La Principessa di Marte – In catene a Warhoon, è la diciottesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:

  1. Sulle Colline dell’Arizona
  2. Un cadavere in fuga
  3. Su Marte
  4. Un prigioniero
  5. Il mio cane da guardia
  6. Una lotta
  7. La Nursery
  8. una bella prigioniera
  9. Imparo la lingua
  10. Campione e Comandante
  11. Dejah Thoris
  12. Un prigioniero con potere
  13. Corteggiamenti
  14. Un duello all’ultimo sangue
  15. La storia di Sola
  16. Progettiamo la fuga
  17. Una ricattura molto penosa

 

In catene a Warhoon

Dovettero trascorrere diverse ore prima che riprendessi conoscenza, e ricordo bene il senso di stupore che provai quando mi resi conto di non essere morto.

Ero disteso su un cumulo di sete e pellicce, in un angolo di una piccola stanza nella quale stazionavano molti guerrieri verdi e, chinata su di me, c’era una femmina anziana e spaventosa.

Quando aprii gli occhi, ella si rivolse a uno dei guerrieri dicendo:

«Vivrà, o Jed.»

«Bene,» rispose colui a cui si era rivolta, alzandosi e avvicinandosi al mio giaciglio, «potrà offrire uno spettacolo raro durante i grandi giochi.»

Quando i miei occhi si posarono su di lui, vidi che non era un Thark, poiché i suoi ornamenti e i suoi metalli non appartenevano a quella orda. Era un individuo enorme, orribilmente segnato da cicatrici sul volto e sul petto, con una zanna spezzata e un orecchio mancante. Legati sui due lati del torace portava teschi umani, dai quali pendevano numerose mani, anche queste umane, essiccate.

Il suo riferimento ai grandi giochi, di cui avevo sentito già parlare tra i Thark, mi convinse che ero semplicemente passato dal purgatorio alla gehenna.

Dopo poche altre parole con la femmina, durante le quali ella lo assicurò che ero ormai pienamente in grado di viaggiare, il jed ordinò che montassimo e ci mettessimo all’inseguimento della colonna principale.

Fui legato saldamente a uno dei thoat più selvaggi e indomabili che avessi mai visto e, con un guerriero su ciascun lato per impedire alla bestia di imbizzarrirsi, partimmo all’inseguimento della colonna a velocità furibonda. Le mie ferite mi procuravano ben poco dolore, tanto meravigliosamente e rapidamente le applicazioni e le iniezioni della femmina avevano esercitato i loro effetti terapeutici e, con la stessa abilità, ella aveva bendato e medicato le lesioni.

Poco prima del tramonto raggiungemmo il grosso delle truppe, appena dopo che avevano piantato il campo per la notte. Fui immediatamente condotto davanti dal loro capo, che si rivelò essere il jeddak delle orde di Warhoon.

Come il jed che mi aveva catturato, era orribilmente sfregiato e si adornava di una corazza con teschi umani e mani essiccate, che sembrava indicare quali fossero i guerrieri più potenti tra i Warhoon, oltre a palesarne la terribile ferocia, di gran lunga superiore a quella dei Thark.

Il jeddak, Bar Comas, che era abbastanza giovane, era oggetto dell’odio feroce e geloso del suo vecchio luogotenente, Dak Kova, il jed che mi aveva catturato e non potei fare a meno di notare gli sforzi molto evidenti che quest’ultimo compiva per insultare il proprio superiore.

Egli evitò di offrire il consueto saluto formale quando entrammo alla presenza del jeddak e, spingendomi bruscamente di fronte al sovrano, esclamò con voce alta e minacciosa:

«Ho portato una strana creatura che indossa il metallo di un Thark, e lo farò combattere contro un thoat selvaggio ai grandi giochi.»

«Morirà come Bar Comas, il tuo jeddak, riterrà più opportuno… se mai morirà,» rispose il giovane sovrano, con enfasi e dignità.

«Se mai morirà?» ruggì Dak Kova. «Bar Comas, per le mani morte che porto al collo, morirà! La tua sentimentale mollezza non lo salverà. Oh, se solo Warhoon fosse governata da un vero jeddak invece che da un debole individuo dal cuore liquido, al quale perfino il vecchio Dak Kova potrebbe strappare il metallo a mani nude!»

Bar Comas fissò per un istante il capo ribelle e insubordinato, con un’espressione di altero e impavido disprezzo e odio e poi, senza estrarre un’arma e senza pronunciare una parola, si scagliò alla gola del suo denigratore.

Non avevo mai visto prima due guerrieri marziani verdi combattere con le sole armi della natura, e lo spettacolo di ferocia animalesca che ne seguì fu qualcosa di terribile al punto di essere quasi inconcepibile, malgrado la più sfrenata immaginazione. Si lacerarono occhi e orecchie con le mani e, con le zanne lucenti, si colpivano e squarciavano ripetutamente, finché entrambi non furono ridotti a brandelli dalla testa ai piedi.

Bar Comas ebbe decisamente la meglio nello scontro, essendo più forte, più rapido e più intelligente. Ben presto sembrò che il combattimento fosse concluso e mancasse solo il colpo finale, ma Bar Comas scivolò nel tentativo di liberarsi da una stretta. Fu l’unico, minimo spiraglio di cui Dak Kova aveva bisogno: scagliandosi contro il corpo dell’avversario, conficcò la sua unica, potente zanna nell’inguine di Bar Comas e, con un ultimo sforzo tremendo, squarciò il giovane jeddak per tutta la lunghezza del corpo, finché la grande zanna non si incastrò infine nelle ossa della mascella. Vincitore e vinto rotolarono inerti sul muschio, una massa informe di carne lacerata e sanguinante.

Bar Comas era morto sul colpo e solo gli sforzi più erculei delle femmine salvarono Dak Kova dal destino che meritava. Tre giorni dopo costui si recò, senza assistenza, presso il corpo di Bar Comas, che, secondo l’usanza, non era stato rimosso da dove era caduto e, posando il piede sul collo del suo antico sovrano, assunse il titolo di jeddak di Warhoon.

Le mani e la testa del jeddak morto furono recise per essere aggiunte agli ornamenti del suo conquistatore, e poi le sue donne cremarono ciò che restava, tra risa selvagge e terrificanti.

Le ferite riportate da Dak Kova avevano rallentato a tal punto la marcia che si decise di abbandonare la spedizione che contemplava una razzia contro una piccola comunità thark, in rappresaglia per la distruzione dell’incubatrice. Questo, fino a dopo i grandi giochi, sicché l’intero corpo di guerrieri, diecimila uomini, fece ritorno a Warhoon.

La mia introduzione a questo popolo crudele e sanguinario fu solo un assaggio delle scene a cui assistetti quasi quotidianamente tra di loro. Sono un’orda più piccola dei Thark, ma assai più feroce. Non passava giorno senza che membri delle varie comunità warhoon si affrontassero in combattimenti mortali. Ho visto fino a otto duelli all’ultimo sangue in una sola giornata.

Raggiungemmo la città di Warhoon dopo circa tre giorni di marcia e fui immediatamente gettato in una prigione sotterranea, pesantemente incatenato al pavimento e alle pareti. Mi veniva portato del cibo a intervalli, ma a causa dell’oscurità assoluta di quel posto, non so dire se vi restai giorni, settimane o mesi. Fu l’esperienza più orribile della mia vita e ancora oggi mi stupisce che la mia mente non abbia ceduto agli orrori di quella nera tenebra. Il luogo era infestato da creature striscianti e brulicanti; corpi freddi e sinuosi mi passavano sopra quando mi sdraiavo, e nell’oscurità coglievo talvolta bagliori di occhi ardenti, fissi su di me con un’intensità terrificante. Nessun suono giungeva dal mondo esterno e quando il mio carceriere mi portava il cibo, non mi rivolse mai parola; sebbene inizialmente lo tempestassi di domande.

Alla fine, tutto l’odio e il folle disgusto che provavo per quelle orribili creature che mi avevano rinchiuso in quel luogo, nella mia mente vacillante si concentrarono su quell’unico emissario che rappresentava per me l’intera orda dei Warhoon.

Avevo notato che avanzava sempre con la sua debole torcia fino al punto in cui poteva deporre il cibo alla mia portata, e che, nel chinarsi per posarlo a terra, la sua testa si trovava pressappoco all’altezza del mio petto. Così, con l’astuzia di un folle, quando lo sentii avvicinarsi di nuovo mi ritirai nell’angolo più remoto della cella e, raccogliendo nella mano un po’ del gioco della grande catena che mi teneva legato, attesi il suo arrivo, accovacciato come una belva in agguato. Quando si chinò per deporre il cibo, feci roteare la catena sopra la testa e, con tutta la forza, abbattei le maglie sul suo cranio. Senza emettere un suono, crollò a terra, morto sul colpo.

Ridendo e farfugliando come l’idiota che stavo rapidamente diventando, mi gettai sul suo corpo, le dita alla ricerca della sua gola ormai senza vita. Ma per fortuna, poco dopo incontrarono una piccola catena alla cui estremità pendeva un mazzo di chiavi. Il contatto delle mie dita mi restituì la ragione con la rapidità di un lampo. Non ero più un folle balbettante, ma un uomo lucido e razionale con, tra le mani, i mezzi per fuggire.

Mentre tastavo per sfilare la catena dal collo della mia vittima, alzai lo sguardo nell’oscurità e vidi sei paia di occhi scintillanti fissi su di me, che però non battevano ciglio. Lentamente si avvicinarono, e lentamente io arretrai, inorridito. Mi rannicchiai nel mio angolo, le mani tese in avanti, i palmi in fuori, mentre quegli occhi terribili avanzavano furtivi fino a raggiungere il corpo senza vita ai miei piedi. Poi si ritirarono lentamente, ma questa volta accompagnati da uno strano suono stridente, e infine scomparvero in qualche remoto e oscuro anfratto della mia prigione.

Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI ChatGPT.

 

 

Edgar Rice Burroughs
+ posts

(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.