La Principessa di Marte: la storia di Sola, è la quindicesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
La storia di Sola
Quando ripresi conoscenza — e, come subito appresi ero rimasto a terra solo per un istante — balzai in piedi di scatto cercando la mia spada, e la trovai conficcata fino all’elsa nel petto verde di Zad, che giaceva morto stecchito sul muschio ocra dell’antico fondale marino. Tornando pienamente in me, mi accorsi che la sua arma mi aveva trapassato la parte sinistra del petto, aveva attraversato la carne e i muscoli che ricoprono le costole, pressappoco al centro del torace, uscendo dietro alla spalla. Nel momento dell’affondo mi ero girato e la sua spada era semplicemente passata in mezzo ai muscoli, infliggendomi una ferita dolorosa sì, ma non pericolosa.
Sfilata la lama dal mio corpo, recuperai subito anche la mia arma e mi mossi nauseato, dolorante e disgustato verso i carri che trasportavano il mio seguito e i miei effetti personali, voltando le spalle all’orribile carcassa del nemico. Un debole applauso marziano mi accolse, ma non me ne curai.
Sanguinante e debole raggiunsi le mie donne, che, avvezze a simili avvenimenti, medicarono le mie ferite con quei meravigliosi agenti curativi e lenitivi che rendono fatali soltanto i colpi istantaneamente mortali. Date a una donna marziana una possibilità e la morte è costretta a farsi da parte. In breve, mi rimisero in sesto, tanto che, a parte la debolezza dovuta alla perdita di sangue e a un po’ di indolenzimento nei pressi della ferita, non soffrii alcun grave disagio per il colpo che, con cure terrestri, mi avrebbe senza dubbio inchiodato al letto per molti giorni.
Appena ebbero finito a medicarmi, mi affrettai verso il carro di Dejah Thoris, dove trovai la povera Sola anche lei con il petto fasciato, ma apparentemente poco provata dal suo personale scontro con Sarkoja, il cui pugnale, per ciò che vidi, aveva urtato il bordo di uno degli ornamenti metallici che Sola aveva sul petto, deviando così il colpo che le aveva inflitto soltanto una ferita superficiale lieve.
Avvicinandomi vidi Dejah Thoris stesa prona sulle sue sete e pellicce, la forma snella scossa da singhiozzi. Non si accorse della mia presenza, né udì le mie parole mentre parlavo con Sola, sdraiata a breve distanza.
«È ferita?» chiesi a Sola, indicando Dejah Thoris con un cenno del capo.
«No,» rispose, «è convinta che tu sia morto.»
«E che il gatto di sua nonna non abbia più nessuno che gli lucidi i denti?» domandai, sorridendo.
«Credo che tu la giudichi male, John Carter,» disse Sola. «Io non comprendo né i suoi costumi né i tuoi, ma sono certa che la nipote di diecimila jeddak non si dispererebbe così per qualcuno che non avesse il massimo diritto al suo affetto. Sono una razza orgogliosa, ma giusta, come tutti i Barsoomiani, e tu devi averla ferita o offesa gravemente, se non riesce ad accettare che tu sia vivo, mentre ora ti piange credendoti morto.»
«Le lacrime sono uno spettacolo insolito su Barsoom,» aggiunse, «ed è per questo che mi è difficile darle un senso. In tutta la mia vita ho visto piangere solo due persone, oltre a Dejah Thoris: una piangeva per il dolore, l’altra per una rabbia impotente. La prima era mia madre, molti anni fa, prima che la uccidessero; l’altra era Sarkoja, quando oggi l’hanno portata via da me.»
«Tua madre!» esclamai. «Ma, Sola, come avresti potuto conoscere tua madre?»
«E l’ho conosciuta. E ho conosciuto anche mio padre,» disse. «Se desideri ascoltare la mia strana storia assai poco barsoomiana, vieni al carro questa sera, John Carter e ti racconterò ciò di cui non ho mai parlato con nessuno. Mai! Ora però è stato dato il segnale di ripartenza e devi andare.»
«Verrò questa sera, Sola,» promisi. «Assicurati di dire a Dejah Thoris che sono vivo e che sto bene. Non mi imporrò alla sua presenza e fa’ in modo che non sappia che ho visto le sue lacrime. Se vorrà parlarmi, non farò che aspettare un suo cenno.»
Sola salì sul carro, che stava riposizionandosi nella colonna e io mi affrettai verso il mio thoat che mi attendeva; quindi, galoppai fino al mio posto accanto a Tars Tarkas, nella retroguardia della carovana.
Offrivamo uno spettacolo imponente e solenne mentre ci snodavamo attraverso il paesaggio giallo: duecentocinquanta carri riccamente ornati e dai colori vivaci, preceduti da un’avanguardia di circa duecento guerrieri e capi montati, che avanzavano affiancati in file di cinque, distanziate di un centinaio di metri, e seguiti da un numero analogo nella medesima formazione, con una ventina o più di esploratori sui fianchi; i cinquanta mastodonti supplementari, o animali da tiro pesante, noti come zitidar, e i cinquecento o seicento thoat oltre ai guerrieri, lasciati liberi all’interno del quadrato formato dai combattenti che li circondavano. Il metallo lucente e le gemme degli splendidi ornamenti di uomini e donne, ripetuti nelle bardature degli zitidar e dei thoat, e intercalati dai colori sgargianti di magnifiche sete, pellicce e piume, conferivano alla carovana uno splendore barbarico che avrebbe fatto impallidire d’invidia un potentato dell’India orientale.
Le enormi ruote larghe dei carri e le zampe imbottite degli animali non producevano alcun suono sul fondale marino ricoperto di muschio e così avanzavamo nel più completo silenzio, come una gigantesca schiera di fantasmi, tranne quando il silenzio veniva spezzato dal ringhio gutturale di uno zitidar incitato con troppa veemenza o dallo stridio dei thoat intenti ad assalirsi tra loro. I marziani verdi parlano poco e, quando lo fanno, usano per lo più monosillabi bassi e sommessi, simili al lontano brontolio di un tuono remoto.
Attraversammo una distesa di muschio senza sentieri che, piegandosi sotto la pressione delle larghe ruote o delle zampe imbottite, si rialzava subito dietro di noi, senza lasciare traccia del nostro passaggio. Potevamo davvero sembrare gli spettri dei morti uccisi sul mare morto di quel pianeta morente, tanto erano assenti rumori e segni del nostro avanzare. Era la prima volta che assistevo alla marcia di un così grande numero di uomini e animali che non sollevassero polvere né lasciassero una impronta; poiché su Marte non esiste polvere, se non nei distretti coltivati durante i mesi invernali e anche allora l’assenza di venti forti la rende quasi impalpabile.
Quella notte ci accampammo ai piedi delle colline verso cui ci stavamo dirigendo da due giorni e che segnavano il confine meridionale di quel particolare mare. I nostri animali non bevevano da due giorni e, anzi, non avevano assunto acqua da quasi due mesi, cioè da poco dopo aver lasciato Thark. Tuttavia, Tars Tarkas mi disse che a loro servono quantità minime di acqua e possono vivere quasi indefinitamente solo nutrendosi del muschio che ricopre Barsoom. Mi spiegò che questo trattiene nei minuscoli steli un’umidità sufficiente a soddisfare le limitate esigenze degli animali.
Dopo aver consumato il mio pasto serale a base di un cibo simile a formaggio e del latte vegetale, andai in cerca di Sola e la trovai intenta a lavorare su alcune bardature di Tars Tarkas, alla luce di una torcia. Al mio avvicinarsi alzò lo sguardo e il suo volto si illuminò di piacere e di benevolenza.
«Sono felice che tu sia venuto,» disse. «Dejah Thoris dorme e io sono sola. La mia gente non mi vuole bene, John Carter; sono troppo diversa da loro. È un destino triste, poiché devo vivere la mia vita in mezzo a loro e spesso vorrei essere una vera donna marziana verde, senza amore e senza speranza; ma io ho conosciuto l’amore ed è per questo che sono perduta.
«Ti ho promesso di raccontarti la mia storia, anzi, la storia dei miei genitori. Da ciò che ho appreso di te e dei costumi del tuo popolo sono certa che questo racconto non ti sembrerà strano; ma tra i marziani verdi non ha eguali nella memoria del più anziano Thark ancora in vita, né le nostre leggende conservano molte altre storie simili.
«Mia madre era piuttosto piccola, anzi era troppo piccola per poter accedere alle responsabilità di una maternità. Infatti, i nostri capi allevano le donne principalmente in funzione della grandezza. Ma era anche meno fredda e crudele della maggior parte delle donne marziane verdi e nutriva scarso interesse per la loro società. Spesso vagava sola lungo i viali deserti di Thark, oppure andava a sedersi tra i fiori selvatici che adornano le colline, alimentando pensieri ed esprimendo desideri che solo io credo, tra le donne tharkiane di oggi, posso comprendere. E infatti, non sono forse io la figlia di mia madre?
«Ed è là, tra le colline, che incontrò un giovane guerriero, il cui compito era sorvegliare gli zitidar e i thoat al pascolo e assicurarsi che non si spingessero oltre le colline.
All’inizio parlarono soltanto di argomenti quali possono interessare una comunità di Thark, ma gradualmente, man mano che i loro incontri divennero più frequenti — e, come ormai era evidente a entrambi, non più dovuti al caso — cominciarono a parlare di sé, delle loro inclinazioni, delle loro ambizioni e delle loro speranze. Lei si fidò di lui e gli confessò l’orrenda ripugnanza che provava per le crudeltà della loro razza, per le vite mostruose e prive d’amore che erano condannati a condurre per sempre e quindi attese che dalle sue labbra fredde e dure si abbattesse su di lei una tempesta di rampogne; e invece egli la strinse tra le braccia e la baciò.
«Tennero segreto il loro amore per sei lunghi anni. Mia madre faceva parte del seguito del grande Tal Hajus, mentre il suo amante era un semplice guerriero, che indossava solo il proprio metallo. Se la loro defezione dalle tradizioni dei Thark fosse stata scoperta, entrambi avrebbero pagato la pena nella grande arena, davanti a Tal Hajus e alle orde riunite.
«L’uovo dal quale io nacqui venne nascosto sotto un grande recipiente di vetro sulla più alta e inaccessibile delle torri in parte in rovina dell’antica Thark. Una volta all’anno mia madre lo visitava per i cinque lunghi anni in cui rimase là, nel suo processo di incubazione. Non osava recarsi più spesso di così, poiché il peso schiacciante della colpa che gravava sulla sua coscienza, la faceva temere che ogni suo movimento fosse osservato.
«Il suo amore per mia madre non era mai venuto meno e nella vita ambiva salire di fama per poter strappare il metallo allo stesso Tal Hajus, diventando così sovrano dei Thark. Allora sarebbe stato libero di reclamare mia madre come sua e proteggere, con la forza del suo potere, la figlia che, se fosse venuta alla luce la verità, sarebbe stata rapidamente eliminata.
«Strappare il metallo a Tal Hajus in soli cinque anni era un sogno folle, ma la sua ascesa fu rapida e presto egli giunse a occupare una posizione di rilievo nei consigli di Thark. Un giorno, però, perse per sempre la possibilità di salvare coloro che amava, poiché gli fu ordinato di partire per una interminabile spedizione verso il sud coperto dai ghiacci, per muovere guerra alle popolazioni che lo abitano e depredarle delle loro pellicce. Questo è l’uso dei marziani verdi: non lavorano per ottenere ciò che possono strappare agli altri in battaglia.
«Egli restò lontano quattro anni e quando fece ritorno tutto era già finito da tre; infatti, circa un anno dopo la sua partenza, l’uovo si era schiuso; poco prima del tempo stabilito per il rientro di una spedizione inviata a raccogliere i frutti di un incubatore comunitario. Mia madre continuò a tenermi nella vecchia torre e mi veniva a trovare ogni notte riversando su di me quell’amore che la vita comunitaria avrebbe negato a entrambe.
Ella sperava, di confondermi tra gli altri piccoli assegnati ai quartieri di Tal Hajus, al ritorno della spedizione dall’incubatore, sottraendomi così al destino inevitabile se avessero scoperto il suo peccato contro le antiche tradizioni degli uomini verdi.
«Mi insegnò rapidamente la lingua e i costumi della mia gente, e una notte mi raccontò la storia che ti ho narrato fin qui, insistendo sulla necessità di tenere assolutamente il segreto e raccomandandomi grande cautela non appena fossi stata collocata tra gli altri giovani Thark. In modo da non permettere a nessuno di intuire che ero più avanti di loro nell’educazione, né di rivelare con alcun segno, in presenza di altri, il mio affetto per lei o la conoscenza delle mie origini; e allora, stringendomi a sé, mi sussurrò all’orecchio il nome di mio padre.
«Non rividi mai più mia madre dopo quella notte. Fu imprigionata da Tal Hajus, e venne impiegato ogni mezzo — comprese le torture più orribili e infami — per strapparle il nome di mio padre; ma ella restò salda e leale, e alla fine morì tra i lazzi di Tal Hajus e dei suoi capi, a causa di una delle spaventose torture a cui veniva sottoposta.
«Seppi poi che disse di avermi uccisa per salvarmi da un destino simile per loro mano e di aver gettato il mio corpo alle scimmie bianche. Solo Sarkoja non le credette e ancora oggi sospetta la mia vera origine, ma non osa smascherarmi, almeno per adesso e sono certa che anche lei intuisce l’identità di mio padre.
«Quando egli fece ritorno dalla spedizione e apprese la sorte di mia madre. Io ero presente mentre Tal Hajus glielo diceva, ma neppure il tremito di un muscolo tradì in lui la minima emozione. Anche se non rise quando Tal Hajus descrisse con gioia malevola le sue ultime convulsioni. Da quel momento egli diventò il più crudele tra i crudeli e io attendo il giorno in cui egli raggiungerà la meta della sua ambizione e percepirà la carcassa di Tal Hajus sotto il suo piede. E sono certa che egli non attende altro che l’occasione per scatenare una terribile vendetta e che il suo amore arde ancora nel suo petto con la stessa forza di quando lo trasfigurò per la prima volta. Quasi quarant’anni fa! Di questo sono sicura, come il fatto che noi siamo ora seduti sull’orlo di un oceano antico quanto il mondo, mentre le persone assennate dormono, John Carter.»
«E tuo padre, Sola, è qui con noi ora?» chiesi.
«Sì,» rispose, «ma non sa chi davvero io sia, né sa chi fu a tradire mia madre consegnandola a Tal Hajus. Solo io so il nome di mio padre e solo io, Tal Hajus e Sarkoja sappiamo che fu quest’ultima la spia che condusse alla tortura e alla morte la donna da lui amata.»
Restammo in silenzio per alcuni istanti: lei avvolta nei pensieri cupi del suo terribile passato, io colmo di pietà per le povere creature che le usanze spietate e insensate di quella razza avevano condannato a esistenze prive d’amore, fatte di crudeltà e di odio. Poco dopo, però disse altro.
«John Carter, se avesse mai camminato sul freddo e morto seno di Barsoom un vero uomo, quello sei tu. So di potermi fidare di te e poiché questa conoscenza potrà un giorno essere utile a te, o a lui, o a Dejah Thoris, o a me stessa, ti dirò il nome di mio padre, senza imporre alla tua lingua alcuna restrizione o condizione. Quando verrà il momento, di’ la verità se ti sembrerà di doverlo fare. Mi fido di te perché so che non sei afflitto da quel terribile difetto della verità in modo assoluto e inflessibile. Tu sapresti mentire come uno dei tuoi gentiluomini della Virginia se una menzogna potesse salvare altri dal dolore o dalla sofferenza. Il nome di mio padre è Tars Tarkas.»
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
