La Principessa di Marte – Perduti nel Cielo, è la vetitreesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:

  1. La Principessa di Marte: prima puntata
  2. La Principessa di Marte: seconda puntata
  3. Su Marte
  4. Un prigioniero
  5. Il mio cane da guardia
  6. Una lotta
  7. La Nursery
  8. Una bella prigioniera
  9. Imparo la lingua
  10. Campione e comandante
  11. Dejah Thoris
  12. Un prigioniero con potere
  13. Corteggiamenti
  14. Un duello all’ultimo sangue
  15. La storia di Sola
  16. Progettiamo la fuga
  17. Una ricattura molto penosa
  18. In catene a Warhoon
  19. Combattimento nell’arena
  20. Nella Fabbrica dell’Atmosfera
  21. Ricognizione aerea su Zodanga
  22. Ritrovo Dejah
  23. Perduti nel Cielo
  24. Tars Tarkas trova un amico

 

Capitolo XXIII

Senza preoccuparmi di celare in alcun modo le mie intenzioni, mi affrettai verso i dintorni dei nostri alloggi, certo di trovarvi Kantos Kan. Quando mi avvicinai all’edificio, fui più prudente, poiché, come avevo giustamente supposto, il luogo sarebbe stato sorvegliato.

Diversi uomini, vestiti in abiti civili, si aggiravano nei pressi dell’ingresso principale, mentre altri erano appostati sul retro. L’unico modo per raggiungere il piano superiore, dove si trovavano i nostri appartamenti, senza essere visto era passare attraverso un edificio adiacente sicché, dopo aver compiuto un lungo giro, riuscii a raggiungere il tetto di un negozio a diverse porte di distanza.

Saltando da un tetto all’altro, raggiunsi ben presto una finestra aperta dell’edificio nel quale speravo di trovare l’eliumita Kantos Kan, come sono detti gli abitanti di Helium e, un istante dopo, mi trovavo nella stanza davanti a lui. Era solo e non mostrò alcuna sorpresa nel vedermi; anzi, disse che si aspettava arrivassi molto prima, poiché il mio turno di servizio doveva essere terminato ormai da un bel po’.

Mi accorsi che non sapeva nulla degli avvenimenti successi quel giorno al palazzo e, quando lo misi al corrente di tutto, fu preso da una grande agitazione. La notizia che Dejah Thoris aveva promesso la propria mano a Sab Than lo colmò di sgomento.

«Non può essere!» esclamò. «È impossibile! Perché non esiste uomo, in tutta Helium, che non preferirebbe la morte piuttosto che far mercato della nostra amata principessa con la casa regnante di Zodanga. Deve aver perso la ragione per aver accettato un patto così atroce. Tu, che non sai quanto noi di Helium amiamo i membri della nostra casa regnante, non puoi comprendere l’orrore con cui io considero una simile empia alleanza.»

«Che cosa si può fare, John Carter?» disse ancora. «Sei un uomo pieno di risorse. Non riesci a pensare a un modo per salvare Helium da questa vergogna?»

«Se riesco ad arrivare da Sab Than a portata di spada» risposi, «posso risolvere la questione, almeno per quanto riguarda Helium; ma per ragioni personali preferirei che fosse qualcun altro a sferrare il colpo che libererà Dejah Thoris.»

Kantos Kan mi scrutò attentamente prima di parlare.

«Tu la ami!» disse. «Lei lo sa?»

«Lo sa, Kantos Kan, e mi respinge soltanto perché è promessa a Sab Than.»

Il mio meraviglioso amico balzò in piedi e, afferrandomi per una spalla, sollevò in alto la spada, esclamando:

«E se la scelta fosse stata lasciata a me, non avrei potuto scegliere un compagno più degno per la prima principessa di Barsoom. Ecco la mia mano sulla tua spalla, John Carter, e la mia parola: Sab Than cadrà sulla punta della mia spada, per amore di Helium, di Dejah Thoris e tuo. Questa notte stessa farò in modo di raggiungere i suoi alloggi a palazzo.»

«Come?» domandai. «Sei sottoposto a una sorveglianza molto stretta e una pattuglia di quattro uomini controlla il cielo.»

Abbassò per un momento la testa, pensieroso, poi la rialzò fiducioso.

«Devo soltanto superare queste guardie e posso farcela» disse infine. «Al palazzo conosco un ingresso segreto, in cima alla torre più alta. Mi capitò per caso un giorno, che passavo in volo sul palazzo per un servizio di pattuglia. In questo lavoro siamo tenuti a indagare su qualsiasi fatto insolito che ci capiti di notare, e un volto che spuntava dalla sommità della torre più alta del palazzo era, a mio avviso, quanto di più insolito si potesse immaginare. Per cui mi avvicinai e scoprii che quello altri non era che il volto di Sab Than. Non fu contento d’essere scoperto e mi ordinò di non parlarne con nessuno. Mi disse che il passaggio dalla torre conduceva direttamente ai suoi appartamenti e che soltanto lui ne conosceva l’esistenza. Se riesco a raggiungere il tetto della caserma per prendere la mia macchina, posso essere negli alloggi di Sab Than in cinque minuti; ma come faccio a uscire da questo edificio, se è sorvegliato come tu dici?»

«Quanto sono sorvegliati i capannoni delle macchine, in caserma?» domandai.

«Di notte, di solito, c’è una sola sentinella di servizio sul tetto.»

«Va’ sul tetto di questo edificio, Kantos Kan, e aspettami là.»

Non mi soffermai a spiegargli i miei piani. Ripercorsi la strada fino alla via e mi affrettai verso la caserma. Non osavo entrare nell’edificio, poiché era occupato da tantissimi membri dello squadrone degli esploratori aerei che, come tutti gli zodangani, erano alla mia ricerca.

L’edificio era enorme e la sua mole si innalzava nel cielo per trecento metri almeno. Pochi edifici di Zodanga erano più alti della caserma, anche se alcuni la superavano di altre centinaia di metri; le banchine delle grandi navi da guerra di linea si trovavano a quasi mezzo chilometro dal suolo, e anche le stazioni degli squadroni mercantili per il trasporto di merci e passeggeri, raggiungevano quasi la medesima altezza.

La scalata lungo la parete dell’edificio era lunga e molto pericolosa, ma non c’era altra possibilità e così affrontai l’impresa. Il fatto che l’architettura barsoomiana fosse estremamente ricca di ornamenti rese, però, l’impresa più semplice di quanto avessi previsto: trovai infatti una serie di cornicioni e sporgenze ornamentali quasi a formare una scala perfetta fino alla grondaia. Qui incontrai il primo vero ostacolo. La gronda sporgeva per ben più di cinque metri dalla parete alla quale ero aggrappato e, sebbene avessi girato intorno all’enorme edificio, non riuscii a trovare alcuna apertura per trapassarla.

L’ultimo piano era illuminato e colmo di soldati che si davano ai loro soliti passatempi; non potevo quindi raggiungere il tetto passando per l’edificio.

C’era una sola, tenue e disperata possibilità e decisi che dovevo provarci: lo facevo per Dejah Thoris, e non è mai esistito uomo che non avrebbe rischiato mille volte la morte per una donna come lei.

Aggrappato alla parete con i piedi e una mano, slacciai una delle lunghe cinghie di cuoio della mia imbracatura. Penzolava all’estremità un grosso gancio, quello con cui i marinai dell’aria si fissano ai fianchi e alla parte inferiore delle loro imbarcazioni per eseguire diversi lavori di riparazione e poi viene usato anche per calare a terra le squadre di sbarco dalle navi da guerra.

Feci oscillare diverse volte, con cautela, il gancio verso il tetto, finché finalmente non trovò un appiglio. Tirai piano per assicurarmi che fosse ben saldo, ma non sapevo se avrebbe retto il peso del mio corpo. Avrebbe potuto essersi appena agganciato al bordo estremo del tetto, sicché quando il mio corpo fosse rimasto sospeso all’estremità della cinghia, il gancio avrebbe potuto scivolare via e farmi precipitare sul selciato, a trecento metri più in .

Esitai per un istante, poi lasciai la presa sull’ornamento che mi sosteneva e mi lanciai nel vuoto, appeso all’estremità della cinghia. Molto più in basso si stendevano le strade della città, splendidamente illuminate; sotto di me c’era il duro selciato e la morte. In cima alla gronda si udì un leggero strattone, seguito da un sinistro rumore di slittamento e di sfregamento che mi gelò il sangue per l’apprensione; poi il gancio fece presa e fui salvo.

Mi arrampicai rapidamente verso l’alto, afferrai il bordo della gronda e mi issai sulla superficie del tetto. Appena fui di nuovo in piedi, vidi d’essere di fronte alla sentinella di servizio e mi ritrovai a fissare la canna del suo revolver.

«Chi sei e da dove vieni?» gridò.

«Sono uno scout dell’aria, amico, e per poco non sono diventato uno scout morto: sono sfuggito per un soffio alla caduta sul viale sottostante» risposi.

«Ma come sei arrivato sul tetto, uomo? Nessuno è atterrato qui né è salito dall’edificio nell’ultima ora. Presto, spiegati o chiamo la guardia.»

«Guarda qui, sentinella, e vedrai come sono arrivato e quanto poco è mancato perché non ci arrivassi affatto» risposi, voltandomi verso il bordo del tetto, dove, cinque o sei metri più sotto pendevano tutte le mie armi appese all’estremità della cinghia.

L’uomo, spinto dalla curiosità, si avvicinò e si sporse al mio fianco per guardare oltre la gronda, commettendo così il suo ultimo errore. Lo afferrai per la gola e per il braccio con cui impugnava la pistola e lo scaraventai pesantemente sul tetto. L’arma gli cadde di mano e le mie dita soffocarono il grido d’aiuto che aveva tentato di lanciare. Lo imbavagliai e lo legai, poi lo lasciai penzolare oltre il bordo del tetto, proprio come ero rimasto appeso io pochi istanti prima. Sapevo che sarebbe arrivata mattina prima che qualcuno lo scoprisse e a me serviva tutto il tempo che riuscivo a guadagnare.

Indossai la mia imbracatura, recuperai le armi e mi precipitai verso i capannoni. In un attimo tirai fuori la mia macchina e anche quella di Kantos Kan. Assicurai il suo velivolo dietro al mio, avviai il motore e, sfiorando il bordo del tetto, mi tuffai giù nelle strade della città, molto al di sotto del livello normalmente occupato dalle pattuglie aeree. Meno di un minuto dopo atterravo sano e salvo sul tetto dei nostri appartamenti, accanto a un Kantos Kan sbalordito.

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Non persi tempo in spiegazioni, ma mi immersi subito nella discussione dei nostri piani per l’immediato futuro. Decidemmo che avrei tentato di raggiungere Helium, mentre Kantos Kan sarebbe entrato nel palazzo per uccidere Sab Than. Se ci fosse riuscito, mi avrebbe poi raggiunto. Regolò per me la bussola, un piccolo e ingegnoso strumento che rimane ostinatamente orientato verso un punto prestabilito della superficie di Barsoom e, dopo esserci congedati, ci alzammo insieme e ci dirigemmo velocemente verso il palazzo, fortunatamente lungo la rotta che dovevo seguire per raggiungere Helium.

Quando ci avvicinammo alla torre più alta, una pattuglia piombò dall’alto e puntò il suo potente faro di ricerca direttamente sulla mia macchina. Una voce tuonò l’ordine di fermarmi, seguito da uno sparo quando non risposi al suo richiamo. Kantos Kan si abbassò rapidamente nel buio, mentre io salivo costantemente e a velocità terrificante nel cielo marziano, inseguito da una dozzina di macchine di esploratori che si erano unite all’inseguimento e poi subito da un incrociatore veloce con a bordo almeno cento uomini e una batteria di mitragliatrici a fuoco rapido.

Manovrando la mia piccola macchina, ora su ora giù, riuscii quasi sempre a sfuggire ai loro fari di ricerca, ma con questa tattica stavo anche perdendo terreno. Decisi quindi di rischiare il tutto per tutto mantenendo una rotta diritta e affidando il risultato al destino e alla velocità della mia macchina.

Kantos Kan mi aveva mostrato un trucco relativo agli ingranaggi, noto soltanto alla marina di Helium, che aumentava enormemente la velocità delle nostre macchine; ero quindi certo che avrei potuto distanziare i miei inseguitori, se fossi riuscito a evitare i loro proiettili ancora per pochi istanti.

Ma lì, sfrecciando nell’aria, il sibilo dei proiettili intorno a me mi convinse che soltanto un miracolo avrebbe potuto salvarmi. Ma il dado era tratto e, spingendo il motore alla massima velocità, mi lanciai in linea retta verso Helium. A poco a poco i miei inseguitori apparvero sempre più indietro e stavo giusto congratulandomi con me stesso per essere riuscito a sfuggire alla cattura, quando un colpo ben diretto dell’incrociatore esplose sulla prua del mio piccolo apparecchio.

L’esplosione mi fece quasi capovolgere e, con una vertiginosa picchiata, la macchina precipitò nella notte oscura.

Non so per quanto tempo precipitai prima di riuscire a riprendere il controllo di quell’aggeggio, ma dovevo essere ormai molto vicino al suolo quando riuscii a salire, perché udii distintamente lo stridio di animali sotto di me. Tornato a salire, scrutai il cielo alla ricerca dei miei inseguitori e, alla fine, individuai le loro luci molto lontane dietro di me. Mi accorsi che avevano deciso di atterrare per cercarmi, convinti che mi fossi schiantato a terra.

Solo quando le loro luci non furono più distinguibili osai accendere la mia piccola lampada per illuminare la bussola. E allora scoprii, con mio grande sgomento, che un frammento del proiettile aveva completamente distrutto la mia unica guida, ma anche il tachimetro.

Era vero che potevo seguire le stelle per andare nella direzione generale di Helium, ma, senza conoscere l’esatta posizione della città né la velocità alla quale stavo viaggiando, le mie possibilità di arrivarci erano davvero esigue.

Helium si trova a poco meno di duemila chilometri a sud-ovest di Zodanga e, con la bussola intatta, avrei dovuto compiere il viaggio, salvo imprevisti, in un tempo stabilito fra le quattro e le cinque ore. Ma le cose erano andate diversamente e, quando giunse il mattino, mi trovai a sfrecciare sopra una vasta distesa di mare prosciugato, dopo quasi sei ore di volo ininterrotto ad alta velocità.

Poco dopo comparve sotto di me una grande città, che non era Helium, poiché sapevo che quella è l’unica tra le metropoli di Barsoom a essere formata da due immense città fortificate circolari, distanti più di cento chilometri tra loro e sarebbero state facilmente riconoscibili dall’altezza a cui stavo volando.

Convinto di essermi spinto troppo a nord ovest, invertii la rotta dirigendomi verso sud-est. Nel corso della mattinata sorvolai diverse altre grandi città, ma nessuna corrispondeva alla descrizione che Kantos Kan mi aveva fatto di Helium.

Oltre alla caratteristica conformazione delle due città gemelle, Helium possedeva infatti un altro elemento distintivo: due immense torri, una di un vivido colore scarlatto, che si innalzava per più di un chilometro e mezzo dal centro di una delle due città, e l’altra, di un brillante giallo, ma di simile altezza, che segnava la posizione della città gemella.

 

Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT.

 

 

Edgar Rice Burroughs
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(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.