La Principessa di Marte: Campione e comandante è la decima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs come pure, Tarzan delle scimmie, già presentato in questo sito.
Pubblicheremo poco per volta l’intero romanzo tradotto apposta per questa occasione.
Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli pubblicati:
Capitolo X
La mattina seguente ero già in piedi di buon’ora. Mi era stata concessa una notevole libertà, infatti, Sola mi aveva spiegato che, se non tentavo di lasciare la città, ero libero di andare e venire a mio piacere. Mi aveva però messo in guardia dall’andare per strada senza armi, perché la città, come tutte le città abbandonate da un’antica civiltà marziana, era abitata da grandi scimmie bianche, come quelle che avevo incontrato nella mia seconda avventura.
Sola mi disse poi, che non dovevo superare i confini della città e mi aveva spiegato che Woola, me lo avrebbe impedito in ogni modo se avessi tentato di farlo e mi aveva avvertito, con la massima serietà, di non provocare la sua naturale ferocia, perché, se mi fossi avventurato verso il territorio proibito, avrebbe ignorato il condizionamento a cui era stato sottoposto. Mi disse che, se mi fossi ostinato a sfidarlo, la sua indole lo avrebbe costretto a ricondurmi nella città vivo o morto; «per lo più morto», aveva concluso.
Quella mattina avevo scelto una nuova zona da esplorare, quando all’improvviso mi accorsi di essere arrivato ai limiti della città. Davanti a me si stendevano basse colline solcate da strette e invitanti gole. Desideravo ardentemente esplorare la campagna di fronte a me e, come il pioniere da cui discendevo, sarei salito sulle alture che mi bloccavano la vista per scoprire i paesaggi al di là delle colline.
Mi venne anche in mente che sarebbe stata un’ottima occasione per mettere alla prova l’autentica ferocia di Woola. Ero convinto che quella bestia mi volesse bene; avevo visto in lui più segni di affetto di chiunque altra bestia o uomo e mi ero persuaso che la gratitudine per gli atti con cui avevo salvato la sua vita due volte, sarebbe stata superiore della fedeltà al dovere impostogli da padroni crudeli e spietati.
Quando mi avvicinai alla linea di confine, Woola corse davanti con aria ansiosa parandosi contro e urtando le mie gambe con tutto il corpo. La sua espressione era più supplichevole che feroce e non scoprì mai le grandi zanne, né emise i terribili brontolii gutturali che sapeva produrre. Privato dell’amicizia e della compagnia dei miei simili, avevo sviluppato un forte affetto per Woola e per Sola, perché l’uomo terrestre normale deve pur avere uno sfogo per i propri sentimenti naturali, sicché decisi di fare appello a un istinto che anche in quella grande creatura doveva essere simile e certo che non sarei rimasto deluso.
Non lo avevo mai accarezzato né vezzeggiato, ma ora mi sedetti a terra e, cingendogli il pesante collo con entrambe le braccia, lo accarezzai e lo blandii, parlando nella mia lingua marziana appena studiata come avrei fatto con il mio cane sulla Terra, o con qualsiasi altro amico animale. La sua risposta alla mia dimostrazione di affetto fu davvero sorprendente: spalancò la bocca alla massima ampiezza, mostrando l’intera distesa delle zanne superiori e arricciando il muso al punto che i suoi grandi occhi quasi scomparvero sotto le pieghe della carne. Se avete mai visto un collie sorridere, potete farvi un’idea della smorfia di Woola.
Si gettò sulla schiena e cominciò a dimenarsi davanti a me; balzò in piedi e mi saltò addosso, rovesciandomi a terra col suo enorme peso; poi si contorse dimenandosi come un cucciolo che vuol giocare, offrendomi il dorso per farsi accarezzare. Non potei resistere al ridicolo spettacolo e, tenendomi i fianchi, mi piegai avanti e indietro in una risata: la prima dopo molti giorni; in realtà, la prima da quella mattina in cui Powell aveva lasciato il campo e il suo cavallo rimasto inattivo a lungo, l’aveva disarcionato gettandolo in un pentolone di fagioli.
Però, la mia risata spaventò Woola; i suoi giochi finirono di colpo ed egli strisciò miseramente verso di me, infilando il brutto muso tra le mie ginocchia; solo allora mi ricordai il significato di una risata su Marte: tortura, sofferenza, morte. Mi calmai, gli accarezzai la testa e la schiena, gli rivolsi qualche parola per un minuto e poi, con tono autorevole, gli dissi di seguirmi; mi alzai e mi incamminai verso le colline.
Da quel momento non vi fu più questione di autorità tra noi; Woola divenne il mio devoto schiavo, e io il suo unico e indiscusso padrone. La passeggiata verso le colline durò solo pochi minuti, ma lì non trovai nulla di particolarmente interessante. Numerosi fiori selvatici dai colori vivacissimi e dalle strane forme punteggiavano le gole e dalla cima della prima collina scorsi altre colline che si stendevano verso nord, trasformandosi in una catena dietro l’altra, fino a perdersi in montagne di dimensioni notevoli; anche se, come avrei poi scoperto, solo poche cime di Marte superano i milleduecento metri di altezza: l’impressione di grandezza era dunque un’illusione.
La mia passeggiata mattutina si rivelò di grande importanza per me, perché aveva stabilito la perfetta intesa tra me e Woola e Tars Tarkas contava su di lui per la mia sorveglianza. Ora sapevo che, sebbene teoricamente fossi un prigioniero, in pratica ero quasi libero, per cui mi affrettai a rientrare entro i confini della città prima che la defezione di Woola fosse scoperta dai suoi vecchi padroni. L’avventura mi convinse a non varcare mai più i limiti del territorio consentito fino al giorno in cui non fossi stato pronto a fuggire per sempre, poiché una nuova evasione, se fossimo stati scoperti, sarebbe certamente costata la riduzione della mia libertà e, probabilmente, la morte di Woola.
Rientrando in città, sulla piazza ebbi il mio terzo fugace incontro con la fanciulla prigioniera. Era lì con le sue guardie, di fronte alla sala delle udienze e, quando mi avvicinai, mi lanciò uno sguardo altero, voltandomi decisamente le spalle. Il gesto era terribilmente femminile, tipicamente terrestre e, se da un lato punse il mio orgoglio, dall’altro mi riscaldò il cuore con un senso di complicità; era bello sapere che su Marte, oltre a me, esisteva qualcuno capace di istinti umani e civili, anche se quella manifestazione mi era adesso dolorosa e mortificante.
Una donna marziana verde per mostrare disprezzo o avversione, sarebbe ricorsa a un colpo di spada o premendo un dito sul grilletto; ma i loro sentimenti sono per lo più atrofizzati e sarebbe stata necessaria un’offesa grave per risvegliare in loro simili passioni. Sola, però, era un’eccezione; non la vidi mai compiere un atto crudele o sgarbato, né venir meno alla sua costante bontà e gentilezza. Come una sua stessa connazionale aveva detto, quella donna era un residuo antico: un caro e prezioso ritorno a un tipo di antenata amata e amante.
Vedendo che la prigioniera sembrava essere al centro dell’attenzione, mi fermai per osservare ciò che succedeva. Non dovetti aspettare molto, perché poco dopo Lorquas Ptomel e il suo seguito di capi si avvicinarono all’edificio e, facendo cenno alle guardie di seguirli con la prigioniera, entrarono nella sala delle udienze. Rendendomi conto di essere un personaggio in qualche modo privilegiato e quasi certo che i guerrieri non sapessero che ormai padroneggiavo abbastanza la loro lingua (avevo pregato Sola di tenere segreta questa mia abilità, sostenendo di non voler essere costretto a parlare con gli uomini finché non avessi padroneggiato alla perfezione l’idioma marziano) tentai l’azzardo di entrare anch’io nella sala delle udienze per sentire quel che veniva detto.
Il consiglio sedette accovacciato sui gradini del podio, mentre più in basso c’era la prigioniera e le sue due guardiane. Vidi che una delle due era Sarkoja, e compresi così perché fosse presente all’udienza del giorno prima i cui risultati aveva poi riferito la notte passata alle occupanti del nostro dormitorio. Il suo atteggiamento verso la prigioniera era di estrema durezza e brutalità. Quando la teneva, affondava le unghie sporche nella carne della povera ragazza, o le torceva il braccio in modo dolorosissimo. Quando la doveva spostare da un punto all’altro la strattonava bruscamente, o la spingeva testa bassa davanti a sé. Sembrava sfogare su quella povera creatura indifesa tutto l’odio, la crudeltà, la ferocia e la malignità accumulati nei suoi novecento anni di vita, corroborati da innumerevoli generazioni di antenati feroci e brutali.
L’altra donna era meno crudele ma totalmente indifferente; se la prigioniera fosse stata lasciata solo alle sue cure — e per fortuna accadeva di notte — non avrebbe ricevuto trattamenti violenti, ma, allo stesso tempo, nemmeno la minima attenzione.
Quando Lorquas Ptomel alzò lo sguardo per rivolgersi alla prigioniera, i suoi occhi si spostarono su di me e si voltò verso Tars Tarkas con una parola e un gesto d’impazienza. Tars Tarkas rispose qualcosa che non riuscii a capire, ma che fece sorridere Lorquas Ptomel; dopo di che non mi prestarono più alcuna attenzione.
«Qual è il tuo nome?» chiese Lorquas Ptomel alla prigioniera.
«Dejah Thoris, figlia di Mors Kajak di Helium.»
«E la natura della vostra spedizione?» disse ancora.
«Era una spedizione di pura ricerca scientifica, inviata dal padre di mio padre, il Jeddak di Helium, per ricalcolare le correnti aeree e rilevare la densità atmosferica» rispose la fiera prigioniera, con voce bassa e ben modulata.
«Non eravamo preparati alla battaglia» continuò, «poiché eravamo in missione di pace, come indicavano i nostri vessilli e i colori delle nostre navi. Il lavoro che stavamo compiendo era sia nel vostro interesse, sia nel nostro e ben sapete che, se non fosse per le nostre fatiche e i frutti delle nostre operazioni scientifiche, non avremmo abbastanza aria o acqua su Marte da sostenere una sola vita umana. Da secoli manteniamo le scorte d’aria e d’acqua praticamente allo stesso livello, senza una perdita apprezzabile e questo nonostante la brutale e ignorante ingerenza di voi uomini verdi.
«Ma perché, perché non imparate a vivere in armonia con i vostri simili? Dovete forse proseguire secolo dopo secolo alla vostra estinzione, essendo appena al di sopra del livello delle mute bestie che vi servono! Un popolo senza lingua scritta, senza arte, senza case, senza amore; vittime di eoni del mostruoso ideale del vostro popolo. Avete qualsiasi cosa in comune, perfino le vostre donne e i vostri figli, per cui siete arrivati a non possedere nulla in comune. Vi odiate l’un l’altro come odiate tutto il resto della creazione, tranne voi stessi. Tornate alle vie dei nostri antenati, tornate alla luce della gentilezza e della fratellanza. La via è aperta di fronte a voi, troverete le mani degli uomini rossi tese ad aiutarvi. Insieme potremo fare ancora di più per rigenerare il nostro pianeta morente. La nipote del più grande e potente tra i jeddak rossi ve lo ha chiesto. Lo farete?»
Lorquas Ptomel e i guerrieri restarono a guardare in silenzio e con intensa attenzione la giovane donna per parecchi istanti quando ebbe terminato il suo discorso. Cosa passasse nelle loro menti nessuno può dirlo, ma credo sinceramente che fossero commossi e se almeno uno tra loro, di alta dignità, avesse trovato la forza di elevarsi al di sopra delle abitudini, quel momento avrebbe segnato una nuova e grandiosa epoca per Marte.
Vidi Tars Tarkas alzarsi per parlare e sul volto vi era un’espressione che non avevo mai visto in viso a un guerriero marziano verde. Tradiva una lotta interiore e possente contro se stesso, contro l’eredità del sangue, contro la tradizione antica di secoli; e quando aprì la bocca per parlare, un’espressione quasi di benevolenza, di gentilezza, rischiarò per un attimo il suo volto fiero e terribile.
Ma le parole solenni che stavano per uscire dalle sue labbra non furono mai pronunciate, perché proprio allora un giovane guerriero, evidentemente percependo l’orientamento che stavano prendendo i pensieri degli uomini più anziani, balzò dai gradini del podio e, vibrando un violento colpo al volto della fragile prigioniera, la stese a terra. Le posò il piede sopra il corpo prostrato e, volgendosi al consiglio riunito, esplose in fragorose, orrende e vuote risate.
Per un istante credetti che Tars Tarkas l’avrebbe abbattuto sul posto, né l’aspetto di Lorquas Ptomel lasciava presagire nulla di favorevole per quel bruto; ma l’attimo passò, i loro vecchi istinti si fecero più intensi e sorrisero entrambi. Eppue, era significativo il fatto che non risero apertamente, poiché, secondo l’etica che governa l’umorismo dei marziani verdi, l’atto del bruto costituiva un qualcosa che doveva far morir dal ridere.
«È vero che è trascorso qualche istante da quando ho visto ciò che succedeva, ma non significa che io sia rimasto bloccato tutto il tempo. Credo che avessi già intuito in qualche misura il significato di quel gesto e mi rendo conto solo adesso di essermi accucciato per balzare non appena vidi il colpo diretto al bel volto supplichevole della fanciulla rivolto in su; prima che la mano scendesse, io ero già a metà sala.
La sua orrenda risata risuonò una sola volta e io mi ero già scagliato contro di lui. Il bruto era alto più di tre metri e armato fino ai denti, ma credo che avrei potuto affrontare l’intera sala data la terribile intensità della mia rabbia. Lo colpii in pieno volto facendo un gran salto mentre lui si voltava al mio grido; costui estrasse la corta spada e io trassi la mia, lanciandomi di nuovo contro il suo petto, agganciando una gamba al calcio della sua pistola e afferrando con la mano sinistra una delle sue enormi protuberanze, mentre con la destra vibravo colpo su colpo al suo gigantesco torace.
Non poté usare a suo vantaggio la corta spada perché io gli stavo troppo addosso, né riuscì a estrarre la pistola, benché ci provasse in violazione della consuetudine marziana che vieta di combattere un compagno in duello privato con un’arma diversa da quella con cui si è attaccati. In realtà non poté fare altro che un selvaggio e vano tentativo di sbarazzarsi di me. Con tutta la sua massa immensa non era molto più forte di me e dopo non molti secondi lui crollò a terra, sanguinante e senza vita.
Dejah Thoris si era sollevata poggiata su un gomito a osservare la lotta con gli occhi spalancati e sbigottiti. Quando mi alzai la presi tra le braccia e la portai su una delle panche a lato della sala.
Anche questa volta non intervenne nessun marziano nei miei confronti e staccando un lembo di seta dal mio mantello cercai di arrestare l’emorragia dal naso della ragazza. Ci riuscii quasi subito, poiché le sue ferite erano poco più di un comune sanguinar del naso e quando poté parlare posò la mano sul mio braccio e, guardandomi negli occhi, disse:
«Perché lo hai fatto? Eppure, nella prima ora del mio pericolo mi rifiutasti persino un riconoscimento amichevole! Ma ora rischi la vita e uccidi uno dei tuoi compagni per me. Non capisco. Che tipo di strano uomo sei, tu che frequenti i marziani verdi anche se la tua forma è quella della mia razza e il tuo colore è poco più scuro di quello della scimmia bianca? Dimmi: sei umano, o sei più che umano?»
«È una strana storia» risposi, «troppo lunga per tentare di raccontarla ora e poi, dubito persino della sua credibilità, anzi temo che nessun altro la possa credere. Basti per ora dirti che io sono tuo amico e, per quanto i nostri carcerieri lo permettano, tuo protettore e tuo servitore.»
«Allora sei anche tu un prigioniero? Ma perché allora quelle armi e le insegne da capo Thark? Qual è il tuo nome? Da dove vieni?»
«Sì, Dejah Thoris, anch’io sono prigioniero; il mio nome è John Carter, e rivendico come mia patria la Virginia, uno degli Stati Uniti d’America, sulla Terra. Ma non so perché mi sia concesso portare armi, né ero consapevole che il mio abbigliamento fosse quello di un capo.»
In quel momento fummo interrotti da uno dei guerrieri che portò armi, bardature e ornamenti e in un istante una delle sue domande trovò risposta e per me si chiarì un enigma. Vidi che il corpo del mio avversario morto era stato spogliato e lessi nell’atteggiamento minaccioso e al tempo stesso rispettoso del guerriero che mi portava quei trofei lo stesso contegno mostrato da colui che mi aveva portato il mio primo equipaggiamento. Solo allora compresi che anche il colpo sferrato durante la mia prima battaglia nella sala delle udienze aveva avuto come esito la morte del mio antagonista.
La ragione dell’atteggiamento che mi riservavano fu subito chiara: avevo conquistato i miei “speroni”, per così dire, e nella cruda giustizia che sempre caratterizza le usanze marziane — e che, tra le altre cose, mi ha spinto a definire questo pianeta il mondo dei paradossi — mi venivano concessi gli onori dovuti a un vincitore: le insegne e la posizione dell’uomo che avevo ucciso. In effetti ero un capo marziano e seppi, in seguito, che era questa la ragione della mia grande libertà e della tolleranza concessami nella sala delle udienze.
Mentre mi voltavo per ricevere gli oggetti del guerriero caduto, notai che Tars Tarkas e parecchi altri si erano fatti avanti nella nostra direzione e gli occhi del primo si posarono su di me in modo assai curioso. Alla fine, mi disse:
«Tu parli la lingua di Barsoom con grande scioltezza per uno che fino a pochi giorni fa era per noi sordo e muto. Dove l’hai imparata, John Carter?»
«Sei tu stesso il responsabile, Tars Tarkas» risposi «perché mi hai procurato un’istruttrice di notevole abilità; devo ringraziare Sola per il mio apprendimento.»
«Ha ben lavorato» replicò «ma la tua educazione sotto altri aspetti necessita ancora parecchia rifinitura. Sai che cosa ti sarebbe costata la tua temerarietà senza precedenti, se non fossi riuscito a uccidere almeno uno dei due capi di cui ora indossi il metallo?»
«Suppongo che colui che non fossi riuscito a uccidere mi avrebbe ucciso a sua volta» risposi sorridendo.
«No, ti sbagli. Solo nell’estrema necessità della legittima difesa un guerriero marziano uccide un prigioniero; preferiamo serbarli per altri scopi» disse, e il suo volto lasciava trasparire possibilità sulle quali sarebbe stato spiacevole soffermarsi.
«Ma una cosa può salvarti ora» continuò. «Se, in riconoscimento del tuo straordinario coraggio, ferocia e valore, Tal Hajus ti considererà degno del suo servizio, potrai essere accolto nella comunità e diventare un Tharkiano a tutti gli effetti. Fino a quando non raggiungeremo il quartier generale di Tal Hajus, è volontà di Lorquas Ptomel che ti venga accordato il rispetto che le tue azioni ti hanno guadagnato. Sarai trattato da noi come un capo Tharkiano, ma non devi dimenticare che ogni capo che ti riconosce è responsabile della tua consegna sicura al nostro possente e temibilissimo sovrano. Non dico altro.»
«Vi ho sentito, Tars Tarkas» risposi. «Come sapete, non sono di Barsoom; le vostre vie non sono le mie vie, e in futuro potrò agire soltanto come ho fatto fino ad adesso, secondo i dettami della mia coscienza e guidato dalle usanze del mio popolo. Se mi lascerete in pace, sarò tranquillo; altrimenti, coloro con cui dovrò trattare, cioè i marziani di Barsoom, dovranno rispettare i miei diritti come straniero fra di voi o subirne tutte le conseguenze. Di una cosa possiamo essere certi: quelle che siano le vostre intenzioni verso questa giovane donna e per chiunque le arrechi danno o insulto, in futuro dovrà rendere pieno conto a me. So che voi disprezzate tutti i sentimenti di generosità e benevolenza, ma io no, e posso convincere il vostro guerriero più valoroso che tali caratteristiche non sono incompatibili con l’abilità di combattere.»
Di norma non mi concedo lunghi discorsi, né mai prima d’ora ero sceso a toni enfatici, ma avevo intuito la nota che avrebbe fatto vibrare una corda sensibile nel cuore dei marziani verdi e non mi sbagliavo: la mia arringa li impressionò profondamente e il loro atteggiamento verso di me risultò ancor più rispettoso.
Lo stesso Tars Tarkas sembrava compiaciuto della mia risposta, ma il suo unico commento fu più o meno enigmatico: «E credo ben di conoscere Tal Hajus, Jeddak di Thark.»
Ora rivolsi la mia attenzione a Dejah Thoris, e aiutandola a rialzarsi la condussi verso l’uscita, ignorando le guardiane tutte attorno a lei così come gli sguardi inquisitori dei capi. Ora, non ero anch’io un capo? Bene, allora avrei assunto le responsabilità di tale ruolo. Non ci infastidirono, e Dejah Thoris, principessa di Helium, e John Carter, gentiluomo della Virginia, seguiti dal fedele Woola, attraversarono in assoluto silenzio la sala delle udienze di Lorquas Ptomel, Jed tra i Thark di Barsoom.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.

Appassionato di fantascienza credo da sempre, ma scoperto di esserlo in quarta elementare quando mi hanno portato a vedere "