La Principessa di Marte – Tars Tarkas trova un amico, è la ventiquatresima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
- La Principessa di Marte: prima puntata
- La Principessa di Marte: seconda puntata
- Su Marte
- Un prigioniero
- Il mio cane da guardia
- Una lotta
- La Nursery
- Una bella prigioniera
- Imparo la lingua
- Campione e comandante
- Dejah Thoris
- Un prigioniero con potere
- Corteggiamenti
- Un duello all’ultimo sangue
- La storia di Sola
- Progettiamo la fuga
- Una ricattura molto penosa
- In catene a Warhoon
- Combattimento nell’arena
- Nella Fabbrica dell’Atmosfera
- Ricognizione aerea su Zodanga
- Ritrovo Dejah
- Perduti nel Cielo
- Tars Tarkas trova un amico
Capitolo XXIV
Verso mezzogiorno sorvolai a bassa quota una delle grandi città morte di Marte e, mentre mi allontanavo sfiorando la pianura che si estendeva oltre essa, mi trovai proprio sopra diverse migliaia di guerrieri verdi impegnati in una battaglia terribile. Avevo appena avuto modo di scorgerli che una raffica fu diretta verso di me e, con la precisione quasi infallibile della loro mira, la mia piccola macchina fu immediatamente ridotta a un relitto e precipitò in modo incontrollato verso il suolo.
Caddi quasi al centro dell’aspra battaglia, tra guerrieri che non si erano nemmeno accorti del mio arrivo, tanto erano impegnati in lotte all’ultimo sangue. Gli uomini combattevano a piedi con lunghe spade, mentre, di tanto in tanto, un colpo sparato da un tiratore scelto ai margini dello scontro abbatteva un guerriero che, per un istante, si era staccato dalla massa dei combattenti.
Mentre la mia macchina precipitava, mi resi conto che non avevo scelta: dovevo combattere o morire e, comunque, le probabilità di morire erano eccellenti. Sicché toccai terra con la lunga spada sguainata, pronto a difendermi come meglio potevo.
Caddi accanto a un enorme mostro che stava combattendo contro tre avversari e, quando gettai uno sguardo al suo volto feroce, acceso dalla furia della battaglia, riconobbi Tars Tarkas, il Thark.
Lui, non mi aveva visto, perché ero leggermente più dietro di lui e, proprio in quel momento i tre guerrieri che lo affrontavano, che riconobbi essere Warhoon, si lanciarono simultaneamente all’attacco. Il possente guerriero si sbarazzò rapidamente di uno, ma, mentre retrocedeva per sferrare un nuovo colpo, inciampò in un cadavere alle sue spalle e, in un istante, si ritrovò a terra alla mercé dei nemici.
Rapidi come fulmini, gli furono addosso e Tars Tarkas sarebbe stato ben presto mandato a raggiungere i suoi antenati se non mi fossi precipitato davanti a lui che era a terra, per affrontare i suoi avversari. Ne avevo già sistemato uno quando il possente Thark si rialzò e si sbarazzò rapidamente dell’altro.
Mi rivolse uno sguardo e un lieve sorriso sfiorò le sue labbra severe. Toccandomi la spalla, disse:
«Ti riconosco a stento, John Carter, ma non c’è altro mortale, su Barsoom, che poteva fare per me ciò che hai fatto tu. Credo di aver imparato che esiste una cosa chiamata amicizia, amico mio.»
Non disse altro, né ce ne fu occasione, perché i Warhoon si stavano stringendo intorno a noi e insieme combattemmo, spalla a spalla, per tutto quel lungo e caldo pomeriggio, finché le sorti della battaglia volsero e ciò che restava della feroce orda dei Warhoon ripiegò sui propri thoat, fuggendo nell’oscurità che andava calando.
A quella titanica battaglia avevano preso parte diecimila uomini e sul campo giacevano tremila morti. Nessuna delle due parti chiese o concesse quartiere, né tentò di prendere prigionieri.
Al nostro ritorno in città, dopo la battaglia, ci recammo direttamente negli alloggi di Tars Tarkas, dove rimasi solo mentre il capo partecipava al consueto consiglio che si riuniva subito dopo ogni scontro.
Mentre sedevo in attesa del ritorno del guerriero verde, udii qualcosa muoversi nell’appartamento adiacente e, quando alzai lo sguardo, una creatura enorme e orrenda mi si avventò addosso all’improvviso, facendomi cadere sul mucchio di sete e pellicce su cui ero sdraiato. Era Woola: il fedele, affettuoso Woola. Era riuscito a tornare a Thark e, come Tars Tarkas mi raccontò in seguito, si era recato immediatamente nei miei vecchi alloggi, dove aveva iniziato la sua patetica e apparentemente vana attesa del mio ritorno.
«Tal Hajus sa che sei qui, John Carter» disse Tars Tarkas al suo ritorno dagli alloggi del jeddak. «Sarkoja ti ha visto e riconosciuto mentre tornavamo. Tal Hajus mi ha ordinato di condurti davanti a lui questa sera. Ho dieci thoat, John Carter; puoi scegliere quello che preferisci e io stesso ti accompagnerò fino al più vicino corso d’acqua che va verso Helium. Tars Tarkas può essere un crudele guerriero, ma sa anche essere un amico. Vieni, dobbiamo partire.»
«E al tuo ritorno, Tars Tarkas?»
«Probabilmente mi aspettano i calot selvaggi, o qualcosa di peggio» rispose. «A meno che non abbia finalmente l’occasione, che aspetto da tanto tempo, di affrontare Tal Hajus.»
«Noi staremo qui, Tars Tarkas e questa sera incontreremo Tal Hajus. Non devi sacrificarti e può darsi che proprio questa sera tu abbia l’occasione che aspetti.»
Il guerriero si oppose con grande fermezza, dicendo che Tal Hajus mostrava troppo spesso accessi di furia incontrollabile al ricordo del colpo che gli avevo inferto e che, se mai fosse riuscito a mettere le mani su di me, mi avrebbe sottoposto alle torture più orribili.
Mentre mangiavamo, raccontai a Tars Tarkas la storia che Sola mi aveva riferito quella notte nel mare asciutto, durante la marcia verso Thark.
Tars Tarkas disse ben poco, ma i grandi muscoli del suo volto si contraevano per la passione e l’angoscia al ricordo degli orrori inflitti all’unico essere che avesse mai amato in tutta la sua fredda, crudele e terribile esistenza.
Non si oppose più quando suggerii di presentarci davanti a Tal Hajus; disse soltanto che avrebbe voluto parlare prima con Sarkoja. Su sua richiesta lo accompagnai nei suoi alloggi e lo sguardo di odio velenoso che lei mi rivolse fu quasi un compenso sufficiente per tutte le future disgrazie che questo mio ritorno accidentale a Thark avrebbe potuto procurarmi.
«Sarkoja» disse Tars Tarkas, «quarant’anni fa fosti tu a contribuire alla tortura e alla morte di una donna di nome Gozava. Ho appena scoperto che il guerriero che amava quella donna è venuto a conoscenza del tuo ruolo in tutta questa vicenda. Potrebbe non ucciderti, Sarkoja, perché non è nostra usanza farlo, ma nulla gli impedisce di legare un’estremità di una cinghia intorno al tuo collo e l’altra estremità a un thoat selvaggio, semplicemente per mettere alla prova la tua capacità di sopravvivenza e di contribuire alla perpetuazione della nostra razza. Avendo saputo che intende farlo domani, ho ritenuto giusto avvertirti, perché sono un uomo giusto. Il fiume Iss è a poca distanza da qui, Sarkoja. Andiamo, John Carter.»
La mattina seguente Sarkoja era scomparsa e non fu vista mai più.
Ci affrettammo in silenzio verso il palazzo dello jeddak, dove fummo subito ammessi alla sua presenza; anzi, sembrava che non vedesse l’ora di incontrarmi: quando entrai era ritto sulla sua piattaforma e fissava l’ingresso con furia.
«Legatelo a quella colonna!» strillò. «Vedremo chi osa colpire il possente Tal Hajus. Scaldate i ferri; con le mie stesse mani gli brucerò gli occhi, perché non possa contaminare la mia persona con il suo vile sguardo.»
«Capi di Thark» gridai, rivolgendomi al consiglio riunito e ignorando Tal Hajus, «sono stato un capo tra voi e oggi ho combattuto per Thark, spalla a spalla con il suo più grande guerriero. Mi dovete almeno il diritto di essere ascoltato. Oggi ho conquistato questo diritto. Voi dite di essere un popolo giusto…»
«Silenzio!» ruggì Tal Hajus. «Imbavagliate la creatura e legatela come ho ordinato.»
«Giustizia, Tal Hajus!» esclamò Lorquas Ptomel. «Chi sei tu per mettere da parte le antiche usanze dei Thark?»
«Sì, giustizia!» fecero eco una dozzina di voci e così, mentre Tal Hajus fremeva e schiumava di rabbia, io proseguii.
«Siete un popolo coraggioso e amate il coraggio, ma dov’era il vostro possente jeddak durante il combattimento di oggi? Non l’ho visto nel cuore della battaglia; non c’era. Nella sua tana è capace di sbranare donne indifese e bambini piccoli, ma da quanto tempo uno di voi lo ha visto combattere contro degli uomini? Io stesso, che al suo confronto sono un nano, l’ho abbattuto con un pugno solo. È davvero questo il genere di guerrieri tra cui i Thark scelgono i loro jeddak? Al mio fianco c’è ora un grande Thark, un possente guerriero e un uomo nobile. Capi, che ne dite di Tars Tarkas, Jeddak di Thark?»
Un fragoroso applauso accolse la proposta.
«Non resta che attendere che questo consiglio lo ordini, e Tal Hajus dovrà dimostrare di essere degno di governare. Se fosse un uomo coraggioso, sfiderebbe Tars Tarkas a duello, perché non lo ama, ma Tal Hajus ha paura. Tal Hajus, il vostro jeddak, è un codardo. Potrei ucciderlo a mani nude e lui lo sa.»
Quando smisi di parlare calò un silenzio teso, mentre tutti gli occhi erano puntati su Tal Hajus. Egli non parlò né si mosse, ma il verde chiazzato del suo volto divenne livido e la schiuma gli si gelò sulle labbra.
«Tal Hajus» disse Lorquas Ptomel con voce fredda e dura, «mai, in tutta la mia lunga vita, ho visto uno jeddak dei Thark così umiliato. A questa accusa può esserci una sola risposta. Noi la attendiamo.»
E Tal Hajus rimase immobile, come pietrificato.
«Capi» continuò Lorquas Ptomel, «volete che lo jeddak Tal Hajus dimostri di essere degno di governare su Tars Tarkas?»
Intorno alla tribuna c’erano venti capi e venti spade si levarono in alto, in segno di assenso.
Non c’era alternativa. Quel decreto era definitivo e così Tal Hajus sguainò la lunga spada e avanzò per affrontare Tars Tarkas.
Il combattimento terminò ben presto e, con il piede sul collo del mostro morto, Tars Tarkas divenne lo jeddak dei Thark.
Il suo primo atto fu quello di nominarmi capo a tutti gli effetti, con il grado che avevo conquistato combattendo nelle prime settimane della mia prigionia tra loro.
Vedendo la disposizione favorevole dei guerrieri nei confronti di Tars Tarkas e anche verso di me, colsi l’occasione per arruolarli nella mia causa contro Zodanga. Raccontai a Tars Tarkas le mie avventure e in poche parole gli spiegai il piano che avevo in mente.
«John Carter ha fatto una proposta» disse, rivolgendosi al consiglio, «che ha la mia approvazione. Ve la esporrò brevemente. Dejah Thoris, la principessa di Helium, che era nostra prigioniera, è ora nelle mani dello jeddak di Zodanga, il cui figlio dovrà sposare per salvare il suo paese dalla devastazione per mano delle forze zodangane.
«John Carter propone di liberarla e riportarla a Helium. Il bottino di Zodanga sarebbe magnifico e ho spesso pensato che, se avessimo un’alleanza con il popolo di Helium, potremmo ottenere sufficienti garanzie di sostentamento da permetterci di aumentare le dimensioni e la frequenza delle nostre covate e diventare così, senza alcun dubbio, supremi fra tutti gli uomini verdi di Barsoom. Che cosa ne dite?»
Era un’occasione per combattere e un’opportunità di fare bottino, e abboccarono all’esca come una trota maculata all’amo.
Per dei Thark si mostrarono entusiasti in modo incontenibile e, prima che fosse trascorsa un’altra mezz’ora, venti messaggeri a cavallo sfrecciavano sui fondali prosciugati dei mari per radunare le orde in vista della spedizione.
Tre giorni dopo eravamo in marcia verso Zodanga, forti di centomila guerrieri: Tars Tarkas era riuscito infatti ad arruolare tre orde più piccole, promettendo loro l’enorme bottino di Zodanga.
Cavalcavo in testa alla colonna, accanto al grande Thark e il mio amato Woola trotterellava appena dietro la mia cavalcatura.
Viaggiavamo solo di notte, organizzando le marce in modo da accamparci nelle città abbandonate durante il giorno e lì rimanevamo tutti al chiuso durante le ore di luce, bestie comprese. Tars Tarkas riuscì ad arruolare, durante la marcia, altri cinquantamila guerrieri provenienti da varie orde, grazie alla sua straordinaria abilità e alle sue capacità diplomatiche, sicché, dieci giorni dopo la partenza, a mezzanotte, ci fermammo davanti alla grande città fortificata di Zodanga, coi nostri centocinquantamila uomini.
La forza combattente e l’efficienza di quell’orda di feroci mostri verdi equivaleva a un esercito di dieci volte il numero di uomini rossi. Tars Tarkas mi disse che, nella storia di Barsoom, una simile forza unita di guerrieri verdi non aveva mai marciato verso una battaglia. Mantenere tra loro appena una parvenza di armonia si era rivelata un’impresa mostruosa e fu un vero miracolo, a mio avviso, che lui fosse riuscito a condurli alla città senza che si scatenasse tra loro una qualche aspra contesa.
Eppure, man mano che ci avvicinavamo a Zodanga, i litigi personali furono messi da parte perché odiavano molto di più gli uomini rossi e soprattutto gli Zodangani, che da anni conducevano una spietata campagna di sterminio verso gli uomini verdi, dedicando particolare attenzione alla distruzione dei loro incubatoi.
Ma ora eravamo davanti a Zodanga e il compito di trovare il modo di entrare spettava a me. Ordinai a Tars Tarkas di dividere le forze in due gruppi, tenendoli abbastanza lontani dalla città sì da non essere uditi, ciascuno di fronte a una delle grandi porte. Poi presi con me venti guerrieri a piedi e mi avvicinai a una delle piccole porte che si aprivano a brevi intervalli lungo le mura. In queste porte non c’è una vera e propria guardia, e sono sorvegliate da sentinelle che pattugliano il viale appena all’interno delle mura che circonda la città. Proprio come i nostri vigili urbani che pattugliano la loro zona.
Le mura di Zodanga sono alte più di venti metri e spesse quindici. Sono costituite da enormi blocchi di un materiale ceramico, simile al carburo di silicio e, agli occhi dei guerrieri che mi accompagnavano, sembrava impossibile poter entrare in città. Gli uomini scelti per accompagnarmi appartenevano a una delle orde minori e per questo non mi conoscevano.
Posizionai tre di loro rivolti contro il muro tenendosi per le braccia e ordinai ad altri due di salire sulle loro spalle. Dissi a un sesto di arrampicarsi sulle spalle dei due uomini. La testa del guerriero più in alto si trovò così a quindici metri dal suolo.
In questo modo, con alcuni guerrieri, costruimmo una serie di tre gradini dal terreno fino alle spalle dell’uomo più in alto. Poi, prendendo una breve rincorsa, corsi rapidamente da un livello all’altro e, con un ultimo balzo sulle larghe spalle del guerriero più in alto, mi aggrappai alla sommità delle possenti mura e mi issai tranquillamente sulla loro ampia superficie.
Mi ero portato dietro sei strisce di cuoio, una per ciascuno dei miei guerrieri. Le avevamo precedentemente legate insieme e, dopo averne consegnato un’estremità al guerriero più in alto, con cautela calai la cinghia sul lato opposto delle mura, verso il viale sottostante. Non si vedeva nessuno, così scivolai lungo la cinghia di cuoio fino alla sua estremità e mi lasciai cadere per gli ultimi dieci metri fino al selciato sottostante.
Avevo appreso da Kantos Kan il segreto per aprire quelle porte e, un istante dopo, venti possenti guerrieri si trovarono all’interno della condannata città di Zodanga.
Con mia grande gioia scoprii di essere entrato proprio al limite inferiore degli immensi terreni del palazzo. L’edificio stesso, in lontananza, risplendeva di una luce magnifica e decisi di guidare subito un distaccamento di guerrieri direttamente all’interno del palazzo, mentre il grosso dell’orda avrebbe attaccato le caserme dei soldati.
Mandai uno dei miei uomini da Tars Tarkas a chiedere un distaccamento di cinquanta Thark e a comunicargli le mie intenzioni. Poi ordinai a dieci guerrieri di impadronirsi di una delle grandi porte e aprirla, mentre con i nove rimasti conquistai l’altra. Dovevamo agire in silenzio: non si doveva sparare un solo colpo e non si sarebbe dovuto dare il via all’attacco finale finché io non fossi giunto al palazzo con i miei cinquanta Thark.
Il nostro piano funzionò alla perfezione. Le due sentinelle che incontrammo furono mandate a raggiungere i loro antenati sulle rive del perduto mare di Korus e le guardie delle due porte le seguirono in silenzio.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
