio si erano spente; sullo schermo di comando, i sistemi di potenza si accesero: i grafici a barre mostravano che le fasi erano allineate. RJ cominciava ad avere un’aria imbarazzata e umiliata. Con un conto alla rovescia di cinque secondi, il sistema di volo effettuò il salto. Beatamente, affondammo nei sedili mentre i motori Stellar riformavano il campo che ci avrebbe spinto oltre la velocità della luce.

Secondo i dati del database medico, gli altri avrebbero dormito per otto – dieci ore. RJ era depresso. Potevo vedere le rotelle del suo cervello girare mentre cercava di spiegare ed accettare l’accaduto, una cosa per volta.

“Sei a posto, RJ?”
“Non sono Capitano, vero?”
“Nessuno lo è. Io sono solo Comandante di Missione. Il termine Capitano si usa di solito per navi più grandi, o per incarichi speciali.”
“Ah. Merda, allora.”
“Da quella ci siamo appena usciti.”
“Ma lo stallo con gli scacchi?”
“Beh, quello è successo davvero.”
“Almeno quello ero io.”
“Già, mi hai rimesso al mio posto.”
“Comunque, merda.”
“Forse dimentichi qualcosa.”
“Che cosa?”
“Hai salvato la nave.”
“Non essere generoso.”
“Non lo sono. Anche sotto l’influenza del Vuoto, la tua forza di volontà ha preso il sopravvento e hai salvato la nave. Avrei potuto allineare le guide d’onda da solo?
“No.”
“Quindi chi, perfino sotto l’illusione del Vuoto, si è infilato in quel cunicolo, ha allineato le guide e ha rimesso tutto a posto permettendoci di ripartire sani e salvi?”

Non rispose, ma vidi un po’ di colore ritornargli in viso. Si sganciò dal sedile e si spinse via.

“Dove stai andando?”
“A controllare gli altri e a usare il bagno.”
“A me andrebbe un po’ di caffè.”
“D’accordo. Ma rimanga al suo posto, Cadetto!”

Gli altri cominciarono a svegliarsi, uno alla volta. Ormai l’effetto del Vuoto era quasi del tutto sparito. Erano come i superstiti di un deragliamento che emergono dalle lamiere. Ci fu un po’ di delusione e tanto, tanto imbarazzo. Erin si infilò all’istante nella cuccetta, dalla quale non voleva più uscire. Evidentemente, ciascuno ricordava perfettamente tutto. Paris piegò e ripose in fretta i suoi cartoni, sperando che avremmo dimenticato velocemente gli eventi, in modo che le sue pretese di superiorità potessero fare dignitosamente ritorno.

Wilson se la cavò benissimo: aveva dormito tutto il tempo. Danica si fece un’altra doccia: aveva vinto tre gare per il titolo mondiale prima di venire sedata. Shelly sembrava soltanto disorientata.

Dopo una settimana nel Vuoto, le cose si erano sfumate abbastanza da farci tornare di nuovo nella routine, anche se la pazzia che ci aveva contagiato restava un ricordo sgradevole per tutti. Il mattino dell’ottavo giorno, Shelly ci chiamò eccitata dall’interfono: “Ehi, tutti quanti! Ci sono stelle davanti a noi!” Ci fu una corsa pazza alla porta di prua, dove gli occhi di tutti cercavano di mettere a fuoco i deboli puntini luminosi in distanza nella foschia scura. Il morale fece un balzo in avanti: la paura, covata in segreto, che non avremmo mai più rivisto le stelle, era finalmente stata esorcizzata.

Quando i festeggiamenti sul ponte di volo si placarono, chiesi a bassa voce a RJ e Wilson di cercare dei sistemi solari lungo la rotta. In pochi minuti trovarono una cosa straordinaria: una stella doppia con più pianeti di quanti ne potessimo contare, poco lontano a dritta. Shelly e Danica alzarono un sopracciglio quando chiesi loro di calcolare la rotta per quel posto, ma furono più che contente di farlo.

Uscimmo dal salto abbastanza vicino da vedere entrambi i soli. La luce riflessa dai pianeti in orbita era parecchia: sembravano decorazioni di Natale. Cercammo dei pianeti di classe M e ne trovammo subito tre: scegliemmo quello con più blu e verde. Ci voleva un altro breve salto: ci assicurammo ai sedili, in attesa del prossimo arrivo.

L’impulso del motore Stellar fu così breve da terminare quasi prima di essere iniziato. Ancora una volta, Danica ci aveva portato troppo vicini, ma lasciai perdere. La vista era spettacolare, non importava da quale visore stessimo guardando. Altri due pianeti si vedevano a poca distanza: uno color sabbia, più piccolo della nostra destinazione, e uno più grande, con la superfice nascosta da nuvole roteanti, bianche e arancio. Ci posizionammo in orbita alta intorno al pianeta blu e verde e gli analisti cominciarono a lavorare. Non sembravano esserci oceani: era coperto di verde, con fiumi larghi e azzurri. C’erano catene di montagne coperte di neve e valli profonde.

RJ era più sollecito del solito: “È sicuro, Adrian. Gravità a 0,8 G, atmosfera abbastanza ricca di ossigeno, acqua, vegetazione. Potremmo fare rifornimento.”

“Come puoi dire che è sicuro?”
“C’è vita. Animali da preda, in branco. Alcune specie stanno pascolando tranquillamente, non lo farebbero se ci fossero troppi predatori. Parecchie zone adatte all’atterraggio.”
“Altro?”
“Non ho visto primati, sinora.”
“Passa a Danica le coordinate del miglior posto che riesci a trovare: dove possiamo librarci prima di atterrare. E che ci sia dell’acqua. Mentre scendiamo, continua con le scansioni: al minimo accenno di pericolo avvisaci e interrompiamo tutto. Capito?”
“Capito.”

Non ci mise molto. Ci assicurammo nervosamente ai sedili. Con le coordinate impostate nel computer di volo, Danica ci fece scendere attraverso l’atmosfera limpida, quindi fece una lenta perlustrazione attorno alle coordinate di RJ.

Ci abbassammo fin sopra l’acqua corrente. Il sistema di raccolta ci diede il via dopo pochi minuti, quindi gli evaporatori si accesero e cominciarono ad aspirare la nebbia. In attesa, RJ continuò con le scansioni di basso livello e di nuovo dichiarò la zona sicura. Una volta riempiti i serbatoi, Danica si spostò sopra una radura erbosa e fece posare la nave sui carrelli.

Ritornare alla gravità non spense il nostro entusiasmo. Wilson si mise di guardia davanti alla camera stagna di prua con un’arma. Danica e Shelly continuarono con i controlli, RJ, Erin e io scendemmo sull’erba con le armi spianate. Il posto era una specie di giardino, incolto e aggrovigliato, ma meraviglioso. I soli gemelli, arancioni, splendevano nel cielo azzurro. Dietro di noi i due pianeti vicini erano abbastanza luminosi da essere visibili attraverso la foschia. Ci circondava una foresta di alberi alti, macchiati di fiori rossi. Il fiume a destra era abbastanza vicino da riempire l’aria con il rumore della corrente. Nella foresta una radura si trasformava in una vasta pianura, dove pascolava un branco di animali: si sarebbero detti dei cervi, con delle macchie bianche sul pelo marrone, il loro sentore era percettibile nella brezza tiepida. Sembravano del tutto disinteressati a noi.

Danica e Shelly restarono in cabina, noi tenemmo il Grifone pronto alla partenza per un’ora e mezza. I nostri scanner portatili erano collegati a quelli della nave, scansionando a 360 gradi ogni forma biologica in avvicinamento. Non c’era nulla: i predatori, erano stati probabilmente spaventati dal nostro atterraggio.

RJ e io andammo in esplorazione. Controllando, il posto sembrava sempre meno pericoloso. Alla fine, facemmo spegnere il Grifone e dichiarammo l’area sicura. Wilson e Paris uscirono e, una volta completati i controlli, Danica e Shelly li seguirono.

Prendemmo i farmaci per riabituarci alla gravità: in un paio d’ore alcuni impulsi neuronali sarebbero stati bloccati e sostituiti da altri, per darci una approssimazione chimica della normalità. Trovammo degli strani frutti che furono controllati e approvati in laboratorio: una mela-banana che poteva essere sbucciata, un mandarino-pera che non aveva buccia. RJ era nel suo elemento. Nella prima ora costruì un focolare con pietre bianche porose raccolte nel fiume. Esploravamo e fotografavamo, a coppie, prendendo campioni di vegetali sul percorso. Ogni forma di vita animale aveva preferito starci lontana.

Alla fine della giornata, il fuoco di RJ ardeva gagliardo. Stavamo provando col cibo della cambusa per capire che cosa potevamo cuocere sulle braci: alla fine, qualcuno trovò dei marshmallow e tutti gridarono e strepitarono, corsero a tagliare i bastoncini, lo fecero cuocere e si scottarono la lingua. Perfino Paris era socievole e sorridente. Non so se fosse stata la lunga sofferenza a zero-G, o il fantasma dell’uomo con il mantello nero, ma lui si era ammorbidito. Ci raggiunse vicino al fuoco, con il suo marshmallow sul bastoncino, anche se, con la sua usuale cautela, aveva anche aggiunto un pezzo di filo metallico per regolare l’esatta distanza da mantenere tra il fuoco e il dolcetto.

Restammo a lungo intorno al fuoco, in silenzio, fissando le fiamme, la mente finalmente sgombra da pensieri e tormenti. RJ portò il suo marshmallow davanti al viso e lo analizzò con attenzione. Parlò senza distogliere lo sguardo: “Le uniche cose che mancano adesso sono una chitarra e un’armonica. Scommetto che tra tutti noi sapientoni non c’è nessuno in grado di suonare qualcosa.”

Mi fece preoccupare: “Oh mio Dio, eccolo che ricomincia.”

Sorprendendo tutti, fu Paris a parlare: “Se proprio vuoi saperlo, ero un pianista al liceo e davo concerti. Mi ha spinto mia madre, che per mia grande sfortuna era un’insegnante di musica.”

Tutti guardarono increduli Paris parlare per la prima volta di sé stesso.

Erin disse: “E scommetto che nessuno di noi è sposato.”

Danica, che stava controllando i tempi di combustione del suo dolcetto, soffiò via la fiamma che bruciava allegramente: “Siamo troppo furbi per farlo.”

Erin insistette: “Come può essere che nessuno di noi sia sposato?”

RJ sorrise: “Perché, se fossimo sposati, non avremmo accettato la missione?”
“Ah no, sbagliato. C’è gente che darebbe un occhio per scappare dal coniuge” disse Danica

Erin continuò: “Ma nessuno qui è mai stato sposato? Neanche un pochino?”

Wilson rise: “Un pochino non funziona in questo caso, dolcezza. È come essere incinta: o lo sei, o non lo sei. Senza vie di mezzo.”

Di nuovo Paris ci colse di sorpresa, parlando con tono distaccato: “Io lo sono stato, una volta.”

Tutti lo guardammo increduli.

“Che cosa è successo?” chiese Erin.
“Era un dottore ed è morta.” Guardò fisso le fiamme: “Questo è un errore che non voglio mai più ripetere.”

Aspettavamo che continuasse, ma non fu così. Wilson pensò di dire qualcosa che stemperasse la tensione: “Ehi Shelly, Danica dice che tu sai far volare la cacca. È vero?”

Un attimo di silenzio. Shelly lo fulminò con lo sguardo: “Wilson, ‘stai punito’!”

Wilson balbettò. “Ma… sono appena uscito dalla punizione del giudice!”

Scoppiammo a ridere.

Erin chiese: “D’accordo, allora, Wilson. Come mai un marcantonio come te non è sposato?”

Capii solo allora che era questa la domanda che Erin voleva fare fin da subito. Wilson tracannò l’ultima goccia di qualsiasi cosa stesse bevendo, e infatti mi chiesi che accidenti fosse. Alzò la tazza vuota in segno di saluto: “Le ho portate a un passo dall’altare, per tre volte. Ma a quel punto sono rinsavite tutte e tre e hanno rinunciato.”

Danica disse: “Il matrimonio non mi spaventa. Mi sposerei subito. Ma deve essere qualcuno che sappia starmi vicino, tenere la bocca chiusa, tenermi testa sul ring, non voler figli e amare i cani.”

RJ portò la tazza alle labbra: “Be’, questo restringe parecchio la scelta.”
Shelly ridacchiò: “Tenerti testa sul ring, Danica?”
“Capiscimi.”
“Ehi, Adrian? Mai portato un anello al dito?”

RJ intercedette per me: “Troppo anticonformista. È un caso disperato, perdi tempo con lui.”

“Un’altra cosa, Adrian. Non posso credere che tu abbia firmato per una missione come questa. Cosa c’è sotto?
“È un debito che devo onorare con un vecchio amico. Tutto qui.”
“Dev’essere un grosso debito, allora.”

Wilson intervenne: “Adrian, l’ultima domanda prima di ricominciare: hai idea di cosa stiamo cercando?”

“Sapete già tutto, più o meno. La nave perduta era un Deposito Campioni Nasebiano. Almeno, questa è la definizione migliore che ci hanno dato. Come noi, i Nasebiani esplorano la galassia e accumulano informazioni, anche se su scala molto superiore. Cercheremo le tracce con le informazioni che ci hanno dato, più qualsiasi prova che riusciremo a trovare. Spero di scoprire cosa è successo alla nave e al pilota.”

Shelly mi interruppe: “Ma dopo duemila anni? Non è un po’ misterioso? Una missione così distante e con un solo pilota a bordo? Non capisco.”

“È così che fanno. Preferiscono la solitudine, persino tra loro. In seguito a ciò che troveremo, o non troveremo, la seconda fase prevede di individuare una cosa che chiamano ‘Udjat’. Pare non sappiano spiegare bene di cosa si tratti, né a cosa assomigli, ma abbiamo delle impostazioni apposite sugli scanner. Sono più interessati a quello che alla nave, o al pilota. Quindi, al prossimo salto, dovremo cercare degli indizi. Faremo una mappa della zona, delle scansioni e decideremo dove cominciare.

Wilson chiese: “Ma, come mai non vengono a cercarselo loro?”
“Sappiamo solo che per motivi che non sanno o non vogliono dirci, non entrano in questa zona. Per loro siamo noi i più adatti alla missione.”

Wilson arricciò il naso: “Un’altra cosa che non si capisce. Se i Nasebiani sono così incredibilmente avanzati, non possono semplicemente risolvere il tutto con la loro tecnologia?”

“Eh, oh.”

RJ scattò sull’attenti, il dito medio alzato: “Fammi dire cosa penso della tua tecnologia ‘onnipotente’, amico.

Qualcuno si lasciò sfuggire un lamento. Shelly si alzò di scatto: “Devo controllare la pressione dei serbatoi!”

Anche Danica saltò in piedi: “Ti seguo.”

Erin si spazzolò i pantaloni: “Devo aggiornare il mio diario di bordo.”

Paris si alzò e se ne andò.

Wilson, RJ ed io ci guardammo. Wilson disse: “Scusatemi, ma un bisogno impellente richiede tutta la mia attenzione.”

RJ sbuffò e lanciò un rametto nel fuoco. Mi sbirciò e stuzzicò le braci: “Sono fortunati che non sia più io il Capitano.”

Nonostante il benvenuto accogliente del pianeta, fu deciso un turno di guardia di tre ore durante la notte. Nessuno protestò. RJ dormì in un sacco a pelo, vicino al fuoco. Il resto di noi ignorò i suoi commenti salaci a proposito di cittadini viziati e raggiunse la comodità delle cuccette, con cuscini, frigo e temperatura controllata.

Durante la colazione ci fu un voto unanime per restare un altro giorno. Dopo un monitoraggio a tappeto della zona, Erin, Shelly e Danica fecero una nuotata nel fiume, con dei bikini improvvisati che coprivano molto meno di un normale costume da bagno. Nessun maschio della ciurma entrò nell’acqua, anche se molti di noi trovarono delle buone ragioni per passare di lì per caso.

Un’altra notte tranquilla vicino al fuoco ci portò al mattino della partenza. RJ aveva uno sguardo perso, come se volesse restare. Gli altri sbrigarono i loro compiti tranquillamente, assorti.

Diedi a RJ i miei appunti di volo, più lunghi del solito, per la trasmissione alla base. Negli appunti avevo battezzato il pianeta come CRJS-a, ‘a’ come il primo pianeta di tre, CRJS per ‘Capitano RJ Smith’. Lui non notò la finezza…

Con i serbatoi pieni d’acqua e di ossigeno, posizionammo una boa di segnalazione e una stazione di trasmissione su CRJS-a e decollammo.

Capitolo 33

Traduzione di Luca Meneghello

La fine del nostro viaggio ci aveva portato in una zona dello spazio oltre ogni immaginazione. Per puro caso ero io a pilotare quando uscimmo dal salto. La X rossa sul display di navigazione lampeggiava, informandoci che eravamo arrivati. La vista dai visori anteriori era stupefacente: la fissai per cinque minuti prima di convincermi che era vera. Danica sedeva di fianco, senza parole.  Gli altri, con le cinture sganciate, erano rapiti da quelle visioni, in un silenzio di tomba.

Lo spazio era così diverso da ogni cosa avessimo mai visto da incutere in noi una specie di timore reverenziale. A sinistra c’era una nebulosa arancio e marrone, a dritta una nebulosa a occhio di gatto, in distanza una gigante rossa su sfondo arancio e giallo, residuo di una antica esplosione stellare. Mancava del tutto l’ordinata familiarità dei sistemi planetari delle nostre parti. Lo schermo delle scansioni mostrava pianeti isolati ovunque: in questa zona essere in orbita intorno a un oggetto, tipo un sole, era più un optional che la regola. Una pletora di stelle vicine originava uno scambio continuo di pianeti tra i diversi sistemi, a seconda di quale sole vantava la massa maggiore e la miglior traiettoria.

Arrivò RJ: “Adrian, non credo che siano sufficienti le telecamere esterne in questo posto. Dovremo tirare fuori gli strumenti di ripresa ad alta risoluzione.”

“D’accordo, ma fallo fare a Erin e Paris, così tu e Wilson potrete impostare le scansioni da qui. Hai visto quanta roba c’è la fuori?”

“È affollato. Ci vorrà una vita per ottenere dei riflessi da ogni oggetto.”

“Senza parlare di ciò che non vediamo. Ecco perché tu e Wilson dovete cominciare da qui.”

“Quando avranno finito con le foto saremo pronti per le scansioni.”

“Facciamo ruotare la nave di 360° su due assi, così il computer farà automaticamente le mappe. Potremo fotografare ciò che c’è attorno a noi. Dì a Erin e Paris di collegarsi in cuffia con il ponte e ci coordineremo.”

“Accidenti, che posto straordinario!”

Danica e io impostammo il computer per la mappatura, facendo ruotare la nave a incrementi fissi. Per ogni posizione della nave, il computer ci metteva un bel po’: ci voleva parecchio di più perché si dovevano rilevare anche le traiettorie dei corpi celesti secondari. La raccolta dei dati richiese due ore: alla fine, le spie di elaborazione vorticavano come trottole mentre il computer analizzava e registrava tutto. A quel punto Wilson e RJ entrarono in azione e cominciò l’attesa ancora più stressante di qualche segnale Nasebiano in mezzo a tutto il resto.

Alla fine delle manovre, Danica mi chiese di anticipare il la sua pausa. Le diedi l’ok e mi preparai a lunghe ore di attesa. Nella noia dello spazio, a zero-G, il popcorn può essere una fonte inaspettata di ispirazione. Basta spegnere la ventilazione del ponte e si può realizzare qualsiasi progetto tridimensionale con pezzetti di popcorn. Avevo creato un piccolo sistema planetario, con una fascia di asteroidi, e una serie di costellazioni più vere del vero. Di solito, quando la ventilazione riprende, tutto si trasforma in una magnifica immagine del caos primevo; questi passatempi artistici sono una grave violazione ai protocolli di volo, ma di solito per far sparire ogni prova basta un po’ di appetito.

Chiesi a Erin di portare un altro sacchetto. RJ e Wilson alle console tecniche sghignazzavano.

“Me la racconti?”

Wilson rispose: “È quel ‘pistola’ di RJ, Adrian. C’è una pulsar da qualche parte a sinistra: è lontana e non è pericolosa, ma interferisce con qualche pianeta da quelle parti che emette un’onda portante che ricorda in tutto e per tutto una radio AM del 1950. RJ mi ha preso alla sprovvista e ha aggiunto un’imitazione di Jack Benny. Per un minuto, ho pensato di essermi sintonizzato sul Jack Benny Program. Bello scherzo, RJ.”

RJ assunse un’aria innocente.

“Ragazzi, ma lavorate o cosa? Non è che vi è tornata la follia da Vuoto?”

“No, siamo sul pezzo. Tranquillo.”

“Ma finora nessun indizio?”

Intervenne RJ: “Indizi, anche troppi. E ci vorrà un po’ per trovare quelli giusti.”

Alcune ore dopo, il risultato era ancora scarso. “Dobbiamo fare qualche salto” dichiarò Wilson.

“Ci sono troppi emettitori e troppa interferenza, per cui dobbiamo spostarci da un’altra parte. È l’unico modo” spiegò RJ.

“È un problema fare qualche piccolo balzo?” domandò Wilson.

Scossi il capo: “No, ma per ogni richiesta di nuovo piano di volo, il computer ci mette parecchio per calcolare dove si trova qualcosa in rapporto alla nostra posizione. Nei test che abbiamo fatto, ci fa uscire anche in un punto leggermente diverso da quello richiesto. Il computer cerca di trovare una linea retta che ci porti a destinazione. Di che precisione avete bisogno?”

“No, no” disse Wilson. “Non ci serve precisione. Ci serve solo un angolo complementare. Distanze e angoli, niente altro.”

Riposti gli strumenti di ripresa, allacciammo le cinture ed eseguimmo una serie di balzi necessari a migliorare le nostre scansioni. Ci volle quasi un giorno. Alla fine, quando emersi dal mio turno di riposo, vidi che RJ e Wilson erano ancora svegli, dopo più di venti ore. Mi raggiunsero galleggiando, i capelli in disordine, le barbe lunghe e le tute stropicciate. “Siamo pronti coi possibili candidati” disse RJ.

“Quanti candidati sono?” chiesi.

“Quindici, per cominciare.” Rispose Wilson.

“Quindici? Così tanti?”

“Ah be’: non è che a questo punto si abbia voglia di scherzare.”

“Pianeti vicini?”

“No, lontani tra loro” disse RJ.

“Danica ha le coordinate?”

“Certo” disse Wilson.

“Allora andate a dormire, tutti e due.”

Il primo obiettivo era un pianeta di nuda roccia, grande come Giove. L’orbita sincrona era lontana e potemmo studiare metà del pianeta senza doverci andar sopra. Erin e Paris effettuarono le scansioni impostate da RJ e Wilson. Fu Erin a informarci: “Questa palla di minerali è talmente densa che ci sono leghe metalliche dappertutto, ma là sotto non c’è niente di artificiale. Niente atmosfera. Nulla.”

Altri quattordici. Al terzo giorno, avevamo fatto otto balzi e studiato otto sorgenti di onde radio. RJ e Wilson erano certi di aver scelto bene gli obiettivi. Ma noi eravamo in orbita di un gigante gassoso giallo e verde, la cui atmosfera luccicava come stagnola per i molti fulmini e cominciavo a perdere fiducia. Temevo che non avremmo trovato niente, in nessuno degli obiettivi scelti, e che avremmo dovuto continuare a fare salti: una prospettiva che sminuiva decisamente le possibilità di successo. Mi domandavo cosa avrebbero detto i Nasebiani se non avessimo trovato niente.

Wilson tamburellava, ascoltando in cuffia e RJ studiava le ultime prospezioni. Wilson rigido, si tirò su di colpo e diede uno strattone a RJ, che si voltò con espressione scocciata.

“Credi di potermela fare due volte con lo stesso scherzo? Che scemo, Smith!” disse Wilson.

RJ brontolò come al solito: “Scusa, che è?”

“Andiamo, piantala. Non ci casco.”

“Cortesemente, potresti dirmi che significa? Mi hai interrotto a metà di una scansione e devo ricominciare da zero.”

“La radio. Ti pare che ci sarei cascato di nuovo?”

“Wilson, amico caro, dimmi. Di che diavolo parli?”

“Oh, andiamo! La radio! Ce l’ho di nuovo in cuffia. AM, 1650 MHz. Il giornale delle 6:00. Scherzi? Pensi che sia un idiota?”

RJ però non capiva: “Ah, ecco. Vuoi farmi tu lo scherzo. Nelle tue cuffie avrai messo una trasmissione radio fatta da te, per convincermi che abbiamo trovato davvero delle onde in modulazione d’ampiezza là fuori. Bel tentativo, davvero. Bello scherzo. Proprio!”

“Vuoi dire che non sei tu? Pensi che sia proprio un babbeo?” Wilson si rimise le cuffie bloccandosi. Parlò fin troppo forte: “Lo hai fatto davvero bene, a ogni modo. Quando lo hai registrato? Adesso si sente anche la voce di un annunciatore, niente meno.”

RJ pareva confuso, il che era stupefacente. Mi allungai dalla poltrona del pilota, toccai sulla spalla Wilson e gli indicai le cuffie, poi gli altoparlanti. Annui e mise in diffusione.

Una voce profonda e fluida, condita da parecchie scariche statiche, andava e veniva, leggendo le notizie del traffico.

RJ mi guardò con occhi sbarrati: “Oh santa merda!” Diede un’occhiata sospettosa a Wilson, immaginando che non poteva andare avanti per sempre. Wilson aveva le mani sulle cuffie e ascoltava attentamente.

RJ mi guardò, di nuovo: “Oh santissima merda!”

Non si riusciva a comprendere molto, solo qualche parola. Il segnale era debole e sommerso dal rumore di fondo. Il resto dell’equipaggio arrivò sulla porta per sentire cosa stava succedendo.

RJ afferrò le cuffie, le indossò è piegò la testa in ascolto. Sbarrò gli occhi: “Mio signore! È proprio vero! Traccia il segnale. Dobbiamo scoprire da dove viene.”

Wilson sogghignò: “Dai, su, smettila. È in lingua inglese, per l’amor di Dio, è impossibile. Un bel gioco dura poco.”

RJ lo ignorò e digitò furiosamente sulla console: “Deve essere vicino. Modulazione di ampiezza, troppo debole per andare lontano. Va e viene, ma se riesco a tenerlo ancora per un po’…”

Wilson era decisamente perplesso. RJ smanettava sulla console, sempre in ascolto con le cuffie.

“Eccolo! Il numero quattro, il prossimo obiettivo.” RJ agitò le mani, freneticamente: “Allacciate le cinture, tutti! Andiamo, giù!”

Alzai la mano: “Aspetta. Aspetta. Dimmi che succede! Abbiamo davvero ricevuto una trasmissione in inglese da un pianeta lontano milioni di milioni di chilometri, dalla parte opposta del Vuoto? Non potrebbe essere un buco nero che fa cose che non sappiamo?”

RJ non accennava a cambiare atteggiamento: “Viene da un pianeta, Adrian. Non c’è nessun buco nero qui in giro. È un segnale artificiale. Non ci sono altre spiegazioni.”

“È in inglese, RJ. Ci deve essere qualche problema quantistico.”

“Non può essere un buco nero se la sorgente del segnale è un pianeta, Adrian. O l’uno, o l’altro.”

“Per cui avremmo localizzato un pianeta abitato, con su gente che parla inglese? Ma ti rendi conto della follia della cosa?”

“E allora andiamo a vedere!”

“Ehi, smorza gli ardori. Se davvero questo posto è abitato, cosa di cui dubito, non possiamo partire alla carica senza sapere a cosa andiamo incontro. Faremo il salto, ma ci teniamo un po’ lontani per capire cosa succede. Potrebbe essere una anomalia cosmica che ancora non conosciamo. Una trasmissione terrestre arrivata qui per chissà quale sbaglio, tipo ‘messaggio nella bottiglia’. Per cui restiamo calmi e raccogliamo le informazioni. Poi vediamo.”

Non riuscii a scalfire l’entusiasmo di RJ. Wilson però sembrava ancora dubbioso. Gli altri si prepararono al salto: Danica andò a svegliare Shelly e Paris. RJ inviò sul mio schermo le coordinate prima ancora che glielo chiedessi.

Il balzo fu breve: feci uscire la nave a una UA dal pianeta. Un sacco di azzurro, un po’ di verde e marrone. Due lune ai lati opposti del pianeta, in orbite quasi identiche. Chissà come erano le maree là sotto.

L’equipaggio era tutto in piedi eccitato. Con le due antenne, la trasmissione radio era ora chiaramente udibile: qualche rumore di fondo, ma si capiva benissimo quel che dicevano. Era proprio inglese, ma dopo alcuni minuti di ascolto fu chiaro che non era inglese terrestre. Alcuni dialoghi erano strani, con termini che non avevamo mai sentito. Certe parole erano pronunciate male, almeno per noi. Per rendere la confusione ancora più completa, l’annunciatore chiuse le previsioni meteo con “Naltra splendida ziornata su Madre Terra.” Il riferimento ci lasciò di sasso.

[2] Unità Astronomica: distanza media tra Sole e Terra (circa 150 milioni di chilometri).

Capitolo 34

Traduzione di Luca Meneghello

Traduzione di Luca Meneghello

 

“Fatto, Adrian. Abbiamo finito la scansione delle due lune: non ci sono avamposti, niente di artificiale neanche nei corridoi orbitali. Niente satelliti, nessun oggetto artificiale, almeno delle dimensioni visibili da qui. Ci sono città in superficie, un mucchio. Niente radio a modulazione di frequenza, nulla di più avanzato della modulazione d’ampiezza, TV rudimentale e onde corte. Qualche emissione radar, ma primitiva. Questo è il massimo che possiamo dire senza avvicinarci di più.”

“Emissioni radar? Di che tipo?”

“Abbastanza elementari. Analisi di superficie e solo in certe aree. Nessun riflesso in orbita.”

“Un pianeta abitato da gente che parla inglese. Ricevi il segnale di scansione per il materiale Nasebiano?”

“Più forte che mai. Deve essere collegato coi Nasebiani, ma dobbiamo scendere in orbita per vedere meglio.”

“E sei assolutamente certo che non ci possano individuare?”

“Assolutamente.”

Mi aggrappai al soffitto e fissai gli schermi tecnici. Danica mi guardò dalla poltrona di pilotaggio, in attesa di istruzioni.

“Dan, va’ avanti e portaci dietro la luna più vicina. Stai nella sua ombra.”

“Con piacere, Comandante. A tutto il personale, allacciare le cinture per un micro balzo tra un minuto.”

Mi infilai nella poltrona del copilota. Lei inserì le coordinate, premette il pulsante di attivazione e come al solito ci portò un po’ troppo vicino. Questa volta però ero d’accordo. Quelli dietro ansimarono alla vista della ruvida e grigia superficie lunare fuori dal visore. Sbucammo dall’orizzonte usando i motori orbitali e sbirciammo il pianeta che ruotava là sotto, proprio il tratto che passava dall’ombra alla luce lungo la linea dell’alba, la geometria incongrua delle poche luci artificiali nel lato notturno, dove i grandi oceani erano immense macchie nere.

“Diavolo, che abbiamo trovato?” chiese Shelly sopra di noi.

RJ ci mise pochi minuti: “Niente in orbita. Niente di artificiale. Nessuna traccia di radar nello spazio. Possiamo cambiare orbita senza che se ne accorgano.”

Emisi un sospiro di sollievo e lo guardai: “Per l’ultima volta: sei sicuro?”

Assentì col capo.

“Danica, fai un balzo in un’orbita alta, non sincrona. Facciamo qualche giro intorno e diamo un’occhiata. Pronta a filar via di corsa se le cose fossero diverse da quel che sembrano.”

Anche se eravamo vicini era necessario un micro balzo. Una volta posizionati, Danica non attese che sganciassimo le cinture: con i motori orbitali parcheggiò tranquillamente il Grifone. Eravamo abbastanza in alto da evitare la possibilità di essere visti da un telescopio: una probabilità su un milione. Una volta in orbita tutto l’equipaggio si incollò ai visori, guardando il pianeta con i binocoli. La scarsità di visori esterni causò qualche lamentela. RJ e Wilson lavoravano senza posa alle loro console, dove cinque o sei schermi mostravano panorami della superficie del pianeta. Quella che avevo di fronte era ancora decisamente accattivante: una topografia sconosciuta e un cielo pieno di colori.

Passai le mani sul viso e cercai di convincermi che tutto fosse sotto controllo. Attivai l’interfono: “Okay ragazzi, vi ricordo che non siamo in gita. Studiate la superficie e prendete nota dei particolari. Usate i binocoli nelle zone di interesse: abbiamo bisogno di sapere tutto quello che c’è da sapere. Facciamo un paio di orbite, poi ci mettiamo attorno al tavolo e verifichiamo i risultati delle nostre osservazioni. Tarn chiude.”

Nessuno mi rispose. Mi domandai se avevano sentito. Perfino Danica sembrava distratta dal mondo segreto che scorreva sotto di noi. Dovetti sventolare il foglio delle procedure orbitali per attirare la sua attenzione. Gli occhi le si misero a fuoco e mi sorrise. “Ehi!” disse “Un pianeta sconosciuto sotto di noi.”

Quando la nave fu in posizione, le misi una mano sulla spalla e dissi: “Hai i comandi.” Era una formalità, ma serviva a riportare alla realtà il ponte di volo.

“Comandi acquisiti” rispose.

Alle console, RJ e Wilson avevano almeno quattro display dedicati alle scansioni della superficie. Gli schermi sembravano normali radar, ma stavano in realtà cercando tracce di materiali appartenuti alla nave Nasebiana. Altri schermi mostravano immagini ingrandite dalle telecamere puntate sul pianeta.

Nella zona abitativa non c’era un finestrino libero. Mi misi su una sedia del tavolo e impostai sul display murale una magnifica vista. Edifici grigi e grattacieli che scorrevano. Traffico su autostrade asfaltate. Una struttura che si sarebbe detta uno stadio.

RJ chiamò: “Hanno aerei! A elica, sembrerebbe. Niente sopra gli ottomila metri, da quel che si vede.”

Fattorie. Coste popolate. Sorvolando poi la zona notturna, c’erano alcune luci nelle poche città e paesi. Il faro rotante di un aeroporto. Lampi, a bassa quota. Alcune deboli luci sugli oceani. Tornando alla luce del giorno, steppe marroni, montagne verdi innevate in cima, attraversate da sentieri. Sul mare un porto, navi grandi e piccole attraccate ai moli.

Feci fatica a controllare la mia fantasia, rischiando di esserne travolto. Avevo sperato di trovare un relitto Nasebiano vecchio di duemila anni, intonso, naufragato tra rocce desolate. Speravo, certo, di trovare subito l’inestimabile ‘Udjat’. Invece…. Forse era meglio sperare che ciò che cercavamo non si trovasse su questo strano e anomalo pianeta mai esplorato prima, ma era ben difficile che non fosse proprio lì tutto quanto.

Non potevamo metterci in contatto con loro. Forse le persone là sotto credevano di essere gli unici esseri nel creato, come gli ingenui terrestri avevano creduto per tanto tempo e sarebbe stato un terribile shock far loro sapere che non era così. Sulla Terra esistono anche oggi dei gruppi che rifiutano l’idea di altre specie intelligenti, isolandosi sempre più nel buco in cui hanno infilato la testa come struzzi.

Dovevamo scandagliare un pianeta densamente popolato senza attirare l’attenzione. Stavamo per diventare attori di una strana commedia che si svolgeva nella realtà. Noi alieni tra alieni. Quante volte la gente sulla terra aveva immaginato una situazione così? Era come se i fan di StarTrek ci guardassero, dicendo: “Hai visto? L’avevamo detto!”

Avevamo già fatto un’altra orbita, ma non riuscivo a staccare la mia ciurma dai visori. Ci misi un po’. Ci sedemmo al tavolo ovale, Danica si collegò su uno schermo laterale. Alcuni parlottavano a bassa voce tra loro, dopo aver predisposto delle foto magnetiche sul tavolo. Tutti voleva dire la loro.

“OK, cominciamo. RJ e Wilson, voi siete quelli che hanno più materiale, cominciate voi.”

RJ cominciò: “Bene, abbiamo visto TV in bianco e nero, onde corte, radio AM. Gli unici radar sono militari. Forte presenza militare, ma le stazioni radar sono poche e sparpagliate. Le nostre scansioni devono aver interferito, ma solo momentaneamente, non se ne sono accorti. Da quel che vedo non hanno computer: pare una civiltà pre-digitale. Niente smartphone o comunicazioni a lunga distanza. Niente satelliti, né programmi spaziali. Non sappiamo a quanto ammonti la popolazione, sono troppo isolati, ma esistono città metropolitane e grandi aree industriali. Non sembra che abbiano motori a reazione, ma il traffico aereo è intenso. Non abbiamo ancora trovato la traccia Nasebiana, ma stiamo scandagliano qualsiasi oggetto più grande di un fiammifero, quindi ci vorranno giorni per coprire l’80% del pianeta. Per riassumere, secondo la mia migliore stima, direi che stiamo guardando la Terra tipo anni ‘40 o ‘50.

Seguì un silenzio teso. Guardai Wilson. Parlò solennemente: “C’è stata una guerra. Hanno fatto delle trasmissioni sull’argomento. Abbiamo cercato le tracce e abbiamo infatti trovato aree bombardate, o abbandonate. Altrove è in atto la ricostruzione. Penso a un grosso conflitto che si è trascinato per dieci o più anni, comparabile alla nostra seconda guerra mondiale. Ci sono ancora un sacco di installazioni militari, ma non vedo tracce di combattimenti in atto.”

Si inserì Shelly, seduta a fianco di Wilson: “L’impressione è che là sotto sia tutto molto pacifico e tranquillo. Hanno tram, automobili e locomotive a vapore. Ho seguito molte delle loro trasmissioni. Alcune sono divertenti: hanno una mentalità post-bellica piuttosto puritana, tutto deve essere a posto e in ordine. I telefilm sono piuttosto incomprensibili. Fanno la pubblicità di elettrodomestici e auto, fumano sigarette come se fosse una cosa buona, ma ci sono delle cose che non tornano.”

RJ era incuriosito: “Cioè?”

“Per esempio fanno rodei con presenza di cowboy, ma non parlano mai di indiani. Non credo che in questo pianeta ci sia mai stato un pellerossa. Però ho visto degli asiatici e altri gruppi etnici, anche se alcune culture sono del tutto assenti. Hanno dei cavalli, ma con delle piccole corna. I cani sembrano più simili a lupi che a cani. Quasi tutte le specie animali sono simili a quelle terrestri, ma presentano differenze evidenti. Invece la popolazione è simile a noi. Come sapete tutti la lingua è l’inglese, non ci sono riferimenti ad altre lingue: alcune parole sono pronunciate diversamente, o sono dialettali, il che rende complicato capirli. Dato che la vita animale è diversa mentre la gente sembra essere identica, questo ci porta alla domanda fatidica: gli esseri umani sono stati trapiantati qui dalla Terra per popolare il pianeta?”

RJ assentì: “Dobbiamo considerare questa cosa.”

Erin parlò: “Io vorrei proprio sapere come mai questo pianeta è stato chiamato Terra, mi pare importante.”

“Bella domanda” notò Shelly.

Paris si sporse dalla sedia per farsi vedere: “Ecco la chiave di tutto. Sembra che sia successo qualcosa che non abbiamo ancora capito, più intrigante di quanto sembri. Guardate.” Scelse due foto sul tavolo e le mostrò. Erano immagini ravvicinate di due grandi piramidi, molto familiari. “Sono a trenta gradi nord di latitudine, vicino alla riva di un grande fiume. Il posto è coperto di foreste, circondato da altopiani. Le piramidi sono simili come grandezza e disegno a quelle di Cheope e soci, in Egitto, che guarda caso sono circa alla stessa latitudine. Sono vecchie, Comandante: vorrei avere il permesso di usare le telecamere a infrarosso per guardare l’interno. Se fosse identico a quelle terrestri, sarebbe un fatto davvero indicativo per la storia di questo pianeta.”

“Puoi vedere all’interno con gli infrarossi?”

“Posso se li collego all’Intelligenza Artificiale.”

“E che cosa dovremmo capire?” 

“Se l’interno della grande piramide è uguale a quella di Cheope sulla Terra, significa che esistono paralleli tra la storia di questo pianeta e quella della Terra…”

Wilson chiese: “Puoi approfondire?”

“La piramide di Cheope è complessa. Ci sono molte piramidi antiche sulla Terra, ma nessuna come quella di Cheope. Se la piramide che vediamo qui ha un interno simile a quella, vuol dire che la storia di questo pianeta è stata deliberatamente forzata in modo parallelo a quella terrestre, almeno in parte.

RJ alzò la mano: “E se le piramidi qui sotto fossero più vecchie di quelle sulla Terra?”

“Potrebbe anche essere così. Ma comunque, non è una coincidenza. Piuttosto un indizio per capire cosa succede. Vorrebbe dire che il pianeta non è stato semplicemente popolato con umani, sempre che sia andata così. A questa gente non è stato permesso di sviluppare una loro storia. Gli è stata data già fatta.”

“Perché qualcuno dovrebbe fare una cosa simile?” chiese Wilson.

“Per parecchie ragioni” disse RJ. “Se vuoi fare esperimenti con la storia e cambiare certi eventi critici. O se vuoi far succedere di nuovo certi eventi, per capirli o studiarli meglio. Oppure per trovare un metodo per controllare gli eventi. Mi vengono in mente diverse ragioni per cercare di controllare la storia in questo modo.”

Shelly aggiunse: “In laboratorio è lo stesso con le colture cellulari. Alterando le condizioni si vede cosa succede. Questa Terra potrebbe essere un gigantesco laboratorio.”

Erin alzò la mano: “Scusate, stiamo accumulando troppe incognite. Non abbiamo idea di quando sia stato popolato questo pianeta. Non sappiamo se ci sia stata una manipolazione di eventi. Costruiamo teorie su ipotesi, non su fatti: non è il modo giusto di fare scienza.”

Feci senno col capo: “Erin ha ragione. Stiamo uscendo dal seminato: al momento abbiamo bisogno di informazioni. Qualcun altro ha dati certi da aggiungere alla discussione?”

Nessuno parlò.

“Bene. Paris, procedi con le telecamere a infrarossi: vedi cosa trovi. Intanto, dobbiamo aspettare che gli scanner trovino l’oggetto Nasebiano. Continuiamo con le osservazioni. Ci rivediamo tutti al prossimo cambio turno, o se qualcuno scopre qualcosa di grosso.”

A uno a uno si alzarono e andarono nelle diverse direzioni. RJ restò seduto, fissandomi e tamburellando sul tavolo. Cedetti al suo sguardo: “Hai ancora le rotelle che girano a pieno ritmo.”

“Stai probabilmente pensando alla stessa cosa.”

“Dillo tu.”

“I nostri amici Nasebiani ci danno le coordinate di una nave persa duemila anni fa. A queste coordinate, nella zona di spazio più affollata che io abbia mai visto, troviamo per caso un pianeta chiamato Terra dove la gente parla inglese.”

“E sei convinto che questo sia il risultato della visita di quella nave?”

“Non credo alle coincidenze.”

“Ehi, quello lo devo dire io.”

“Certo che sì.”

“Comunque, non cambia per quel che siamo venuti a fare qui.”

“A meno che…”

“A meno che cosa?”

“A meno che quello che cerchiamo ce l’abbia la gente lì sotto.”

“Speravo di non dover pensare anche a questo. Grazie, Signor Ottimismo.

“Mi spiace, ma è il mio sporco lavoro.”

“E lo fai benissimo.”

“Ti stai illudendo e lo sai! Prima o dopo ci toccherà scendere sul pianeta.”

“Solo se trovi la nave, o dei pezzi della suddetta.”

“Allora sarà meglio che continui le scansioni. Non voglio che Wilson si prenda tutto il merito.”

“D’accordo. Io per il momento farò la parte di chi si preoccupa.”

Capitolo 35

Traduzione di Luca Meneghello

Mi svegliarono eccitati, nel bel mezzo del periodo di riposo. Qualcosa di grosso, chiaro: l’analisi indicava in modo esatto ed univoco il ‘manufatto alieno’. Mi sfregai gli occhi, sperando che fosse nascosto in qualche canyon in una zona desolata. Mi informarono che invece era al centro della seconda città più grande del pianeta. Ci posizionammo alla console di Wilson, fissando sul display con sguardo assente, il cerchio lampeggiante della scansione. “Ci tocca scendere là. Non c’è altro modo” disse. RJ mi guardò, senza aggiungere: “Te l’avevo detto”.

A questo punto cambiava tutto. Era la triste conferma che qualcuno di noi sarebbe dovuto uscire allo scoperto: ora dovevamo nasconderci in piena luce. Si doveva studiare un piano e valutare il sito di atterraggio a una distanza percorribile a piedi. Non sarebbe stato possibile evitare la popolazione, per cui dovevamo procurarci dei vestiti, delle identità fittizie e la loro valuta, o dovevamo stamparla. Il primo viaggio era il più pericoloso: non sapevamo cosa fare e cosa non fare, per cui era tutto incerto; sono spesso i piccoli dettagli che rovinano un piano perfetto. Non volevo volontari, saremmo stati Wilson e io. Se le cose andavano male, volevo avere un aiuto fisico per la fuga. Saremmo dovuti scendere nell’oscurità delle prime ore mattutine: il Grifone era vulnerabile a terra. Danica avrebbe portato giù la nave, ci avrebbe depositato a terra e poi sarebbe ripartita per un’orbita stazionaria sopra di noi, in modo da poterci tenere d’occhio. Non potevamo tornare a bordo prima del buio della notte successiva.

La scelta migliore sembrava l’uso di abiti da lavoro. In magazzino c’erano anche degli scarponi assieme ai jeans. Mettemmo a posto i jeans perché fossero uguali a quelli visti nelle pubblicità e recuperammo delle camicie grigie. Nel laboratorio c’era dell’oro, argento e platino per le analisi: ne presi uno per tipo per usarlo come potenziale valuta. Usavano una moneta comune chiamata dinaro. Si poteva acquistare un’auto Meteor decappottabile con 850 dinari. Erin e Shelly prepararono una tabella con i prezzi dei diversi oggetti d’uso comune, per darci un’idea del costo delle varie cose. Era difficile farci un’idea di quanto valevano i nostri campioni di metallo. Poi mi disturbava non avere documenti, ma non potevamo riprodurli: perché, non avevamo idea di come fossero quelli veri.

Stabilimmo il punto di sbarco a otto chilometri dalla città, in una zona boscosa ai limiti di un parco. Niente radar, niente sorveglianza, niente strade o sentieri. C’erano otto chilometri da fare a piedi fino all’edificio grigio che ci interessava. Ci saremmo nascosti nel parco fino all’alba, per poi mescolarci alla gente usando gli scanner manuali, o le indicazioni dal Grifone per raggiugere le coordinate esatte. Avremmo dovuto evitare il più possibile i contatti con i locali: l’obiettivo era semplicemente quello di verificare che cosa aveva attivato la scansione Nasebiana. Poi, saremmo tornati indietro, avremmo aspettato la notte e richiesto il recupero. Di nuovo in orbita avremmo deciso cosa fare. Un piano semplice, con pochi problemi. Mi venne da pensare a quante volte piani simili erano andati a catafascio sotto i miei occhi.

C’erano pochi detriti orbitali attorno al pianeta: l’uomo non era ancora stato lì. Qualche roccia e frammenti di ghiaccio attivavano il display del rilevatore di collisione. Il che permise a Danica di inserirsi facilmente in un’orbita sincrona sopra la città e seguire il pianeta mentre su di esso calava la notte. Erin e Shelly cercavano di imparare la parlata di Terra II. RJ continuava le scansioni, Paris chiuso nel laboratorio scientifico lavorava sulle piramidi. Wilson e io fissammo gli scanner manuali alla cintola nascosti sotto la camicia, con comunicatori e armi. Avevamo telecamere a bottone sui colletti, auricolari invisibili in un orecchio e microfoni sul polsino della camicia. Potevamo comunicare con la nave con un sussurro, se necessario.

Wilson abbottonò la camicia e parlò senza alzare gli occhi: “Chissà come sono le ragazze.”
“Wilson…”
“Lo so, lo so. Ma devi ammettere che il pensiero è…”
“Wilson…”
“Non ti preoccupare. Rimanere invisibili il più possibile, lo so.”
“Per quel che un Wilson qualsiasi possa esserlo.”
“Sai che, tra l’altro, passeremo quasi di sicuro davanti a dei deliziosi ristoranti-dei-bei-tempi-andati.”
“Cibo e donne. Pianeti misteriosi, pericolosi e inesplorati… e tu pensi a cibo e donne.”
“Beh, è da un bel po’…”
“E dimmi, cosa devo fare se cominci a sbavare?”
“Ricordami della nostra ultima visita da Heidi.”
“Non lo so. Mi hanno detto che non è poi finita tanto male.”
“Be’ sì, ne valeva la pena. Come ti sembro? Si vede che ho delle armi?” Si rassettò la camicia e si tirò su tenendosi alla paratia.
“Può andare. Speriamo di non doverle usare.”

Il Grifone cominciò la discesa alle 3:10 tempo di Terra II, a luci spente, senza utilizzare nessun razzo al di sotto dei trecento metri. Come al solito Danica fu impeccabile, un’artista in azione. Si fermò a mezzo metro da terra per non lasciare tracce. La porta esterna della camera stagna si aprì con un sibilo, ma non c’era nessuno che poteva sentirlo. Saltammo sull’erba aliena e ci voltammo: RJ ci salutò e chiuse il portello. Dopo qualche istante, il Grifone fu un’ombra scura che spariva nel cielo notturno.

Soli, nella notte, su un mondo alieno. Una delle lune era bassa a ovest, un’altra mezzaluna saliva da est. L’aria era un tantinello troppo fredda, c’era odore di vegetazione bagnata. Eravamo in una radura, con l’erba alta alle ginocchia. Pensai subito alla possibilità di serpenti alieni. I boschi circostanti erano troppo bui per vedere dei dettagli. Alberi e cespugli non avevano colore. Dopo aver dato un’occhiata attorno, gettammo uno sguardo alle luci rassicuranti dei nostri scanner manuali. Non si vedevano sentieri nella direzione che ci interessava. Avremmo potuto aprirci la strada bruciando la boscaglia con le armi, ma avremmo fatto troppo baccano e lasciato troppe tracce. Mi ero portato una sacca: tirai fuori due machete pieghevoli e uno lo diedi a Wilson. Lui, senza nessuna paura dei serpenti, si diresse in mezzo all’erba. Dopo averlo visto una volta fare il ballo di San Vito per un insetto sulla spalla, decisi comunque di non far cenno alle mie fobie.

Il cielo di quella foresta costituiva un baldacchino stranissimo. Stava per sorgere il sole e si colorava il paesaggio: fine del buio, inizio della luce. Fine del turno degli animali notturni e inizio di quello dei predatori che amavano la luce. Il cielo sempre più luminoso spandeva un’aura misteriosa sul paesaggio ignoto, con rumori di animali alieni. Raggiunsi Wilson alle prese con folti cespugli. Aveva un’espressione truce, da Marine: se fossi stato suo nemico non mi sarebbe piaciuto vederlo così. Forse qualche suo nemico aveva avuto come ultima visione quella sua faccia.

Lasciammo dei segnali non troppo evidenti, per risparmiare gli scanner manuali quando avremmo dovuto fare ritorno. I cespugli finalmente lasciarono il posto a una foresta di alberi sempre meno fitti. I machete furono riposti negli zaini e ci muovemmo verso un’altra radura, sotto il cielo arancione. Eravamo ai limiti del parco.

Il quartiere era ben curato. C’era un campo giochi con le altalene, uno scivolo di cemento e una giostrina. Lì vicino c’era una fermata del bus: i cartelli pubblicitari sulle pareti erano incomprensibili. A sinistra c’era uno stagno che occupava quasi tutto lo spazio: alcuni uccelli acquatici erano posati sulla riva e le barche a remi erano ormeggiate ordinatamente a un moletto. Ci fermammo alla linea degli alberi per valutare le nostre opzioni. Nessuno intorno. Alcuni sentieri attraversavano il prato in ogni direzione.

Ci mettemmo al sicuro in un posticino riparato dietro un’officina. Due agenti armati a cavallo passarono lentamente. Il sole ci appariva più piccolo del nostro. Man mano che si alzava nel cielo, cominciò ad arrivare gente: quasi tutti pendolari a piedi. Un uomo passò un po’ troppo vicino al nostro nascondiglio: aveva un completo grigio decisamente sgualcito ai bordi, la cravatta troppo larga per quel vestito, le scarpe a punta decisamente consumate.

Il parco si popolò molto rapidamente. Passarono di corsa dei bambini in salopette, con i cestini per il pranzo decorati coi personaggi dei cartoni animati, seguiti da altri più grandi con la divisa scolastica. Non potevamo aspettare oltre.

“Tarn a Grifone.”
Rispose la voce di RJ: “Siamo sopra di voi, Adrian.”
“Siamo pronti per uscire allo scoperto.”
“Comunicazioni OK. Abbiamo le immagini delle telecamere e vi vediamo sugli scanner. Vi seguiremo come previsto. Dì a Wilson che non sono ammesse fermate al bar.”
Wilson scosse la testa, brontolando.
“Prossimo contatto a quando sarà possibile. Tarn chiude.”

Controllammo che nessuno guardasse dalla nostra parte e uscimmo da dietro il negozio, verso il sentiero più vicino. Quindi tagliammo per il prato, in direzione della fermata dell’autobus. Dietro, c’era una strada pavimentata, marciapiedi ed edifici industriali, che segnavano l’inizio del quartiere degli affari.

In definitiva il parco non ci aveva impressionato più di tanto: avrebbe potuto essere un parco qualsiasi sulla Terra, solo un po’ all’antica. Niente di strano. Ma avvicinandoci alla città, col suo rumore caratteristico, quella vista cominciò stranamente a confonderci. Tagliammo per un vicolo di mattoni rossi, tra due edifici bassi e arrivammo su un marciapiedi affollato. In quel momento ci sembrò di tornare indietro nel tempo. L’effetto fu talmente sorprendente che ci servì qualche minuto per riprenderci. Tutto era fatto di cemento grigio, mattoni rossi e vetro, un insieme di edifici bassi, con qua e là delle strutture più alte. I marciapiedi erano molto affollati, per cui sicuramente non saremmo stati notati, malgrado le nostre espressioni attonite. Uno dei tram in legno, visti da Shelly, era fermo nel mezzo della strada a caricare persone. Un agente, appena oltre, dirigeva il traffico a un incrocio. Qualcuno suonò il clacson per un guidatore distratto. Un venditore di hot dog era fermo qualche metro a destra. Più in là lungo la strada, da un carretto tirato da un cavallo, venivano scaricate bottiglie di latte. Di fronte a noi, c’era un cinema: il Ravolo. Il film in programma era ‘L’esploratore’, attori protagonisti: Dicana Sprang e Markus Theodore. C’erano auto parcheggiate un po’ dappertutto: a noi sembrava una mostra di auto antiche.

I farmaci contro lo zero-G cominciavano a fare effetto, ma non ci facevamo caso, tanto eravamo presi.

“Porca zozza, Adrian.”
“Vedi di star calmo…”
“Non ero preparato a ‘ste cose.”
“Muoviamoci, o attireremo la curiosità della gente.”
“Sembrano proprio come noi.”
“L’obiettivo è a sinistra, da quella parte.”
“Mi sembra di essere in un film di Humphrey Bogart. Cristo!”
Lo presi sottobraccio per infilarci nella folla industriosa. Avevo l’impressione di andare controcorrente.
“Hai visto quel negozio là? Un banco di pegni.”
“Cambia e Vendi? Si, l’ho visto.”
“Forse possiamo rimediare dei soldi.”
“È ancora presto. Teniamo un profilo basso, abituiamoci al posto.”
“Ah, be’. Io mi sto abituando in fretta. Avremmo dovuto portare un mitra in una custodia per violino.”
“Già. Tu sei un appassionato di cinema. Probabilmente, tra tutti noi, sei quello che conosce meglio questa epoca. Tranquillo, non fermarti, quel poliziotto ci sta guardando. Non stiamo facendo niente di strano. Spero.”
“No, tranquillo. Sta guardando la bambola bionda del negozio di fianco a noi.”
“La bambola bionda del negozio? Già parli come loro.”
“Certo, bello, sono nel personaggio. Dentro fino al collo.”

C’era un incrocio trafficato più avanti, con un’agente donna che regolava il traffico. Ero incerto sulla direzione da prendere e non potevo tirar fuori lo scanner. Alzai il polso e mi grattai la guancia: “Grifone!”

La voce di RJ: “È tutto incredibile, Adrian.”

“All’incrocio davanti, da che parte?”
“Quando arrivi all’incrocio, a destra. Segui la strada. Ti porteremo noi per tutto il percorso.”
“Tarn chiude.”

Aspettammo di attraversare la strada con tutti gli altri. Non parlava nessuno. Da una strada laterale provenne il rumore di metallo su metallo, come se stessero piantando un palo. I gas di scarico dalle auto erano esagerati. Noi due eravamo poco più alti dell’abitante medio di Terra II. La poliziotta ci vide, soffiò nel fischietto e fece cenno di muoverci. Anche se era stata una camminata di otto chilometri, eravamo talmente presi da non farci caso. C’era una stazione di servizio, con un benzinaio che lavava i parabrezza, dei lustrascarpe agli angoli, uomini sandwich con grossi cartelli, telefoni a gettone che funzionavano a manovella e cameriere sui pattini che servivano le auto ferme ai drive-in. C’era il negozio di un orologiaio, quello di un ciabattino. Sopra di noi correva un treno sopraelevato. C’era l’ufficio del telegrafo, odore di arachidi tostate, un negozio di sigari. Dovetti bloccare Wilson mentre passavamo davanti alla ‘Vecchia birreria Corley’: la porta era spalancata e una barista in gonna corta e calzettoni al ginocchio lo aveva apertamente invitato.

Noi camminavamo e RJ ci informò: “Adrian, non lontano davanti a voi c’è una grande casa a tre piani. Paris l’ha appena esaminata con gli infrarossi. Secondo lui è una specie di biblioteca. Appena dopo c’è un edificio ancora più grande: è il tuo obiettivo.”

Mi portai la mano al colletto e parlai nella manica: “Ricevuto.”

Arrivando al primo edificio, le informazioni di Paris si rivelarono esatte. Una distesa di scalini bianchi portava a un’entrata fiancheggiata da colonne; in alto risaltava la scritta: ‘Biblioteca Pubblica Provinciale’. C’erano persone che entravano e uscivano.

L’edificio successivo rispose alle nostre domande. Era su due piani, di pietra bianca. La scritta sopra l’ingresso, in caratteri simili all’altro edificio, proclamava: ‘Museo Provinciale di Storia Naturale’.

Fuori c’era gente che fumava e lì di fianco una pubblicità assicurava che fumare faceva bene. Mi venne voglia di comperare delle sigarette. Magari avremmo potuto fumarne qualcuna passeggiando. Giunti davanti al museo osservammo la gente che andava e veniva. Non sembrava che servisse il biglietto, ma non riuscimmo a capire se vi fosse qualche altro requisito per entrare. Certo volevamo evitare che qualcuno ci chiedesse i documenti.

“Grifone!”
“È il posto giusto, Adrian” rispose RJ.
“Riuscite a capire se la gente in entrata viene bloccata?”
“Stai in attesa.”

Dopo qualche minuto, la voce di Paris: “Tutto a posto, Comandante. C’è un grande banco nell’entrata principale, ma solo pochi si fermano: immagino che potrete entrare senza problemi. Il vostro obiettivo è al centro di una stanza a circa trenta metri oltre l’entrata. Deve essere qualcosa di importante.”

“Grazie. Tarn chiude.”
“Sei pronto Wilson?”
“Mai stato più pronto, fratello.”
“Andiamo”

Aspettammo una pausa del traffico per attraversare. Sulla scalinata del museo salimmo con noncuranza come tutti gli altri. Oltre l’entrata multicolore c’era una porta girevole. Entrammo uno dietro l’altro.

La sala era immensa: una lunga anticamera di marmo con tetto di vetro tre piani sopra. A lato c’erano dei passaggi che conducevano alle mostre. Sopra si scorgeva una balconata. Più in là, a fine sala, c’erano altri ingressi e delle balconate molto decorate. A destra c’era un banco informazioni, con una addetta giovane e carina, in uniforme; sembrava una hostess di volo agli albori dell’aviazione. Sorrise a Wilson, e a me, ma evitai di fermarmi. C’erano mostre con reperti esposti al centro della sala, in vari punti. Passeggiammo piano, facendo una pausa ad ogni esposizione. Il primo era lo scheletro di un mammuth peloso, il secondo una specie di tigre dai denti a sciabola.

La terza esposizione era il nostro obiettivo. Altre due persone erano lì e leggevano la targa. L’oggetto era chiuso in un contenitore di vetro abbastanza grande da contenere una piccola automobile. A una prima occhiata, sembrava un pezzo di metallo a forma di pinna di squalo, grosso come una valigia. Per noi, era chiaramente riconoscibile: l’alettone di un’astronave. Era color bronzo, con una sfumatura viola iridescente. Quando gli altri si spostarono, Wilson ed io leggemmo l’iscrizione.

Il Carro di Capal.

Secondo una leggenda Nasebiana, il dio Capal scese sulla Terra dal paradiso su un carro di fuoco, per aiutare e istruire gli uomini. Questo frammento è custodito da secoli e si pensa possa essere un pezzo del carro di Capal. Era venerato da diverse culture guerriere fino all’invasione di Slater nel 1640, quando se ne impadronì la Chiesa dei Santi Devoti. Venne infine esposto all’inizio del 1800. Quando quella provincia si fuse creando uno stato di maggiori dimensioni, il manufatto venne prelevato e portato al museo per essere studiato. Stranamente, quasi a conferma della leggenda, la scienza moderna non è in grado di determinare né l’origine, né la composizione dell’oggetto. Numerose confraternite religiose continuano a rendere omaggio all’oggetto durante veglie che si tengono nel museo nel corso dell’anno.

Riferimenti supplementari.
Manufatti Antichi di Pauline: UPBN28743
Archeologia e Leggenda: UPBN76231
Timbro Indice di Scienza in Laboratorio: PATCO 2354

Con molta discrezione, facemmo foto da diversi angoli e, appena possibile, effettuammo una scansione. L’iscrizione già ci aveva detto che eravamo nel posto giusto. Avevamo una risposta, che però sollevava almeno dieci nuove domande.

Capitolo 36

Traduzione di Luca Meneghello

“È il caos, Adrian. Puro e semplice.” disse Erin “Non c’è altro modo di spiegare questo posto.”

Seduti attorno al tavolo ovale, cercavamo di far quadrare le informazioni, ma erano pezzi di puzzle provenienti da scatole diverse.

Cercai di riportare ordine in testa: “Va bene, facciamo un passo indietro. Che cosa sappiamo? Una nave Nasebiana arriva in questa zona e si schianta o viene disattivata. Sappiamo che è così perché ce n’è ancora un pezzo là sotto. Poi, probabilmente grazie a questa visita, il pianeta eredita parte della storia terrestre. Partiamo da qui.”

RJ indicò una foto: “Ho seguito diverse trasmissioni religiose. Questo è il sacerdote di uno dei tanti ordini che legge dei passi della Bibbia, versione di Re Giorgio. Con riferimenti al vecchio e al nuovo testamento.”

“Quindi hanno una Bibbia?”

RJ assentì: “Ci sono riferimenti a un po’ di altri scritti religiosi, che sono tutti originali di qua e correlati direttamente alla storia di questo pianeta. Solo la Bibbia è una copia esatta di quella terrestre.”

“Quindi hanno accidentalmente o deliberatamente ricevuto una copia della Bibbia.”

“Perché qualcuno dovrebbe voler manipolare la gente usando la Bibbia di un altro pianeta?” chiese Wilson.

Rispose Shelly: “Qualcuno con un proprio credo religioso. Qualcuno che per esempio volesse farsi passare per un dio.”

“La razza Nasebiana è andata talmente oltre i nostri concetti religiosi che noi non potremmo nemmeno capirli. Se avessero voluto farsi passare per delle divinità, non avrebbero avuto bisogno di una Bibbia” dissi.

RJ continuò: “Ci sono altri motivi per mettere qualcosa del genere in una cultura in via di sviluppo. Me ne vengono in mente un po’: se fornisci una religione comune a una società, eviti che possano esserci delle guerre sante.”

Wilson disse: “Beh, sembra che questo non abbia funzionato tanto, qui. Sono riusciti a trovare comunque delle motivazioni per farsi una guerra terribile.”

Fu il turno di Paris: “Se guardiamo indietro fino agli albori, la loro storia è piena di contraddizioni. Abbiamo terminato le scansioni della piramide: è identica sotto ogni aspetto a quella di Cheope in Egitto. E come quella, è senza la punta. Non può essere una coincidenza.”

RJ aggiunse: “Una prova ancora più sicura che qualcuno ha manipolato lo sviluppo di questa società.”

Disse Erin: “Mi chiedo anche perché siano presenti alcune etnie e altre no. Sono state preselezionate e portate qui per un preciso motivo?”

Alzai la mano: “Torniamo agli obiettivi della missione. RJ, hai trovato altre tracce della nave Nasebiana?”

“No, ma non abbiamo ancora terminato le regioni polari.”
“Potremmo averla mancata?”
“Solo se è stata sepolta, molto in profondità.”
“Il nostro obiettivo primario è il mitico ‘Udjat’. Nessuno ha qualcosa di nuovo?”
RJ rispose: “Tutte le risposte sono lì, Adrian.”
“Che vuoi dire?”
“Ci sei passato proprio davanti mentre andavi al museo. La Biblioteca Pubblica Provinciale. Quel posto è immenso, tutte le risposte sono lì.”
“Non ci sono computer, RJ. Potrebbe volerci un mucchio di tempo.”

Danica alzò un dito: “Non se lavoriamo assieme. Erin ed io parliamo il linguaggio di Terra II abbastanza bene, adesso.”

“Vorreste scendere là sotto?”

Erin rispose: “Ma scherzi? Tornare indietro nel tempo e vedere com’era il mondo nel 1940?”

“Mi farete venire i capelli grigi. Gente che se ne va a zonzo laggiù? Non abbiamo ancora sviluppato le nostre identità. Se qualcuno ci ferma, ci porta al posto di polizia e ci fa un mucchio di domande. Se andate voi due, come cacchio vi tiriamo fuori?”

Erin si accigliò: “Nessuno se ne andrà a zonzo, Adrian. Andremo solo in biblioteca.”
“E tornate per le nove? Altrimenti vi metto in castigo per un anno luce!”
RJ mi lanciò un’occhiata di compassione: “Che altro vorresti fare, Kimosabi?”

Rimasi a pensare un momento alla loro proposta. Mi sembravano un branco di cucciolotti scodinzolanti: “Oh, merda. E va bene…”

Qualcuno si mise a ridere, poi fu una risata generale. Poco per volta si placarono e ci scambiammo sguardi preoccupati.

Venne fuori una raffica di nuovi capi di vestiario. Per non essere da meno degli altri, Paris aveva messo in valigia un completo da uomo, avvolto e infilato in un tubo di cartone. Tirò fuori l’abito, lo stirò, aggiunse qualche bottone in più sul davanti e con la catenina della collana di Erin simulò un orologio da taschino. Ero quasi infastidito dalla sua eleganza, ma non c’era nessuna ragione. Danica ed Erin prepararono abiti d’epoca con gonne ben sotto al ginocchio. Erin aveva recuperato un plaid marrone chiaro dalla zona cuccette. Danica invece aveva usato un telo azzurro che serviva a coprire gli strumenti. I due abiti erano stretti alla vita con cinghie recuperate. Gli abiti erano un esempio divertente di che cosa non indossare a zero-G: continuavano a fluttuare dappertutto, costringendo le due donne a fare le contorsioni per salvare il pudore. Gli stivali a zero-G vennero tagliati e modificati in modo da creare delle calzature. Il guardaroba di RJ fu il più semplice da realizzare: indossò i suoi soliti abiti, pantaloni marroni e camicia blu. In ultimo, ma non meno importante, tutto il guardaroba fu dotato di microfoni e telecamere.

Il gruppo era formato da Paris, Erin, Danica e RJ. Non li fornii di armi. Spiacente! Se qualche abitante metteva le mani su un comunicatore o uno scanner manuale, non avrebbe saputo che farsene: avrebbero avuto bisogno di decenni per comprenderne la tecnologia. Ma un’arma… sarebbe bastato premere il grilletto e sarebbero successe cose molto brutte.

Quando fu ora di andare, Shelly ci fece scendere a centocinquanta metri di quota, per verificare l’assenza di vita umana. Nessuno in vista: scendemmo e il gruppo sbarcò. Chissà perché, ma non ero preoccupato più di tanto. Li vidi attraversare l’erba alta fino alla boscaglia. Risalimmo di quota e li lasciammo indietro nel tempo.

All’inizio l’esplorazione sembrò uno show comico. Quattro telecamere che mostravano tutto, ma niente andava come avrebbe dovuto. I vestiti si impigliavano nei cespugli, tra prese in giro e maledizioni. Finalmente si calmarono quando raggiunsero il limite del parco. Wilson faceva la guardia alla console e li guidò dietro il negozio che avevamo già usato noi. Di nuovo, la scena divenne una commedia: Erin si preoccupava di non sporcare la gonna, mentre Danica spintonava RJ per poter vedere meglio il parco.

Quando il parco cominciò ad animarsi, iniziarono la camminata di otto chilometri. Alcuni di loro si separarono nella folla. Dovetti avvertire RJ di non parlare troppo nella manica, perché potevamo vedere tutto dalle telecamere. La sua eccitazione nel ritrovarsi in un’età senza computer era un po’ esagerata. In un modo o nell’altro tutta la scolaresca indisciplinata raggiunse la biblioteca senza incidenti. Mentre entravano, sia io che Wilson ricordammo loro di essere cauti con le trasmissioni, dato che in un ambiente chiuso sarebbe stato più facile farsi notare.

Il gruppo si mise al lavoro. La biblioteca era enorme: come il museo, il soffitto era interamente realizzato con pannelli di vetro, che fornivano molta luce per la lettura. La maggior parte delle sale erano dotate di lunghi tavoli, l’intera parete est era tappezzata da contenitori per faldoni e piante in vaso alte fino alla vita. C’erano statue di personaggi famosi che dividevano le varie sezioni; a sinistra, delle colonne scolpite dividevano lo spazio in ambienti con delle mostre tematiche. In alto sulle pareti erano allineati dei grandi ritratti. In fondo, un operatore assicurava il funzionamento di un ascensore di legno.

Un ampio bancone rotondo fungeva da centro informazioni, con una signora anziana ma ancora bella che accoglieva il pubblico. Erin si avvicinò facendo delle domande e io la seguivo con la telecamera di RJ. La conversazione proseguì, ma non avevano attivato nessun microfono e non potemmo sentire. Le due donne risero; l’impiegata, ancora sorridente, prese un faldone e lo porse a Erin, quindi si occupò di un’altra persona in attesa. L’integrazione con la nuova cultura pareva un successo: come promesso, Erin parlava fluentemente il linguaggio locale. Il gruppo si sparpagliò, ciascuno con il suo compito da eseguire.

La loro ricerca divenne ben presto noiosa per noi, ma ci demmo il turno in modo che ci fosse sempre qualcuno di guardia. Mi alzai e improvvisamente mi accorsi di quanto si fosse svuotata la nave: Shelly a pilotare, Wilson alla console e io; il Grifone non era mai stato così deserto. Feci un’ispezione veloce delle altre aree. Alcune cuccette erano rimaste aperte, avevano delle foto sulle pareti, ricordi magnetizzati dentro alcove buie. Nella palestra un asciugamano usato volteggiava vicino al soffitto, lo presi e lo infilai nel cesto della biancheria sporca. Un cassetto aperto in infermeria, ma tutto il resto in perfetto ordine. La camera stagna di poppa era fredda, il portello era chiuso e sigillato. Tutto era pulito, ordinato e fin troppo tranquillo. Nella zona abitativa, le trasmissioni in bianco e nero di Terra II riempivano lo schermo principale: un film di cowboy. Mentre mi sedevo al tavolo, dovetti soffocare una risata: una delle comparse del film era identico a John Wayne da giovane, un altro esempio del sottile senso dello humor dell’universo.

Con Danica in superficie, Shelly e io dovevamo fare turni di dodici ore. Ne parlammo e li dividemmo in turni di sei. Usai il mio tempo libero per studiare le trasmissioni, sperando di arrivare a conoscere meglio i fratelli e le sorelle di Terra II. Su un tablet ripassai il lavoro fatto dagli altri. Le immagini particolarmente interessanti dalla biblioteca venivano direttamente scaricate sulla nave. Copie di patenti di guida, certificati di nascita, libretti militari, registrazioni di voto eccetera. La telecamera di Paris rimase per parecchio tempo davanti a uno schermo di foggia antiquata, che usava pellicole di plastica per mostrare immagini e testi stampati.

All’ora designata, scendemmo giù con l’oscurità. Le scansioni a centocinquanta metri mostrarono solo i segnali del nostro team. Scendemmo e Wilson li caricò di nuovo a bordo.

Erano tutti eccitati. Erano rimasti svegli per ventiquattr’ore, affamati ed esausti. Insistetti per un periodo di riposo prima del prossimo incontro. Mangiarono e bevvero parlando senza sosta di quello che avevano visto e imparato. A volte quel che dicevano pareva assurdo. Una volta rifocillati, rifiutarono di dormire e ci riunimmo al tavolo un’altra volta.

“Possiamo vedere chiaramente dove comincia la storia reale e dove finisce quella falsa” disse Erin. Il tavolo di fronte a noi era coperto di foto magnetiche, contenitori di cibo e borracce vuote.

“Ok, ok, ma per favore comincia dall’inizio” chiesi.

“Vuoi tutto dall’inizio? Bene, eccoti servito. Nel principio Dio creò i cieli e la terra. Questa è la prima frase all’inizio della storia di questo popolo. Da qui si passa dritto attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento, anche se nulla di tutto questo è realmente accaduto qui. Gli archeologi continuano a scavare nel deserto in cerca di reperti e città descritte dalla Bibbia, e continuano a trovare rovine e oggetti che cercano di incastrare nella storia. Qualche volta pensano di esserci riusciti e lo annunciano in pubblico.” Erin fece una pausa e si guardò attorno.

RJ riprese il racconto: “Ma le cose si fanno interessanti più o meno 1500 anni fa. Prima di quella data, tutti i ritrovamenti mostrano colonie di Neanderthal. Punte di frecce, nessun uomo moderno, soltanto i soliti crani di piccola taglia. Occasionalmente utensili di selce. Chiaramente, qualcosa è successo improvvisamente 1500 anni fa e l’uomo moderno è spuntato all’improvviso, come se fosse sceso da un’astronave, se mi passi l’idea.”

“Ma adesso sono negli anni ‘40 o ‘50 là sotto” dissi.

RJ era inflessibile: “Certo, la tua confusione è comprensibile. La civilizzazione ha richiesto cinque o dieci millenni sulla Terra, ma questa gente ci è riuscita in meno di 1500 anni.”

“Stai dicendo che gli umani sono stati portati qui dalla Terra, come suggerisce Shelly?” chiesi.
RJ disse: “Non c’è altro modo per spiegare come sono potuti spuntare così dal nulla, Adrian.”
“E in nessun modo avrebbero potuto evolversi così in fretta?”
All’unisono RJ ed Erin risposero: “Assolutamente no.”
“Quindi una nave Nasebiana ha portato la razza umana su questo pianeta e ha accelerato il loro sviluppo?” domandai.
“Oppure gli umani che sono stati portati qui possedevano già delle conoscenze avanzate. Questo spiegherebbe il loro rapido sviluppo” disse Wilson.
“Tranne per una cosa” intervenne Paris “Questa gente ha costruito delle piramidi. Perché mai un popolo con conoscenze dell’era industriale costruirebbe una piramide? C’è qualcosa che non abbiamo ancora capito.”

Erin aggiunse: “Se gli umani che sono stati trasferiti qui fossero stati davvero avanzati, avrebbero saputo che la Bibbia non parlava della loro storia, e qui non è così: laggiù credono che Noè e Mosè e tutti gli altri, e tutti gli eventi narrati, facciano davvero parte della storia di questo pianeta.”

Sedemmo in silenzio, poi parlò RJ: “La risposta è nel perché di tutto questo. Se capiamo lo scopo nascosto sotto questi eventi, avremo la risposta alle nostre domande.”

Mi sfregai gli occhi e risposi: “Avete trovato qualche riferimento al fantomatico ‘Udjat’? Ho quasi paura a chiedervelo.”

“Abbiamo avuto fortuna all’ultimo minuto, Adrian” disse Paris, mostrando un tablet con l’immagine di una tavoletta egizia di pietra incisa. “Proprio alla fine, l’ultimo microfilm che ho guardato”

La pietra nella foto, consunta dal tempo, era coperta di caratteri egizi. Guardai Paris con fare interrogativo.

“Vedi questa specie di cartiglio al centro? Ha simboli che sono diversi da tutti gli altri vicini. I simboli esterni sono standard, canti e preghiere egizie, ma le incisioni all’interno del cartiglio sono riferimenti fonetici: spiegano come pronunciare una parola, e la trascrizione fonetica di questi simboli è la parola ‘Udjat’”.

Mi lasciai sfuggire un sospiro di sollievo: “E questo cosa ci dice?”

Mise da parte il tablet: “Ci dice solo che siamo sulla pista giusta. Dovremo tornare alla biblioteca: cercherò informazioni su questi altri simboli, mi porteranno da qualche parte. Come minimo sappiamo che ‘Udjat’ è in qualche modo correlato con le piramidi. Prima o poi dovremo andare a esaminarle direttamente: probabilmente ci sono iscrizioni non riportate sui documenti della biblioteca.”

“E c’è dell’altro, Adrian” aggiunse RJ “Mentre Danica e io studiavamo storia antica, sono incidentalmente capitato nella sezione delle teorie del complotto. Hanno un sacco di roba su visite di UFO e alieni e insabbiature da parte del governo, proprio come da noi prima della Rivelazione. Ci sono riferimenti al Carro di Capal: secondo alcuni, il governo l’avrebbe trovato sepolto nel deserto da qualche parte, recuperato e nascosto in qualche installazione segreta. I rapporti governativi sono pesantemente censurati, ma ce n’era abbastanza da riuscire a identificare il nome e il luogo dell’installazione. Dovremmo andarci e fare qualche scansione.”

“Come mai l’impronta non è risultata dalle scansioni?”
“Perché non cercavamo qualcosa nascosto sottoterra…”

Mi alzai e mi stiracchiai: “Caspita, ragazzi, sono impressionato. Confuso, ma impressionato. Non mi aspettavo tanti risultati così. Bene, è facile decidere. Paris ed Erin tornano alla biblioteca. Il resto di noi farà una visita a quest’altra installazione mentre aspettiamo di vedere cosa riusciamo a scoprire. Questa volta, avrete dei documenti e un’identità. Possiamo sbarcarvi la notte prossima. Ve la sentite di farvi ancora quella camminata?”

Assentirono entusiasti.

“Bene, avete il tempo per una bella dormita. Qualcun altro deve dire qualcosa, prima di finire qui? Altrimenti, tutti in branda.”

Nessuno parlò. A uno a uno, si alzarono e si spinsero attraverso la cambusa verso le cuccette. RJ rimase, seduto con me sulla poltroncina magnetica.

“Ci capisci qualche cosa di questa storia?” gli chiesi.
“Vuoi scherzare? È scritto nero su bianco.”
“Allora illuminami, ti spiace?”
“Hai mai studiato la storia sumera?”
“Oh cavoli, no. Non sono molto ferrato in materia.”
“Persino al giorno d’oggi è una materia molto controversa. Secondo la storia sumera, una razza chiamata Anunnaki venne sulla Terra per raccogliere oro. Cominciarono le loro operazioni minerarie e manipolarono geneticamente l’Homo Erectus, che popolava la terra in quel periodo, mescolando il loro DNA con quello dei migliori primati che avevano trovato. Col passare del tempo crearono l’uomo moderno. Lo addestrarono a estrarre l’oro per loro e quando la popolazione crebbe a sufficienza, si ritirarono lasciando alla nuova specie, l’Homo Sapiens, il compito di lavorare al loro posto. Questa è la leggenda sumera della creazione.”

“Abbastanza spiacevole. Preferisco la vecchia versione della creazione, il figlio prediletto eccetera. In più, non quadra molto con quello che c’è qui.”
“Ancora non quadra per il fatto che non abbiamo capito il ‘perché’. Gli umani sono stati introdotti su questo pianeta e il loro sviluppo è stato accelerato per un motivo, che, come ho detto, non conosciamo. Quando lo sapremo, capiremo anche il resto.”
“Allora continua a pensarci, RJ.”

Sorrise stancamente e volò via, diretto alla sua cuccetta.

Quando tutti se ne furono andati, volli cercare Erin. Era sola nella sezione medica del laboratorio, intenta a prepararsi un cocktail di farmaci.

“Che cos’è?” le chiesi, sospeso sopra la sua spalla.
“Vitamine, antinfiammatorio, un blando tonico. Ho un po’ patito la camminata, il dosaggio dei farmaci anti-G non era sufficiente.”
“Te la senti di riprovarci? Possiamo darti il cambio, se vuoi.”
“Scherzi? Non me lo perderei per nulla al mondo. È magnifico là sotto, dubito che mi capiterà di nuovo un’occasione simile.”
“Be’, fammi sapere se cambi idea. Non è un problema trovare un sostituto.”
“Non pensare nemmeno di escludermi, Adrian!” disse con aria minacciosa, di quelle che nessun uomo oserebbe contraddire.
“Volevo chiederti di Paris.”

Si girò e bevve un po’ della brodaglia orribile: “Ah, a proposito, volevo parlarti proprio di lui.”
“È stato un problema?”
“Affatto. È stato super.”
“Davvero?”
“Hai visto che lavoro ha fatto. Non sei d’accordo?”
“Si, volevo parlarne anche con lui. Mi chiedevo se c’era qualcosa che non ho capito io. Sai che ha avuto dei problemi in passato.”
“Strano sentirlo dire. Mentre tornavamo tra i boschi al sito di prelievo, io e lui siamo rimasti un po’ indietro e abbiamo avuto modo di parlare. Gli ho chiesto di sua moglie e me ne ha parlato. Penso che sia qualcosa che devi sapere.”
“Ho le orecchie aperte e le labbra sigillate.”

“Non ha perso solo la moglie. Ma la moglie e una figlia di sei anni. Sua moglie non era un semplice dottore, era caposezione al Mt. Sinai. Ci fu un incidente, un gruppo di terroristi liberò un virus letale. Infettarono una hostess, perché potesse spargere l’infezione in tutto il mondo. Fortunatamente la donna stava troppo male per volare e finì all’ospedale: i medici erano sconcertati e chiamarono la dottoressa Denard. Così lei contrasse il virus e, non volendo, lo portò a casa alla figlia. Appena identificarono il problema, il CDC intervenne e stroncò l’epidemia sul nascere, ma i primi infettati non ce la fecero: la moglie e la figlia di Paris non sono sopravvissute. Lui era via per lavoro e non è nemmeno potuto tornare in tempo. Un anno dopo, si è spostato alla sezione controspionaggio dell’agenzia spaziale. Lavora per loro da allora.”

“Ehi. Niente di questo era nel suo fascicolo. Avrei dovuto saperlo prima.”
“Be’, certo che è una cosa personale, ma penso che tu dovevi saperlo.”
“Grazie. Penso che gli andrò a parlare.”
Lo trovai dietro il posto di pilotaggio, su una console tecnica. Trafficava con uno scanner manuale. Azzerò il display e mi guardò.
“Niente di nuovo?” chiesi.
“Beh, in effetti ho appena finito questo. Un regalino per te.”
“Per me? Che carino! E io che non ti ho preso niente…”

La battuta non lo fece neanche sorridere. Mi porse lo scanner: “Ci sono un paio di stanze in biblioteca con dei antiquati lucchetti cifrati: questi scanner possono essere programmati per trovare il codice. Si possono scansionare di fronte, e se non basta anche di fianco: lo scanner fornisce le cifre della combinazione. Funziona anche con quelli a cursore, tipo le casseforti.” Indicò i pulsanti sulla parte superiore dello scanner: “È il tasto funzione numero 6. Premilo e sei pronto per la scansione. Ne ho fatto uno anche per me.”

Alzai lo sguardo su di lui: “Sono impressionato.”

“C’è dell’altro. Il pulsante numero sette serve a verificare se c’è un sistema di allarme. È stato un po’ più complicato: usano solo sistemi cablati, non wireless, quindi si debbono cercare dei micro interruttori, ma funziona. Ti dice se c’è un allarme e se è attivo.”

“Vuoi entrare in una sala segreta della biblioteca?”
“Probabilmente non ci servirà. Non credo abbiano motivo di secretare il materiale che stiamo cercando.”
“Paris, scusa se te lo chiedo, ma come è possibile che tu conosca l’egiziano antico e apra i lucchetti come se fossero sacchetti di caramelle?”

Mi guardò con quella sua espressione fissa: “Niente di strano. Ho cominciato la mia carriera come meccanico motorista e lo sai. Poi, ho deciso che volevo fare cose più eccitanti. Ho chiesto di essere trasferito al servizio di controspionaggio dell’agenzia. Uno con un dottorato in fisica quantistica non poteva lavorare sul campo, ma poi hanno scoperto che sono portato per la crittologia. La loro crittologia, be’, è a un altro livello. Durante l’addestramento ho lavorato con l’egizio, il maya, il sumero più tanta altra roba. Hanno persino una macchina Enigma della seconda guerra mondiale. Aprire le serrature faceva parte del curriculum: è difficile poter decifrare un messaggio segreto se non riesci a tirarlo fuori da una cassaforte. Alla fine, ho fatto perfino qualche missione sul campo, ma niente di serio. Questo risponde alle tue domande, Comandante?”

“Si, ti ringrazio. Sto pensando che siamo fortunati ad averti con noi, Paris. Mi rendo contro che se non fosse per te forse non ce l’avremmo fatta.”

Mi guardò senza dir niente. Vedevo le rotelle girare nella sua testa: come se volesse dirmi qualcos’altro, ma non fosse ancora pronto. Mi sollevai, lo salutai e diedi il cambio a Shelly al posto di pilotaggio.

Voglio collaborare.

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Nel gruppo abbiamo anche recuperato Paolo Beretta che aveva avuto problemi tecnici e che accogliamo con grande simpatia nel nuovo gruppo di traduttori. Abbiamo una chat Messenger con cui scambiarci opinioni e richieste, da cui contattare direttamente E. R. Mason per le frasi, o le parole che ci paiono complicate, o poco chiare. Inoltre tutti collaborano anche oltre le traduzioni, per la revisione dei testi, o la preparazione delle pagine finali. Aspettiamo disegnatori, per una bella copertina del libro finale! E revisori, che sono sempre graditi.