Ancora i tre traduttori dell’ultima puntata di Deep Crossing di E. R. Mason. I capitoli 22, 23, 24, 25 26 sono di Luca Meneghello, Paolo Beretta, e Antonio Grasso. Vediamo ormai il il termine della parte di traduzione, che contiamo di completare in altre tre settimane. Ricordo ancora a tutti che stiamo provando a immaginare un “bel” titolo italiano.

Da sinistra Luca Meneghello, Paolo Beretta, Antonio Grasso

Il comandante Adrian Tarn è stato già protagonista di Scontro Mortale, dove ha interagito con una Nasebiana, una presenza aliena. Il fatto doveva restare segreto ma la misteriosa aliena lo obbliga invece a intraprendere questa nuova avventura. Adrian  dovrà volare con un piccolo equipaggio, lontanissimo dalla Terra per recuperare un oggetto di cui non sappiamo nulla. Durante il primo test nei pressi della Nube di Oort l’equipaggio scopre che lì c’è una nave spaziale giapponese, che sembra abbandonata, ma poi si scopre che tutto l’equipaggio è apparentemente impazzito. Ora Adrian e compagni stanno provando a salvarli… 

Capitolo 22

Traduzione di Antonio Grasso

Finalmente senza tuta spaziale, ho tolto la calzamaglia sudata della tuta e l’ho infilata nel busto. Sono rimasto in calzoncini elastici senza curarmi del fatto che Erin mi fissasse. Ha fatto “Ooo” e ha toccato una cicatrice sulla mia spalla. “Come te la sei fatta? È parecchio vicino alla gola.”

“Una scheggia di granata.”

“Ma lo sai che devi stare lontano da queste cose quando esplodono?”

“Già, ma il cattivo che l’aveva in mano non me ne ha dato il tempo.”

Abbassò il mento incredula, aprì la bocca per parlare, poi decise di non farlo. Invece, si inginocchiò e rovistò nella sacca, trovò la mia tuta grigia da volo e me la diede. Mentre la indossavo, mi tese gli stivaletti.

Ho messo la tuta spaziale vicino alla console, togliendo l’unità di comunicazione. Wilson girò intorno al tavolo con sguardo gelido e con in mano un tablet. Io mi sistemai la tuta di volo con aria fiduciosa. “Ragazzi, che sollievo. Le tute Bell non sono fatte per camminare. RJ, ci sei?”

“Grifone in attesa.”

“Voi ragazzi ci dovete spedire un po’ d’acqua, in un contenitore riscaldato in modo che non si congeli per strada. E anche un po’ di cibo. Non possiamo rischiare con quello di qui.”

“Capito. Cos’altro?”

“Mettetelo nella camera a poppa. Quando saremo pronti potrete depressurizzare e aprire il portello esterno.”

“Grifone, ricevuto.”

Tornai da Erin e Wilson: “Avete portato cibarie con voi?”

Erin disse: “Eravamo di fretta. Solo l’acqua e barrette di cioccolato nella tuta.”

“Ah, ottimo.” Mi chinai, rovistai nella mia tuta e tirai fuori una barretta di cioccolato. Mentre la scartavo, Wilson mi diede il tablet.

“Questo è impostato con la mappa dei corridoi di servizio che volevi.”

Il tablet in mano e un morso al cioccolato: ho studiato la mappa. “Il tempo?”

“Dobbiamo andare” disse Erin. Mi passò un attrezzo argentato e lucido. “Questa è la chiave per tutte le valvole. C’è un ascensore laggiù per i livelli superiori. Non serve arrampicarsi. Ti ci porto io.”

Regolò qualcosa sulla manica e mi fece cenno di seguirla. Andando verso l’ascensore di servizio, si fermò a raccogliere il misterioso attrezzo che era caduto. Era come quello che mi aveva dato. “Capisci?” disse. Annuii, lo presi e lo infilai nella tasca dei pantaloni.

L’ascensore era per una sola persona. Erin indicò verso l’alto la passerella del terzo livello, dove si vedeva una piccola apertura ovale. Salii, senza perderla di vista, per capire se ci fosse qualcosa fuori posto. Arrivato in cima, la passerella buia e stretta aveva corrimani e parapetti. Mi fermai prima del tunnel, posai la barretta di cioccolato mezza mangiata e guardai giù. Erin agitava la mano.

I corridoi di servizio sono ok purché non sia necessario andare troppo avanti o troppo in alto. Sono un po’ inquietanti perché non puoi tirarti indietro facilmente né velocemente. Se sei fortunato, stai sulle mani e sulle ginocchia, ma devi tenere la testa bassa per evitare di sbatterla su cavi o scatole. La luce si accende solo avanzando e si spegne dietro di te. Tu vedi tutto buio davanti e dietro. Si è soggetti a un’immediata perdita del senso dell’orientamento e, a meno di lasciare dietro briciole di pane, non c’è modo di capire dove sei già passato. È capitato che alcuni abbiano girato in tondo per ore nei i corridoi di servizio senza sapere come uscirne.  I rumori ci sono sempre e, poiché l’oscurità ti segue e ti aspetta, i suoni provengono da una tenebra o dall’altra. Non mi hanno mai spaventato le più spaventose storie di fantasmi. Ma nel profondo dei tunnel di servizio, a volte divento nervoso.

Strisciando ho fatto la prima svolta a sinistra, poi una a destra e a quel punto ho cominciato ad avere i brividi. Poi è andata peggio. Alla svolta successiva, in un incrocio a T, forse c’era umidità che arrivava da chissà dove, o una differenza di temperatura perché si era formato un sottile strato di nebbia vicino al pavimento. Solo una decina di centimetri di nebbia, ma il pavimento non si vedeva più. Il passaggio sembrava più piccolo di quanto non lo fosse già e, dove le bocchette ventilavano il flusso d’aria, si formavano piccoli vortici ipnotici.

Un colpo forte proveniente, non si sa da dove, mi fece sobbalzare. Mi sono messo a ridere e Erin mi ha sentito.

“Tutto bene, Comandante?”

“È arrivato un banco di nebbia da Londra. Manca solo Jack lo Squartatore.”

Girato l’angolo verso il primo gruppo valvole, la nebbia si fece più spessa ed era un po’ viola. C’era un tubo antincendio che correva sul muro a destra, una chiara indicazione del percorso del refrigerante. Oltre l’oscurità, apparve finalmente la stazione del gruppo valvole, una rientranza nel muro con luce giallastra e una grande valvola automatica ad altezza uomo. Non c’era nessuna chiave. Ho tirato fuori quella che mi aveva dato Erin, l’ho montata sulla testa esagonale e ho spinto. Non si mosse. “Questa cosa è congelata. Non si muoverà di un centimetro.”

Ho sentito Wilson dire sottovoce: “Merda.”

“Lasciami provare una posizione diversa, aspetta.”

Mi sono riposizionato come meglio potevo, ho contato in silenzio fino a tre e ho spinto con tutte le mie forze. “Cazzo. Che bastarda!”

Erin cercava di spronarmi: “Non c’è altro modo, Adrian. Devi smuoverla in qualche modo.”

“Aspetta. Adesso ci riprovo.”

Non è facile cambiare direzione in un tunnel. In genere chi ci prova si blocca. Bisogna ripiegare le gambe, posizionare la faccia sulle ginocchia e strisciare come un serpente. Per i ragazzi di un metro e novanta come me è una faccenda complessa. Sono agile, ma manca lo spazio. Manovravo avanti e indietro e pensavo a cosa sarebbe successo se restavo bloccato in un tubo pieno di nebbia, con nessuno che potesse aiutarmi. Il pensiero mi ha fornito la motivazione che serviva. In qualche modo, ho cambiato direzione.

Mi sono messo con un piede contro la chiave, afferrato al condotto sul soffitto per fare leva. Ho spinto la chiave col piede, pregando e usando tutte le forze. La chiave è volata nel buio, con un gran chiasso e rimbalzando. Mi sono accasciato, ma la nebbia mi ha coperto la faccia, e ho dovuto tirami su.

La seconda chiave inglese si adattava molto meglio. Senza volere avevo spinto la prima chiave verso l’alto. Invece doveva essere un colpo dritto. Mi sono preparato a sferrare il mio colpo migliore e ho dato un calcio.

Niente. La chiave è rimasta in sede, ma la valvola resisteva. Altri due colpi e pareva cominciasse a cedere. Al terzo tentativo, ho dato il massimo e, con grande gioia, la chiave ha ruotato e ha sbattuto contro il muro. Sono tornato indietro, con una manovra di centottanta gradi, ho azionato la chiave inglese e aperto completamente la valvola.

La voce di Erin urlava nel comunicatore: “Perfetto! Ce l’hai fatta. Il liquido di raffreddamento scorre.”

Wilson aggiunse: “Ancora una e potremo vivere, Adrian”.

“Wilson sei di grandissimo conforto, lo sai?”

Mi sono spinto avanti nell’oscurità e ho recuperato la prima chiave. C’erano altri quattro incroci e in tre c’erano delle svolte. La nebbia era sempre lì. Quando ho raggiunto l’incrocio successivo, le luci si sono accese lentamente. La valvola era da qualche parte a destra. Ho guardato nell’altra direzione e mi sono bloccato.

Nell’oscurità profonda, c’erano degli occhi. Non si vedeva altro, solo due occhi gialli che mi fissavano. Rimasero lì solo per un secondo e poi scomparvero. Ascoltavo, ma non sentivo niente. Forse una sorta di illusione ottica. Nessuno avrebbe interesse a stare in questi tunnel. Mi scocciava ma non c’era tempo per pensarci. Mi addentrai nel tunnel successivo, strisciando.

Dopo aver fatto accendere una serie di luci, per qualche motivo si è illuminato l’intero tunnel fino all’incrocio più lontano. Erano circa dieci metri fino alla fine del tubo e la nebbia viola lo faceva sembrare un sentiero verso un’altra dimensione. Guardavo avanti, quando accadde qualcosa di assurdo. Da un corridoio adiacente venne proiettata sul muro dell’incrocio un’ombra in movimento. Era piuttosto lontana e non ne ero proprio sicuro, ma qualcosa si muoveva nella nebbia.

Non me la sentivo di rischiare oltre. Ho estratto l’arma e mi sono guardato attorno. Il tablet in una mano e la pistola nell’altra, ho cominciato a strisciare, ma mi sono bloccato di nuovo.

Alla fine del tunnel, un grande coniglio bianco saltò improvvisamente dal corridoio adiacente e si sedette in bella vista sopra la nebbia sfregandosi le zampe. Ho mollato il tablet, mi sono sfregato gli occhi e quando li ho riaperti, non c’era più. Ho provato una fitta di paura. Brancolando nella nebbia, ho schiacciato il pulsante del comunicatore e ho chiamato Doc sul canale privato.

“Adrian a Doc.”

Gli ci vollero alcuni secondi per rispondere: “Vai avanti.”

“Doc, penso di essere infetto. Ho le allucinazioni.”

“No, Adrian. Non lo sei.”

“Perché lo dici?”

“I dottori qui sono stati molto bravi. Non hanno avuto il tempo di creare una cura o un vaccino, ma hanno sviluppato un metodo per rilevare la malattia. È fatto con una scansione del cervello. Hanno documentato un periodo di incubazione di due ore o meno. Mi sono sottoposto alla scansione ogni trenta minuti. Non sono infetto. Se io non sono infetto, non lo sei neanche tu. Non ho monitorato voi tre. Tu sei fuori dalla tuta?”

“Sì. Non potevo farne a meno.”

“Tu non sei infetto.”

“Doc, sono al terzo livello in Sala macchine, nel profondo di un tunnel di servizio. Ho appena visto un coniglio bianco. Se aspetto, scommetto che arriverà anche Alice.”

“Aveva anche un orologio?”

“Non fare lo scemo, Doc.”

“Non lo faccio. Aveva un orologio?”

“No.”

“Allora te lo dico io, hai visto un coniglio.”

“Oh, per l’amor di dio.”

“Ti senti male?”

“No.”

“Se fossi infetto, questo è il primo stadio. Come ti senti?”

“Come un idiota?”

“Comandante, non ho tempo. Tu e io dobbiamo tornare al nostro lavoro.”

“Lo credi davvero?”

“Non sei infetto. Poi ti spiego meglio.”

“Tarn chiude.”

Ho parlato con altri due: “Mi sto avvicinando all’ultimo incrocio.”

“Sbrigati, Adrian. Non c’è più tempo da perdere” disse Erin.

Ho girato l’angolo. La valvola era a circa un metro. Una chiave era già montata su. Mi sono rialzato, spostato su un fianco e ho spinto. Girava facilmente.

La voce di Erin dal comunicatore: “Santo cielo. Lo vediamo, Adrian. Il refrigerante fresco sta arrivando al nucleo. Ora siamo stabili. Esci da lì.”

“Con piacere.”

Non ho mai strisciato così in fretta, nemmeno con un sergente istruttore che mi strillava dietro. Quando la mia testa incontrò per sbaglio una scatola, vinse la scatola e la mia imprecazione echeggiò dappertutto, ma non mi rallentò. Finalmente arrivai a vedere la Sala macchine. Balzai fuori e mi scrollai di dosso la tensione. A quel punto, per mia consolazione, ho cercato la barretta di cioccolato che avevo lasciato lì, ma non c’era più. L’ascensore di servizio mi riportò a terra, dove Erin e Wilson lavoravano al monitor sui diagrammi.

Wilson mi guardò soddisfatto: “Bel lavoro! Un gioco da ragazzi, eh?”

“Penso di aver visto un coniglio.”

È scoppiato a ridere e poi ha mi ha fissato per capire se non scherzavo. Forse non scherzavo e corrugò la fronte.

“Non preoccuparti. Doc dice che sto bene. Chi di voi ha preso la mia mezza barretta di cioccolato?”

Entrambi mi guardarono con stupiti.

“La barretta di cioccolato mezza mangiata. L’ho lasciata sulla passerella. Adesso non c’era più.”

Disse Erin: “Adrian, non ci siamo mossi da qui, quando te ne sei andato. Forse è caduta.”

Loro lavoravano con i loro display dei flussi e io andai a cercarla. Non c’era niente.

“Forse è finita contro il muro, o in una guida dei cavi, o qualcosa del genere” disse Wilson.

“Ti ho detto che stava succedendo qualcosa di strano. Ho un’idea” disse Erin. Aprì la tasca della tuta spaziale, spinse da parte i bastoncini luminosi e tirò fuori una barretta di cioccolato nuova. La scartò a metà, poi andò in un corridoio e scomparve dietro l’angolo. Tornò un attimo dopo.

“L’ho lasciata su un ripiano laggiù. Vediamo cosa succede.”

Wilson ‘toccò’ il display degli schemi e parlò senza distogliere gli occhi. “Ragazzi, siamo arrivati a quelle valvole appena in tempo. Il ciclo di sistema è stato eseguito l’ultima volta due giorni fa. Se quel nucleo non avesse tenuto, avremmo avuto guasti a cascata. Esplosioni multiple. Adesso abbiamo un sacco di tempo. Dobbiamo solo pensare al generatore dei sistemi ausiliari. È più o meno come hai già fatto, Adrian, ma senza tunnel di servizio. Devi scendere sotto il pavimento dove dovrebbe esserci una grande rete di valvole e deviatori di flusso. Dovremo monitorare i flussi incrociati e dirti come fare le deviazioni in tempo reale.”

“Da dove si entra?”

“Vicino all’ascensore, ci dovrebbe essere un grande pannello d’ingresso nel pavimento. Si apre da questa console.” Toccò un’icona sul display e una luce gialla rotante prese vita sul muro vicino all’ascensore. Un grande pannello si alzò dal pavimento e dal basso apparve una luce.

Il lavoro sul sistema ausiliario fu facile rispetto ai tunnel di prima. Fui dentro e fuori in meno di trenta minuti. Tornando al display della console, l’atmosfera era cambiata da stato di apprensione a stato di manutenzione. Erin voleva incrociare le braccia pressurizzate, ma era impossibile e si appoggiò alla console. “Bene. Se non ci sono altri guasti, possiamo mantenere i margini di sicurezza dei sistemi fino a quando arrivano i soccorsi e prima è, meglio è.”

Anche Wilson era d’accordo. “Abbiamo rischiato grosso. Se RJ non se ne fosse accorto, l’Akuma non avrebbe superato la giornata. L’interruzione del ciclo delle valvole rotte, ne decretava una fine inevitabile.”

Il commento di Wilson mi ha fece pensare: “C’è qualcosa di strano, no?”

“Cioè?”

“Quando hai detto che hanno eseguito il ciclo delle valvole l’ultima volta?”

“Due giorni fa.”

Mi sono passato le dita sulla fronte cercando di ricordare. “Il diario della Capitana dice che è stata una delle ultime ad ammalarsi. Poi i rapporti si sono trasformati in parole senza senso.”

“Non vedo niente di strano!”

“Dovevano essere almeno due settimane. Due settimane fa.”

I due mi guardarono. Erin disse: “Quindi secondo te alcuni sono rimasti sani fino a pochi giorni fa.”

“Doc, abbiamo stabilizzato il nucleo. Il pericolo al momento è scongiurato. Abbiamo una domanda.”

“Grazie a dio. Vai avanti.”

“Doc, qualcuno dell’equipaggio che è stato infettato, potrebbe essere in grado di aprire manualmente le valvole dei sistemi della nave?”

“Assolutamente no. L’agente patogeno colpisce le aree di ragionamento superiore. Non c’è logica nelle azioni delle vittime. Tutto diventa arbitrario e impulsivo.”

“Qualcuno ha eseguito il ciclo delle valvole solo pochi giorni fa, Doc. Quindi stai dicendo che alcuni di loro hanno resistito più a lungo, giusto?”

“Ma no, Adrian. Bevi l’acqua e l’accumulo nel sangue è una cosa matematica. Bevi quel che serve per vivere ed è sufficiente per infettarsi. Non c’è modo di aggirare questa cosa. Se le valvole sono state resettate, è stato fatto in qualche altro modo.”

“Grazie, Doc. Tarn chiude.”

Ci fissammo l’un l’altro decisamente stupiti. Uno schianto provenne dal corridoio vicino e lacerò il silenzio. Erin si lanciò in direzione del rumore.

Urlai: “Aspetta. Attenta.”

Mi ignorò e si fiondò oltre l’angolo. Wilson e io la seguimmo nella stanza.

“La barretta di cioccolato è sparita. La mensola è rovesciata.”

“Quindi sei diventato un pazzo furioso che ama le barrette di cioccolato, per cui?” chiese Wilson.

“Per essere privi di ragione, sicuramente sono piuttosto bravi a non farsi vedere” disse Erin.

“E anche a fare un buon lavoro con le valvole?”

“Pensi che alcuni di loro siano immuni e abbiano paura di uscire?” disse Wilson.

“Perché degli adulti che aspettano un salvataggio debbono aver paura a uscire?”

Ci fissammo l’un l’altro per un bel po’. Tutto cominciava ad andare a posto.

“Non può essere ciò che sto pensando” dissi.

Erin parlò per prima: “Bambini?”

Wilson continuò: “Oh mio dio, ho capito. Gli adulti sapevano che dovevano bere l’acqua e stavano per infettarsi, così hanno addestrato i bambini a eseguire il ciclo delle valvole. I piccoli hanno paura di loro e da allora si nascondono, ma continuano a fare il lavoro.”

Erin aggiunse: “Fino a quando la valvola si è congelata e uno di loro ha buttato giù la chiave sperando che lo potessimo aiutare.”

A quel punto dissi: “Ma questo vuol dire che…”

Erin mi disse: “Sì, i bambini sono immuni.” Ha preso il tablet e si è messa a digitare veloce. Ho visto cosa scriveva.

‘Non siamo malati. Siamo visitatori venuti per aiutarvi. Abbiamo altre barrette di cioccolato. Per favore, uscite. “

Erin ha messo il tablet in traduzione giapponese e lo ha sollevato, con l’audio attivo, e si è messa a camminare, divulgando il messaggio al massimo volume. Wilson e io siamo rimasti immobili.

Passarono un paio di minuti senza risultati. Erin non smise. Ad un tratto ci fu un movimento sulla passerella del secondo livello come un disturbo. Sempre molto lentamente, un giovane viso sbirciò dall’oscurità. Aveva sette o otto anni. Si teneva alla ringhiera con una mano, pronto a scappare, e guardava Erin che era ancora in tuta spaziale.

“Kichigai” urlò.

Erin riportò subito la parola sul suo tablet per tradurla. Digitò una risposta e la riprodusse in giapponese. Il ragazzino esitò e lentamente si ritirò nell’ombra. Wilson e io sistemammo anche i nostri tablet per la traduzione.

Il ragazzino ritornò sulla passerella con un altro ragazzo. L’amico ha urlato “Kichigai?” ma questa volta era una domanda, non un’accusa. Wilson e io abbiamo letto sui nostri tablet. La parola significava ‘folle, pazzo’.

Erin ha ripetuto il suo messaggio. I nostri tablet lo hanno tradotto per noi.

‘Non malati. Amici venuti per aiutarvi. Venite fuori. Non vi faremo del male.’

Ci fu un rumore dietro di me. quando mi voltai vidi una ragazzina con una bambola nel corridoio dove era stata nascosta la barretta di cioccolato. Mentre guardavo, altri bambini apparvero sulle passerelle. Al terzo livello, una ragazzina era in piedi, con in braccio il suo coniglio bianco.

Con mio grande sgomento, Erin appoggiò il suo tablet sul pavimento, allungò le mani e si tolse il casco. Lo posò e, con il tablet di nuovo in mano, girò in tondo salutando i bambini.

Fissai Wilson sgomento: “Quando diavolo ha fatto la ricompressione senza dirlo a nessuno?”

Wilson scrollò le spalle: “Quindi posso togliere anche il mio?”

Capitolo 23

Traduzione di Antonio Grasso

Erano dodici bambini, tutti di dieci anni o meno. Erano i ragazzini più intelligenti che avessi mai visto. Si riunirono intorno a noi, sospettosi, uno per volta. Avevano vestiti sporchi e laceri. Mani e facce da lavare. Erin condusse il dialogo. Wilson e io provavamo a sembrare amichevoli. Hanno capito tutto. Sapevano che il pericolo stava nell’acqua. Sapevano che i genitori erano malati. Sapevano di avere paura. Gli era stato detto di aspettare i soccorsi.

Ci dissero che gli adulti erano nella nave riuniti in gruppi. Gli adulti non erano in grado di parlare in modo coerente. Prima si erano divisi, poi erano ritornati al loro gruppo se non erano stati banditi. A volte erano violenti. Il più delle volte avevano solo paura. C’era un sacco di cibo sulla nave e bastava cercarlo per averlo.

La notizia dei nostri nuovi amici ha stupito ed emozionato il dottore. Non c’era alcun riferimento ai bambini nella documentazione del centro medico. Ha teorizzato che la scoperta dell’immunità dei bambini sia avvenuta dopo che il personale medico aveva subito l’infezione. Ci chiedeva dei campioni di sangue, ma noi abbiamo rifiutato dicendo: “Non adesso.”

I bambini erano il miglior supporto che avremmo potuto chiedere. Conoscevano la nave. Conoscevano la malattia. Conoscevano le vittime. Soprattutto conoscevano i rischi dei sistemi di raffreddamento. Succedeva che Erin e Wilson esponevano un piano e un bambino di nove anni, particolarmente esperto, scuoteva la testa, mentre tutti noi ci guardavamo meravigliati.

Dopo aver sbloccato la valvola congelata, abbiamo avuto all’improvviso accesso a un esercito di piccoli tecnici pronti a lanciarsi nei tunnel per effettuare il nostro piano di riparazioni. Questi non erano solo i bambini più intelligenti mai visti, ma anche i più coraggiosi. Ci eravamo organizzati in modo che tre di noi potevano coordinare e organizzare la Sala macchine, anche senza la presenza di adulti.

Quando le cose si sono sistemate, ho finalmente avuto modo di parlare con Erin: “Hai fatto un bel lavoro a convincere i bambini.”

“Ma non è questo che volevi dirmi.”

“Erin, hai ricompresso la tuta spaziale senza dirmelo.”

“Strisciavi nei tunnel da solo, Adrian. Se ti fosse successo qualcosa o avessi avuto bisogno di un altro paio di mani, qualcuno doveva essere pronto. Wilson è troppo grosso. Che dici? C’ero io. Nel caso di problemi e senza riserve, saremmo saltati tutti in aria. Ho iniziato la ricompressione quando sei andato all’ascensore. E non l’ho detto perché a quel punto non aveva nessuna importanza.”

“Ok, ma lasciami l’illusione di essere al comando. Quando l’equipaggio fa questo genere di cose manda al diavolo ogni fantasia.”

“Sì, Comandante.”

“Attenzione a prendere in mano la situazione senza pensare, per esempio correre in un corridoio buio da sola. Non puoi coprirti le spalle quando sei sola. Ecco perché la regola è: un’area protetta o squadre di almeno due persone.”

“Hai ragione. È stato stupido. Starò più attenta. Però tu sei venuto da solo dall’infermeria.”

“Non c’era altro modo. Inoltre, ho una certa esperienza.”

“Come la cicatrice sulla spalla?”

“Esalta l’istinto di sopravvivenza.”

Arrivò Wilson che aveva anche lui il suo problema: “Posso finalmente uscire dalla tuta, Adrian?”

“Dato che uno di noi ha ancora la tuta, possiamo fare un viaggio veloce al Grifone. Avranno acqua e cibo leggero per noi. Vengo con te e aspetto fuori dalla camera di equilibrio, perché so che Erin starà più attenta. Ti serve aiuto per portare tutto. Prima di andare chiudiamo la Sala macchine.”

L’equipaggio del Grifone raccolse tutte le barrette di cioccolato presenti nelle tute spaziali e negli armadietti e preparò dei pacchetti col cibo. Wilson andò da solo in AEV, anche se non l’ho mai perduto di vista. Tornò con le provviste e le dividemmo nella camera di equilibrio, poi ci fermammo all’infermeria per rifornire il dottore. Tornando in Sala macchine, girato un angolo, incontrammo degli adulti dell’Akuma che camminavano in fila indiana senza meta. Ci bloccammo, guardandoli marciare con gli occhi spenti, disinteressati. Il primo della fila intonava un ritmo di marcia, che nessun altro seguiva.

In Sala macchine, le barrette di cioccolato sono sparite in fretta. Non mi sarei mai aspettato di vedere una giovane donna che disegnava col gesso dei quadrati sul pavimento di metallo dell’area più critica della nave, eppure lo faceva. Il classico gioco di salti, che i ragazzi si divertivano a fare sotto la protezione di adulti non infetti. Giocavano a lanciare sacchetti di sabbia. Wilson ed io, viste in le regole, abbiamo tentato di gareggiare ma siamo stati battuti. Areno è stato portato giù dall’infermeria e riunito al suo padrone, dando vita a una festa così commovente che mi ha colto alla sprovvista e mi ha lasciato senza fiato per qualche secondo. A un certo punto, RJ attivò un collegamento dall’infermeria e iniziò a trasmettere tutte le informazioni mediche alla Terra, dove furono rapidamente inviate alla JSA e da lì alla nave di soccorso medico che avrebbe preso il controllo dell’Akuma.

La prima nave di soccorso era programmata in uscita dall’iperspazio alle 07:00 per il rendez-vous. Verso le 05:00, ho cominciato a preoccuparmi. Mi sono seduto lontano dagli altri e ho fatto una chiamata.

“Ehi Doc.”

“Che c’è, Adrian?”

“Cosa succederà all’arrivo della prima nave di soccorso?”

“Be’, prenderanno in carico l’Akuma fino all’arrivo della nave medica.”

“Decideranno chi viene e chi va?”

“No, no. Decideranno che nessuno viene e nessuno va.”

“Questo non è buono.”

“Capisco cosa vuoi dire.”

“Noi adesso siamo ufficialmente in quarantena, giusto?”

“Corretto.”

“Ma in questo momento, tu sei l’ufficiale medico in capo, giusto?”

“Sì.”

“Siamo contagiosi?”

“No. Nessuno di noi è infetto.”

“Sei sicuro?”

“Sì.”

“Capisci cosa sto pensando, vero?”

“Sì.”

“In quali guai potresti cacciarti se non fossimo qui quando questi arrivano?”

“Ragazzo, domanda difficile. Dovrei revocare la quarantena o certificare che i membri del nostro equipaggio non sono contagiati.”

“La seconda suona meglio. Qualcuno di noi è stato contagiato?”

“Tecnicamente no. In questo caso, puoi essere contagiato solo se ingerisci l’acqua. Tuttavia si potrebbe obiettare che siamo stati esposti al vapore acqueo e quindi siamo sospettabili. Lo scopo della quarantena è quello di contenere chiunque e qualunque cosa che possa essere venuto in contatto con il virus.”

“Finché questi non siano stati certificati come incontaminati?”

“In realtà hai ragione, Adrian. Se restiamo qui fino a quando il personale della nave di soccorso sale a bordo, probabilmente non saremo autorizzati ad andare via fino a dopo che l’Akuma non sarà di nuovo in orbita terrestre.”

“Questo farà saltare la data di lancio della missione Nadir.”

“Sì, quasi certamente.”

“Sto pensando che questo non ci dà altra scelta, sei d’accordo?”

Nessuna risposta.

Ho insistito: “Ce ne saremo andati da tempo per Nadir prima che possa essere organizzata un’inchiesta.”

“Sì, ma ci aspetteranno quando torniamo.”

“Siamo venuti qui perché non abbiamo avuto altra scelta.”

“No. Infatti.”

“Questa nave non esisterebbe più, se non fossimo venuti.”

“Nessuno può metterlo in dubbio.”

“E se ti dicessi che ho avuto qualche appoggio che ci garantirebbe di non subire conseguenze al nostro ritorno?”

“Sarebbe di grande aiuto con le domande imbarazzanti che mi faranno quando torneremo. Tuttavia, la burocrazia probabilmente non avrà ancora avuto il tempo di attivarsi.”

“Facciamolo. Andiamocene non appena la nave di soccorso è a portata.”

“Dovremo mettere i puntini su tutte le ‘i’, far vedere che le procedure di esame e decontaminazione sono state eseguite alla lettera. Che ogni passo del manuale è stato controllato, ma capiranno che lo spirito delle regole di quarantena dal mondo esterno non è stato rispettato.”

“Che si può fare?”

“Porta qui i bambini, uno alla volta.”

“Ok, hai capito.”

E questo è ciò che abbiamo fatto. Era il nostro unico biglietto di uscita. Non potevamo lasciare i bambini da soli, quindi due di noi sono rimasti indietro finché gli agenti della sicurezza non sono entrati nella camera stagna. Avevamo pianificato i percorsi di fuga su entrambi i lati dell’Akuma e avremmo usato il lato opposto al loro attracco. Abbiamo spiegato in poche parole la situazione ai nostri nuovi giovani amici e, alle 06:00, abbiamo fatto indossare le tute a Wilson e Doc e li abbiamo mandati al Grifone. Quando la prima nave di soccorso è apparsa a dritta dell’Akuma, Erin e io siamo scomparsi dalla camera stagna opposta e siamo schizzati fuori, nascondendo la nostra fuga dietro la sovrastruttura dell’Akuma. Grazie al lavoro del dottore, gli agenti arrivati ​​sapevano che potevano entrare senza tute, ma ci volle ancora un po’ di tempo con la camera stagna e poi un altro bel po’ per capire che non eravamo a bordo. Quindi il Grifone, dopo un addio simbolico e privato, saltò silenziosamente nell’iperspazio. Erin e io facemmo il salto ancora nelle tute, bloccati nelle postazioni di aggancio nella camera di poppa. Danica ci portò in prossimità della nana bruna nei pressi di un asteroide particolarmente grande a forma di piramide che sembrava un enorme piombo da pesca. O almeno, per me era così.

Quando le cose si furono calmate e lo stupore per tutto quello che avevamo appena passato si fu attenuato, vidi Doc nel laboratorio scientifico, assicurato ad una sedia coi piedi su e incrociati come se ci fosse un immaginario poggiapiedi a sostenerli. Aveva una bottiglia di birra chiara in mano e, quando entrai, ne sollevò un’altra e la spinse verso di me. “Che strano essere di nuovo a zero-G, non trovi?” disse bevendo. Farfugliava un po’ nel parlare.

Mi sono guardato intorno e ho chiuso la porta a chiave.

“Un regalo di addio dall’Akuma” disse.

“Immagino che non ci sia il rischio dell’acqua dell’Akuma.”

“Luna Rossa, un prodotto di Terra Ferma. Dicono che basta una sola bottiglia. Ma non è vero.”

Ho svitato il tappo, l’ho lanciato come una moneta e l’ho visto rimbalzare contro le pareti. “Brindiamo agli eroi sconosciuti.”

Bevve un sorso: “Brindiamo agli eroi perseguitati.”

“Non succederà.”

“Non crederti.”

Bevemmo.

“C’è una certa merda che non sai” disse “e io non uso il termine alla leggera.” Bevve un’altra sorsata come se ne avesse bisogno.

“Aspetta. Fammi controllare il mio indicatore di livello della merda. Uh oh, è quasi su ‘pieno’ per la merda di Denard.”

Rise: “Sarebbe meglio fare spazio.”

“Già, quell’uomo prende lo spazio di tutti.”

“Tranquillo, ciò che voglio dirti è la merda di qualcun altro e fa sembrare Denard un angelo.” Bevve un’altra sorsata e la sua espressione iniziò a preoccuparmi.

“Davvero?”

Mi lanciò uno sguardo gelido che mi fece quasi rabbrividire: “Il virus dell’Akuma non è venuto dall’acqua.”

“Ma avevi detto…”

“Ho detto che era nell’acqua, ma non è arrivato dalla nuvola di Oort. È stato messo lì da uno dell’equipaggio.”

“Non può essere.”

“Uno che doveva infettare l’acqua se l’Akuma non avesse trovato un carico di grande valore. Quando l’impulso ha danneggiato la nave, la missione è stata abortita. Stavano per tornare a mani vuote. L’incidente ha fatto scaricare tutta l’acqua e il sabotatore non l’ha potuta infettare. Poi, quando hanno portato a bordo il ghiaccio, è stata l’occasione perfetta per far sembrare che il ghiaccio fosse contaminato. Al bastardo era stato detto che lo avevano immunizzato e che sarebbe stato raccolto segretamente da una nave di soccorso arrivata troppo tardi per aiutare gli altri. Ma lui non era affatto immune. Volevano che morisse con tutto l’equipaggio e con lui anche la verità.”

Doc fece una pausa e bevve un altro sorso: “Era un virus sintetico. Ciò che mi turba è che sapevano che non avrebbe ucciso le sue vittime. Sapevano cosa sarebbe successo. Che la nave non poteva essere gestita e alla fine si sarebbe distrutta e sarebbe sembrato un incidente. Nessuno avrebbe mai capito cosa fosse successo. Facile da spiegare. Nessun punto debole. Il loro ‘babbeo’ ha capito troppo tardi che lo avevano fregato. Stava già bevendo l’acqua e la personalità dell’agente segreto prende il sopravvento su di lui. Si trova un frac e inizia a cercare l’uscita segreta. La trova, scrive tutto in un registro personale e lo etichetta ‘top secret’, senza password né altra protezione, ma poi diventa troppo incoerente per scrivere. Le sue ultime registrazioni erano farfugli. Ho fatto ricerche negli archivi con la parola ‘virus’ ed è saltato fuori. È così che ho capito tutta la storia.”

“Ma chi è il mandante?”

“Una multinazionale di nome Omega. Gruppo internazionale di investitori. Hanno studiato a fondo la missione. Si aspettavano depositi d’oro sulla rotta dell’Akuma. Ma hanno sbagliato. Non potevano rischiare un insuccesso. Non si può assicurare una missione spaziale dicendo che, se torna a mani vuote, recuperi le perdite, però puoi assicurare astronave ed equipaggio.”

“È assurdo.”

“Se l’Akuma fosse tornata senza i reperti di grande valore, il gruppo Omega avrebbe perso moltissimo. Ma, se l’Akuma fosse stata distrutta, non avrebbero perso nulla. Ecco perché le informazioni dalla compagnia non sono state immediate. Sono andati nel panico, insomma.” Alzò la bottiglia verso di me e bevve un’altra sorsata.

“Chi ne è informato?”

“Ho trasmesso tutto tramite la linea di RJ. È stato inviato a tutte le agenzie. Non ci sarà nessun insabbiamento.”

“E le persone? Possono essere curate?”

“Ci sono buone probabilità. Ci vorrà un team di specialisti per mappare le nuove mutazioni del DNA, ma non ci sono stati danni effettivi al cervello. Quindi c’è una buona possibilità con più o meno un anno di lavoro, che li riportino indietro. Perlomeno quelli ancora vivi.”

“E così abbiamo trovato una nave condannata, l’abbiamo salvata e risolto un giallo, tutto assieme. Direi che hai scoperto tutto tu, Sherlock.”

“Questo non fa sparire la mia paura di uomo, mio caro Watson.”

“Quanti di questi casi hai risolto?”

“Non abbastanza, credo.”

Capitolo 24

Traduzione di Paolo Beretta

Il grande occhio rosso della nana bruna ci fissava. Dalla nostra posizione si distinguevano i nitidi riflessi argentei dei vari satelliti. Ci radunammo nella camera d’equilibrio di prua, vicino al ponte di volo, per una riunione. Erano successe troppe cose per pensare di proseguire la missione come se niente fosse.

“Eccoci al punto di partenza. Nonostante quel che è successo, personalmente vorrei rimettermi alla ricerca della mia chiave per le ruote. C’è qualche ragione per non continuare?

Paris Denard non ne volle sapere. Era ormai ben oltre il suo mal di spazio. “Assurdo, del tutto assurdo. Qui ogni regola disciplinare è stata bellamente ignorata, assieme a un bel po’ di leggi internazionali. È ora di abbandonare questo fallimento e tornare sulla Terra. Non c’è nessuna decisione da prendere. Dopo tutto quel che è successo, dobbiamo anche rischiare la pelle per un cavolo di chiave per le gomme? No, basta, è finita.”

Ci guardammo tutti, ma nessuno parve impressionato.

RJ si girò nella postazione di controllo, e disse: “Adrian, ho ricevuto un messaggio dalla nave della sicurezza che chiede dove è finito il Dottore e perché il Grifone ha abbandonato la zona. Messaggio per noi e per il Controllo Missione. Che dico?”

“Tutto il personale del Grifone è stato certificato come non contaminato e rilasciato dalla quarantena. Il Grifone e tutto l’equipaggio hanno ripreso la loro missione.”

RJ attese, per vedere se ci fosse qualcosa da aggiungere.

Denard esplose: “Visto!? Visto!”

Shelly, seduta al posto di pilotaggio, si voltò verso Denard. Lui s’irrigidì, puntando il dito: “Non mi fai paura, ho la legge internazionale dalla mia parte.”

“Dolcezza, non siamo riusciti a passare nemmeno un minuto assieme. Io stacco tra un’ora…”

Lui aprì la bocca per protestare ma scoprì di non riuscire a dire niente. Questa volta, sembrava essere rimasto senza parole.

Io provai a mostrarmi civile: “Qualcuno ha qualcosa di costruttivo da proporre?”

Nessuno fiatò.

“Quindi, se non ci sono altre obiezioni, visto che siamo già sul posto riprendiamo le scansioni, recuperiamo la sorpresina nell’ovetto e ce ne andiamo a casa. Qualcuno di voi è riuscito a dormire?”

Nessuna risposta.

“Danica e voialtri lì davanti, avete dormito?”

“Ci siamo arrangiati facendo a turno per riposare un po’, Adrian. Nessuno è riuscito a prendere sonno.”

“Abbiamo tutti bisogno di recuperarne un po’ prima di tornare. Allora, andiamo a recuperare il pacchetto, quindi ci fermiamo a riposare e proviamo a recuperare un po’ di sonno.”

Denard ringhiò, facendosi strada a spintoni verso il retro della nave. Tutti gli altri tornarono alle loro postazioni o si diressero verso il modulo abitativo. Io svolazzai verso RJ che aveva iniziato le nuove scansioni.

“Abbiamo già coperto la maggior parte delle aree previste, Adrian, non ci vorrà molto. Dobbiamo solo spostare la griglia di scansione sulla nuova posizione, abbiamo già delle impronte definite.”

“Fammi sapere quando Controllo Missione richiama.”

“Vuoi saperlo davvero?”

“In qualunque momento succeda, cerca di sembrare innocente.”

“Beh, non lo siamo?”

“Questa non è male…”

Si chinò sulla consolle di scansione e prese a sincronizzare le letture precedenti con quelle attuali mentre Erin, Wilson, Doc ed io svolazzavamo a saccheggiare la cambusa, spintonandoci e spremendo tubetti di cibo in aria, in modo da poterlo acchiappare al volo con la bocca. A un certo punto, Wilson spremette della crema caffè con troppa energia, centrando Erin nell’occhio. Non essendo disposta a fargliela passare liscia, quest’ultima rispose sparando la sua tazza di succo di mela dritta sul naso di lui, il tutto con contorno di battute e risatine. Prima che il conflitto potesse inasprirsi, RJ ci chiamò: “Adrian, credo che ci siamo. Wow, quant’è vicino…”

Tutti alla postazione di RJ, mentre lui girava le coordinate a Shelly e Danica. Shelly si voltò: “È nella zona rossa, Adrian, troppo vicino per i motori stellari, ma gestibile coi motori orbitali.”

“Manovra autorizzata, Shelly.”

Lei sorrise e premette l’interfono: “A tutto il personale, pronti per l’accelerazione.”

Denard era sparito nella sua cuccetta. Il resto di noi trovò un qualcosa a cui aggrapparsi. Dopo un minuto di ricarica, sentimmo i motori orbitali spingere la nave alla velocità prevista.

Ancora la voce di Shelly: “Avremo venti minuti di spinta, un’ora di abbrivo e ancora venti minuti di frenata.”

Per venti minuti ci trovammo con la gravità che ci spingeva sulle pareti posteriori, che Wilson utilizzò per fingere di fare le flessioni, con divertimento di Erin.

RJ si voltò e guardò in su: “Il punto verso cui ci muoviamo è pieno di detriti, Adrian, si direbbe una specie di cintura di asteroidi. Ci sono molti detriti grossi e piccoli, dubito che esista una zona adatta all’atterraggio.”

“OK.”

“Voglio far parte del gruppo di sbarco. Debbo uscire a stiracchiarmi un po’.”

“Beh, visto che nessun altro si è offerto, direi che hai vinto tu.”

RJ alzò una mano per protestare, ma poi si rese conto che ero d’accordo. Annuì vigorosamente, approvando: “Okay, okay, quindi. Grandioso.”

“Prima riposati. Lo faccio pure io.”

Diedi un ultimo sguardo attorno, per controllare che tutto fosse a posto, quindi mi sganciai e lasciai che l’accelerazione mi portasse nella zona abitativa: alle cuccette. Aprii la mia e mi infilai dentro. La tendina fotosintetica bianca, misericordiosamente, si abbassò, chiudendo il mondo fuori. Il mio compartimento sembrava addirittura più grande. Attivai i controlli a parete e impostai la visuale del display vicino ai piedi con la vista anteriore della nave. Le stelle, immobili, davano l’impressione che fossimo fermi, ma la pressione della gravità sui piedi suggeriva il contrario. I sensori magnetici della brandina mantennero il corpo in posizione, mentre un piccolo tubo forniva acqua fresca. Il mini frigo era però vuoto. Mi stropicciai gli occhi e mi pizzicai la radice del naso, per impedire al cervello di rivivere gli ultimi avvenimenti.

Cinque minuti dopo, le vibrazioni dei motori orbitali cessarono e tornò la gravità zero. Dormire a zero-G è tutto un altro tipo di riposo. Pure se tante persone non se ne rendono conto, ogni volta che c’infiliamo a letto, ognuno di noi pratica la sua versione subcosciente di yoga. Usiamo la gravità per sgranchire i muscoli e rilassarli, un po’ su un lato, un po’ sull’altro, cambiamo posizione, usando il materasso per trovare punti di pressione terapeutici. Ci giriamo avanti e indietro, da un lato all’altro, utilizzando inconsciamente questa tecnica per sciogliere qualsiasi cosa sia contratta o disallineata, e persino quando siamo ormai addormentati il trattamento continua, come parte del metodo usato da Madre Natura per resettare l’elasticità fisica.

In mancanza di peso, le cose non vanno così. Non c’è gravità a premere sui muscoli o sui tendini, non importa in quale modo tu ti metta, è sempre lo stesso. La sensazione che più si avvicina è quando si fa il morto in una piscina. Per contro, se il tuo rapporto personale con la gravità non esiste più, il cuore non deve più affaticarsi a contrastare la forza di gravità. Le vene, le arterie non devono resistere alla trazione gravitazionale a ogni battito, il sistema circolatorio tende a rilassarsi e a disimpegnarsi, visto che tutto il peso è letteralmente scomparso. Le dita delle mani e dei piedi tendono a formicolare e il sonno si trasforma in una piacevole deprivazione sensoriale.

Una voce lontana, dalle profondità di una galleria mi fece rinvenire: “…per la decelerazione.” Shelly stava comunicando l’inizio della fase di frenata.

Strizzai gli occhi, turbato perché mi ero addormentato. La frenata iniziò dolcemente ed io sentii i piedi appoggiarsi alla parete della cuccetta, mentre rallentavamo. Shelly aveva girato la nave e io manco me n’ero accorto. Mi toccai la fronte, sentendo il bozzo della botta che avevo recuperato battendo la testa nel tunnel di servizio dell’Akuma.

Nel modulo abitativo, Erin e Paris erano seduti guardando da finestrini sui lati opposti della nave. Wilson era a prua, con Shelly e Danica. Io rimasi a braccia conserte e la schiena poggiata alla parete, aspettando che la frenata terminasse. Dall’interfono udii la voce di Shelly: “dieci minuti…”

RJ si trascinò fluttuando nella stanza e si appoggiò alla parete dalla parte opposta. Passò entrambe le mani sul viso, quindi strizzò gli occhi mentre si guardava attorno. Mi fissò, alzò un sopracciglio e fece un mezzo sorriso: “Non vedevo l’ora di arrivare in questo posto. Sarà molto, molto interessante.”

“Su un mucchio di sassi?”

“Sì, ma sassi interessanti.”

“Una foresta di macerie galleggianti?”

“Una autentica festa di massi.”

“I pezzi sono abbastanza grossi per un atterraggio?”

“Solo se vuoi che ti vengano addosso delle cose mentre sei lì.”

“Abbiamo gli scudi.”

“Cosa? Chi l’ha detto?”

“Non posso dirtelo.”

“O dovrai uccidermi.”

“Esatto, ma lo scoprirai prima di quel che pensi.”

“Va bene, comunque ho una teoria. Scommetto che non servirà atterrare.”

“Perché no?”

“Io credo che, originariamente, avessero pensato di mettere l’oggetto su un corpo celeste abbastanza grande da obbligarci ad atterrare e uscire per recuperarlo, ma credo che, invece, abbiano fatto casino. Immagino che, nella fretta, non abbiano mappato a dovere il corpo e non si siano resi conto di quanto fosse popolata la zona. Per la consegna usano un sistema standard, una sonda impostata per schiantarsi o per posarsi sul corpo celeste, però non abbastanza intelligente, anche se abbastanza determinata per provarci. È stata colpita da qualcosa, o ci si è scontrata, per cui credo che convenga cercare il relitto di una sonda schiantata che non è arrivata a destinazione.”

“Ragazzi, ecco che lo fai di nuovo… analizzare delle cazzate che nessun altro nota. Sei un veggente…”

La voce di Shelly ci interruppe: “Trenta secondi. Tenetevi…”

Pochi secondi dopo lo spegnimento dei motori ci fu un leggero contraccolpo e per un istante fummo di nuovo senza peso. Shelly nell’interfono: “Là fuori è una giungla, signori. Più vicini di così non si può andare.”

Svolazzammo tutti verso i finestrini laterali. Qualcuno esclamò: “Wow!”. Fuori, una magnifica distesa di rocce mobili nell’oscurità, grandi e piccole. Molti pezzi erano grossi come auto, la maggior parte come pillole. Pietre ancora più piccole vagavano lì in mezzo, alla deriva. Ogni tanto intravedevo dei pezzi grandi come aerei di linea e, in lontananza, se ne vedevano due grossi come lune. Noi eravamo a quasi cento metri di distanza, ma la distesa di rocce si stendeva sopra e sotto di noi fin dove lo sguardo poteva arrivare. Un’incredibile coreografia al rallentatore che si muoveva. Pietre enormi trovavano il loro a posto, altre rotolavano via, sassi più piccoli ruzzolavano accanto. Tra questi sassi c’era però abbastanza spazio per far passare un uomo in tuta spaziale, ma sarebbe stato indispensabile il display sulla tuta per evitare disorientamenti e scontri.

Mi spinsi fino al ponte di volo e galleggiai sopra Wilson, che proseguiva con le scansioni.

“Hai qualcosa?”

“Siamo nel posto giusto. Qui in giro ci sono sicuramente materiali compositi di natura artificiale, ma non riesco a localizzarli con precisione. È un’impronta poco definita, ma posso comunque passarla ai sistemi di navigazione e tu potrai tracciarla e ritrovarla, qualsiasi cosa sia, ovunque sia.

“Quant’è lontana?”

“Tra duecentottanta e trecentoquindici metri. È una zona piena di detriti. Questo è il suo volume e sarà il vostro raggio di ricerca.”

Guardai dietro e mi ritrovai RJ davanti agli occhi, con un gran sorriso a trentadue denti.

Non aveva ancora provato a infilarsi la tuta, così ci volle un po’ di tempo. Wilson dovette leggermente accorciare le maniche e le gambe, per fare in modo che la testa sbucasse nell’elmetto. Una volta fatto, ci sigillammo e iniziammo i cicli di depressurizzazione. Ci sedemmo in attesa, con i portelli interno ed esterno sigillati e RJ che non mollava il suo sorrisone. Mi ero convinto che, anche se volesse, non ci sarebbe riuscito. Finalmente, autorizzata dalle tute, la camera d’equilibrio iniziò a depressurizzare.

Il portellone esterno si aprì su un maestoso carosello mobile. Il display di navigazione dell’elmetto mostrava una linea blu che portava al nostro obbiettivo e, accanto, una croce che ci avrebbe mantenuti nella giusta direzione, indipendentemente dal nostro orientamento. Ai lati del visore, dei profili lampeggiavano in giallo, indicando oggetti che si trovavano comunque a distanza di sicurezza. Uscimmo dal portello, abbassando le maniglie dei jet pack e ci dirigemmo lentamente verso la nostra destinazione.

Ci fermammo al confine della zona e ricontrollammo tutto. C’era una piccola quantità di luce che giungeva dalla nana bruna, ma tenemmo accese comunque le lampade delle tute. L’ambiente si popolò di ombre. Il Grifone tracciava le traiettorie di tutti gli oggetti, così la possibilità di essere colpiti era praticamente nulla. Con cautela, entrammo nella distesa di rocce. Il panorama era tanto ipnotico da aver voglia fermarsi a guardare, tentazione alla quale resistemmo. Costeggiammo macigni grossi come elefanti, poi aggirammo formazioni che ricordavano diamanti intagliati e pendoli. Passammo vicinissimi ad alcuni da poterci camminare sopra; io sentii RJ ridere e la cosa mi fece piacere. Nel profondo di quella strana foresta c’era una pietra piuttosto grande, con una scultura naturale che mi ricordava la faccia una professoressa di Francese che mi aveva segato alle superiori. Quando ci passai davanti, parve darmi un’occhiataccia e mi ricordai che, da quel giorno, non avevo mai più detto una parola in francese.

RJ parlò nell’intercom: “Uh oh…”

Manovrai per voltarmi a vedere cosa fosse successo. Lui aveva in mano una sbarra placcata d’oro e con l’altra indicava davanti.

Era l’area piena di detriti. I piccoli pezzi dorati di una piccola sonda erano sparsi ovunque.

“Sei veramente un profeta, RJ”

“Ti faccio un’altra predizione: sarà un lavoro di merda.”

“Magari non è nemmeno la sonda giusta.”

“Lo è.”

“Tu come lo sai?”

“È nuova, non è rimasta qui a lungo, è rimasta più o meno tutta nella stessa zona, ancora non si è sparsa in giro.”

“Vedi perché ti porto dietro?”

“Dovremo cercare tra i vari pezzi del sistema di contenimento qui in giro, sperando di essere fortunati.

“Oppure potremmo semplicemente levarci dai piedi, la missione l’abbiamo completata.”

“Non ho urgenza di tornare, non ho impegni per stasera. Qui fuori, poi, è carino…”

E così ci mettemmo a cercare. Fu un lavoro divertente, come di rado capita, una cosa da fotografare e mettere nell’album di famiglia. Cercammo pezzo per pezzo, spostando massi e nuotando con attenzione in mezzo a nuvole di resti dorati della sonda, cercando qualcosa che somigliasse a un contenitore. Alcuni pezzi si erano attaccati alle rocce, altri orbitavano attorno a oggetti più grandi. L’impresa non era un vero lavoro: era una caccia al tesoro in un giardino roccioso cosmico. Fu divertente. Ci vollero tre ore, ma alla fine RJ vinse la sfida. Recuperò un oggetto color bronzo, che somigliava alla custodia di uno spazzolino da denti. Lo aprì e la mia chiave argentata e congelata svolazzò fuori. D’istinto cercai di prenderla, ma lui l’afferrò per primo e la nascose in una tasca della tuta, puntandomi il dito come per vantarsi di aver trovato il tesoro. Tornammo verso la nave da cacciatori vittoriosi, sedendoci poi sorridenti nella camera d’equilibrio, con la sensazione di aver fatto meglio di Bernard Porre.

Ordinai a tutti un sonno di quattro ore a rotazione prima di tornare indietro. Nessuno se ne lamentò eccetto Paris che, avendo già dormito, si mise a gironzolare nervoso. Quando tutti ebbero riposato il dovuto, facemmo un salto senza problemi in un’orbita di parcheggio sopra la Terra. Doc si accomodò alla postazione di pilotaggio per la discesa, con me sul sedile anteriore. Con nostra sorpresa, non ci tennero bloccati in orbita a causa della Akuma. Scendemmo sul piazzale del Centro Spaziale mentre il sole nascente della Florida tingeva di arancione distanti nubi temporalesche. Fummo accolti da un vasto assortimento di dignitari.

Alcuni amichevoli, alcuni no.

Capitolo 25

Traduzione di Luca Meneghello

La prima cosa che feci una volta a terra fu di rimettere la chiave di bloccaggio dadi al suo posto. Non avrei mai più guardato a quel piccolo oggetto argenteo come prima. Se l’avessi presa in mano, avrei alzato lo sguardo al cielo pensando a dov’era stata.

L’atmosfera a Genesis era resa scottante dall’andare e venire di personaggi che volevano capire cosa fosse successo sull’Akuma. Un incidente nello spazio era già abbastanza grave, ma un incidente seguito da un virus che contagia tutta una nave per loro era troppo difficile da digerire. Un incidente e un contagio premeditato, con le prove del sabotaggio, erano decisamente troppo per chiunque.

Non avevano ancora idea di cosa fare di noi. Non erano nemmeno sicuri di cosa fare di sé stessi. Se non avessimo trovato l’Akuma, la stessa sarebbe diventata una piccola stella nel cielo, poi una nuvola di detriti vaganti verso il pozzo gravitazionale più vicino. Solo i radiotelescopi si sarebbero resi conto del fenomeno. Astronomi insonni avrebbero pensato a una nuova scoperta, ma alla fine avrebbero unito tutti i puntini e capito il disegno. Un paio di tizi del dipartimento legale avrebbero voluto la nostra pelle, ma il salvataggio dell’equipaggio dell’Akuma li bloccava. Mi ricordavano dei cani da guardia tenuti a freno da uno steccato invisibile. Dovemmo completare le nostre deposizioni: Con che autorità avevamo abbordato una nave spaziale straniera? – Con quella conferita dalla JSA. Come sapevamo che era sicura?  – Non lo sapevamo. Come mai eravamo sbarcati senza avvisare le autorità competenti? Al momento, eravamo noi le autorità competenti. Andarono avanti fino a diventare essi stessi la causa della loro frustrazione. Era una cosa grossa ed erano pronti a far fuori qualcuno: era un’occasione da non sprecare. Alla fine, fummo noi a far fuori loro.

Gli avvocati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità erano molto preoccupati per tutto l’affare e a un certo punto pensai che avrebbero avuto bisogno di sostegno psicologico. Era chiaro che volevano dichiararci portatori potenziali del virus dell’Akuma, ma ormai era troppo tardi. In più, sotto la guida di Doc, avevamo messo tutti i puntini sulle ‘i’, quindi non era rimasto più niente da testare. Passarono quasi tutto il tempo con Doc, ma lui era abbastanza esperto da render loro la cosa lunga e noiosa. Alcuni continuarono a chiudersi in ufficio con Julia Zeller, passando ore e ore a discutere e lasciando l’ufficio nello stesso stato catatonico in cui erano entrati. Julia non aveva nulla a che vedere con questa faccenda, ma a un certo punto agli investigatori non era rimasto altro da fare, quindi erano felici di avere almeno lei con cui parlare.

In mezzo a tutto questo caos ci furono visite e comunicazioni da chi aveva parenti sulla Akuma, oltre ai rappresentanti della compagnia che possedeva la nave. Volevano sia informazioni, sia esprimere la loro più profonda gratitudine. In un breve volo di test eravamo riusciti a diventare dei grandi eroi e anche i peggiori guastafeste, ma questa non era l’ironia più grande. Fui costretto a vedere Paris Denard che stringeva le mani ai visitatori di più alto livello, mentre si scherniva dai loro ringraziamenti con cenni di assenso della sua testolina dura.

Ci interrogarono e reinterrogarono, ma dato che non avevamo nulla da nascondere le nostre risposte erano sempre quelle. Questo pareva costituire per loro un immenso fastidio. Ci fecero domande assieme e separatamente, il che non fece alcuna differenza. Paris sembrava piuttosto soddisfatto della notorietà fino a diventare uno spettatore passivo. L’unica informazione che riuscimmo a ricavare dalle autorità fu che l’equipaggio dell’Akuma ancora vivo aveva buone speranze di un completo recupero. La ‘capitana’ Mako Hayashi era stata trovata in una cella frigo, incosciente ma ancora viva: aveva abbassato la temperatura il più possibile per rallentare il virus. I bambini erano a posto. Dopo alcuni giorni, il macello diminuì fino a ridursi ad alcune telefonate occasionali. La decisione finale sarebbe stata stabilita in futuro e ci avrebbero fatto sapere.

Avevamo di meglio da fare: due settimane per completare tutto. Due settimane per abituarci all’idea che saremmo stati lontani per un anno, chiusi in un tubetto di dentifricio troppo cresciuto con finestre e un muso appuntito.

Ebbi modo di sentirmi con Nira ogni giorno. Qualche volta chiamava lei, qualche volta io; eravamo all’unisono nel lamentarci, ma ormai il treno era partito e non c’era modo di fermarlo. Né di saltar giù dal vagone.

Ciascun membro dell’equipaggio cercava improvvisamente di evitare gli altri. Ogni tanto ci incrociavamo presso Genesis, ma i saluti e le conversazioni erano ridotti al minimo. Faceva parte della preparazione per dover restare assieme rinchiusi per troppo tempo. Lo capivamo e nessuno se ne lamentava. Gli addestramenti di volo si facevano ormai solo su richiesta dei piloti, mentre l’addestramento alla vita di bordo era fermo. Eravamo pronti, almeno dal punto di vista professionale.

Nira riuscì ad organizzare un’altra fuga dal suo laboratorio e rimase da me per due giorni. Non andammo da nessuna parte e restammo semplicemente assieme. Qualche volta alla spiaggia, qualche volta a fare shopping. All’aeroporto lei era meglio di me a gestire gli addii. “Continua a scrivermi e manda cartoline” mi disse. Mandai giù un groppo di pianto e la salutai. Un paio di tizi li vicino mi guardarono sorridendo.

Due giorni prima della partenza, decidemmo di dare una festicciola da Heidi. RJ e Wilson erano ormai clienti abituali; nonostante le avances di RJ, alla fine Jeannie, la nostra cameriera preferita, si era innamorata di Wilson. Ci prepararono una grande tavola in un angolo: l’equipaggio arrivò alla spicciolata. A ogni nuovo arrivo si levava una salva di brindisi. Sembrava che oramai il gruppo fosse affiatato, il pensiero rivolto alla meta lontana anni luce: sotto il tono scherzoso si percepiva la determinazione di tutti quanti.

All’inizio nessuno fece caso al rombo delle motociclette, entrato attraverso la porta del locale. Al giorno d’oggi ci sono talmente tanti eventi e raduni per raccogliere fondi per i bisognosi che i motociclisti sono diventati dei rispettabili membri della comunità.

Purtroppo, nessuno degli appartenenti al gruppo che entrò rumorosamente era quel tipo di motociclista. Erano sette, decisamente in troppi. Questo tipo di gang diventa esponenzialmente più pericoloso con il crescere del numero, dato che ognuno cerca di impressionare gli altri. Avevano già bevuto parecchio. Il locale si fece di colpo silenzioso. Loro erano vestiti di pelle nera, non il massimo dell’originalità. Quello che sembrava il secondo in comando aveva un cappellino come quello di Marlon Brando nel film “Il mucchio selvaggio”. Riuscii a stento a trattenere una risatina: dal nostro tavolo li stavamo già fissando in troppi, eravamo troppo visibili. Quella che mi preoccupava di più in realtà era la nostra Danica: li guardava da sopra la spalla di Shelly come se stesse decidendo quanti ne poteva mettere KO.

Ma il vero problema era Wilson. Jeannie se lo spupazzava da quando era arrivato, chinandosi verso di lui cosi tanto che l’eccitazione tra i due era quasi palpabile. Non che ci fosse niente di male, in condizioni normali, ma purtroppo il capo del gruppo degli uomini in pelle nera pareva considerare Jeannie territorio di caccia privato. Non capivo bene per quale motivo dato che Jeannie non si era minimamente scomposta alla loro entrata trionfale. Ma quel tipo ci stava fissando più a lungo di quanto mi piacesse.

RJ ed io ci scambiammo un’occhiata. Il capo della gang urlò: “Jeannie, porta le tue chiappe da queste parti.”

Jeannie fece finta di non aver sentito. Il capo lasciò il bancone e venne verso di noi. “Che cosa guardi, tu?” disse, questa volta rivolto a Wilson.

Wilson fece finta di niente.

Arrivò al nostro tavolo, si sporse sopra una sedia e insistette: “Ehi, tu! Che stai guardando?”

Jeannie non si girò nemmeno. Wilson si spostò appena di lato e lo guardò con un’espressione di non-puoi-star-facendo-sul-serio.

“Ti ho chiesto cosa stai guardando, ometto?”

Descrizione sbagliata.

A quel punto, superò il limite: prese Jeannie per un braccio e la spintonò verso il bar: “Ti ho detto di portare le tue chiappe qui.”

Ora, puoi insultare Wilson per ore e ore e lui non se la prende, puoi fregargli la roba dal piatto e lui te lo regala, ma se tocchi uno dei suoi amici, sei finito. È meglio avere una buona ragione per un simile affronto, perché in un modo o nell’altro dovrai dare delle spiegazioni. E il modo è spesso quell’altro.

Wilson sedette comodo e mise le mani dietro la testa: “Ehi, sai perché i dottori preferiscono cervelli come il tuo per i trapianti di organo? Perché sono nuovi, mai usati.”

Il capo della gang ringhiò e fece un passo in direzione di Wilson. Normalmente, a questo punto, lo avrei fermato e non gli avrei lasciato usare il suo motto standard, ma questa volta era già troppo tardi.

Il capetto si avvicinava e Wilson cominciò a trasformarsi. Le braccia si gonfiarono mentre si alzava e allungava una mano: “Ragazzi, non sto cercando grane.”

RJ mi gettò un’occhiata e agitò una mano, rassegnato.

Rimasi immobile. Tutto il nostro tavolo si immobilizzò come un gruppo di danza in un film di Fred Astaire. L’unica differenza è che nessuno avrebbe ballato.

Fui sorpreso dal fatto che l’idiota non lo capisse. Era logico che un tizio con il suo livello intellettuale dovesse aver partecipato a parecchie risse da sapere come comportarsi. Arrivò troppo vicino e troppo in fretta e si ritrovò sospeso a mezz’aria tenuto dalla mano di Wilson che lo aveva afferrato alla gola. Cercò di tirare un calcio con i suoi stivali da motociclista, ma si ritrovò sbilanciato all’indietro e cadde pesantemente a terra e di schiena.

Fu il segnale per il resto della gang.

In linea con il suo eterno ottimismo, RJ alzò una mano in un estremo tentativo: “Signori, vi prego, siamo tutte persone civili!”. A quel punto qualcuno dietro di lui gli ruppe un quadro in testa. Fortunatamente era solo carta e non gli fece male, ma rimase con un collare di carta e cornice e l’espressione attonita di chi capisce che la diplomazia ormai non ha più alcuno scopo.

Lo stesso tizio cercò di fare lo stesso con me, ma non era abbastanza grosso. Fece due passi nella mia direzione, ma si fermò al terzo passo, indeciso su cosa fare dopo. Alla fine ripartì alla carica e mi si lanciò contro cercando di afferrarmi con un abbraccio da orso. Mi spostai di lato e lo afferrai per le palle, quindi gli diedi una spinta sufficientemente forte da buttarlo sul tavolo vicino, scivolarci sopra e andare a sbattere su quello dopo. Ci furono un sacco di sedie ribaltate e piatti rotti.

La mia preoccupazione era per la piccola Erin. Mi guardai attorno e vidi Shelly tenerla in un angolo, fuori dalla mischia. Con sorpresa mi resi però conto che la piccola debuttante non vedeva l’ora di buttarsi su qualcuno e solo la presa di Shelly la tratteneva.

Alla mia sinistra, Danica si era trasformata da pilota di caccia in Bruce Lee. Uno della gang aveva preso una stecca da biliardo per darla in testa a Wilson, ma Danica fece un passo di fianco e gli tirò un magnifico calcio dietro il ginocchio. Il tizio andò giù di schiena e si guardò attorno per capire chi lo avesse colpito, vide Danica e pensò che doveva essere stato qualcun altro. Quando capì il suo errore, ringhiò e si alzò in ginocchio, ma fu messo di nuovo giù da un secondo calcio ben piazzato al mento. Lui la guardò stupito, sputò un dente e crollò piano, piano a terra. Guardai costernato Danica che non solo non celebrava la sua vittoria, ma si guardava attorno in cerca di un nuovo bersaglio.

Di solito in questi casi non si vede mai Wilson con meno di due persone addosso. Quasi sempre, caricano e vengono catturati da una delle sue manacce, come mosche sulla carta moschicida. A quel punto scoprono di non essere abbastanza forti da liberarsi e cominciano a sbracciarsi e scalciare, come paracadutisti al primo lancio. Ho visto gente slogarsi i polsi cercando di colpire Wilson alle braccia.

Wilson cercava di calmare due potenziali assassini sbattendo le loro teste a intervalli irregolari. Il capo della gang si rialzò scompigliato, si rassettò per riportarsi nella lotta e ripartì alla carica contro Wilson, con sguardo omicida. RJ, con in mano il suo poster da collo, lo sbatté sulla testa dell’idiota e lo mandò a testa in giù sotto il tavolo, dove il tipo urtò la testa e scomparve dalla contesa. RJ si spolverò le mani e mi guardò con un sorriso alla Stan Laurel: “Sono mortificheto.” dichiarò, prima di ripararsi dietro di me.

Mentre cercavo Doc sentii un forte colpo al braccio sinistro. Il tipo del tavolo era tornato con in mano la gamba di una sedia e voleva picchiarmi ancora, questa volta sulla testa. RJ ed io ci chinammo all’unisono e schivammo il colpo, quindi mi rialzai e lo rimisi a terra con uno schiaffone. Il tizio rialzò la testa e con la massima attenzione, gliela sbattei per terra con il tallone, quel tanto che bastava per fargli chiudere gli occhietti assonnati.

In una delle tante ironie della vita, Doc era poco lontano chino sul pavimento a prendersi cura di un tizio della gang che aveva rotto una bottiglia per usarla come arma, soltanto che ci era caduto sopra e si era ferito da solo. Era un’altra prova che i motociclisti non erano neanche lontanamente vicino allo standard prescritto dalla parte di Marlon Brando. Un brutto taglio andava dal mento alla base del collo. Doc lo stava fasciando per evitare emorragie, in modo che il tizio potesse evitare di dissanguarsi in attesa dell’ambulanza. Un altro dei tipi della gang era sinceramente preoccupato e cercava di dargli una mano.

I due tizi che Wilson aveva trattato come marionette erano ormai abbastanza sbatacchiati ed esausti da poterli tranquillamente posare su due sedie, dove rimasero a tenersi la testa, senza fiato. Il resto della gang era talmente male in arnese da non poter minimamente organizzare un contrattacco.

Dopo aver passato il controllo della fasciatura all’amico del tizio, Doc si alzò e tornò verso di noi. Prima che trovassi qualcosa di appropriato da dire, Jeannie arrivò e ci fece cenno di seguirla. Ci fece uscire da una porta sul retro e si aggrappò a Wilson, così che non potesse andarsene.

Presi dal portafoglio tutto il contante che avevo e glielo porsi: “Per favore, dai questi al proprietario. Digli che se non bastano, tornerò fra dodici mesi per portargli il resto.”

Mi diede un’occhiata sgomenta: “Dodici mesi?”. Guardò Wilson, si arrampicò su di lui e gli diede un lungo bacio: “A mezzanotte, all’angolo della via davanti al minimarket.”

Tagliammo la corda attraverso il parcheggio buio, quindi ci allontanammo in macchina mentre sul posto accorrevamo polizia e ambulanze.

Capitolo 26

Traduzione di Luca Meneghello

Pensavo che il giorno prima del decollo sarebbe stato triste; con mia sorpresa, si rivelò comico. Un enorme livido nero e blu decorava il mio bicipite sinistro, e quindi fui costretto a mettere le maniche lunghe. Le finestre di casa erano già chiuse e sprangate, in previsione della lunga assenza. Il frigo svuotato, il cibo fresco eliminato, tutti i rubinetti chiusi. Nel garage avevo amorevolmente messo sotto carica la batteria della Corvette, mi ero preso cura di tutti i dettagli a lungo termine e coperto la bimba con un telone. Avevamo un trasporto a disposizione per i successivi due giorni.

RJ mi aspettava in ufficio con i piedi sulla scrivania e un caffè in mano. Un’altra tazza ancora fumante era pronta sulla scrivania. Ci guardammo e ci mettemmo a ridere, senza ragione. Mi sedetti e bevvi il caffè. Perfetto.

“Vedi? É per questo che ti ho dato la chiave…”

“Triste: dovrai chiudere a chiave la tua tana.”

“Oh. Il tuo solito umore cupo?”

“Ma no, anzi. La scorsa notte è stata piacevolmente stimolante.”

“Signori, prego, siamo delle persone civili qui?”

“Temo di aver sottostimato la tenacità di quegli animi semplici.”

“Ieri sera ho imparato qualcosa su di te.”

“Dimmelo, ti prego.”

“Che non ti fai problemi ad affrontare un pericoloso capo gang.

“Avevo paura che tu gli facessi male.”

Bevvi un po’ di caffè. Era buono da morire: “Non c’è nessuno?”

“Ho visto Wilson in tuta di volo a maniche lunghe, per nascondere il morso sul braccio destro, eredità di uno dei motociclisti che voleva lasciargli almeno un ricordino.”

Sputai un po’ di caffè, perché mi venne da ridere.

“Wilson ha anche un livido rosso fuoco sul collo. Non ricordo nessuno così alto. Tra l’altro, anche se è arrivato tardi, sembra sorprendentemente fresco e di buon umore.”

“Mhmm.”

“Mi hanno detto che non ha chiesto un passaggio per tornare a casa.”

“Nessun altro è qui?”

“A proposito, devo avvisarti di una cosa.”

Il toc-toc alla porta lo interruppe.

“Ecco appunto…” bisbigliò.

Julia Zeller aprì lentamente e ci osservò senza parlare per alcuni istanti. “Qualcuno di voi è stato coinvolto in una rissa da Heidi, ieri sera?”

Feci l’espressione di uno che non ricorda bene: “Non mi sembra. Non ricordo niente del genere.”

Insistette: “RJ, non hai fatto a botte con dei motociclisti in un bar?”

“Ma no. Niente affatto.” disse RJ indifferente. Era visibilmente colpevole come Giuda.

“Perché se fosse stato, ci troveremmo coinvolti in un’inchiesta con la polizia terrestre subito dopo un’inchiesta con la polizia extraterrestre, nel giro di pochi giorni. Non è il caso che diventi un’abitudine.”

Cercai di mettere una toppa alla nostra recitazione penosa: “Anzi. Ci siamo fatti dei nuovi amici ieri sera.”

“Da Heidi?”

Guardai RJ: “Ci siamo fermati da Heidi a un certo punto, o no?”

“Si, mi pare. Ho preso una birra analcolica.”

“Bene. Non vedo occhi neri o denti rotti, se non me la state raccontando giusta, devo presumere che avete almeno ben rappresentato l’agenzia.”

RJ intervenne: “Questo è non mai in discussione.”

Ci diede un’occhiata in tralice: “Però Wilson ha un bel segno rosso sul collo.”

“So che se l’è fatto radendosi.” Terminai, completando così il nostro patetico tentativo di insabbiamento.

“Bene, la polizia ha già chiamato due volte. Non so dove abbiano preso il numero. Credo che faranno una chiacchierata con voi prima o poi.”

Le feci un sorriso: “Se richiamano, ti prego di prenotare per domani pomeriggio, ti spiace?”

Mi sorrise sarcastica, poi diede un’occhiata in giro per l’ufficio. Il colletto del vestito blu si aprì più del solito. Avevo la sensazione che fosse interessata al suo aspetto fisico più del solito. Era come se una porta solitamente chiusa, fosse stata lasciata aperta in maniera inattesa. Il che mi colse di sorpresa. La salutai goffamente agitando la mano e presi a rovistare tra le carte della mia scrivania, senza nemmeno ben sapere che cosa stessi cercando. La donna uscì, chiudendo la porta dietro di sé.

A volte, in casi come questo, fingere nervosismo aiuta. In certe donne, instilla un senso di dubbio che le spinge a interrompere ogni ulteriore approccio. Altre, invece, decidono che il loro bersaglio è timido e che devono osare ancora di più. Julia era molto bella e molto intelligente, ma io avevo già avuto il mio regalo d’addio da parte di una persona speciale per me, e non lo volevo compromettere.

JR comprese immediatamente: “Er-emh.”

“Dicono che i Colt potrebbero cambiare allenatore.”

“Ma dai. Strano come le cose possano cambiare così in fretta.”

“Ma io non lo credo.”

“E perché?”

“Perché vincono e squadra che vince non si cambia.”

La porta si aprì di colpo e spuntò Terry Costerly: “Ehi ragazzi avete fatto a botte da Heidi ieri notte?”

Provai ad apparire sorpreso: “Come mai? Qualcuno ha parlato di una rissa?”

“Ehi, sono il vostro Direttore Tecnico. Un gradino sopra al vostro confessore. A me lo potete dire.”

“Beh, forse abbiamo avuto qualche scambio di opinioni ieri sera da Heidi.”

RJ aggiunse: “Ma era puro spirito altruistico. Dare, non prendere.”

“Beh, ci sono bistecche e torte in sala caffè. Ma è meglio se vi sbrigate, Wilson le ha già puntate.”

“Arriviamo.”

Terry fece una pausa: “Sapete, vero, che le bistecche sono ottime per i lividi.” Ci guardò in cerca di una reazione, poi salutò e sparì chiudendo la porta.

Di ritorno dal caffè, mi resi conto che non avevo visto Paris Denard. Era troppo sperare che si fosse ammalato e lo avremmo lasciato a terra. Mentre passavo davanti al suo ufficio, aprii la porta e guardai dentro: non c’era nessuno. Sulla scrivania alcune fotografie, parzialmente coperte da un raccoglitore, attirarono la mia attenzione. Mi avvicinai e le guardai con un leggero senso di colpa. Le foto erano allarmanti; i motori classe Stellar ripresi da ogni angolazione: davanti, dietro, sotto, alcune immagini riprese da un oblò. Senza toccar nulla, mi voltai e uscii.

Le foto erano al limite della violazione degli accordi con i Nasebiani; non avevo visto Paris che le scattava. Avrebbe potuto dire che, come esperto di motori, era solo curioso della nuova propulsione e voleva saperne di più. Tuttavia, era anche possibile che stesse raccogliendo informazioni per chissà chi. Mi chiesi se il fatto poteva rappresentare una violazione abbastanza grave al contratto coi Nasebiani, in modo da poterlo escludere dal gruppo. Di ritorno in ufficio, mi fermai e ci pensai un po’ su.

Sulla scrivania avevo anche io una collezione di foto, una per ogni membro dell’equipaggio, con dietro un estratto del loro curriculum. Le guardai una alla volta e mi fermai sulla sua. Che cosa avrebbero potuto pensare i Nasebiani sapendo che stava studiando di nascosto i motori? Erano esseri difficili da capire.

L’evoluzione dei Nasebiani era talmente superiore alla nostra che non c’era alcuna possibiltà di poterli capire. Costoro vivevano più di duemila dei nostri anni e la loro percezione delle cose era molto più estesa, quindi ci era impossibile comprendere il loro pensiero. Alla fine uno dei loro rappresentanti aveva visitato la terra ma solo per necessità. Una singola equazione riguardante il viaggio ultraluce, tracciata a gesso su una vecchia lavagna da un ragazzino che non sapeva ancora guidare, aveva segnato la fine di un’era: l’età dell’infanzia era finita, l’adolescenza cosmica era cominciata. Con l’avvento dei viaggi ultraluce, per la nostra specie era cambiato qualcosa nel sistema solare. Il termine ‘homo’ rappresentava ancora l’homo sapiens, la specie più popolosa del pianeta terra, ma il termine ‘sapiens’, cioè ‘saggio’, dal latino, non era più tipico della nostra specie, evolutasi da un’antica scimmia: adesso comprendeva qualsiasi razza intelligente, bipede o no, sparsa per la galassia. I vari patti di segretezza conclusi tra gli stati si erano sciolti come neve al sole. Gli UFO non dovevano più nascondersi, a meno che non volessero esserci nemici. Di colpo eravamo passati dal crederci la razza più intelligente dell’universo a scolari delle elementari portati improvvisamente in un’università troppo grande da capire. Ancora oggi, molte persone rifiutavano l’idea di altre specie intelligenti, obbligando i governi a non divulgare notizie troppo difficili da digerire.

Quello che pochissimi sapevano era che persino ora, mentre ci avventuravamo in zone dello spazio per noi inesplorate, erano necessari degli emissari Nasebiani in incognito per evitare di comportarci come un elefante in un negozio di porcellane. Soltanto il comandante e il primo ufficiale erano a conoscenza della loro presenza, e solo dopo aver ricevuto un training di diversi mesi per gestire l’informazione. Esistono regole molto strette da osservare con i Nasebiani: si sa che ogni contatto fisico è per loro sgradevole. In particolare, tutti i gas emessi durante la nostra respirazione e l’evaporazione del sudore sono per loro disgustosi, senza parlare della squamatura della pelle e la perdita dei peli. Io ho saputo dei Nasebiani e della loro repulsione nei nostri confronti durante la mia ultima missione, perché a un certo punto il primo ufficiale era fuori gioco e mi è piombata addosso la sua responsabilità. Nessuno mi aveva detto che un consulente alieno fosse lì per impedirci di diventare dei buffoni spaziali. Il mio Capitano, un uomo saggio, fece del suo meglio per istruirmi, prima di scomparire lasciandomi con una nave danneggiata e un equipaggio sequestrato poco per volta da pirati spaziali.

L’ultima missione era stata un vero casino. Eravamo riusciti a cavarcela, ma tornando abbiamo dovuto leccarci le ferite, che non erano poche. La sopravvivenza è stata difficile: troppi ricordi terribili, troppi incubi nelle mie notti e a volte anche di giorno. Può succedere che un semplice oggetto, o persino una combinazione di parole, anche se associati a ricordi piacevoli, possano far venire in mente immagini angoscianti.

Se non fosse stato per l’emissario Nasebiano dubito che qualcuno sarebbe sopravvissuto a quel viaggio. Mi recavo ogni tanto a farle visita e restavo a guardarla, avvolto dalla sua presenza: il lungo abito argenteo che copriva la maggior parte della sua forma luminosa, gli occhi neri talmente penetranti da poterli guardare soltanto di sfuggita. Pensavo, e le risposte alle mie domande si presentavano direttamente nella mia mente senza nessuna necessità di parlare: a volte brevi lampi di comprensione, a volte interi volumi di informazioni. Inaspettatamente, lei riuscì ad accettare il mio essere tanto primitivo, ma solo grazie alla sua indole così generosa da voler aiutare ogni creatura, buona o cattiva. Per lei, i cattivi erano solo anime che non avevano ancora superato lo stadio elementare dello sviluppo.

Il suo aiuto riuscì a stento a salvarci. Quando tornai da lei ferito e quasi morto, mi curò con un tocco, lasciandomi la traccia di qualcosa che era molto più che amore e che non avrei mai più dimenticato. Per questo non avevo scelta e dovevo accettare l’attuale missione. Lei sapeva di potersi fidare, sapeva di me cose che ignoravo perfino io.

Alla fine, avevo guadagnato l’amicizia di un essere talmente avanzato da risultarmi quasi incomprensibile. Per commemorare la nostra amicizia, mi aveva lasciato un regalo di addio. Quando entrai per l’ultima volta nella zona segreta dove viveva su quella nave, scoprii che lei era sparita, ma su un piedistallo della stanza vuota aveva lasciato un cristallo grande come una noce, un ricordo che spesso contemplo. All’interno del cristallo fluttuano molti colori e tenerlo in mano evoca immagini mentali. A volte ricevo anche messaggi. Era un oggetto enigmatico da guardare.

Frugai in tasca ed estrassi il sacchetto di cotone. Non ci sarebbero stati emissari in questa missione, ma il cristallo veniva con me. Lo presi, lo appoggiai sulla scrivania e lo guardai attraversare i colori dello spettro. Presi in mano la foto di Paris Denard: il mio piano era chiaro. Alla stazione spaziale, se non avevo altro modo di lasciarlo indietro, l’avrei fatto chiamare sul lato opposto della stazione. A quel punto c’era tutto il tempo: una volta sigillati i portelli, gli altri dell’equipaggio avrebbero capito. Forse avrebbero festeggiato, forse non tanto. Guardai la foto di Paris, chiedendomi come mai non mi sentivo colpevole. All’improvviso, un movimento colse la mia attenzione. Il cristallo cominciava a roteare lentamente sul piano del tavolo. Misi giù la foto e lo guardai. Prese velocità, ancora a ancora, fino a diventare indistinto come l’elica di un aereo. Lasciandomi attonito, si sollevò e si librò a una ventina di centimetri, roteando e scintillando, senza fermarsi né rallentare. Allungai una mano al di sotto, preoccupato che potesse volar via. Quando rallentò e si posò sul mio palmo, chiusi il pugno e gli occhi, trattenendolo. Quello era un chiaro messaggio: “Avrai bisogno di Paris Denard.”

Aprii la mano: il cristallo era tornato immobile e inerte. Un vortice blu e verde fluiva all’interno. Una leggera vibrazione pulsava nel mio palmo. Mi appoggiai allo schienale, stordito e meravigliato.

Voglio collaborare.

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Nel gruppo abbiamo anche recuperato Paolo Beretta che aveva avuto problemi tecnici e che accogliamo con grande simpatia nel nuovo gruppo di traduttori. Abbiamo una chat Messenger con cui scambiarci opinioni e richieste, da cui contattare direttamente E. R. Mason per le frasi, o le parole che ci paiono complicate, o poco chiare. Inoltre tutti collaborano anche oltre le traduzioni, per la revisione dei testi, o la preparazione delle pagine finali. Aspettiamo disegnatori, per una bella copertina del libro finale! E altri traduttori, naturalmente.