La Principessa di Marte: la storia di Sola, è la quindicesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
Progettiamo la fuga
Il resto del nostro viaggio verso Thark trascorse senza incidenti. Restammo in cammino per venti giorni, attraversando i fondali di due antichi mari e passando attraverso o attorno a numerose città in rovina, in genere più piccole di Korad. Due volte attraversammo i celebri corsi d’acqua marziani, cioè i canali, come li chiamano i nostri astronomi terrestri.
Avvicinandoci a queste zone, veniva sempre inviato un guerriero parecchio avanti, munito di un potente cannocchiale e, se non scorgeva grandi assemblamenti di truppe marziane rosse, avanzavamo il più possibile senza il rischio di essere avvistati e ci accampavamo prima che calasse la notte.
Allora ci avvicinavamo lentamente alla zona coltivata e, individuata una delle numerose e larghe strade che attraversano i territori a intervalli regolari, ci infiltravamo silenziosi e furtivi, strisciando fino alle aride terre sul lato opposto.
Per compiere uno di questi attraversamenti ci volevano cinque ore, senza una sola sosta; l’ultima volta impiegammo tutta la notte e stavamo appena lasciando i confini dei campi cintati da alte mura, quando sorse il sole su di noi.
Questi attraversamenti fatti nell’oscurità, mi permisero di vedere ben poco, se non quando, nel suo incessante e frenetico correre attraverso i cieli di Barsoom, la luna più vicina illuminava di tanto in tanto piccoli tratti del terreno. Si rivelavano allora dei campi murati e dei bassi edifici irregolari, dall’aspetto non dissimile alle fattorie terrestri. Anche molti alberi, disposti con metodo, e alcuni erano di enorme altezza; in alcuni recinti c’erano degli animali, che annunciavano la loro presenza con strida e sfiati terrorizzati quando avvertivano l’odore delle nostre bestie selvatiche e degli esseri umani ancora più selvaggi.
Solo una volta scorsi un essere umano e fu quando la nostra strada incrociò l’ampia e bianca via principale posta longitudinalmente in ogni distretto, coltivato esattamente al suo centro. L’uomo doveva essersi addormentato accanto alla strada, perché, quando gli fui accanto, si sollevò su un gomito e, dopo una sola occhiata alla carovana in avvicinamento, balzò in piedi urlando e fuggì come un folle lungo la via, scavalcando un muro vicino con l’agilità di un gatto spaventato. I Thark non gli prestarono alcuna attenzione; non erano in assetto di guerra, e l’unico segno che ebbi del fatto che lo avessero notato fu l’aumento dell’andatura della carovana mentre ci affrettavamo verso il deserto che segnava il nostro ingresso nel dominio di Tal Hajus.
Non parlai nemmeno una volta con Dejah Thoris, poiché non mi fece mai capire se fossi il benvenuto al suo carro, inoltre, il mio sciocco orgoglio mi impedì di fare io stesso il primo passo. Devo confessare che secondo me il modo di un uomo di trattare con le donne sia inversamente proporzionale al suo valore. Il debole e lo sciocco possiedono spesso grande abilità nel conquistare il bel sesso, mentre il guerriero che può affrontare senza paura mille pericoli rimane nascosto nell’ombra come un bambino spaventato.
Appena trenta giorni dopo il mio arrivo su Barsoom entrammo nell’antica città di Thark, in cui questa orda di uomini verdi ha rubato perfino il nome a questo popolo da lungo tempo dimenticato. Le orde di Thark contano circa trentamila individui e sono divise in venticinque comunità.
Ogni comunità ha il proprio jed e capi di rango inferiore, ma tutte sono sotto il dominio di Tal Hajus, Jeddak di Thark.
Cinque comunità hanno il loro quartier generale nella città di Thark, mentre le altre sono sparse in diverse città di Marte antico, abbandonate nel territorio rivendicato da Tal Hajus.
Nel primo pomeriggio facemmo il nostro ingresso nella grande piazza centrale. Non vi furono entusiastiche accoglienze per il ritorno della spedizione. Coloro che si trovavano nei paraggi si limitarono a pronunciare i nomi dei guerrieri o delle donne con cui entrarono direttamente in contatto, secondo il saluto formale della loro razza; ma quando si scoprì che portavano due prigionieri, l’interesse crebbe, e Dejah Thoris e io fummo il centro della curiosità di alcuni gruppi.
Ci furono ben presto assegnati nuovi alloggi e il resto della giornata fu dedicato a sistemarci in quelle nuove condizioni.
La mia dimora si trovava ora su un viale che conduceva alla piazza nel lato sud, la principale arteria lungo la quale avevamo marciato entrando in città. Ero a una estremità della piazza e disponevo di un intero edificio solo per me. La stessa grandiosità architettonica che era una caratteristica tanto evidente di Korad si manifestava anche qui, solo, se possibile, su scala ancora più estesa e ricca. I miei alloggi sarebbero stati degni del più grande degli imperatori terrestri; ma a queste strane creature non interessava un edificio se non per la sua grandezza e per l’enormità delle sue sale: più era grande, più era desiderabile. Così Tal Hajus occupava quello che doveva essere stato un immenso edificio pubblico, il più grande della città, ma del tutto inadatto a uso abitativo; il secondo per grandezza era riservato a Lorquas Ptomel, quello dopo al jed di rango inferiore, e così via fino all’ultimo dei cinque jed.
I guerrieri abitavano negli edifici insieme ai capi alle cui schiere appartenevano; oppure, se lo preferivano, potevano cercare rifugio in uno dei mille e mille edifici disabitati del quartiere di appartenenza; infatti, a ciascuna comunità era assegnata una zona della città. La scelta dell’edificio doveva essere fatta in conformità a tali divisioni, eccetto per quanto riguardava i jed, che occupavano tutti edifici affacciati sulla piazza.
Quando ebbi finalmente messo in ordine la casa, o meglio, quando mi fui assicurato che qualcuno lo facesse, era ormai prossimo il tramonto. Uscii in fretta con l’intenzione di trovare Sola e i suoi protetti, poiché avevo deciso di parlare con Dejah Thoris e tentare di convincerla della necessità di giungere almeno a una tregua temporanea, finché non avessi trovato un modo per aiutarla a fuggire.
Cercai invano, finché l’orlo superiore del grande sole rosso stava appena scomparendo dietro l’orizzonte; allora scorsi l’orribile testa di Woola che spuntava da una finestra al secondo piano, sul lato opposto della stessa strada in cui ero alloggiato io, ma più vicino alla piazza.
Senza attendere un ulteriore invito, mi slanciai su per la rampa a spirale che conduceva al secondo piano entrando in una vasta sala sul davanti dell’edificio, dove fui accolto da Woola in preda a una frenesia tale da gettarsi addosso con tutto il suo enorme corpaccione, quasi facendomi cadere a terra; la povera amica era così felice di vedermi che credetti volesse divorarmi, la testa spalancata da un orecchio all’altro, mostrando le sue tre file di zanne in un sorriso da diavolo.
La placai con una parola di comando e una carezza, cercando in fretta Dejah Thoris nell’oscurità crescente e, non vedendola, ne pronunciai il nome. Dall’angolo più lontano della stanza giunse un mormorio di risposta e, con un paio di rapidi passi, fui accanto a lei, ora rannicchiata tra sete e pellicce su un antico seggio di legno intagliato. Mi misi in attesa e lei si alzò in tutta la sua altezza fissandomi negli occhi, e disse:
«Che cosa volete Dotar Sojat, Thark, da Dejah Thoris, vostra prigioniera?»
«Dejah Thoris, non so in come io ti abbia offesa. Ma ferirti o mancarti di rispetto era quanto fosse più lontano dal mio desiderio. Io, speravo di proteggerti e confortarti. Ma se questa di non considerarmi mai più è la tua volontà così sia; altrimenti non ti chiedo di aiutarmi a organizzare la tua fuga, ammesso che ciò sia possibile, ma è un ben preciso ordine. Quando sarai di nuovo al sicuro alla corte di tuo padre, potrai fare di me ciò che vuoi, ma da questo momento fino a quel giorno io sono il tuo padrone e tu mi permetterai di aiutarti.
Mi guardò a lungo e con grande intensità, e mi parve che si stesse ammorbidendo nei miei confronti.
«Comprendo le tue parole, Dotar Sojat» rispose, «ma non comprendo te. Sei una strana mescolanza di bambino e di uomo, di bruto e di nobile. Vorrei soltanto poter leggere nel tuo cuore.»
«Guarda ai tuoi piedi, Dejah Thoris; il mio cuore giace lì ora, dove è rimasto da quella notte a Korad, e dove resterà per sempre, battendo solo per te, finché la morte non lo fermerà.»
Fece un piccolo passo verso di me, le belle mani tese in un gesto incerto, quasi smarrito.
«Che cosa vuoi dire, John Carter?» sussurrò. «Che cosa mi stai dicendo?»
«Sto dicendo ciò che avevo promesso a me stesso di non dirti, almeno finché non ti fossi liberata degli uomini verdi; ciò che, dal tuo atteggiamento verso di me negli ultimi venti giorni, avevo creduto di non poterti dire mai. Io ti dico, Dejah Thoris, che sono tuo, anima e corpo, per servirti, combattere e morire per te. In cambio ti chiedo una cosa sola: che tu non mostri alcun segno, né di condanna né di approvazione per le mie parole, finché non sarai al sicuro tra la tua gente e che, qualunque sentimento tu nutra verso di me, non sia influenzato né addolcito dalla gratitudine; qualunque cosa io possa fare per servirti sarà dettata unicamente da motivi egoistici, poiché mi dà più gioia servirti che non farlo.»
«Rispetterò i tuoi desideri, John Carter, perché comprendo i motivi che li ispirano, e accetto il tuo servizio non più volentieri di quanto mi pieghi alla tua autorità; la tua parola sarà la mia legge. Ti ho fatto torto due volte nei miei pensieri e ancora una volta ti chiedo perdono.»
Un’ulteriore conversazione di carattere personale fu impedita dall’ingresso di Sola, molto agitata e del tutto diversa rispetto al suo solito atteggiamento calmo e sicura di sé.
«Quella orribile Sarkoja è stata da Tal Hajus» disse. «E, da ciò che ho udito sulla piazza, vi è ben poca speranza per entrambi.»
«Che cosa si dice?» chiese Dejah Thoris.
«Che sarete gettati ai calot selvaggi nella grande arena non appena le orde si saranno riunite per i giochi annuali.»
«Sola» dissi, «tu sei una Thark, ma odi e disprezzi le usanze del tuo popolo come noi. Non vuoi unirti a noi in un ultimo, supremo tentativo di fuga? Sono certo che Dejah Thoris può offrirti una casa e la protezione tra la sua gente e il tuo destino non potrà essere peggiore di quel che sarebbe qui.»
«Sì», esclamò Dejah Thoris. «Vieni con noi, Sola. Starai meglio tra gli uomini rossi di Helium che qui, e posso prometterti non solo una casa, ma anche l’amore e l’affetto di cui la tua natura ha bisogno e che le usanze della tua razza ti negano sempre. Vieni con noi, Sola; potremmo fuggire anche senza di te, ma il tuo destino sarebbe terribile se pensassero che ci hai aiutato. So che neppure questo pericolo ti spingerebbe a interferire nella nostra fuga, ma noi ti vogliamo con noi, vogliamo che tu venga in una terra di sole e felicità, tra un popolo che conosce il significato dell’amore, della compassione e della gratitudine. Di’ che verrai, Sola; dimmi che verrai.»
«Il grande corso d’acqua che conduce a Helium dista solo cinquanta miglia a sud» mormorò Sola, quasi parlando a se stessa. «Un thoat veloce potrebbe raggiungerlo in tre ore; e poi Helium è a cinquecento miglia, per lo più al di là di regioni scarsamente abitate. Lo scoprirebbero e ci seguirebbero. Per un po’ potremmo nasconderci tra i grandi alberi, ma le probabilità di fuga sono davvero minime. Ci inseguirebbero fino alle porte di Helium, e a ogni passo esigerebbero altre vite. Non li conoscete.»
«Non c’è un altro modo per raggiungere Helium?» chiesi. «Non puoi disegnare una mappa del territorio che dobbiamo attraversare, Dejah Thoris?»
«Sì», rispose. E, togliendosi dai capelli un grande diamante, tracciò sul pavimento di marmo la prima mappa del territorio barsoomiano che avessi mai visto. Il territorio era attraversato in ogni direzione da lunghe linee rette, talvolta parallele e talvolta convergenti verso grandi cerchi. Le linee, disse, erano i corsi d’acqua; i cerchi, le città. E un cerchio, molto a nord-ovest rispetto a noi, disse che era Helium. Vi erano altre città più vicine, ma disse di temere di entrare in molte di esse, poiché non tutte erano amiche di Helium.
Infine, dopo aver studiato attentamente la mappa alla luce lunare che ormai inondava la stanza, indicai un corso d’acqua molto a nord rispetto alla nostra posizione, che sembrava proprio condurre a Helium.
«Non attraversa forse il territorio di tuo nonno?» chiesi.
«Sì», rispose, «ma dista duecento miglia da qui; è uno dei corsi d’acqua che abbiamo attraversato nel viaggio verso Thark.»
«Non sospetterebbero mai che noi si voglia raggiungere un corso d’acqua tanto lontano» ribattei, «ed è per questo che credo sia la migliore via per la nostra fuga.»
Sola fu d’accordo e si decise a lasciare Thark quella stessa notte, non appena fossi riuscito a trovare e sellare i miei thoat. Sola ne avrebbe cavalcato uno, mentre Dejah Thoris ed io l’altro; ciascuno di noi avrebbe portato con sé cibo e acqua sufficienti per due giorni, poiché gli animali non potevano essere spinti a un’andatura troppo sostenuta per una distanza così lunga.
Ordinai a Sola di procedere con Dejah Thoris lungo uno dei viali meno frequentati fino al limite meridionale della città, dove le avrei raggiunte il più presto possibile con i thoat; poi scivolai silenziosamente sul retro del piano terreno ed entrai nel cortile, lasciandole che raccoglievano il cibo, le sete e le pellicce di cui avremmo avuto bisogno. I nostri animali si muovevano inquieti, come al solito prima di sistemarsi per la notte.
All’ombra degli edifici e sotto il chiarore delle lune marziane, si agitava la grande mandria di thoat e zitidar; questi ultimi emettevano bassi grugniti gutturali, mentre i primi lanciavano di tanto in tanto il grido stridulo che indica lo stato pressoché abituale di furia in cui queste creature trascorrono la loro esistenza. Ora erano più tranquilli, per l’assenza dell’uomo, ma quando avvertirono il mio odore divennero irrequieti e il loro orribile frastuono aumentò. Entrare da solo e di notte in un recinto di thoat, era un’impresa rischiosa; anzitutto perché il loro crescente clamore avrebbe potuto avvertire i guerrieri attorno che qualcosa non andava e poi perché, per il minimo motivo — o anche senza motivo — qualche enorme maschio avrebbe potuto decidere di lanciarsi alla carica contro di me.
Non avendo alcuna voglia di risvegliare il loro pessimo carattere in una notte come quella, in cui tanto dipendeva dalla segretezza e dalla rapidità, mi tenni aderente alle ombre degli edifici, pronto a balzare al riparo di una porta o di una finestra vicina al minimo segnale. Così avanzai silenziosamente sul retro del cortile, verso il grande portone che dava sulla strada e, avvicinandomi all’uscita, chiamai piano i miei due animali. Quanto ringraziai la benevola provvidenza che mi aveva dato la previdenza di conquistare l’amore e la fiducia di quelle selvagge bestie mute, poiché poco dopo vidi, dall’estremità opposta del cortile, due enormi masse farsi strada verso di me: una tumultuosa montagna di carne in movimento.
Si avvicinarono molto, strofinando i musi contro il mio corpo e cercando con insistenza i bocconi di cibo con cui ero solito ricompensarli. Aprii i cancelli e ordinai alle due grandi bestie di uscire; poi, scivolando silenziosamente dietro di loro, richiusi il portone.
Non sellai né montai gli animali lì, ma mi mossi invece a piedi, nell’ombra degli edifici, verso un viale poco frequentato che conduceva dove avevo stabilito di incontrare Dejah Thoris e Sola. Con la silenziosità di spiriti disincarnati avanzammo furtivi lungo le strade deserte; eppure, non cominciai a respirare liberamente finché non fummo in vista della pianura al di là della città.
Ero certo che Sola e Dejah Thoris non avrebbero avuto difficoltà a raggiungere il luogo dell’incontro senza farsi notare, ma con i miei grandi thoat non ero altrettanto sicuro di me stesso, poiché era piuttosto insolito che i guerrieri lasciassero la città dopo il tramonto; in realtà non vi era posto dove recarsi, a meno di intraprendere una lunga cavalcata.
Raggiunsi senza incidenti il punto stabilito; ma, non vedendo Dejah Thoris e Sola, condussi i miei animali nell’atrio di uno dei grandi edifici. Supponendo che una delle altre donne della stessa casa potesse essere giunta a parlare con Sola, ritardando così la loro partenza, non provai eccessiva apprensione, ma dopo quasi un’ora senza alcun segno, sì; e, quando scivolò via un’altra mezz’ora, cominciai a provare una grave inquietudine.
All’improvviso, nel silenzio della notte, giunse il rumore di un gruppo in avvicinamento che, dal frastuono, capii non poteva certo essere costituito da fuggitivi in cerca di libertà. Ben presto furono vicini e, dalle ombre nere del mio ingresso, scorsi una ventina di guerrieri a cavallo, i quali, passando, pronunciarono poche parole che mi fecero balzare il cuore in gola.
«Probabilmente aveva fissato l’incontro appena fuori città, e così… »
Non sentii altro, perché erano già oltre. Ma fu sufficiente. Il nostro piano era stato scoperto e, da quel momento fino a un terribile finale, le probabilità di fuga sarebbero state davvero esigue. L’unica speranza che mi restava era tornare inosservato agli alloggi di Dejah Thoris e scoprire quale sorte fosse toccata a lei; ma come farlo con quei grandi e mostruosi thoat con me, ora che la città probabilmente era in allarme per la mia fuga? Era un problema non da poco.
All’improvviso mi venne un’idea e, mettendo a frutto la mia conoscenza della struttura degli edifici di queste antiche città marziane, ciascuna delle quali possedeva un cortile interno al centro del proprio isolato, mi feci strada a tentoni nelle camere buie, chiamando i grandi thoat a seguirmi. Ebbero difficoltà a passare attraverso alcune porte, ma poiché gli edifici affacciati sulle principali vie della città erano stati progettati su scala grandiosa, riuscirono a farsi strada senza restare incastrati, sicché giungemmo nel cortile interno, dove trovai, come mi aspettavo, il consueto tappeto di vegetazione simile a muschio che avrebbe fornito loro cibo e acqua fino al momento in cui non fossi tornato per ricondurli nel loro recinto.
Ero certo che lì sarebbero rimasti quieti e soddisfatti quanto altrove; né vi era la minima probabilità che venissero scoperti, poiché gli uomini verdi non amavano entrare in quegli edifici periferici, frequentati dall’unica cosa che, credo, suscitasse in loro una sensazione di paura: le grandi scimmie bianche di Barsoom.
Tolsi le bardature e le nascosi appena all’interno della porta posteriore dell’edificio attraverso cui eravamo entrati nel cortile; quindi, lasciate libere le bestie, attraversai rapidamente lo spazio aperto fino al retro delle case sul lato opposto, e da lì raggiunsi il viale. Attesi sulla soglia finché non fui certo che nessuno si stesse avvicinando; quindi, attraversai in fretta la strada, entrai nel primo edificio sul lato opposto e passai nel cortile successivo. Così, attraversando cortile dopo cortile, con il solo lieve rischio che mi scoprissero mentre attraversavo i viali, giunsi infine sano e salvo sul retro degli alloggi di Dejah Thoris.
Qui trovai naturalmente le cavalcature dei guerrieri acquartierati negli edifici vicini, e, se fossi entrato, avrei potuto aspettarmi di incontrare anche loro; ma, per mia fortuna, avevo un altro e più sicuro modo per raggiungere il piano superiore dove Dejah Thoris doveva trovarsi. Dopo aver stabilito il più esattamente possibile in quale edificio fosse acquartierata — dovetti farlo, perché non avevo mai osservato il posto dal lato del cortile — approfittai della mia forza e agilità relativamente superiori e mi slanciai verso l’alto finché non afferrai il davanzale di una finestra al secondo piano, che, secondo me, si trovava sul retro del suo appartamento. Mi trassi dentro la stanza, avanzai furtivamente verso la parte anteriore dell’edificio e, solo quando fui quasi giunto alla porta dei suoi alloggi, mi resi conto dalle voci, che la stanza era occupata.
Non mi precipitai dentro, ma rimasi in ascolto per assicurarmi che fosse davvero Dejah Thoris e che fosse sicuro entrare. Feci benissimo a prendere questa precauzione, poiché la conversazione che udii era nel gutturale sommesso degli uomini verdi, e le parole che infine mi giunsero furono un avvertimento quanto mai tempestivo. A parlare era un capotribù, che stava impartendo ordini a quattro dei suoi guerrieri.
«E quando egli tornerà in questa stanza» diceva, «come certamente farà quando scoprirà che ella non lo attende al limite della città, voi quattro dovrete balzargli addosso e disarmarlo. Se sono esatti i resoconti che giungono da Korad, ci vorrà la forza combinata di tutti voi per farcela. Quando lo avrete legato saldamente, portatelo nei sotterranei sotto gli alloggi del jeddak e incatenatelo con cura, affinché Tal Hajus possa farne ciò che vuole quando sarà il momento. Non permettetegli di parlare con nessuno, né consentite ad altri di entrare in questo appartamento prima del suo arrivo. Non vi è alcun pericolo che la fanciulla ritorni, poiché a quest’ora è già tra le braccia di Tal Hajus, e possano tutti i suoi antenati avere pietà di lei, perché Tal Hajus non ne avrà; la grande Sarkoja ha compiuto un nobile lavoro questa notte. Io vado via e, se non riuscirete a catturarlo quando verrà, le vostre carcasse marciranno al freddo seno di Iss.»
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
